Trame fitte di un tessuto reso forte da una fibra naturale che respira, segnata per tutta la sua lunghezza da rilevanti cuciture, nodi a sbalzo, come profonde cicatrici di strappi mal ricomposti.
Vesti che richiamano un tempo di lavoro e sfruttamento o di campi ricoperti di neve recintati da filo spinato dove una moltitudine di Stücke vaga in attesa di una fine pietosa. Un universo di città senza storia, popolate da anonime presenze, rese tali da un sistema di governo criminale finalizzato alla distruzione della persona, alla sua riduzione a cosa, nella esaltazione di una creatività libera di esprimersi ai suoi massimi livelli di perversione. È per tutti un dovere riflettere e ritrovare Auschwitz in ogni luogo cercando nel presente le ragioni di una storia che le immagini, gli oggetti o i ricordi dei sopravvissuti ci pongono dinnanzi come ad un tutto ormai consumato, suscitando in noi la vaga speranza che non si debba più ripetere. Emerge un’estetica del male che in questi luoghi raggiunge una mistica sublimazione. Da qui si deve ripartire per continuare a credere nella forza del riscatto dei singoli destini legati al mistero di una materia che sopravvive alla morte e al disfacimento dei corpi e che sa restituirci il segno tangibile del viaggio verso il sacrificio di massa, ieri come oggi. Rimangono la sapienza antica del tessitore, i gesti lenti di mani forti e abili, in grado di creare un ordito regolare come l’infinita misura della conoscenza che, nel riflettere il tempo dell’esperienza, può trovare le ragioni per opporsi alla barbarie.
Pier Paolo Fassetta
Testo pubblicato sul catalogo della collettiva “Il cielo e la cenere” Brolo Centro d’arte e cultura Mogliano Veneto 2015