Partire senza un approdo, affidarsi alle stelle che hanno i volti criminali di mercanti senza scrupoli. Vistosi sacchetti di plastica sparsi, pochi fagotti confusi con i neonati appoggiati sulle spalle. Pezzi di legno di barconi galleggianti oltre il limite dell’onda, grida confuse, colori sgargianti.
Invocazioni, gesti disperati, braccia spalancate, parole soffocate. Sagome di adolescenti che affiorano, che si disperdono, che svaniscono come come schiuma lungo le rotte dei motoscafi in fuga.
Teli argentati, dorati, brillano al sole, avvolgono i corpi neri senza vita, come divinità scese tra gli umani e sacrificate. Mare e cielo, il nulla di un orizzonte senza richiami, senza storia: civiltà dissolte sotto il furore dell’angoscia di continenti in movimento. Le piccole avanguardie, braccate, schierate come fantasmi di mondi lontani,
si ritrovano nelle ombre allungate delle figure sulla sabbia, raccolte sugli scogli, disperse nella profondità del silenzio, nei volti stravolti di quanti, per poco, ritornano a sperare. Un conto impossibile che non appartiene alle scienze esatte ma alla contabilità della merce da sfruttare. Tutto ci che sta accadendo è terribilmente inesatto. Le grandi civiltà che da millenni hanno abitato il Mediterraneo non vogliono vedere oltre, chiuse nei loro recinti, al di la dei muri impenetrabili. Itaca, langue, il non luogo ferito, impotente, osserva la fine del mito.
Frammenti di immagini che raccontano.
Pier Paolo Fassetta
testo pubblicato nel catalogo della mostra “Mediterran” Pasinger Fabrik Monaco 2019