E’ il luogo della creazione di un sapere condiviso relativo alla diversabilità in generale, alla Sindrome Autistica soprattutto ed alle sue implicazioni, alle sue molteplici manifestazioni. Questo spazio permette di accostare e rendere meno oscura una dimensione così densa di risonanze emozionali come quella dell’autismo. Tale momento è anche presupposto per una attiva e condivisa programmazione da parte di tutti (trainer ed operatori) di interventi in linea con orientamenti aggiornati della ricerca in merito all’individuazione di fattori eziopatogenetici più esplicativi. Sottolineiamo a riguardo la nostra scelta di attenzionare, in fase iniziale di approccio al caso specifico, l’aspetto dietetico (eliminazione di glutine e caseina dalla dieta del soggetto e somministrazione di pro-biotici) e l’indicazione di esaminare lo stato di salute dell’intestino (accertare la presenza di infiammazioni, ulcere, parassiti) tramite l’anamnesi (sintomatologia riportata dai genitori) e tramite esami specifici (rinviando a Centri specializzati). A questo momento è affidato lo studio e l’affinamento delle tecniche da utilizzare; vogliamo porre l’accento come, coerentemente con il modello guida e l’epistemologia che lo sottende, le tecniche assumono per noi la funzione di “nucleo gravitazionale per convergere l’attenzione, la concentrazione, l’interesse dei due attori (operatore e piccolo utente) ed articolare i bisogni emergenti attraverso la mediazione e modulazione del “fare insieme”. La scelta della specifica attività ha ovviamente una valenza ed una funzione precisa legata alle abilità da insegnare ed agli obiettivi didattici da raggiungere. Nella prima parte di questo studio abbiamo esposto le principali tecniche utilizzate attualmente da chi opera con i soggetti autistici: tali tecniche hanno una matrice (cognitivo-comportamentale) e sviluppano il loro intero corpo operativo coerentemente ai presupposti della matrice teorica. Nel nostro modello, il cui vertice epistemologico e teorico-operativo è la “grammatica della relazione” (Spagnolo Lobb M.), con le articolazioni e vicissitudini del suo accadere nell'incessante tensione che anima ogni forma vivente verso il contatto col non-sè, utilizzare una tecnica di matrice cognitivo-comportamentale (che scandaglia i processi cognitivi in micro-segmenti e che agisce poi con precisione con sequenze di comportamenti da trasmettere per raggiungere una competenza in un determinato ambito comportamentale), può anche non essere in contraddizione col presupposto che ci muove. Crediamo che la scelta contenutistica dell’attività attenga all’ordine del “cosa fare per raggiungere un determinato apprendimento” e il modo in cui si realizza detta attività (che poi coincide con l’epistemologia di fondo e quindi con il modo in cui si leggono i processi) abbia a che fare con il “come farlo per crescere nella competenza di contatto ossia per evolvere globalmente ”. La scelta dell'attività è, quindi, calibrata di volta in volta sulla persona che trattiamo: il punto di partenza è l'analisi delle competenze di base che variano da un individuo all'altro (si utilizza il sapere legato alla didattica personalizzata); la scelta dei comportamenti-abilità da implementare non segue un protocollo prestabilito ma si definisce e focalizza in itinere. I momenti di supervisione di gruppo rivolto agli operatori che trattano lo stesso utente sono luoghi fisici e mentali per sentirsi insieme, portare le proprie risonanze e vissuti relativi al contatto con l'utente stesso, definire insieme, in base a ciò che emerge, dove e come agire, quale mossa vada nel senso della crescita della relazione (operatore-utente) e delle competenze specifiche dell'utente stesso. È il luogo in cui si decide quale comportamento implementare e come. Ricordiamo che per noi è fondamentale che la persona si agganci, si ancori ad un contatto “nutriente”, significativo (relazione operatore-utente) per potere gradualmente raggiungere competenze sempre più complesse sul versante dell’autonomia (sapersi prendere cura di sé a partire dai bisogni primari), e dell’appartenenza (sapere sempre meglio interagire, socializzare). Questo è possibile se si pensa che sia curativo un contatto sereno e nutriente con il nucleo ristretto dei familiari (e questo avviene se i genitori si sentono coinvolti nel trattamento e si mettono in discussione), ma anche la fruibilità della rete allargata dei legami affettivi (intendiamo parenti e amici, le reti di interazione che si possono creare nel quartiere, nei luoghi ricreativi e di incontro) e di una struttura sociale competente che disponga di iniziative di integrazione e scambio dove potere allargare l'orizzonte esistenziale della persona. Ricordo ancora, per una utente adolescente, quale traguardo entusiasmante sia stato sapere comprare il pane da sola (contare i soldi, scegliere il pane, pagare, salutare il cassiere e i commessi) e le grandi implicazioni di questa riuscita su un piano di crescita nel processo dell'intenzionalità di contatto in termini di potenziamento della Funzione Io del Sé (sentire maggiore potere sulle cose, potere programmare e anticipare gli effetti delle sue azioni anche in contesti non immediatamente familiari e conquistare un po' di spazio fuori dalle mura di casa; e sperimentare che l'estraneo non è nemico ma solo sconosciuto). La supervisione degli operatori in chiave Gestaltica E’ lo spazio che connota particolarmente il modello di Gestalt Disability Therapy. Gli operatori che seguono gli utenti portano nel gruppo il resoconto delle attività svolte, i vissuti, le risonanze, le difficoltà incontrate. I supervisori-terapeuti della Gestalt leggono i processi in termini di curva di contatto e in termini di intenzionalità organistica di contatto, danno il sostegno specifico (M. Spagnuolo Lobb,) per ricondurre l'energia nella sua traiettoria originale. Potente si rivela l'utilizzo del piano fenomenologico del racconto: il vissuto vivo sulla pelle, negli organi di senso del racconto tocca nel gruppo le corde vibranti ciascuno degli altri. Ciascuno può dire e condividere la sua angoscia (spesso), il suo sbigottimento, la sua paralisi, la sua impotenza, la sua commozione. Il bambino- utente prende forma attraverso il contributo di tutti ed il supervisore riporta così la precisa sensazione di conoscere e stare a contatto egli stesso con l'utente. Dall'analisi dei processi di ciascuno emerge, oltre alle interruzioni specifiche di ciascun operatore, dove il bambino in quel momento prevalentemente interrompe: ha difficoltà particolari ad “entrare in una figura” cioè a fare emergere un bisogno; la figura è abbozzata ma l'organismo si sente ancora troppo piccolo per un ambiente troppo grande e dominante (quindi poca energia, bisogno di essere sollecitato e accompagnato ad ogni passo); è in proiezione (si agita o arrabbia facilmente, è aggressivo, perde facilmente l'attenzione e la concentrazione, lo si sente vibrare a fior di pelle retroflette (l'operatore sente che "sta per incontrarlo ma poi non succede). Per chi conosce la Gestalt Therapy è quindi facile intuire quale patrimonio, dopo una supervisione così concepita e strutturata, l'operatore porti con sé da spendere quando incontrerà nuovamente il suo utente. Gli operatori riportano e lavorano anche con i vissuti relativi all'ambiente familiare dell'utente stesso: rispetto a come essi stessi sentono di essere percepiti dai familiari (aspettative, aggressività, accoglienza, solidarietà, rigidità in base anche al momento del processo dei genitori) ed anche rispetto a come percepiscono il spiegarsi dell’intenzionalità relazionale genitori-figlio (clima familiare, particolari interruzioni, paura, solidarietà). Questo aspetto è da attenzionare e motiva fortemente la scelta metodologica secondo la quale i genitori devono essere disposti ad entrare in un processo psicoterapico: se ciò non accadesse, il rischio di sovraccarico da richieste implicite dell'operatore da parte del genitore in termini di aspettative, di richiesta di contenimento e di cura anche per se stesso, oppure di delega totale del bambino e del suo destino all'operatore stesso sarebbe altissimo con conseguente compromissione dell'operato del professionista. Psicoterapia in gruppo per i genitori Questo spazio, per i motivi su menzionati, si rivela alleato prezioso per la riuscita del trattamento. La psicoterapia dei genitori avviene con i terapeuti e con il gruppo degli operatori. Dopo un momento spesso iniziale di resistenza dovuto alla paura di destabilizzare un equilibrio, i genitori che vanno in terapia hanno l'occasione di esprimere e condividere vissuti di dolore, di angoscia, di solitudine, di inadeguatezza, di rabbia, di impotenza che tendono a non manifestare nel corso della loro vita. Il potersi esprimere e sapere che altri vivono condizioni interiori ed esterne similari porta un vissuto di alleggerimento. Alto valore terapeutico ha potere esprimere le proprie difficoltà in rapporto al figlio e ricevere una lettura del processo relazionale che individui i punti di interruzione con conseguente sostegno specifico (Margherita Spagnuolo Lobb, 1990). I piani che si intrecciano sono quindi: a) il genitore può esprimersi e trovare contenimento nei terapeuti ma anche negli operatori che seguono il figlio avendo come effetto anche un rinsaldarsi del legame di fiducia operatore- genitore. b) la terapia aiuta il genitore gradualmente a sentirsi in parte sgravato motivamente ma più competente nella difficoltà che può incontrare e nella sua possibilità di entrare in relazione con il figlio. c) il piano della crescita personale nel proprio processo. L’autismo: una spiegazione gestaltica All’interno dello schema che rappresenta la curva di contatto dove si evidenziano le differenti psicopatologie in base all'età evolutiva di insorgenza e alle modalità preponderanti di interruzione del contatto, l’autismo si dovrebbe collocare all'inizio del primo segmento della curva, cioè all'inizio della fase del pre-contatto e nel dominio della funzione ES (corporea). L'interruzione della crescita verso il contatto pieno avverrebbe nella modalità confluente ossia quando ancora vi è una preponderanza di aspetti fusionali del sé. È la più precoce delle psicopatologie e, pertanto, la più grave poiché, come sa chi ha modo di conoscere soggetti autistici, la sensazione che il soggetto rimanda è di viaggiare su codici ignoti e una sensazione pervasiva di profonda incomunicabilità. Ma a differenza delle psicosi fusionali dove si intravede un “noi”, con l’autistico la sensazione è che non ci sia stato neppure il “noi”. Un'ampia letteratura ci sostiene per affermare che, attraverso la cura e la devozione del genitore, il dialogo-interazione incessanti ed intensi che da subito connotano le relazioni con le figure significative, il bambino “nasce" psicologicamente, prende forma, viene invitato ad esserci. Dallo sfondo di una confluenza prevalente (intrauterina e primi mesi di vita) va verso una sempre maggiore differenziazione di sé dall'Altro con le vicissitudini che tale processo implica (G. Salonia, 2001). La cecità sociale di cui parla Bahron Cohen (Cohen S.B.,1997) apre a profonde riflessioni, ampiamente supportate dalla fenomenologia dell’autismo, sul destino degli umani a cui manca la possibilità di entrare in contatto con il simile: il bambino diviene umano nel senso che, nascere immerso in una fitta trama relazionale (fisica e simbolica) umana, lo avvia e lo radica (Erikson E.H., 1982) nel tessuto della specie umana, lo informa e lo attiva a risuonare e crescere secondo i codici bio-psichici degli umani. Una sana confluenza significa che nello sviluppo del bambino c’è una presenza che contiene e che rende possibile il formarsi del senso dell’unità corporea e temporale (G. Salonia 2001). In particolare, nella confluenza primaria (primi cinque-sei mesi di vita) dove, si suppone, ci sia un’alternanza di vissuti autistici e di senso del sé emergente (Salonia 1989), ed i confini dell’io non si sono costituiti è fondamentale che la madre si renda disponibile ad_una confluenza (Spagnolo Lobb M., 1988) che àncori il bambino, che offra quel contenimento e quel rispecchiamento - il bambino si percepisce a partire e attraverso gli occhi della madre che lo guardano - necessari perché possa radicarsi nel proprio corpo e non essere schiacciato da quelle Winnicott (1970) chiama agonie primitive (cadere per sempre, andare in pezzi), L’autismo sembra per eccellenza l’impossibilità ad entrare in contatto con l’ambiente. Non entriamo più nel merito della complessità delle possibili concause; possiamo dire però che, quando il bambino si pone, si relaziona e cresce secondo una traiettoria prevedibile per l'intuito genitoriale, il genitore (in condizioni ordinarie e quando egli stesso non ha grosse interruzioni del contatto nel suo processo) non avverte di procedere con grandi difficoltà o impedimenti; il tessuto relazionale genitore figlio si dipana in modo tale che il figlio cresce secondo natura e il genitore lo sostiene sentendo il tutto commisurato alle sue forze. Il problema si pone quando il bambino non risponde secondo una traiettoria prevedibile (almeno dall'intuito genitoriale). Sia per la Sindrome Autistica, che per altre patologie che alterano i processi maturativi cognitivo-affettivi le cause possono essere molteplici, (genetiche, congenite, traumatiche, tossiche) come già esaminato; superata l'idea che l'origine possa essere psico-relazionale, la nostra è che la madre possa divenire fredda: possiamo dire che la freddezza, lo sbigottimento, l'angoscia possano essere le reazioni del genitore di fronte a un bambino che non interagisce, non risponde o è poco intenso nella risposta/interazione, o che non ha mai iniziative legate alla richiesta di cure; ciò, a sua volta, complica l’apertura al mondo da parte del bambino. L'idea è che l'angoscia che un bambino autistico ingenera nel genitore possa essere tale che il genitore (la madre) interrompa i momenti sani e nutrienti di confluenza per paura di essere risucchiata, ingoiata in qualcosa che è sentito come un “non- senso” troppo pauroso e, pertanto, si ritragga lasciando prematuramente solo il bambino. La solitudine (l’isolamento) del bambino autistico evoca una sconfinata notte senza stelle. Alle gravi difficoltà che tale bambino mostra ad andare verso l'altro si aggiunge, inesorabilmente, una sofferta, carente o assente chiamata da parte del genitore verso il figlio ad “esserci con” intesa come condizione originaria ed ermeneutica della condizione umana (Salonia G.,2001), proprio a causa del fatto che tale bambino richiede una forza psichica e una fiducia nella vita spesso troppo grandi per il genitore stesso. Ma non c'è un soggetto autistico uguale ad un altro: vi sono differenze qualitative tre soggetti legate ai modi unici che ciascun individuo ha di relazionarsi con l'ambiente ed alle diverse caratteristiche legate ai differenti ambienti. Per l’equipe dei professionisti che ha osservato lungamente più bambini autistici in trattamento alla Mc Carton di New York, ma anche nella nostra esperienza, risulta chiaro che l'ambiente accogliente, ricettivo, capace di sintonizzarsi con i bisogni e le emergenze intenzionali del bambino crea le condizioni affinché il bambino esca da quello stato di indifferenziazione per mostrare una certa capacità di rispondere e chiedere. Il contatto con soggetti autistici in fase di chiusura spesso veicola la sensazione che il soggetto “ci sia”, di una presenza densa. Tale presenza, tuttavia, è come se viaggiasse su codici comunicativi e sensoriali tanto diversi da quelli abituali da non poter essere colta con gli strumenti ordinari. La sensazione è che il bambino aspetti soltanto di essere agganciato per potere emergere: il fatto che non si sia formata la competenza di contatto non significa che sia stata bruciata l’intenzionalità di contatto (Salonia G.,2001).