Antefatto
Il nuovo sultano ottomano Selim II, successore di Solimano il Magnifico, salito al trono nel 1566 durante la campagna d'Ungheria delle guerre ottomano-asburgiche, aveva, tra i primi atti, deposto l'ultimo Duca dell’ arcipelago, Jacopo IV Crispo, vassallo della Repubblica di Venezia. Selim II era giovane ed ambizioso, con un evidente complesso di inferiorità verso suo padre (Solimano il Magnifico, uno dei più grandi sovrani ottomani di tutti i tempi); era anche omosessuale ed alcolizzato, fatti che politicamente lo indebolivano nei confronti del clero e degli arabi (che infatti erano in rivolta nello Yemen): aveva bisogno di una campagna vittoriosa per risollevare il suo problema politico e non riusciva ad ottenere grandi vittorie nelle pianure ungheresi.
Guerre ottomano-asburgiche (1552)
Selim II, affidato il controllo degli affari di stato al gran visir Sokollu Mehmet Paşa, era riuscito a concludere nel 1568 con l'imperatore Massimiliano II la vantaggiosa pace di Adrianopoli. Assicuratosi così il controllo dei Balcani, il sultano fu libero di rivolgere la propria attenzione su Cipro, il vasto e ricco possedimento veneziano situato a pochi chilometri dalle sue coste, che ben si prestava a garantire la via marittima per il pellegrinaggio a La Mecca e per il quale Venezia pagava un tributo annuo ai turchi di 8000 ducati ovvero 800.000 euro attuali (calcolo fatto con il valore attuale dei metalli utilizzati per fare questa moneta).
Venezia, in pace armata coi Turchi sin dal 1540, al termine della terza guerra turco-veneziana, tentava di non dare pretesto a Selim per la guerra, ma il 13 gennaio 1570 il bailo di Costantinopoli, Marcantonio Barbaro, informò la Serenissima Signoria di essere venuto a sapere delle bellicose intenzioni del sultano. In precedenza si era molto discusso (sia a Venezia che a Costantinopoli) di una possibile spedizione ottomana contro Grenada, in cui la minoranza islamica, insorta nel 1568-1569, stava subendo la vendetta spagnola, addirittura il balio Barbaro aveva cercato di corrompere in tal senso ministri, ammiragli ed imam, ottenendo non pochi successi in questa tattica che mirava a far scaricare la minaccia ottomana su una potenza non amica di Venezia. La Spagna era stata però informata dalle sue spie di questi maneggi, e ne aveva preso nota.
Il 28 marzo giunse a Venezia, accompagnato dal segretario veneziano Alvise Buonrizzo, Kubad, l'ambasciatore di Selim, recando la richiesta di consegna dell'isola, con il pretesto della sua passata appartenenza all'Islam oltre a quello, molto più concreto, che sull'isola andavano sovente a rifugiarsi corsari cristiani che i veneziani non potevano o non volevano catturare e consegnare (come da accordi) alla giustizia ottomana. La proposta venne seccamente rigettata ed iniziarono i preparativi di guerra: a Cipro, dove era luogotenente Nicolò Dandolo, venne inviato Giulio Savorgnan, esperto in fortificazioni mentre venivano dispensati dal partecipare all'elezione del nuovo Doge tutti quei magistrati che avessero avuto parte ai preparativi militari. Girolamo Zane, nominato Capitano Generale da Mar già nel 1566, aveva ricevuto il bastone di comando della flotta il giorno precedente, 27 marzo. A tutti i legni veneziani venne dato ordine di non lasciare i porti senza autorizzazione. Richieste di aiuto dal nuovo Doge Alvise I Mocenigo vennero inviate in tutta Europa, persino al Patriarca di Costantinopoli, perché istigasse con il suo clero la Morea alla rivolta, e allo Zar Ivan il Terribile perché attaccasse per via di terra.
La Caduta di Famagosta
L'Assedio di Famagosta (1570)
Stendardo della Lega Santa utilizzato nella battaglia di Lepanto
La flotta cristiana
La flotta veneziana, forte di cinquanta galee si mosse quindi su Zara il 3 aprile per attendere il resto delle galere armate a Venezia ed a Candia. Durante la lunga sosta a Zara scoppiò una terribile epidemia di tifo petecchiale che decimò le ciurme e che avrebbe condizionato anche in futuro la spedizione. Il 30 maggio fu ordinato allo Zane di puntare su Corfù dove avrebbe dovuto congiungersi con la flotta di Gianandrea Doria se questa vi fosse giunta in tempo. Il Capitano Generale da Mar dovette però attendere che tutte le galee fossero a disposizione e giunse a Corfù solo il 29 giugno, dove non v'era traccia del Doria.
Il 23 luglio la flotta veneziana si diresse verso oriente e, dopo aver fatto scalo a Cefalonia, Zante e Modone, giunse il 4 agosto a Candia. Gli ordini impartiti allo Zane imponevano di dirigersi subito verso Cipro, ma il capitano generale decise di aspettare di aver reintegrato tutti i rematori deceduti durante l'epidemia e di aver interzato la ciurma. Nel frattempo, il 6 agosto, Marcantonio Colonna era giunto ad Otranto con le 12 galee papali ed attendeva l'arrivo di Gianandrea Doria da Messina per salpare verso occidente.
Quest'ultimo però, non completamente convinto della bontà di tutta l'operazione, ritardava deliberatamente il ricongiungimento con il Colonna, che avvenne solo il 21 agosto. Il giorno seguente la flotta si diresse verso Creta ove giunse il 31 agosto. Nonostante i tentativi del Doria di mandare tutto a monte, accusando la flotta veneziana di essere in cattive condizioni, i cristiani salparono dal porto di Sitia nella notte fra il 17 ed il 18 settembre. Nei pressi di Castelrosso fu inviato Alvise Bembo in avanscoperta, il quale ritornò con la notizia che i turchi avevano espugnato Nicosia.
Questa notizia minò ulteriormente i fragili equilibri dell'alleanza e nel consiglio di guerra del 22 settembre i veneziani non furono i grado di imporre la prosecuzione della spedizione contro i turchi. La flotta si ritirò la sera stessa verso Creta e di lì verso l'Italia. In dicembre il governo veneziano accettò le dimissioni dello Zane che venne sostituito il 13 dicembre da Sebastiano Venier.
L’Invasione di cipro
Nel frattempo, il 1º luglio i Turchi, al comando di Lala Kara Mustafa Pascià, erano sbarcati in un'incursione a Limisso, seguita, il 3 luglio, dallo sbarco di una prima porzione dell'armata alle Saline, che non fu contrastata dai Veneziani per l'eccessiva prudenza del luogotenente Niccolò Dandolo, il quale preferiva aspettare i turchi a Nicosia piuttosto che affrontarli in campo aperto. La popolazione cipriota veniva concentrata nella difesa di Nicosia e Famagosta, mentre i borghi e le campagne circostanti avevano ordine di trasportare tutti i viveri nelle fortezze e di distruggere gli abitati non protetti per non lasciare ai Turchi nulla di cui servirsi, l'ordine non fu eseguito quasi da nessuna parte. Per punire la cittadina di Lescara, che, con esempio pericoloso, si era prontamente sottomessa ai Turchi, i Veneziani inviarono un contingente da Nicosia che, nottetempo, distrusse il paese dandolo alle fiamme. La popolazione cipriota era molto ostile ai veneziani e alla nobiltà crociata (di origine italo-francese) cattolica che, con l'appoggio dei veneti, sfruttava in maniera coloniale gli abitanti greco-ortodossi.
I Turchi, dal canto loro, marciarono sulla capitale Nicosia, difesa da poche migliaia di soldati (1.000-1.500 mercenari italiani, circa 3.000 delle cernite, una milizia ben addestrata e circa 2.000 o poco più della milizia del popolo, mal armata, mal disposta verso i veneziani e mal addestrata) ed abitata da circa cinquantamila uomini, tra nativi e profughi, per la quale iniziarono l'assedio e il bombardamento. Oltre alla fanteria si era rifugiata nella città anche buona parte della nobiltà cipriota (circa 500 famiglie) che era tenuta a combattere come cavalleria armando i propri bravi come cavalleggeri (circa 1.000-1.500 uomini) e i cavalleggeri stradioti albanesi (400-600 uomini), un reparto d'élite (assieme agli schiavoni croato-dalmati) delle truppe veneziane.
Fra i prigionieri, anche giovani matrone veneziane fra le quali Belisandra Maraviglia che pur di non cadere in mano ai Turchi si fa saltare in aria nella nave che trasportava lo sfortunato carico umano.
Il 15 agosto la guarnigione di Nicosia attaccò i Turchi in una sortita, ma il mancato intervento della cavalleria stradiota per un errore di comando non permise di rompere l'accerchiamento della capitale. Nella notte i Turchi irruppero in città e il 16 agosto Nicosia era caduta: numerose migliaia di abitanti furono portati via come schiavi, inoltre la città non si era arresa ai patti e fu quindi applicato il duro diritto di guerra del XVI secolo. Seguirono in breve Limisso e Larnaca, arrese ai Turchi, così come si arresero molti castelli delle montagne a settentrione di Nicosia, ove non pochi nobili ciprioti accettarono la conversione all'islam per conservare i loro feudi come timurie.
L’Assedio di Famagosta
Il 22 agosto 1570 la città di Famagosta venne assediata dall'imponente flotta turca ottomana capitanata da Lala Kara Mustafa Pascià. I veneziani erano guidati da Marcantonio Bragadin e da Astorre Baglioni.
Appena cominciato l'assedio, verso metà ottobre, il comandante ottomano Lala Mustafà invitò il governatore della città Bragadin ad arrendersi, donandogli anche un carniere di pernici, ma questi rifiutò sia l'"invito" sia il carniere. Vedendosi rifiutato il proprio invito, il generale turco s'irritò passando quindi a modi "meno cortesi": inviò l'ordine di resa immediata insieme con la testa mozzata e in fase di putrefazione di Niccolò Dandolo, governatore di Nicosia. Questo non spaventò né Bragadin né Baglioni, i quali, dopo aver fatto seppellire i resti con le dovute onoranze funebri, decisero di non arrendersi.
Famagosta aveva un ottimo sistema difensivo: si affacciava al mare ed era protetta da un muro di cinta dotato di quattro bastioni e a sua volta la cinta muraria era protetta da un ampio e profondo fossato. Questo però non poteva resistere all'enorme esercito ottomano, e per giunta in continuo incremento d'unità, che stringeva sotto assedio la piccola città veneziana. A peggiorare la situazione dei veneziani s'aggiunse pure la scarsità di derrate alimentari in giacenza.
I primi attacchi vennero condotti dai giannizzeri, che però furono respinti dalla cavalleria veneziana. Vedendo l'inutilità di questo tipo d'attacco, Lala Mustafà decise di cambiare tattica e di far uso dell'artiglieria: con 25 cannoni e 4 basilischi cominciò a bombardare la città.
Data la loro colossale inferiorità numerica, gli assediati, dal canto loro, non potevano fare altro che resistere con la speranza che da un momento all'altro giungessero in loro aiuto rinforzi da Venezia. Nel frattempo Bragadin e il comandante delle truppe Astorre Baglioni seppero sfruttare al meglio le poche truppe di cui disponevano e il sistema fortificato sul quale si appoggiavano: riuscirono a resistere per tutto l'inverno, in grazia principalmente della loro controbatteria e delle incursioni a sorpresa che effettuavano al di fuori delle mura nell'accampamento degli assedianti.
I veneziani minarono ogni tentativo turco di scavare gallerie per penetrare all'interno e attraverso i “gatoli” (trincee tortuose dalle quali i guastatori veneziani e greci potevano sortire e rientrare rapidamente) misero a segno alcuni temerari attacchi a sorpresa, riuscendo anche a sottrarre ai turchi il gonfalone di Nicosia, che gli ottomani sventolavano di fronte a Famagosta. I Veneziani avvelenarono i pozzi esterni e fecero credere di aver fatto evacuare la città, spingendo il nemico ad avvicinarsi senza precauzioni e infliggendogli perdite ingentissime.
Tutto questo non fece altro che irritare maggiormente il generale turco, il quale temeva un'altra rovinosa sconfitta come quella subita durante l'Assedio di Malta avvenuto cinque anni prima; un altro insuccesso militare avrebbe compromesso la sua carriera e forse anche la sua stessa vita. Quindi chiese ulteriori rinforzi e dopo due mesi riuscì a incrementare il proprio esercito assediante raggiungendo le 250 000 unità. Il 26 gennaio 1571 giunsero a Famagosta 16 galee veneziane guidate da Marcantonio Querini, non per offrire supporto militare contro il nemico, bensì solo per rifornimento di viveri e di nuove truppe, circa 1 600 uomini: tra questi rimase a combattere anche il figlio di Gianantonio Querini, Marcantonio. Un successivo rifornimento di 800 fanti arrivò in marzo.
La Lega Santa
La terza Lega Santa fu un’alleanza militare, promossa da papa Pio V nel 1571, dopo il saccheggio di Nicosia dagli ottomani. Quello che ha causato l’alleanza fu l’attacco turco alla città veneziana di Famagosta, il 22 agosto 1570.
Le nazioni che risposero all'appello furono la Repubblica di Venezia e la Spagna di Filippo II. Successivamente si aggiunsero i Cavalieri di Malta, la Repubblica di Genova, il Granducato di Toscana, il Ducato d'Urbino, il Ducato di Parma, la Repubblica di Lucca, il Ducato di Ferrara, il Ducato di Mantova ed il Ducato di Savoia.
Costituzione della flotta
L'alleanza dei principi cristiani venne approvata a Roma il 25 maggio 1571, alla presenza del Papa. In rappresentanza di Filippo II erano presenti il cardinale Antoine Perrenot de Granvelle, don Francesco Pacheco e l'ambasciatore Luis de Zúñiga y Requesens, mentre per la Serenissima partecipava l'ambasciatore Michele Soriano ed il procuratore Giovanni Soranzo.
La Lega avrebbe avuto carattere continuo ed avrebbe potuto contare su 200 galee, 100 navi, cinquantamila fanti e novemila cavalli. I costi sarebbero stati sostenuti per metà dalla Spagna, per un terzo da Venezia e per un sesto dal Papa. Quest'ultima porzione venne ulteriormente suddivisa in cinque parti, tre a carico degli spagnoli e due dei veneziani.
La costituzione effettiva della flotta fu però lunga e laboriosa. Allarmato per il ritardo, Pio V dovette imporre tutta la sua autorità ai principi europei e minacciarli di scomunica se non fossero salpati. Infine fu consegnato solennemente dal cardinale di Granvelle a don Giovanni d'Austria, nella basilica di Santa Chiara a Napoli il 14 agosto 1571.
L'assedio della città di Famagosta durò a lungo, grazie alla strenua resistenza attuata dal senatore veneziano comandante la fortezza; questo tempo fu essenziale al fine di formare la flotta della Lega Santa, sotto il vessillo pontificio. Famagosta cadde il 1º agosto 1571, mentre la flotta mandata in suo soccorso era ancora in viaggio. Il 7 ottobre 1571 la flotta della Lega incontrò e sbaragliò la flotta turca nella battaglia di Lepanto, al largo della costa dell'omonima cittadina greca. La Lega fu sciolta alla firma del trattato di pace tra Venezia e l'Impero ottomano nel 1573.
Il desiderio di Filippo II di non avvantaggiare troppo i Veneziani lasciò però la flotta della Lega inattiva, mentre gli Spagnoli si rifiutavano di attaccare le fortificazioni costiere di Corone, Modone e Lepanto. In tal proposito il gran visir Sokollu disse al bailo veneziano di Istanbul che i Veneziani si sarebbero potuti fidare più del Sultano che degli altri Stati europei: sarebbe stato sufficiente cedere al volere del Sultano, cioè cedere Cipro agli Ottomani.
Mentre la flotta alleata si scioglieva per svernare che nonostante tutto vedeva ancora chiaramente la minaccia turca, iniziò a fortificare la sua laguna contro eventuali incursioni nemiche. Selim II, infatti aveva già provveduto ad avviare l'allestimento di una nuova armata. In questo periodo la Dalmazia interna viene ripresa da Venezia che si erano consegnate nel maggio 1571.
Nel 1572 il nuovo Capitano Generale, Jacopo Soranzo, obbedendo agli ordini del Senato veneziano riprese le operazioni navali senza attendere il ricongiungimento della flotta alleata. Il 2 agosto gli si unirono però ugualmente le navi di Marcantonio Colonna e di Don Giovanni d'Austria scontrandosi il 16 settembre con l'armata turca, che poi ricoverò a Modone sbarrandogli il passo del mare aperto. Don Giovanni e il Colonna, però, abbandonarono il 6 ottobre la posizione per cercare rifornimenti, costringendo anche i Veneziani ad abbandonare il blocco e ripiegare a Corfù.
B. Lorenzo, F. Roberto, F. Vittorio, 2D (a.s. 23/24), Francesco Miotto (PCTO, a.s. 23-24)