Dipinto di Pietro da Sacco: La Dedizione di Verona alla Serenissima
Venezia aveva ormai capito che doveva impadronirsi di tutto il Veneto e che Treviso non bastava per poter sopravvivere, e cominciò quindi a concentrarsi sulla Val Padana; inoltre la laguna si stava interrando, perciò Venezia dovette cominciare a controllare il regime idrico a monte dei fiumi che sfociavano nella laguna.
Nell’anno 1404 ci furono alcuni eventi favorevoli a Venezia: Gian Galeazzo Visconti morì a causa della peste e l'esercito turco, il nemico giurato de Venezia, era stato annientato dai Mongoli di Tamerlano. Il primo ad approfittare della situazione fu Francesco Novello da Carrara, signore di Padova, che il 10 aprile del 1404 si impadronì di Verona.
Non volendo fare la stessa fine di Verona, Vicenza preferì negoziare una dedizione con Venezia per garantirsi una sicurezza maggiore e perché si rifiutava di far parte dei domini padovani. Il 17 maggio viene ratificato il “privilegium civitatis Vicentiae" ,confermando alla città il controllo del distretto, e anche Bassano e Cologna chiesero di aderire allo Stato marciano come Feltre e Belluno nel 28 aprile.
Nel 1404, sulla piazza di San Marco si presentarono molti rappresentanti di città dell'entroterra per rendere omaggio al doge di Venezia in cambio di sicurezza e stabilità; Venezia lasciò alle città gli statuti già in uso e concesse molte autonomie, gestendo però la politica estera, le milizie, il privilegio di conio delle monete, la riscossione delle imposte e il tribunale (non locale).
Dopo il successo dei Veneziani il Carrarese diede inizio alla guerra contro Venezia il 23 giugno 1404, nel tentativo di liberarsi dall'accerchiamento dei domini veneziani, e il 22 giugno 1405 anche Verona divenne possesso veneziano.
Il 18 novembre 1405 Padova venne conquistata grazie alla corruzione dei suoi difensori e nel 16 gennaio 1406 Francesco Novello e i suoi figli morirono strangolati in carcere.
“Venezia governa, ma non amministra.” Questa frase vuol dire che Venezia governa da lontano le questioni più importanti che riguardano lo Stato e che ogni feudo veneziano è indipendente per molti aspetti su cui Venezia non interferisce.
Attraverso questo meccanismo delle dedizioni, unito alle forzature sul piano militare e diplomatico, la Repubblica poté estendere il proprio dominio su quasi tutta l'area dell'attuale Veneto.
Il meccanismo veneto delle Dedizioni
Le dedizioni sono prima di tutto un sistema di integrazione particolarmente usato nel corso dell'espansione della Repubblica di Venezia. Si tratta cioè di quei casi in cui sono le singole comunità e città a darsi spontaneamente alla Serenissima, la quale in cambio si impegnava a rispettare buona parte delle leggi.
Ci sono stati casi in cui, di fronte all'avanzata militare veneziana, le città e i borghi si affrettassero a darsi al vincitore, risparmiando così la presa tramite l’uso delle armi ed il conseguente saccheggio. In questo modo molti massacri e molte scorribande a fine negativo per il popolo vennero evitate.
Un esempio lampante legato a tale meccanismo è quello relativo alla dedizione di Verona.
Nel periodo di massima espansione lo Stato da Tera comprendeva gli attuali Veneto, Friuli e la parte orientale della Lombardia. Nei Domini di Terraferma a partire dal 1445 venne compresa la Patria del Friuli, che comprende i territori precedentemente governati dal Patriarca di Aquileia, comandati da un Provveditore Generale, detto anche Luogotenente.
La Dedizione di Vicenza alla Repubblica
Nel 1402 morì Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano e di un vasto territorio che comprende, dal 1387, anche Vicenza. La città passò al figlio Filippo Maria. I territori, divisi fra lui e il fratello Giovanni Maria, erano sotto il controllo della madre Caterina (essendo entrambi gli eredi minorenni). Comincia un veloce cambio di scenario nel contesto politico e territoriale del Veneto, che porterà alla costituzione, nel giro di pochi anni, dello Stato da Tera e con la dedizione nel 1404 di Vicenza a Venezia sarà la prima città della regione a farne parte.
La scomparsa di Gian Galeazzo e la sua precaria successione determinano un indebolimento della signoria lombarda che scatenò l’espansionismo della Repubblica di Firenze nella zona toscana e, a est, dei Carraresi di Padova. Questi ultimi miravano ai territori veneti dei Visconti, ovvero quelli di Verona e di Vicenza. Francesco Novello da Carrara sfruttò a suo vantaggio la situazione e, il 21 aprile 1404, attaccò Vicenza con un’armata di quindicimila uomini per cingerla d’assedio.
Nel frattempo, però, Caterina Visconti s’è alleata con Venezia per fronteggiare i signori padovani, promettendo alla Serenissima come compenso vasti territori, fra cui Vicenza e il suo distretto.
La prospettiva di finire di nuovo sotto il dominio degli odiati patavini terrorizza i vicentini che, finalmente, decidono di agire. Non potendo far affidamento su un esercito, che non possedevano perché da un secolo Vicenza era una città demilitarizzata e insediata da forze di occupazione straniere, si mossero invece con la forza diplomatica andando a proporre la propria soggezione alla potenza che diede le più concrete garanzie di concedere loro un'autonomia necessaria a dare continuità all'economia, "a fare i schei". Dopo la dominazione degli Scaligeri e dei Visconti, i vicentini si affidarono alla Serenissima Repubblica.
Da Vicenza partirono i negoziatori, Jacopo Thiene e lo zio Giampietro Proti, gli stessi che avevano trattato diciassette anni prima con i Visconti. I Visconti approvarono, e con loro fece da "trait d’union" un altro vicentino, Taddeo Dal Verme, che era al servizio dei signori milanesi e, all'epoca, comandava la guarnigione della città.
La delegazione vicentina partì per Venezia il 15 aprile e propose la sua dedizione ai veneziani: una formula di assoggettamento politico e militare, che mantenne la modesta autonomia amministrativa già assicurata e sperimentata dai precedenti dominatori.
La trattativa si concluse in una decina di giorni e il 25 aprile gli ambasciatori tornarono a Vicenza, accompagnati da 250 balestrieri e da Giacomo Surian, il rappresentante del Doge Michele Steno. Venezia, in veste di nuova dominante, intimò ai Carraresi di togliere l’assedio e di interrompere le devastazioni del distretto vicentino, ma i padovani rifiutano ed scoppia un conflitto inevitabile, che durò poco e si concluse con la sconfitta dei da Carrara. Vicenza diventò a tutti gli effetti territorio veneziano e lo sarà quasi ininterrottamente per quattro secoli.
La formula dell’accordo che lega Vicenza a Venezia è il prototipo di quello che, successivamente, sarà riprodotto nelle dedizioni delle altre città venete. Ognuna avrà proprie peculiarità ma lo schema di fondo resta lo stesso: un patto, frutto di trattative spontanee fra due soggetti politici, che fissa le condizioni di accesso di una comunità all’interno di uno stato. Le due parti non sono omogenee, infatti è la più forte (la Serenissima) che concede a quella più debole alcune autonomie, rispettando le istituzioni locali di origine comunale. La controparte cede in cambio la propria sovranità.
Venezia, in questo modo, creò uno stato nella terraferma (lo Stato da Tera) senza ricorrere all’uso delle armi per estendere il proprio dominio sui nuovi territori.
La Serenissima, dunque, si riservò le massime cariche della città: i due rettori erano il Podestà, in pratica il governatore, e il Capitano, cioè il comandante della milizia. Avevano entrambi un incarico della durata variabile di circa 16 mesi ed erano scelti nel patriziato veneziano. Il denaro pubblico era gestito dalla Camera fiscale, organismo simile alla Fattoria Scaligera. Anche la scelta del vescovo spettò a Venezia, che insediò a Vicenza un religioso veneziano.
L'impostazione governativa "a due" del potere locale, conseguenza diretta della dedizione a Venezia, riprodusse in modo estremamente simile quella delle precedenti dominazioni. Resistettero, infatti, le assemblee rappresentative di origine comunale, in primo luogo il Consiglio Maggiore composto di cinquecento membri, la cui carica era ereditaria e trasferibile. Venezia ripristinò il Consiglio Minore, che aveva duecento appartenenti, e ne introdusse un terzo con ancora più ristretta composizione (quaranta consiglieri).
Rimasero sia gli otto deputati "ad utilia", una sorta di assessori a cui sono affidate i compiti pratici dell’amministrazione, sia i Consoli, che sovrintendono alla Giustizia. La giurisdizione era divisa fra due competenze, quella del Podestà e della sua Corte, e quella – appunto – del Consolato: quattro giureconsulti che dirigono i tribunali civili, detti del Bue, dell’Aquila, del Cavallo e del Pavone. Ai “presidenti” dei Tribunali erano affiancati otto giudici “laici” scelti dal Consiglio Maggiore. Alla città, infine, era concessa la nomina dei vicari che dirigevano gli undici distretti in cui era suddiviso il territorio vicentino.
La Dedizione di Verona alla Repubblica
La dedizione di Verona a Venezia è stata pronunciata il 24 giugno 1405 da una delegazione di Veronesi e corrisponde al giuramento di fedeltà di Verona alla Serenissima; la dedizione avvenne inoltre subito dopo la conquista della città da parte delle truppe veneziane. La dedizione di Verona a Venezia è il giuramento di fedeltà alla Serenissima, pronunciato il 24 giugno 1405 da una delegazione di Veronesi. La dedizione avvenne dopo la conquista della città da parte delle truppe veneziane: Venezia approfittò del malcontento dei Veronesi nei confronti dei Carraresi (e dei disordini in città), che avevano preso ai milanesi la città (ma non la cittadella militare dove era asserragliato Jacopo dal Verme) fingendo di restaurare gli Scaligeri, riuscendo a far penetrare il suo esercito, aiutato in parte dal popolo, e mettendo in fuga l'esercito padovano di Francesco II da Carrara.
Edoardo B., Caterina D., Lucrezia V., 2D (a.s. 23/24), Francesco Miotto (PCTO, a.s. 23-24)