consigli di lettura
consigli di lettura
Pagine straordinarie che ci permettono di entrare nelle infinite sfaccettature degli affetti e di comprendere come aprire all’altrə non riduce ma amplifica l’amore.
«Quello che Murgia mette in atto in queste centoventotto pagine è un magistrale esercizio di ars maieutica, con il quale si propone e ci propone di “interrogare fecondamente” le cose, al fine di generare, o meglio dare vita, a coscienze libere in grado di spaziare oltre i confini imposti dall’alto e che trovino nell’Altro la possibilità di un dialogo aperto e sempre inclusivo.» - Elsa Manes per Maremosso
Si può essere madri di figlie e figli che si scelgono, e che a loro volta ci hanno scelte? Si può costruire una famiglia senza vincoli di sangue? La risposta è sì. La queerness familiare è ormai una realtà, e affrontarla una necessità politica, come lo è quella di un dialogo lucido e aperto sulla gestazione per altrə, un tema che mette in crisi la presunta radice dell’essere donne. Interrogarci, discutere intorno a questa radice significa sfidare il concetto di normalità e naturalità a cui siamo abituati. Michela Murgia lo ha fatto per anni, nei suoi libri e sui social, e nelle ultime settimane di vita ha raccolto i suoi pensieri per donarci questo pamphlet densissimo e prezioso, in cui ci racconta – partendo dall’esperienza personale – un altro modello di maternità, come si possa dare la vita senza generare biologicamente, come i legami d’anima possano sommarsi ai legami di sangue.
Le parole di un padre che ha scelto di non restare in silenzio. Un appello potente alle famiglie, alle scuole e alle istituzioni. Il libro è parte di un progetto più ampio a sostegno delle vittime di violenza di genere.
Dal giorno dei funerali della figlia Giulia, Gino Cecchettin ha scelto di condividere il proprio dolore cercando di affrontarlo e renderlo costruttivo perché possa essere di aiuto alle giovani e ai giovani del nostro Paese. In questo libro, attraverso la storia di Giulia, si interroga sulle radici profonde della cultura patriarcale della nostra società.
«Tu in questi giorni sei diventata un simbolo pubblico», scrive Gino Cecchettin alla figlia Giulia e a quanti vorranno ascoltare le sue sofferte parole di impegno, di consapevolezza e di coraggio. «Sei la mia Giulia e sarai per sempre la mia Giulia. Ma non sei più solo questo. Tu dopo quanto è successo sei anche la Giulia di tutti, quella che sta parlando a tutti. E io sento forte il dovere di manifestare al mondo che persona eri e, soprattutto, di cercare attraverso questo di fare in modo che altre persone si pongano le mie stesse domande».
Nonostante i suoi settantuno anni, ogni giorno il libraio Carl Kollhoff parte per il suo “giro”; infatti è addetto alla consegna a domicilio dei libri ordinati dai suoi clienti più speciali. Lettori voraci che sono diventati suoi amici e che lui chiama come i personaggi dei grandi classici della letteratura: da Mr Darcy, un vecchio cliente che vive da solo in una grande villa, al dottor Faust, che legge solo saggi storici, passando per Jane Eyre, la signora Calzelunghe, Ercole e molti altri. Ma una sera, durante il suo percorso attraverso il centro della città, sbuca al suo fianco una bambina dai ricci scuri, col viso pieno di lentiggini. Ha nove anni e dice di chiamarsi Schascha, indossa un cappotto giallo e occhiali da aviatore su un casco di cuoio. Ignorando la reazione infastidita e un po' burbera di Carl, lei continua a tornare e, ogni volta un po' di più, comincia a incrinare la rigida routine dell'anziano e a fargli mettere in discussione le sue idee sulla vita. Quando Carl perde inaspettatamente il lavoro, servirà la forza delle storie e di una bambina un po' petulante perché tutti i personaggi coinvolti, compreso lui, trovino il coraggio di superare i loro problemi e di aiutarsi a vicenda. Una fiaba senza tempo, un romanzo sensibile e poetico sul magico potere che i libri hanno di mettere in contatto le persone
Libro incluso nella cinquina finalista del Premio Strega 2023
Libro vincitore del Premio letterario nazionale per la donna scrittrice - Premio speciale della giuria 2023, del Premio Asti d'Appello 2023 e del Premio Letterario Internazionale Casinò di Sanremo - Antonio Semeria 2023 - Narrativa
Dall’autrice del bestseller internazionale Le assaggiatrici, premio Campiello 2018, un romanzo epico e intimo, ispirato a una storia vera. L’avventura di una ragazza e due ragazzi cui il destino ha tolto tutto, ma che senza nemmeno saperlo finiranno per salvarsi l’un l’altro la vita.
Omar ha dieci anni e passa le giornate alla finestra sperando che sua madre torni: da troppi giorni non viene, e lui non sa più nemmeno se è viva. Suo fratello gli strofina il naso sulla guancia per fargli il solletico, ma non riesce a consolarlo. Senza la madre il mondo svapora. Solo Nada lo calma, tenendolo per mano: soltanto lei, con i suoi occhi celesti, è per Omar un desiderio. Ha undici anni, sulla fronte una vena che pulsa se qualcuno la fa arrabbiare, e un fratello, Ivo, grande abbastanza da essere arruolato. Nada e Omar sono bambini nella primavera del 1992, a Sarajevo.
Per allontanarli dalla guerra, una mattina di luglio un pullman li porta via contro la loro volontà. Se la madre di Omar è ancora viva, come farà a ritrovarlo? E se Ivo morisse combattendo? In viaggio per l’Italia, lungo strade ridotte in macerie, Nada conosce Danilo, che ha mani calde e una famiglia, al contrario di lei, e che un giorno le fa una promessa.
Nessuna infanzia è spensierata, ciascuno di noi porta con sé le sue ferite, ma anche quando ogni certezza sembra venire meno, possiamo trovare un punto fermo attorno al quale far girare tutto il resto.
Mi limitavo ad amare te entra nelle fibre del lettore colpendo quel punto come una freccia. Ispirato a una storia vera, è un romanzo di ampio respiro, di formazione, di guerra e d’amore, che si colloca a pieno titolo nella tradizione del grande romanzo europeo. Con la sua scrittura precisa e toccante, Rosella Postorino torna a indagare le nostre questioni private, quelle che finiscono per occupare il centro dei pensieri e delle azioni degli esseri umani anche nel mezzo dei rivolgimenti storici più scioccanti. Così, mentre infuria il conflitto che per primo in Europa ha spezzato una lunga pace, ecco che ci interroghiamo sull’“inconveniente di essere nati”. Come si diventa grandi quando da piccoli si è stati amati malamente? E chi può mai dire di essere stato amato come e quanto avrebbe voluto? Nada, Omar e Danilo scoprono presto nel legame che li unisce, e che li spinge a giurarsi fedeltà eterna oppure a tradirsi, la più grande risorsa per una possibile salvezza.
Proposto da Nicola Lagioia al Premio Strega 2023 con la seguente motivazione:
«Nell’ultima decade del Novecento ci siamo cullati nell’illusione che la Storia, intesa come catena ininterrotta di atrocità, violenze e prevaricazioni – «uno scandalo che dura da diecimila anni», diceva Elsa Morante – fosse finita. Eppure bastava guardare alla ex Jugoslavia, al di là dell’Adriatico, per avere la conferma del contrario: una guerra rimossa in tempo reale trent’anni fa, e dimenticata poi. Con Mi limitavo ad amare te, Rosella Postorino decide di tornare a quei tempi tutto sommato recenti, e a quel conflitto, proprio mentre un’altra guerra (qui c’è il potere anticipatorio di certi scrittori) torna a scuotere l’Europa. Nel suo romanzo, Postorino pratica con grande sensibilità e forza narrativa una lezione letteraria sempre valida: i veri testimoni del tempo sono le sue vittime, chi porta addosso le cicatrici della Storia ne è il testimone più attendibile. Ma i testimoni di questo tipo quasi sempre non hanno voce, e così la letteratura svolge un fondamentale ruolo vicario: raccontare per chi non può farlo. Poiché la forma romanzesca, per sua natura, è tuttavia in grado di giocare contemporaneamente più partite, ecco che quello di Postorino, oltre che un romanzo storico, riesce a essere anche un toccante romanzo famigliare e di formazione, capace di farci riflettere e scuoterci nel profondo. Le vicende dei protagonisti diventano le nostre in poche pagine. Il premio Strega può essere un’ottima occasione perché Mi limitavo ad amare te entri al meglio nel dibattito letterario di quest’anno.»
Un'isola bretone, la campagna del Devon e un paese della Sicilia. Dal racconto delle proprie radici, ai viaggi in Australia, Africa e Asia, fino alla navigazione sul grande fiume Mekong, le fotografie di John Winslow ritraggono la realtà di un mondo in trasformazione. Alla storia del reporter si affiancano quella di Rahul, un giovane biologo indiano, quella di Camille, un'infermiera della Costa d'Avorio, e quella di July, una giornalista americana. La loro amicizia, iniziata a Parigi, si manterrà solida nel tempo resistendo alla grandi distanze che li dividono. Grazie ai suoi scatti e alle sue parole, John documenta gli ultimi paradisi naturali, gli effetti della crisi ecologica globale, l'emarginazione dei popoli nativi, il nuovo colonialismo. Durante i suoi viaggi incontra un marinaio filosofo, uno sciamano aborigeno e un maestro spirituale che gli lasciano un insegnamento: una visione della vita di cui dovrà tenere conto prima di intraprendere il suo ultimo viaggio verso occidente.
Disuguaglianza, mercati globali, commercio dei carburanti fossili, crisi migratorie: Amitav Ghosh ci obbliga a riflettere, a uscire dalla nostra comfort zone mentale per guardare a questi temi in modo nuovo.
È una delle spezie più note in cucina, un tempo preziosissima e quasi introvabile se non nei semi di una pianta che cresceva solo in una manciata di minuscole isole perse tra l’Oceano Indiano e il Pacifico. La storia della noce moscata è una storia di conquista e sfruttamento – dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente naturale – che nelle pagine di un grande scrittore impegnato nei temi ambientali come Amitav Ghosh diventa metafora della potenza devastatrice del colonialismo occidentale e delle sue irreversibili conseguenze che arrivano fino ai giorni nostri. Perché nel vero e proprio genocidio perpetrato dagli olandesi all’inizio del Seicento ai danni della popolazione indigena delle isole Banda, come in tante situazioni analoghe, oltre alla popolazione è andata distrutta la preziosa tradizione autoctona della comunione armoniosa con la natura. Se oggi il nostro futuro come specie è in pericolo, dobbiamo ricercarne le cause a partire dalla scoperta del Nuovo Mondo e dall’apertura delle rotte commerciali attraverso l’Oceano Indiano. In ultima istanza dunque la crisi climatica odierna ha origine da un ordine geopolitico inaugurato dai colonizzatori del Primo mondo, da una visione utilitaristica delle terre di conquista, dove la natura esiste solo come risorsa da sfruttare e non come entità viva e indipendente dall’umanità.
Un romanzo sul cupio dissolvi di due uomini prepotenti, sulla vendetta che non ripristina giustizia, sul ciclo inesorabile e ripetitivo dell'oppressione di una provincia emarginata che non è altro che l'immensa, isolata provincia in cui tutti viviamo.
Nella cameretta di Samantha spicca appeso al muro il poster di una donna lupo, «capelli lunghi, occhi gialli, un corpo da mozzare il fiato, gli artigli al posto delle unghie», una donna che non si arrende davanti a nulla e sa difendersi e tirare fuori i denti. Samantha invece, a 17 anni, ha raccolto nella vita solo tristezze e non ha un futuro davanti a sé. Non è solo la povertà della famiglia; è che la gente come lei non ha più un posto che possa chiamare suo nell'ordine dell'universo. Lo stesso vale per tutti gli abitanti di Colle San Martino: vite a perdere, individui che, pur gomito a gomito, trascinano le loro esistenze in solitudine totale, ognuno con i suoi sordidi segreti, senza mai un momento di vita collettiva, senza niente che sia una cosa comune. Sul paese dominano, rispettivamente dall'alto del palazzo padronale e dal campanile della chiesa, Cicci Bellè, «proprietario di tutto», e un prete reazionario, padre Graziano. I due si odiano e si combattono; opprimono e sfruttano, impongono ricatti e condizionamenti. Cicci Bellè prova un solo affetto, per il figlio Mariuccio, un ragazzone di 32 anni con il cervello di un bambino di 5; padre Graziano porta sempre con sé il nipote Faustino, bambino viziato, accudito da una russa silenziosa, Ljuba. Samantha non ha conforto nel ragazzo con cui è fidanzata, nemmeno nei conformisti compagni di scuola; riesce a comunicare solo con l'amica Nadia. Tra squallide vicende che si intrecciano dentro le mura delle case, le sfide dei due prepotenti e i capricci di un destino tragico prima abbattono la protagonista, dopo le permettono di vendicarsi della sua vita con un colpo spregiudicato, proprio come una vera donna lupo; un incidente, un grave lutto, un atto di follia, sono le ironie della vita di cui la piccola Samantha riesce ad approfittare. La penna di Antonio Manzini, che ha descritto un personaggio scolpito nella memoria dei lettori come Rocco Schiavone, raffigura individui e storie di vivido e impietoso realismo in un noir senza delitto, un romanzo di una ragazza sola e insieme il racconto corale di un piccolo paese. Una specie di lieto fine trasforma tutto in una fiaba acida. Ma dietro quest'apparenza, il ghigno finale della donna lupo fa capire che La mala erba è anche altro: è un romanzo sul cupio dissolvi di due uomini prepotenti, sulla vendetta che non ripristina giustizia, sul ciclo inesorabile e ripetitivo dell'oppressione di una provincia emarginata che non è altro che l'immensa, isolata provincia in cui tutti viviamo.
Come accade che il tempo che abbiamo vissuto diviene la nostra vita? È questo il nodo affrontato da Gli anni, romanzo autobiografico e al contempo cronaca collettiva del nostro mondo dal dopoguerra a oggi, nodo sciolto in un canto indissolubile attraverso la magistrale fusione della voce individuale con il coro della Storia. Annie Ernaux convoca la Liberazione, l'Algeria, la maternità, de Gaulle, il '68, l'emancipazione femminile, Mitterrand; e ancora l'avanzata della merce, le tentazioni del conformismo, l'avvento di internet, l'undici settembre, la riscoperta del desiderio.
Scandita dalla descrizione di fotografie e pranzi dei giorni di festa, questa «autobiografia impersonale» immerge anche la nostra esistenza nel flusso di un'inedita pratica della memoria che, spronata da una lingua tersa e affilatissima, riesce nel prodigio di «salvare» la storia di generazioni coniugando vita e morte nella luce abbagliante della bellezza del mondo.
Un'indagine nella storia, nei luoghi, tra i personaggi dell'ultima grande dinastia reale alla ricerca dell'Elisabetta segreta.
Quando Elisabetta salì al trono, nel 1952, Truman governava gli Usa e Stalin guidava l'Urss.
Sette decenni più tardi, dopo la fine dell'Impero britannico, il crollo del comunismo, diverse tragedie collettive e da ultimo perfino la peggiore pandemia da un secolo in qua, lei è ancora al suo posto, anacronistica nei suoi completi pastello come nella sua rigida etichetta, impassibile di fronte alle tempeste e agli scandali che si sono accumulati nella vita della famiglia reale: dai vari divorzi alla morte di Diana, dai sex affair del principe Andrea alla ribellione di Harry e Meghan. Se gli avvenimenti sollevano più di un interrogativo sulla sopravvivenza della Corona, è innegabile però che la regina, dopo aver consacrato la sua lunga vita alla monarchia, sia ormai universalmente il simbolo del suo Paese. A lei, che ben pochi possono vantarsi di conoscere, Antonio Caprarica ha dedicato un'indagine penetrante e documentatissima, seguendone la storia fin dalla nascita e dal ribaltamento della linea dinastica che le regalerà la corona dopo l'abdicazione di Edoardo VIII, le cui simpatie naziste preoccupavano gli ambienti politici non meno del suo legame con la divorziata Wallis Simpson. In ciascuna delle tappe il giornalista, il maggiore esperto italiano della Casa Reale, va alla ricerca dell'Elisabetta segreta, dei sentimenti, dei sogni, dei tormenti nascosti dietro la maschera offerta ai sudditi e ai media nelle situazioni ufficiali. Un'occasione per ripercorrere i momenti più significativi di un regno punteggiato di record e per avvicinare, attraverso un racconto appassionante, una donna straordinaria che, qualunque sarà la sorte della dinastia, sarà regina.
A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d'Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole arrischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo.
Qualcosa in effetti è successo, qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per un puro accidente, la sovrana ha scoperto la lettura di quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali effetti sul suo entourage, sui suoi sudditi, sui servizi di security e soprattutto sui suoi lettori lo scoprirà solo chi arriverà all'ultima pagina, anzi all'ultima riga.
Vincitore del Premio Campiello 2022 - Premio Bagutta Opera Prima 2022 - Premio Salerno Letteratura 2022
Questa è la lunga vita di una faina, raccontata di suo pugno. Fra gli alberi dei boschi, le colline erbose, le tane sotterranee e la campagna soggiogata dall'uomo, si svela la storia di un animale diverso da tutti. Archy nasce una notte d'inverno, assieme ai suoi fratelli: alla madre hanno ucciso il compagno, e si ritrova a doverli crescere da sola. Gli animali in questo libro parlano, usano i piatti per il cibo, stoviglie, tavoli, letti, accendono fuochi, ma il loro mondo rimane una lotta per la sopravvivenza, dura e spietata, come d'altronde è la natura. Sono mossi dalle necessità e dall'istinto, il più forte domina e chi perde deve arrangiarsi.
È proprio intuendo la debolezza del figlio che la madre baratta Archy per una gallina e mezzo. Il suo nuovo padrone si chiama Solomon, ed è una vecchia volpe piena di segreti, che vive in cima a una collina. Questi cambiamenti sconvolgeranno la vita di Archy: gli amori rubati, la crudeltà quotidiana del vivere, il tempo presente e quello passato si manifesteranno ai suoi occhi con incredibile forza. Fra terrore e meraviglia, con il passare implacabile delle stagioni e il pungolo di nuovi desideri, si schiuderanno fra le sue zampe misteri e segreti. Archy sarà sempre meno animale, un miracolo silenzioso fra le foreste, un'anomalia. A contraltare, tra le pagine di questo libro, il miracolo di una narrazione trascinante, che accompagna il lettore in una dimensione non più umana, proprio quando lo pone di fronte alle domande essenziali del nostro essere uomini e donne. I miei stupidi intenti è un romanzo ambizioso e limpido, ed è stato scritto da un ragazzo di soli venticinque anni. Come un segno di speranza, di futuro, per chi vive di libri.
Berta Isla ha sposato Tomás Nevinson nel maggio del 1974, nella chiesa di San Fermín de los Navarros, vicino alla scuola che entrambi hanno frequentato e dove si sono incontrati la prima volta. Lo ha sposato dopo essere stata la sua ragazza per anni senza mai fare l'amore con lui (perché tra buoni borghesi innamorati si usava cosí). Lo ha sposato conoscendolo da sempre, convinta di aver trovato il suo destino, ma senza sapere nulla di lui, nulla che fosse davvero importante.
Eppure Tomás qualcosa di davvero importante lo stava nascondendo e non avrebbe mai potuto dirlo, a lei come a nessun altro. Qualcosa che avrebbe condizionato la sua esistenza e quella di sua moglie, per sempre. Berta Isla è la storia di un amore imperfetto, come lo sono tutti. Di una relazione che si regge in fragile equilibrio sul segreto, su quanto non si vuole o non si può dire. Perché nessuno come Marías sa mostrare il lato oscuro e insieme quello luminoso del sentimento, nessuno meglio di lui sa che ogni cuore che batte è un mistero, persino per il cuore che gli sta piú vicino.
La periferia romana dove sorge la scuola che è al centro di questo romanzo è la Rebibbia raccontata da Zerocalcare. Nel liceo si parla romano, e le aule sono abitate da strani esseri viventi: alcuni disegnati sui muri, alcuni umani ma dalle cui bocche escono suoni incomprensibili alla professoressa, che non ha mai pensato di avere la vocazione all'insegnamento e invece ce l'ha, solo che non è una vocazione, è un mestiere.
La professoressa, infatti, non ama la vocazione, ama l'inglese. La professoressa è un'intellettuale. La professoressa ha studiato in Italia e all'estero. La professoressa cammina, cammina, cammina perché Roma è grande e perché camminando pensa. Gli studenti e le studentesse, invece, non camminano, vanno in motorino o in macchina, e non studiano. Gli studenti e le studentesse - e tutti lo siamo stati - sanno valutare, pesare le persone che siedono dietro la cattedra e, nonostante non abbiano voglia di aprire i libri, sentono, piano piano, il desiderio di capire la professoressa, e di esserne capiti. Danilo Dolci ha scritto che si cresce solo se sognati, e l'autrice di questo romanzo chiosa che si può crescere anche se sei l'incubo di qualcuno. Tra i professori di Frank McCourt e Domenico Starnone, passando per gli studenti in piedi sul banco nell'Attimo fuggente, sta la professoressa di Gaja Cenciarelli, convinta sì che la cultura sia qualcosa di quotidiano, convinta sì che certe parole dialettali o certe squadre di calcio, certe sigarette fumate insieme agli studenti prima che la lezione cominci facciano parte del lavoro di chi insegna e di quello di chi impara, ma disillusa che l'istruzione possa - come si sente dire spesso - salvare il mondo. Ciò nonostante, in questo romanzo di Shakespeare e spaccio, la professoressa il mondo lo salva. Perché il mondo è le persone che incontriamo. Specialmente a scuola.
È solo un triangolo di terra delimitato dal fiume Adda, lo si può abbracciare con uno sguardo. Ma, nel 1877, agli occhi di Cristoforo Crespi rappresenta il futuro. Lui, figlio di un tengitt, di un tintore, lì farà sorgere un cotonificio all'avanguardia e, soprattutto, un villaggio per gli operai come mai si è visto in Italia, con la sua chiesa, la sua scuola, case accoglienti con giardino. Si giocherà tutto quello che ha, Cristoforo, per realizzare quel sogno. I soldi, la reputazione e anche il rapporto col fratello Benigno, ammaliato dalle sirene della nobiltà di Milano e dal prestigio di possedere un giornale.
Per Cristoforo, invece, ciò che conta è produrre qualcosa di concreto e cambiare in meglio la vita dei suoi operai. E la vita della giovane Emilia cambia il giorno in cui si trasferisce nel nuovo villaggio. Figlia di uno dei più fedeli operai dei Crespi, e con una madre tormentata da cupe premonizioni del futuro, Emilia è spettatrice della creazione di un mondo autosufficiente al di qua del fiume, e la sua esistenza, nel corso degli anni, si legherà ineluttabilmente a quella degli altri abitanti di Crespi d'Adda. Come la famiglia Malberti, l'anima nera del villaggio, o gli Agazzi, idealisti e ribelli. Con loro, Emilia vive i piccoli e grandi stravolgimenti di quel microcosmo e affronta le tempeste della Storia: i moti per il pane del 1898, la prima guerra mondiale, le sollevazioni operaie… Tuttavia il destino farà incrociare la sua strada anche con quella di Silvio Crespi, erede dell'azienda e della visione del padre Cristoforo. Nonostante l'abisso sociale che li divide, tra i due s'instaura un rapporto speciale che resisterà nel tempo, e sarà Emilia il sostegno di Silvio nel momento in cui i Crespi – forse diventati troppo ricchi, troppo orgogliosi, troppo arroganti – rischieranno di perdere tutto. Fino all'avvento del fascismo, quando il villaggio Crespi, come il resto del Paese, non sarà più lo stesso.
Una sera a Roma, accarezzata dal Ponentino. Alla fine del turno mancherebbero due ore, ma per Debora Camilli, la tassista più insubordinata di Roma, la tentazione di staccare prima per concedersi uno Spritz è fortissima. Purtroppo dall'autoradio la voce perentoria dell'impiegata della cooperativa la richiama all'ordine: c'è una chiamata in zona, Siena 23, al Lungotevere Flaminio, poche storie! Appena svolta sul Lungotevere, un'onda di adrenalina la invade: la luce intermittente delle volanti ha su Debora un effetto potentissimo.
A bordo di una di quelle auto avrebbe potuto esserci lei, se solo avesse continuato l'apprendistato da ispettrice... Ma non è serata per bilanci e tristezze: un cadavere è stato ripescato nel Tevere, senza documenti. Capire di chi si tratta e come è finito nel fiume è la cosa più importante. Non resta che andare in cerca del commissario Raggio, che nel frattempo è stato promosso alla Omicidi. Quando si rincontrano, l'attrazione è fortissima ma gli ostacoli che li dividono anche. E per entrambi i doveri dello sbirro vengono prima di ogni cosa. A breve si scoprirà l'identità del morto: Guido Dantice, un promettente restauratore. Mentre Debora dà inizio con la consueta grinta alle indagini informali a partire dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e si inoltra nell'ambiente affascinante e spietato dell'arte, Raggio scopre che a sovraintendere al caso è la pm Caterina Carrano, una sua vecchia fiamma...
Dalla fine dell'Urss al grave deterioramento dei rapporti con l'Occidente. Trent'anni di politica del Cremlino descritti da un protagonista d'eccezione. Un testo fondamentale per comprendere le dinamiche che hanno portato all'attuale drammatica crisi internazionale. Sin dalla caduta dell'Unione Sovietica, Mosca ambisce a riaffermarsi come protagonista sullo scacchiere globale. In questo trentennio, tuttavia, le sue posizioni sono sempre state poco note e spesso distorte in Occidente. Il testo di Aleksej Puskov colma quindi un vuoto nel panorama editoriale italiano, consentendo al lettore di conoscere, senza mediazioni, il punto di vista russo su questioni cruciali come allargamento della Nato, Siria, questione ucraina, politiche commerciali e dossier energetico. Puskov è un testimone d'eccezione della politica russa, sin da quando, giovanissimo, iniziò a lavorare nello staff del presidente Gorbacëv. Politico influente, con molte legislature alle spalle nei due rami del Parlamento, è uno dei maggiori esperti russi di affari internazionali. Con un'analisi tanto chiara quanto profonda e rigorosa, l'autore offre uno spaccato dell'evoluzione della società e della classe politica del suo paese: dalla caduta dell'Urss ai drammatici anni Novanta di El'cin, dall'ascesa di Putin fino al recente deterioramento dei rapporti con l'Occidente, poi sfociato nella sanguinosa guerra in Ucraina. Prefazione di Paolo De Nardis.
Questo è il romanzo avventuroso dell’evoluzione umana. Una storia che nessuno scrittore avrebbe immaginato così sorprendente. Le ultime scoperte scientifiche hanno infatti rivoluzionato le nostre idee sulla storia naturale di Homo sapiens. Facendo dialogare biologia evoluzionistica, paleoantropologia, genetica ed ecologia in una sorta di avvincente biografia familiare, Telmo Pievani va alla scoperta della molteplicità delle specie umane vissute negli ultimi sei milioni di anni e della complessità del popolamento sulla Terra, nella convinzione che non si possa comprendere a pieno il significato dei processi di globalizzazione contemporanei senza una loro collocazione nel tempo profondo della planetarizzazione della nostra specie. Per capire da dove veniamo e, forse, dove andiamo, in un libro in cui scienza e scrittura letteraria si mescolano fin dalla prima pagina.
Il commissario Pietro Gastaldi si sente già in pensione quando vengono scoperte tre donne africane impiccate a un ontano in riva al Po, vicino a Piacenza, in una mattinata di nebbia. Una delle tre, giovanissima, è ancora viva, aggrappata ai cadaveri delle altre. Le indagini imboccano la pista del regolamento di conti fra bande che sfruttano la prostituzione. Eppure Gastaldi non è convinto. C'è un eccesso di ferocia in quel delitto che oltrepassa la razionalità criminale. «Gli alberi del Nord portano strani frutti», la versione deformata di una canzone resa celebre da Billie Holiday, sui linciaggi degli afroamericani negli Stati Uniti del Sud, risuona nella mente del commissario. Ora sono gli alberi del Norditalia a essere carichi dei frutti del razzismo.
E il commissario Gastaldi ha raccolto uno di quei frutti che ancora respira. Purtroppo la superstite non è in grado di testimoniare, neppure quando riprende conoscenza, perché parla una lingua ignota, che appartiene a un gruppo etnico estinto. Stavolta Gastaldi, che per gran parte della sua carriera è riuscito a tenersi alla larga da inchieste pericolose, non può sottrarsi alla responsabilità di dare giustizia alla ragazza sopravvissuta, intrappolata in una lingua che nessuno capisce. Vorrebbe tanto fare il nonno, dedicarsi a coltivare l'intelligenza precoce del nipote Ettore, ristrutturare la casa di suo padre sulle Alpi e starsene lontano dalla Pianura Padana il più possibile. Invece si trova ad affrontare l'indagine più complicata della sua vita professionale, a un passo dalla pensione. Con "Gli alberi del Nord" Marco Bosonetto si cimenta per la prima volta nel genere poliziesco rispettandone tutti i vincoli, ma senza rinunciare alla sua cifra stilistica: una lingua tagliente e perturbante, complessa. Un giallo in cui non solo gli uomini sono protagonisti, ma anche il fiume Po, un sottile nastro di wilderness nel cuore di una delle aree più industrializzate del pianeta.
Grazie al fuoco l'uomo ha rimodellato la Terra. Il controllo delle fiamme ha consentito alla nostra specie di alterare il paesaggio per le attività di caccia e raccolta, e di alimentare automobili, case e apparecchi tecnologici bruciando combustibili fossili.
Siamo saliti in cima alla catena alimentare perché abbiamo imparato a "cucinare" il paesaggio che ci circonda. Oggi siamo diventati una forza geologica perché abbiamo iniziato a "cucinare" l'intero pianeta. In questo libro Stephen Pyne racconta l'evoluzione e l'impatto di questa nostra relazione con le fiamme. Relazione che dobbiamo affrontare con un approccio culturale diverso, a livello di specie, perché siamo entrati nell'età del fuoco. Benvenuti nel Pirocene.
E se le ferite, i dolori, le stanchezze della natura diventassero linguaggio, parole di collera, parole politiche che pretendono di essere ascoltate e istituite nelle nostre forme umane, nelle nostre leggi? E se la siccità che vediamo a ogni estate fosse il segno di un linguaggio, di una voce del mondo che ci obbliga all'ascolto?
E se gli elementi della natura, fiumi, corsi d'acqua e montagne e foreste e oceani e ghiacciai e terre, a forza di esclusioni, di espropriazioni, di estrazioni, di depredazioni, avessero cominciato a inventare una grammatica propria, esigendo di essere rappresentati? Ecco la storia della rivolta giuridica della Terra.
Sotto il nome di Progresso, di Tecnica, abbiamo depauperato la Terra. Se i fiumi, le montagne, le foreste, gli oceani, i ghiacciai e le terre, dopo millenni di soprusi, potessero esprimersi, che parole userebbero? Nella rivendicazione dei loro diritti fondamentali, gli elementi della natura troverebbero ascolto presso quei «soggetti» umani, unici responsabili di quella sistematica prevaricazione? Questo è un libro-percorso, con un fine preciso: pensare una «rivolta giuridica della Terra», a partire dai nostri luoghi qui in Europa, per dare strumenti a chi in futuro vorrà impegnarsi nella trasformazione di un certo modo di scrivere le leggi. Per attribuire, dunque, lo statuto di persona giuridica a quegli elementi della natura, arbitrariamente considerati «oggetti» in quanto non umani. Un cambiamento profondo nei nostri sistemi legislativi che invita gli assenti al tavolo dei negoziati e che porta con sé la speranza di un risarcimento. Una nuova ontologia dove fiumi, laghi, mari, specie animali, vegetali potranno sostenere le proprie ragioni e scrivere, assieme a noi umani, i termini della vita comune. Un libro raccontato da Camille de Toledo con le voci di Frédérique Aït-Touati, Bruno Latour, Virginie Serna, Bruno Marmiroli, Jacques Leroy, Jean-Pierre Marguénaud, Catherine Larrère, Catherine Boisneau, Valérie Cabanes, Matthieu Duperrex, Gabrielle Bouleau, Sacha Bourgeois-Gironde, Marie-Angèle Hermitte...
Dalla Caduta del Muro alla crisi ucraina: Il mago del Cremlino è il grande romanzo della Russia contemporanea e una sublime, sulfurea meditazione sul potere.
Il mago del Cremlino è un romanzo al tempo stesso gelido e caldo. Il suo autore ci immerge nella psiche genialmente tortuosa di Vadim Baranov, l'alter ego romanzesco di Vladislav Sourkov, quello che è stato lo spin doctor di Vladimir Putin fino al 2021. Nel corso di una notte, Baranov, l'uomo conosciuto come il "mago del Cremlino", racconta come abbia contribuito a costruire l'immagine dello "zar" nel 2001, quando quest'ultimo era solo il pallido e sconosciuto ennesimo primo ministro dell'era di Boris Eltsin. Baranov, proveniente dall'avanguardia artistica e dai reality TV, è un uomo colto ma è anche e soprattutto un ideologo fascisteggiante, capace di far leva sul risentimento di Putin, e di legittimare il suo brutale autoritarismo, correggendone il lessico grossolano. Baranov, insomma, contribuisce a fornire alla dittatura una maschera da democrazia e in breve diventa lo spregiudicato artefice della disinformazione esacerbando e incanalando la rabbia del popolo sui social e altrove. Questo romanzo si legge con paura, come una tragedia romana: le persone che hanno portato Putin al potere vengono eliminate o messe in carcere mentre, con l'aiuto di dollari, manipolazioni, attacchi informatici, e il sostegno a movimenti estremisti di ogni tipo, viene creato il mito di una Russia onnipotente capace di controllare le trame più nascoste. L'obiettivo non è quello di prendere il potere ma di creare il caos. Ma al di là della radiografia implacabile del sistema Putin con i suoi cortigiani servili, i suoi oligarchi, i suoi esuli braccati, le sue escort, i suoi killer implacabili, Il mago del Cremlino ci fa sentire il soffio gelido del potere russo. Un impero capace di intrecciare tutti i fili narrativi del grande romanzo russo: da Ivan il Terribile alle "fabbriche di troll" fino alla creazione di uno spaventoso, illusorio affresco che illustra "la storia gloriosa di un popolo mai sconfitto". Un impero per cui la guerra, come l'attualità ci ricorda tragicamente, costituisce l'unico orizzonte di sopravvivenza possibile. Sorretto da una bruciante attualità, questo libro moderno e visionario ha la grazia senza tempo di un classico. L'erudizione, lo stile e l'arte di raccontare di Giuliano da Empoli conferiscono a questo storia cruda e brutale un livello di purezza quasi metafisica. È Il Principe di Machiavelli attraversato dalle nebbie di John le Carré, narrato con le cadenze della grande letteratura russa.
Una ragazza segnata dal destino, umiliata dagli uomini, riscattata dal coraggio.
«Un romanzo dallo stile insieme limpido e poetico, capace di toccare le corde più profonde dell'anima» – The New York Times
Cina, 1882. Quando i suoi genitori scompaiono nel nulla, Daiyu non sa cosa fare. La nonna, invece, lo sa benissimo. Ha visto troppe orfane morire di fame o di violenze e lei non ha più la forza di occuparsi di una dodicenne. Perciò la traveste da ragazzo e la manda in città, in modo che possa guadagnarsi da vivere. E infatti, ben presto, Daiyu trova impiego come sguattera in una scuola di calligrafia. Intelligente e curiosa, inizia ad ascoltare di nascosto le lezioni, scoprendo così la meraviglia della parola scritta, l'infinito piacere della lettura, i molteplici significati racchiusi in ogni singolo ideogramma. E rivela un vero talento per la calligrafia, un talento che il maestro nota e non esita a coltivare. Ma tutto cambia il mattino in cui, mentre gira tra i banchi del mercato, Daiyu viene convinta con l'inganno a seguire uno sconosciuto, che la trascina a forza su una nave diretta a San Francisco e, giunto lì, la vende a un bordello. Per Daiyu, l'America è un Paese oscuro, sconcertante, pieno di contraddizioni, a partire dalla lingua che tutti parlano e che sembra precisa, ma si scrive con simboli sciatti e incomprensibili, per finire al modo in cui lei viene trattata: disprezzo per il colore della sua pelle alternato alla bramosia per il suo giovane corpo. Una cosa, però, è evidente: in America, se si è un maschio, si ha diritto a trovare il proprio angolo di paradiso. E allora Daiyu ruba alcuni abiti da uomo, si traveste di nuovo e fugge lontano, verso la quiete di un villaggio dell'Idaho, che – le hanno detto – è molto più vicino alla Cina. Una scelta che dovrebbe finalmente condurla sulla strada di casa, e che invece segnerà la sua rovina. Ma anche la sua rinascita...
Secondo un pregiudizio diffuso, la «cultura» sarebbe un tratto distintivo ed esclusivo di Homo sapiens. Proseguendo il lavoro innovativo avviato con Al di là delle parole, Carl Safina evidenzia l’infondatezza di quel luogo comune e mostra come, al contrario, il rapporto tra «innato» e «appreso» coinvolga le intelligenze e le competenze di molti «animali non umani».
Safina demitizza infatti l’«unicità» di tante nostre facoltà o comportamenti paragonandoli a quelli di specie nascoste nelle profondità delle foreste pluviali o degli abissi oceanici: il che vale per gli strumenti tecnologici, per le capacità linguistico-musicali o per le cure e gli insegnamenti parentali, come riassume la lezione esemplare di certe scimmie antropomorfe o dei capodogli, presso i quali una neonata (in attesa di cibo nelle acque tiepide di superficie) e la madre (a caccia di calamari nei fondali gelidi) sono legate dal filo invisibile dei click dei sonar. Oppure, di fronte a uno stormo di are macao – vistosi pappagalli dalle code ondeggianti «simili a comete infuocate» –, riflette sul ruolo della bellezza quale motore segreto dell’evoluzione. In questa visione complessa e ramificata le varie specie da lui prese in esame non sono più dunque tessere intercambiabili del mosaico della vita, ma dimostrano la loro individualità irriducibile e insieme la loro contiguità rispetto all’uomo. Un’alterità/prossimità che Safina esplora in ogni sfumatura, cogliendone i punti di contatto e affrontando le vertiginose domande che ne scaturiscono. Senza però mai distogliere troppo il lettore da uno stato di perpetua meraviglia.
«La storia dei miei capelli crespi interseca la storia di almeno due Paesi e, più in generale, la storia indiretta delle relazioni tra diversi continenti: una geopolitica.»
«Attuale e importante, "Questi capelli" parla di temi noti a molti lettori che stanno lottando oggi per la loro identità mista; a chiunque stia cercando di dare un senso alla forma dei propri capelli, al colore della pelle e a legami familiari che non rientrano nel censimento più canonico» – The New York Times
«Il lettore è trascinato da un umorismo sottile e impertinente – dove finisce l'affidabilità dei ricordi, sembra dire l'autrice, inizia la narrazione. Un libro inebriante e intelligente» – Kirkus Reviews
Mila arriva a Lisbona da Luanda a tre anni, spettinata e “aggrappata a una confezione di biscotti”. Suo padre è portoghese, sua madre angolana, tutto ciò che sa delle sue origini è legato ai nonni e ad alcune fotografie sbiadite. Mila usa i ricordi come una biografia fallace, raccontando quattro generazioni di vicende familiari, e mettendosi alla ricerca della sua identità, una ricerca che si rivelerà complessa e dolorosa e che interseca la storia di tre Paesi e di due continenti. Attraverso l'originale lente dei suoi capelli indomiti e crespi, la vediamo cambiare e la seguiamo nei quartieri di una Lisbona non ancora gentrificata, nelle strade di Luanda e tra le foto di un album di famiglia che ci restituisce uno sguardo frammentario e ingannevole. Mescolando memoir e romanzo postcoloniale, realtà e finzione, Djaimilia Pereira de Almeida ragiona sul razzismo, sui meccanismi della memoria e sul processo di scrittura, costringendoci a riflettere su una domanda che oggi riguarda sempre più persone: cosa significa non appartenere del tutto a nessun luogo e vivere costantemente in bilico tra diverse culture?
Cinque curiosità su Questi capelli
1. L’autrice ha rivelato che Questi capelli è nato da una mescolanza di letture e di dischi in cui era immersa in un certo periodo: “dalla fusione inaspettata di Kanye West e Walter Benjamin, di cui avevo letto Infanzia berlinese intorno al millenovecento”.
2. “Volevo scrivere un libro che si sfogliasse come un album di foto di famiglia”, ha detto l’autrice e infatti Questi capelli è un libro che fa senza dubbio appello alla memoria visiva: sono le foto conservate nelle scatole da scarpe, i filmini in bianco e nero a innescare il ricordo e i tentativi di ricostruzione biografica e sentimentale che sostengono la struttura del libro.
3. I capelli, lungi dall’essere un espediente frivolo, divengono nel libro “filo conduttore, metafora e persino personaggio.” Raccontano una storia di esclusione, di mancata fiducia, e segnano le tappe della crescita di Mila, da bambina ad adulta.
4. Grazie a questo libro, l'autrice è entrata in contatto con una rete di donne portoghesi con esperienze molto simili alla sua. “Mi sono resa conto che era in atto un processo di identificazione straordinario. Ho capito che non ero sola nel mio disagio, che c'erano molte ragazze come me, che provavano cose molto simili”, ha dichiarato in un’intervista.
5. La “scoperta dell’Africa” è stata per l’autrice un processo tortuoso ed è avvenuta ironicamente in maniera indiretta attraverso libri, musica e film, interviste e dibattiti, “come se fossi destinata ad accedere a quell'aspetto di me attraverso un percorso indiretto e letterario”.
Prima del 1989, Norbert Paulini era un uomo integerrimo e rispettato. Era il fiero proprietario di una ricercatissima libreria antiquaria di Dresda. Perché poi è diventato un sovranista reazionario? Cosa gli è successo? Con un abile gioco di prospettive, Ingo Schulze ne ricostruisce la storia e si addentra nel suo mistero.
La fama di Norbert Paulini e della sua libreria antiquaria si estende ben oltre i confini di Dresda. Gli amanti dei libri di tutta la Germania dell'Est sanno di poter trovare fra i suoi scaffali sempre nuovi tesori. Dall'autunno 1989, tuttavia, la politica invade gli spazi dell'ozio, i clienti si rarefanno, e in seguito emerge la concorrenza di internet. Paulini resiste, ma intanto un'ombra si allunga sulla sua rettitudine. Cosa può trasformare un umanista in un reazionario o, con una distorsione oggi diffusa del senso del termine, un rivoluzionario? E fino a che punto possiamo credere allo scrittore che ce ne sta raccontando la storia? Un romanzo sull'amore per il libro stampato e sull'irruzione della Storia nella coscienza individuale, in cui la verità sfugge in un continuo slittamento prospettico.
Libro incluso tra i sette finalisti del Premio Strega 2022
Claudia entra nella vita di Francesco in una mattina di sole, nell'atrio della scuola: è una folgorazione, la nascita di un desiderio tutto nuovo, che è soprattutto desiderio di vita. Cresceranno insieme, bisticciando come l'acqua e il fuoco, divergenti e inquieti. Lei spavalda, capelli rossi e cravatta, sempre in fuga, lui schivo ma bruciato dalla curiosità erotica. Sono due spatriati, irregolari, o semplicemente giovani. Un romanzo sull'appartenenza e l'accettazione di sé, sulle amicizie tenaci, su una generazione che ha guardato lontano per trovarsi.
Comincia tutto a Tōkyō, nel più grande quartiere di librerie del mondo.
Iniziai a leggere un libro dopo l'altro. Quei vecchi libri nascondevano storie per me inimmaginabili. E non mi riferisco solo a ciò che raccontavano. Dentro ognuno trovai tracce del passato: sottolineature, segnalibri, fiori secchi... Erano incontri che superavano le barriere temporali, possibili solo attraverso i vecchi libri. E così cominciai ad affezionarmi alla libreria Morisaki.
Jinbōchō, Tōkyō: il quartiere delle librerie, paradiso dei lettori. Benché si trovi a pochi passi dalla metropolitana e dai grandi palazzi moderni, è un angolo tranquillo, un po' fuori dal tempo, con file di vetrine stipate di volumi, nuovi e di seconda mano. Non tutti lo conoscono, i più vengono attratti dalle mille luci di Shibuya o dal lusso di Ginza, e neppure Takako – venticinquenne dalla vita piuttosto incolore – lo frequenta, anche se proprio a Jinbōchō si trova la libreria Morisaki, che appartiene alla sua famiglia da tre generazioni: un negozio di appena otto tatami in un vecchio edificio di legno, con una stanza adibita a magazzino al piano superiore. È il regno dello zio Satoru, che ai libri e alla Morisaki ha dedicato la vita, soprattutto da quando la moglie lo ha lasciato. Entusiasta e un po' squinternato, Satoru è l'opposto di Takako, che non esce di casa da quando l'uomo di cui era innamorata le ha annunciato che sposerà un'altra. Ed è proprio lui, l'eccentrico zio, a lanciarle un'imprevista ancora di salvezza proponendole di trasferirsi al piano di sopra della libreria in cambio di qualche ora di lavoro. Takako non è certo una gran lettrice ma, quasi suo malgrado, si lascia sorprendere e conquistare dal piccolo mondo di Jinbōchō. Tra discussioni sempre più appassionate sulla letteratura moderna giapponese, un incontro in un caffè con uno sconosciuto ossessionato da un misterioso romanzo e rivelazioni sulla storia d'amore di Satoru, scoprirà pian piano un modo di comunicare e di relazionarsi che parte dai libri per arrivare al cuore. Un modo di vivere più intimo e autentico, senza paura del confronto e di lasciarsi andare.
COME COMINCIA
Il mio soggiorno presso la libreria Morisaki durò dall'inizio dell'estate fino alla primavera.
Abitavo sommersa dai libri in una stanza al primo piano, un ambiente buio e angusto, umido, pervaso dell'odore di muffa tipico della carta vecchia.
Ciò nonostante, il ricordo di quelle giornate è ormai parte di me perché è proprio lì che la mia vita, la mia vera vita, è cominciata. Senza quell'esperienza tutto sarebbe stato molto più scialbo, banale, piatto.
Un posto importante, indimenticabile: questo è per me la libreria Morisaki.
I ricordi di quel periodo sono ancora vividi, pronti a emergere dai recessi della memoria.
Stromboli, Taormina, Selinunte, Siracusa: viaggiare in Sicilia con ninfe e ciclopi.
Sulla Sicilia, sin da tempi antichissimi, si sono riversate ondate di civiltà. Ma i Greci vi hanno lasciato un carattere indelebile, che fa parte della natura profonda di questa terra. Gli dèi non se ne sono mai andati dall'isola. Nelle campagne assolate nel cuore dell'estate, per le strade aggrappate ai pennacchi di roccia delle montagne siciliane si può ancora sentire Eracle chiamare le sue mandrie e Ulisse ridere del Ciclope. Nel tramonto di Agrigento, di Selinunte, di Segesta abitano ancora le processioni in onore degli dèi. Quando il giorno chiama la notte, nei teatri di Siracusa e di Taormina, il racconto del mito, nella rappresentazione delle tragedie, ritrova la voce potente che dovette avere nel V secolo a.C., in Grecia e nell'Occidente greco. Terra rifugio di dèi e di eroi, di ninfe e di filosofi, di mostri e di re, la Sicilia è l'incarnazione di quello straniamento magico e felice che tanto piaceva ai Greci. È la stranizza di un mezzogiorno d'estate, con i cortili risuonanti di voci e qualche buona storia da ascoltare e da raccontare.
Con 100 immagini a colori e illustrazioni di Michele Tranquillini.
Libro finalista al Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica
Dopo i successi di Imperfezione e Finitudine, Telmo Pievani ci accompagna nell'avvincente storia di un'idea. Da Zadig a Sherlock Holmes, i tanti eroi della serendipità ci insegnano che la natura, là fuori, è sempre più grande delle nostre conoscenze.
Quante volte ci è capitato di cercare qualcosa e trovare tutt'altro? Una compagna, un compagno, un lavoro, un oggetto. Agli scienziati succede spesso: progettano un esperimento e scoprono l'inatteso, che di solito si rivela assai importante. Questo affascinante fenomeno si chiama serendipità, dal nome della mitica Serendippo da cui, secondo una favola persiana, tre principi partirono all'esplorazione del mondo. Nella storia della scienza molte grandi scoperte sono avvenute così. Qui però non troverete la solita lista di aneddoti, dalla penicillina ai raggi X, da Cristofor Colombo al forno a microonde. Le più sorprendenti storie di serendipità svelano infatti aspetti profondi della logica della scoperta scientifica. Non è solo fortuna: la serendipità nasce da un intreccio di astuzia e curiosità, di sagacia, immaginazione e accidenti colti al volo. La serendipità, soprattutto, ci svela che non sapevamo di non sapere.
Melchor Marín, il poliziotto appassionato di libri con un passato da galeotto, dopo la morte della moglie Olga ha lasciato la divisa e lavora come bibliotecario a Gandesa, in Terra Alta.
Con lui vive la figlia Cosette, ora adolescente, che non perdona al padre di averle nascosto per quattordici anni il vero motivo della morte di sua madre, causata dall'ostinazione di Melchor nel perseguire i colpevoli durante la sua prima indagine. Amareggiata e confusa, incerta anche se proseguire gli studi, Cosette attraversa una fase di ribellione e parte per una vacanza a Maiorca con un'amica, facendo perdere le proprie tracce. L'istinto di padre e di poliziotto suggerisce a Melchor che la scomparsa della ragazza non è un semplice capriccio; dopo aver allertato tutti i suoi ex colleghi, raggiunge precipitosamente l'isola per vederci chiaro. A Maiorca trova però un muro di indifferenza, finché una mail anonima lo indirizza verso la villa di un finanziere ricco e potente, stimato da tutti come benefattore per il suo impegno umanitario; ma nel messaggio viene descritto come un predatore sessuale, che organizza feste con personaggi di spicco della politica e dell'imprenditoria per poterli ricattare. Cosette sarebbe stata invitata proprio a una di queste feste. Per Melchor comincia l'indagine più difficile della sua vita, in cui lo seguiranno solo pochi, fidati amici. Violenza, vigliaccheria, abusi di potere sono i tratti oscuri di un nemico dall'apparenza irreprensibile, ma il senso di giustizia di un padre non può arretrare di fronte alla paura.
«Un libro che aiuta a salvare le vite. Di solito il libro apre le menti, qualche volta cerca di aprire i confini, per permettere a chi fugge di avere speranza.»
Gherardo Colombo
GLI AUTORI GARZANTI INSIEME PER SOSTENERE L’ASSOCIAZIONE RESQ - PEOPLE SAVING PEOPLE
Salvare una vita per salvare il mondo intero. Un concetto semplice, ma al contempo dal potere fortissimo. Perché a volte bastano un gesto o uno sguardo per aiutare una persona – un piccolo passo verso qualcosa di più grande. Tredici scrittori si confrontano con queste parole, le fanno loro, le immergono in contesti, esperienze e vite diverse. Prendono l’idea del salvataggio e la trasformano in racconti, personaggi, saggi, dialoghi, interviste. Solo la letteratura riesce in questa magia. Solo la letteratura riesce a calarsi nella realtà per tendere la mano, per sposare una causa, per scuotere le coscienze, per aprire nuovi orizzonti. È quanto avviene con Una vita vale tutto, i cui proventi saranno interamente devoluti all’Associazione ResQ - People Saving People ONLUS, un progetto nato dalla volontà di un piccolo gruppo di amici e professionisti che, stanchi di veder morire migliaia di migranti nel tentativo disperato di attraversare il Mediterraneo cercando per sé e per i propri figli un domani migliore, hanno deciso di rompere il muro dell’indifferenza e mettersi in gioco, con un unico obiettivo: restare umani. Tra l’agosto e l’ottobre del 2021, la nave di ResQ ha salvato più di duecento persone. Perché per i volontari dell’associazione soccorrere è umano, e vogliono che la loro missione in mare diventi simbolo di speranza, trasmetta informazioni reali e aggiornate su quello che accade, racconti al mondo le storie delle persone che salveranno.
Siamo in una città del Nord Italia, durante le feste di fine anno a cavallo del millennio. Rachele Luzzatto è la figlia unica di una facoltosa famiglia ebraica. Curiosa e irrequieta, spiazzante osservatrice capace con i suoi commenti di ribaltare i luoghi comuni degli adulti, Rachele è però piuttosto confusa riguardo alla propria identità. Da un lato, per prepararsi alla cerimonia del suo Bat Mitzvah, deve impegnarsi nello studio della lingua ebraica, delle preghiere e dei precetti. Dall'altro, i suoi insegnanti la reputano adatta a interpretare il ruolo della Vergine Maria nella recita di Natale. A Rachele piacerebbe partecipare con i suoi compagni di scuola alla rappresentazione, peccato che il padre la pensi diversamente. Convinto della sua fede e dei suoi principî, il padre di Rachele non può accettare che la ragazzina impersoni proprio «la madre di Dio». Ma le ferme idee del padre non sono le uniche ad affollare (e disorientare) i pensieri di Rachele negli anni cruciali per la sua formazione. Ci sono i racconti, avventurosi e terribili insieme, del nonno paterno, spacciatosi per prete in un paesino di mare, per sopravvivere alle persecuzioni durante la seconda guerra mondiale; le convinzioni della nonna materna, atea dichiarata, o la fervente fede di suo marito, cattolico devoto. Quando poi, in quegli stessi giorni di festa e confusione, viene diagnosticata al padre una grave malattia, le inquietudini e le domande di Rachele diventano gli universali interrogativi di ogni essere umano di fronte al mistero. Con "La figlia unica" Yehoshua ci conduce con brio e freschezza a una protagonista e a un luogo insoliti per la sua produzione letteraria. È la prima volta che il grande scrittore israeliano ambienta una storia in Italia, un paese con cui ha una relazione speciale, e di cui si sente quasi «cittadino onorario». E come sempre, le sue parole sono le chiavi giuste per spalancare le gabbie dell'identità e dell'appartenenza.
Il nuovo romanzo del vincitore del premio Nobel della Letteratura 2021. Un impetuoso romanzo sulla perdita e la riconquista – della propria terra, dell'amore, di sé – una storia di destini incrociati che unisce le leggende del continente africano e i segreti più nascosti della nostra Europa.
Il giovane Ilyas è poco più che un bambino quando viene rapito dalla famiglia per mano di un soldato ascaro di stanza nelle colonie tedesche dell'Ostafrika. Cresce affidato a un agricoltore europeo, impara la lingua e si guadagna un'istruzione, ma la vita insieme ai colonizzatori lo allontana dal suo popolo, ne fa un forestiero a casa propria. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola volontario per combattere al fianco dei tedeschi, lasciando la sorella Afiya nella casa dell'amico Khalifa. Qui la ragazza incontra il giovane Hamza, tornato dal conflitto senza un soldo e con molte cicatrici nel corpo e nell'anima: dalla loro unione nasce una speranza, un figlio chiamato Ilyas come lo zio scomparso. Ma sono gli anni trenta, i venti di una guerra che sta per scuotere ancora l'Europa arrivano fino alle colonie africane, e il piccolo Ilyas comincia a sentire una voce misteriosa che sembra parlare solo con lui.
Ritorna il giornalista Dario Corbo con un'indagine cupa e tesa che coinvolge i suoi affetti. Un personaggio malinconico ma abile a fiutare il crimine, una trama ben congegnata, una suspense costante stemperata da una sottile vena ironica. Con questi ingredienti Giampaolo Simi si conferma maestro del genere e firma un terzo tassello della serie che si legge di gusto anche da solo.
Dario Corbo è stato per vent'anni un cronista di nera. Da questo passato ha ereditato i modi spicci e la capacità di sentire odore di bruciato quando si presenta. Diventato da un paio d'anni il braccio destro di Nora Beckford, figlia di un grande artista che è stata l'imputata di un omicidio reso celebre anche dagli articoli dello stesso Corbo, riceve una notizia lancinante. La ex moglie Giulia è morta, travolta da un pirata della strada. Un colpo inaspettato che lo trova proprio nel giorno in cui il figlio Luca affronta la prima udienza di un brutto processo. Di fronte alla rabbia del figlio che non si dà pace e minaccia di vendicarsi sul compagno della madre che ritiene colpevole, decide di far luce su alcuni punti oscuri della faccenda. Lo incoraggia ad andare avanti l'indiscrezione del maresciallo che dirige le indagini, sua vecchia conoscenza: al comando non hanno nessuna intenzione di approfondire. Invece Dario scorge troppe ombre: tra l'altro, come mai è sparito il cellulare di Giulia con tutte le tracce elettroniche? Ma soprattutto: che ci faceva Giulia nel buio della campagna toscana più sperduta? A ogni tentativo di risposta altre domande man mano crescono di mistero: sui rapporti tra l'ex moglie e i suoi recenti datori di lavoro, la gallerista rampante Maddalena Currè e il suo compagno, broker di borsa, Cosimo Roi; sulle dubitabili expertise del noto professore di antichità archeologiche Bruno Weber; sui quadri di anonimi artisti venduti a peso d'oro. Ma il sospetto di una realtà delittuosa diventa certezza da una via traversa: lì accanto al luogo dell'incidente mortale, un cascinale abbandonato era stato anni prima il teatro della strage di una famiglia innocente; ai tempi era sembrato un caso risolto, ma adesso l'esperto cronista di nera ricorda e può collegare fatti vecchi e nuove risultanze. Le trame di Giampaolo Simi appaiono già dalle prime pagine ricchissime di situazioni articolate, svolte inattese e personaggi sfaccettati. Sono forse questa complessità di costruzione narrativa e la sapienza di intreccio logico a rendere fluido eppure misterioso l'andamento dei suoi romanzi e convincenti ma insieme sorprendenti gli esiti. E, grazie alla spesso insolente ironia del protagonista, l'autore svela il contrasto stridente tra la patina raffinata e alla moda di certi personaggi e le ombre oscure che proiettano.
Appunti, monografie, diari, testimonianze dirette e indirette: partendo da una foto appesa alla parete di una libreria di Venezia, Arturo Pérez-Reverte ha scandagliato le acque della Storia per riportare a galla vicende realmente accadute, quelle del gruppo Orsa Maggiore, rimaste ai margini dei grandi eventi della Seconda guerra mondiale.
Gibilterra, 1942. In questa terra di confine, covo di spie e nemici sotto ogni bandiera, si combatte una guerra occulta e silenziosa. Dalla costa la contraerea alleata taglia il cielo con la luce dei suoi fari mentre, nelle profondità del Mediterraneo, un'unità di sommozzatori della Decima MAS, armati di moderni siluri sottomarini, conduce azioni di sabotaggio ai danni della flotta britannica. Tra questi militari c'è il sottufficiale Teseo Lombardo. È lui che Elena Arbués, libraia gibilterriana ventisettenne, trova una mattina passeggiando sulla spiaggia: una massa nera, immobile, riversa sulla battigia color ambra, che lo schiarirsi del giorno trasforma in un uomo ferito e privo di sensi. Ed è a lui che ripensa incessantemente, dopo averlo assistito e riconsegnato ai suoi camerati, nei mesi successivi, come a un Ulisse uscito dal mare. Elena è una donna forte sul cui carattere il mondo non fa breccia, Teseo un soldato coraggioso e fedele. Avvicinati dal destino, possono cambiare le sorti della guerra. Appunti, monografie, diari, testimonianze dirette e indirette: partendo da una foto appesa alla parete di una libreria di Venezia, Arturo Pérez-Reverte ha scandagliato le acque della Storia per riportare a galla vicende realmente accadute, quelle del gruppo Orsa Maggiore, rimaste ai margini dei grandi eventi della Seconda guerra mondiale. Vicende scomode per il nostro passato, dove il mito non arriva, ma che il grande autore spagnolo ha voluto restituirci, raccontando di uomini e donne che le vissero realmente.
Un cavalluccio marino ondeggia tra le laminarie, mentre lo squalo toro attende la sua preda e una tartaruga marina dispiega le pinne come se fosse in volo. Catturate dalla tecnologia Photicular®, le creature di questo libro sembrano così reali che, sfogliando piano le pagine, si ha l'impressione di essere davvero sul fondo dell'oceano, faccia a faccia con pesci pagliaccio, meduse e giganti degli abissi. Età di lettura: da 7 anni.
Gooley ci accompagna in un percorso variegato e coinvolgente, insegnandoci ad ascoltare, annusare e osservare l'acqua, e a riscoprire quindi la natura che ci circonda.
«Mi fanno sempre la stessa domanda: perché dovremmo dedicare del tempo a osservare queste cose? ...La risposta che do a me stesso e agli altri non è perfetta, ma non ho niente di meglio. L'unico premio è l'emozione di vedere il mondo, per un momento, con gli occhi attenti del lupo di mare e, contemporaneamente, con quelli appassionati dell'artista.»
Nelle isole del Pacifico c'è un tipo di saggezza unica al mondo, che si tramanda da generazioni e lotta per rimanere in vita. Fin da ragazzi gli isolani imparano ad ascoltare, leggere e interpretare i segni del mare, per diventare infine tia borau, navigatori. Privi di carte nautiche, bussola o sestante, ma sostenuti da una profonda conoscenza delle stelle, del vento e delle onde, i navigatori del Pacifico sono in grado di attraversare immense distese d'acqua. La loro capacità di affidarsi ai segni della natura suscitò grande ammirazione già nel XVIII secolo, quando il capitano Cook si imbatté in questi incredibili marinai, e ancora oggi non finisce di stupire. In un mondo frenetico, in cui sembra impossibile prestare attenzione a ciò che la natura ha da dirci, c'è chi si ferma e rimane in ascolto. Chi aguzza la vista e l'intelletto per riuscire a decifrare i codici della realtà circostante. E invita gli altri a fare lo stesso. Tristan Gooley, esploratore ed esperto di navigazione naturale, prende per mano il lettore e, attraverso il racconto delle proprie esperienze personali e osservazioni dal vivo, di aneddoti storici e brevi spiegazioni scientifiche, lo conduce alla comprensione dei fenomeni acquatici di tutto il pianeta. Investigando il piccolo per conoscere il grande, si scopre, per esempio, come le increspature che si formano sulla superficie dell'acqua quando una coppia di anatre nuota placidamente in un laghetto forniscano le basi per capire la sovrapposizione delle onde marine. E si apprende che l'acqua in movimento, incontrando un ostacolo – sia esso un sasso al centro di uno stagno o un'isola in mezzo all'oceano –, si comporterà sempre allo stesso modo, generando disegni simili, che un osservatore attento saprà leggere con facilità. O, ancora, che la forma delle nuvole e il volo degli uccelli sono in grado di rivelare al navigatore esperto la presenza della terraferma. Dalla classificazione delle pozzanghere alla formazione degli tsunami, passando per i giochi di luce sulla superficie di un fiume, i suoni di cascate nascoste e il brivido della navigazione in acque inesplorate, Gooley ci accompagna in un percorso variegato e coinvolgente, insegnandoci ad ascoltare, annusare e osservare l'acqua, e a riscoprire quindi la natura che ci circonda, dal ruscello vicino a casa alle grandi distese oceaniche. In questo modo, forse, una parte della saggezza dei tia borau del Pacifico potrà arrivare fino a noi.
Un grande libro illustrato per scoprire le meraviglie nascoste degli oceani. Per vedere da vicino un mondo pieno di colore e forme incredibili. Per immergersi in un universo misterioso e in gran parte ancora sconosciuto. Età di lettura: da 8 anni.
L'Oceano è il primo produttore di ossigeno sulla Terra. È il più importante regolatore climatico. Nutre un essere umano su tre, permettendogli direttamente di vivere. Gioca il ruolo principale nel ciclo dell'acqua.
Non è tutto: più di ventiduemila molecole marine sono attualmente studiate nell'elaborazione di nuovi medicinali. Sapevate che l'AZT, farmaco per curare l'AIDS, deriva dall'aringa? Dunque l'Oceano viene in soccorso della Terra. Che si tratti di nutrirsi, curarsi, scaldarsi o anche solo respirare, il mare offre all'essere umano numerose e sorprendenti ricchezze. Maud Fontenoy e Yann Arthus-Bertrand collaborano nel rivelare la fragilità ma anche la forza inestimabile e per lo più misconosciuta del nostro grande blu. Prefazione all'edizione italiana di Mario Tozzi. Con oltre 170 fotografie e 11 figure.
L’oceano profondo è l’ecosistema più grande al mondo, ma è anche quello meno esplorato. Molte fra le creature sconosciute che abitano l’oscurità degli abissi comunicano tra loro emettendo luce tramite particolari reazioni chimiche. Lo spettacolare fenomeno della bioluminescenza, che ha da sempre affascinato l’umanità, resta tuttora uno dei campi della scienza più difficili da sondare.
Con le sue immersioni pionieristiche, Edith Widder offre testimonianze uniche di prima mano su questi creatori di luce, trasmettendo al lettore tutto l’incanto di una «fiaba reale», in cui perfino un minuscolo flash annuncia la straordinaria esperienza della vita. Da questo memoir autobiografico emerge la gioia coinvolgente della scoperta di mondi sconosciuti: dagli organismi luminescenti che popolano le acque mesopelagiche ai fondali dell’oceano, preziosissimi archivi della Terra; dalla massiccia «migrazione verticale» di creature mozzafiato alla neve marina, che svolge una funzione essenziale nel sequestrare anidride carbonica. Lo studio dei dinoflagellati o del mitico calamaro gigante, che Widder riesce a documentare per la prima volta nel suo habitat naturale, è anche l’occasione per riflettere sulle sfide della scienza e le più fantasiose tecniche adottate per rendere possibili esplorazioni elettrizzanti e, talvolta, pericolose .Ora che gli oceani sono sempre più minacciati dall’inquinamento e dal cambiamento climatico, la biologia marina e l’ecologia visuale aprono prospettive del tutto inedite. La bioluminescenza infatti svela non solo i misteri degli abissi ma anche come sia possibile la stessa vita sulla Terra. Un libro illuminante, in tutti i sensi, capace di stimolare la nostra capacità di guardare il mondo con autentica meraviglia.
Boris Pahor, uno dei grandi testimoni del Novecento, ha fatto di Radko Suban il proprio alter ego per raccontare le vicissitudini sue e del suo popolo all’alba e durante il secondo conflitto mondiale.
Radko Suban è un giovane triestino di origine slovena che, nell’autunno del 1938 sentendosi inadeguato, sbagliato e incompreso abbandona il seminario e una strada già decisa per partire in cerca di sé stesso. Si trova però impigliato nelle pieghe della Storia: da un lato insegue in modo quasi ossessivo il reinserimento a pieno titolo nella società laica, dall’altro cerca di ricostruire il suo universo di giovane uomo attraverso un’educazione sentimentale tardiva resa più difficile dalla situazione politica del periodo e dall’incombere della guerra. É in questo contesto che incontra Mija, ma proprio quando la loro amicizia si sta trasformando in qualcosa di più Radko è chiamato al servizio di leva e viene inviato in Libia. Mentre lui è lontano Mija sposa Darko Licˇen, militante comunista come lei, ma al ritorno di Radko, dopo l’8 settembre, Darko è in galera e Trieste è occupata dai nazisti. É qui che lui e Mija si ritrovano pienamente, in un incontro necessario, quasi un appuntamento sancito dal destino. Ma la guerra non si ferma e travolge tutto quello che incontra, anche Radko, Mija e Darko.
Vincitore del premio Libro dell'Anno 2008 di Radio3 Fahrenheit
Campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, una domenica pomeriggio insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni è voluto tornare nei luoghi dove era stato internato. Subito, di fronte alle baracche e al filo spinato trasformati in museo, il flusso della memoria comincia a scorrere e i ricordi riaffiorano con il loro carico di dolore e di rabbia. Ritornano la sofferenza per la fame e il freddo, l'umiliazione per le percosse e gli insulti, la pena profondissima per quanti, i più, non ce l'hanno fatta. E come fotogrammi di una pellicola, impressa nel corpo e nell'anima, si snodano le infinite vicende che parlano di un orrore che in nessun modo si riesce a spiegare, ma insieme i tanti episodi di solidarietà tra prigionieri, di una umanità mai del tutto sconfitta, di un desiderio di vivere che neanche in circostanze così drammatiche si è mai perso completamente.
Una storia che insegna la forza dell'empatia, la complessa accettazione della diversità, la possibilità di un'altra idea di famiglia. Un romanzo che si confronta con le nostre paure più universali offrendo come antidoto la forza dell'amore in tutte le sue forme e sfumature.
In una torrida estate, nel cuore di Seoul, una madre vede ritornare a casa la figlia trentenne: da anni ormai il loro rapporto si riduce a una cena settimanale dove, dietro ciotole fumanti di udon, si nasconde un'infinità di cose non dette. La madre, vedova e infermiera, conduce una vita modesta, accompagnata dal terrore della vecchiaia, di cui Jen, una donna malata di Alzheimer presso la casa di riposo dove lavora, è simbolo e vittima al tempo stesso. La figlia, invece, si presenta in casa con la sua compagna e una carriera universitaria bruscamente interrotta a causa del suo coinvolgimento nella difesa di due colleghe omosessuali discriminate all'interno del campus. Sua madre è completamente impreparata ad accoglierle, schiacciata tra l'immagine di famiglia tradizionale a cui ha dedicato l'intera esistenza e gli ideali per cui lotta la figlia, in nome di un cambiamento necessario ma per lei impossibile da accettare. Un muro di incomprensione, rabbia e freddezza le circonda, entrambe vittime di pregiudizi di una società che teme chi è diverso, chi lotta per migliorare le cose. Dopo Han Kang e Cho Nam-joo, la nuova scoperta letteraria della Corea del Sud, Kim Hye-jin, scandaglia con immensa sensibilità le inquietudini di una generazione che si oppone ostinatamente all'autodeterminazione dei figli, mostrando lo scontro tra due visioni del mondo in apparenza inconciliabili. Una storia che insegna la forza dell'empatia, la complessa accettazione della diversità, la possibilità di un'altra idea di famiglia. Un romanzo che si confronta con le nostre paure più universali offrendo come antidoto la forza dell'amore in tutte le sue forme e sfumature.
«Se tutto quello che era successo in quell'estate non avesse ancora trovato una conclusione? Allora, non l'avrebbe trovata mai. Era impossibile arrestare qualcosa di così orribile e terrificante.»
Kim Hae-on muore il giorno dopo la finale dei mondiali di calcio in Corea del Sud. Il suo corpo, vestito solo di un abito giallo, viene ritrovato nel parco del suo liceo; il cranio spaccato da una pietra. La polizia individua subito due sospetti tra i compagni di scuola: il rampollo Shin Jeong-jun, sulla cui macchina la ragazza è stata vista salire la sera del delitto, e Han Manu, che afferma di averla incrociata di ritorno da una consegna in motorino. Ma i due hanno un alibi e così il caso si chiude senza un colpevole. C'è però qualcuno che non si arrende. Qualcuno convinto che la soluzione si nasconda proprio nei segreti degli studenti. Qualcuno talmente sconvolto dalla morte della ragazza da modellare il volto e il fisico fino ad assomigliarle. Il suo nome è Da-on, Hae-on era sua sorella, e la sua ricerca non avrà termine fino a quando non avrà scoperto la verità; in qualunque modo e a qualunque prezzo. Con Lemon Kwon Yeo-sun dà voce a un'indagine angosciante sulla gelosia e la colpa, che respira le atmosfere di Parasite. Un'opera che attraverso diversi punti di vista disegna il ritratto di un paese diviso, rivelando quanta brutalità e abisso alberghino nei silenzi di ogni vita.
«Per molto tempo ho cercato con fervida immaginazione di ricreare nella mia mente il secondo interrogatorio di Han Manu come se volessi incastrare dei mattoncini Lego. Il giovane era stato interrogato ben sette volte ma era questo interrogatorio quello in cui ci si era avvicinati più alla verità e alla direzione che infine avrebbe preso il caso. Ogni volta che immaginavo quell'interrogatorio, stranamente, era sempre presente un carico eccessivo di dettagli ed era come se quei piccoli e incurvati mattoncini Lego stessero cercando in tutti i modi una soluzione per incastrarsi bene. Anche questa volta è accaduta la stessa cosa. Ho scritto che l'investigatore avrebbe osservato le mani del ragazzo, pensando che non sarebbe stato necessario un colpo forte per colpire una ragazza dalla testa piccola e dai capelli morbidi e lucenti. Il dettaglio relativo ai capelli morbidi e lucenti non sarebbe stato necessario aggiungerlo ma, senza un perché, lo avevo fatto. Una testa piccola dai capelli mossi, morbidi e lucenti non avrebbe certamente modificato il fatto che era stata colpita al capo con un mattone. Anche se sono passati sedici anni sono ancora legata a quei dettagli chiari, nitidi e superflui. Non riesco a sottrarmi al ricordo perenne della bellezza di mia sorella. Proprio così. Mia sorella era di una bellezza sconvolgente. Nessuno poteva dimenticarla, anche se l'aveva vista una sola volta. La stessa estasi che si prova davanti a un foglio bianco senza scritte. Aveva diciotto anni. Chi ha strappato quel bellissimo foglio? È stato Han Manu oppure Shin Jeong-jun? E se invece fosse stata una terza persona, un perfetto sconosciuto? Adesso lo so: non chi si sia macchiato del suo omicidio, ma chi di certo non lo ha commesso. No, non è vero. So benissimo chi è stato, e il movente e il peso di questo crimine mi perseguiteranno per sempre, fino alla morte.»
Una voce giovane e inarrestabile per la giustizia ambientale e sociale, in nome di tutti coloro che sono esclusi dalle decisioni sul futuro del nostro pianeta e della nostra specie. Ora è il momento di ascoltarli.
«In questo momento di crisi tutte intrecciate, Vanessa Nakate continua a dare una lezione fondamentale. Ci ricorda che, mentre siamo tutti nella stessa tempesta, non siamo tutti sulla stessa barca» – Greta Thunberg
«La gente in Uganda, in Africa, e in tutto quello che prende il nome di Sud globale sta perdendo case, raccolti, guadagni, e persino la vita, e qualsiasi speranza di un futuro vivibile, e li sta perdendo ora. Questa situazione non è solo tremenda, è anche ingiusta. Chi ha meno risorse e meno ha contribuito alla crisi si trova a fare i conti con le sue conseguenze peggiori: inondazioni più frequenti e più gravi, siccità più lunghe, ondate di caldo estremo e innalzamento del livello dei mari. Un pianeta più caldo di due gradi centigradi è una condanna a morte per paesi come l'Uganda. Eppure, già mentre leggete questo libro, siamo sulla buona strada perché le temperature salgano molto, molto di più di due gradi.» Vanessa Nakate non ha paura. È una leader fra gli attivisti della giustizia climatica. Ha guardato in faccia Obama per dire che i suoi Stati Uniti hanno tradito le loro promesse sul clima. È diventata una superstar. Tutti i giorni lotta per dire la verità sul più grande problema del nostro tempo: non siamo tutti uguali di fronte alla crisi climatica. Questo è il racconto di vita di una giovane donna ugandese, che vede abbattersi sulla sua comunità le conseguenze smisurate di una catastrofe che avanza. E intanto assiste all'indifferenza nei confronti delle nazioni africane. Nel 2019 Nakate è diventata la prima manifestante di Fridays For Future in Uganda, scoprendo così di avere una voce politica potente. Nel gennaio 2020 Associated Press l'ha tagliata fuori da una foto scattata al World Economic Forum di Davos: di fianco a lei c'erano quattro attivisti, tutti bianchi. Ma la voce di Vanessa Nakate è stata comunque più forte. Da timida ragazzina di Kampala a leader sulla scena mondiale, Nakate ci invita ad aprire gli occhi con un libro straordinario, nel quale il manifesto politico e il memoir sono inseparabili.
«Roma, 28 luglio 1981. L'intervista rilasciata da Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari contiene una scudisciata che il giorno dopo farà sobbalzare i lettori de "la Repubblica" e mezza classe politica italiana: "I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela". Nessun leader, nel tempo della Prima Repubblica - con l'esclusione dell'antisistema Marco Pannella - aveva mai osato tanto. Sono passati quasi quarant'anni da quel giorno. Quarant'anni di questione morale. Quarant'anni di rabbia e di oblio. È stato quarant'anni fa, che in un'estate calda Enrico Berlinguer ha coniato - in un'intervista che sarebbe entrata in tutti gli archivi - questa locuzione destinata a raccontare l'Italia di allora, quella di Mani pulite (che sarebbe arrivata undici anni più tardi) e - purtroppo - anche quella che stiamo vivendo». (dalla prefazione di Luca Telese)
Il romanzo di esordio di uno dei più grandi e apprezzati cantautori di oggi. Una galleria di personaggi indimenticabili, su tutti la storia straordinaria indimenticabile di un ragazzo, Kajan, nel cuore dei conflitti del Novecento che drammaticamente somiglia a quanto stiamo vedendo e vivendo anche oggi.
Kajan ha avuto una fortuna rara, un talento indiscusso per il pianoforte, e una sfortuna tragica: nascere nel corso della Seconda Guerra Mondiale, in Albania. E il 1943 e Kajan vive in una fattoria con la famiglia e con suo nonno Betim nella campagna albanese. I suoi genitori sono partigiani e sono sulle montagne a combattere contro i nazisti. L'esistenza di Kajan scorre in qualche modo al riparo dalle atrocità belliche, fino a che un giorno un disertore tedesco di nome Cornelius bussa alla loro porta, cercando rifugio. Il soldato è un abile pianista e il piccolo Kajan decide di approfittarne per imparare; si rivela un allievo disciplinato e talentuoso, e sviluppa un rapporto di affetto viscerale con il soldato, Poco prima della resa dei tedeschi, una truppa di nazisti invade la fattoria. I tre ascoltano impotenti gli spari, nascosti in una botola sotterranea. La tensione cresce fino a quando i tedeschi non scoprono il loro nascondiglio: è lì che Cornelius esce fuori senza esitazione e ancora una volta, uccidendo i suoi connazionali, salva la vita di Kajan. Betim, però, è rimasto mortalmente ferito dagli spari. È la notte della liberazione dell'Albania. Cornelius ha la possibilità di tornare a casa, in Germania, con l'aiuto di Selie, la madre di Kajan, leader di un comando di partigiani che ha molto peso nel partito. Quindici anni dopo circa, Kajan è divenuto uno stimato professore di musica, a soli 20 anni, per merito del suo prodigioso talento. Ama, ricambiato, una sua alunna di nome Elizabeta. Ma c'è un problema, accentuato dalla figura della rigida e irreprensibile madre Selie, ormai elevata agli alti ranghi del novello regime comunista: Elizabeta è la figlia di un traditore. La guerra che Kajan pensava finita sta per iniziare in una nuova forma con nuovi nemici.
Questo è un libro contro l'indifferenza sul tema dei morti sul lavoro. Contro il rischio che di 3 morti al giorno si finisca per non ricordarne nessuno mai. Un oltraggio che un Paese civile non può consentire.
Nel 2021 i morti sul lavoro sono stati 1221. Ogni giorno 3. Anzi, un po' dì più: 3,345... Una strage che non fa mai abbastanza rumore e che non conosce tregua. Erano 1221 uomini e donne morti per vivere, gente comune che a volte accettava paghe orarie indecenti pur di portare a casa qualcosa. Persone diverse l'una dall'altra ma accomunate, nel loro tragico finale, da ciò che stavano facendo: lavorare. Di queste vite spezzate, di queste piantine senza più linfa, Giusi Fasano racconta quel che sono state e quel che avrebbero voluto essere, la successione dei sogni infranti e l'umanità dolente delle loro famiglie. Le voci fuori campo – quelle reali – sono dei parenti e degli amici che hanno aperto i cassetti dei propri ricordi per ricostruire ognuna di queste 21 storie. Ed è grazie alle loro testimonianze che è stato possibile dare voce – quella immaginaria – a chi non c'è più. Ne nascono 21 racconti in prima persona, drammatici, toccanti. Parole che planano sulle vite di ognuno di loro, sulle gioie, i dolori, le preoccupazioni, le persone care. C'è chi è stato ucciso dal fuoco come Giuseppe, l'ultimo a morire nel rogo della Thyssen, e chi dall'acciaio, perché Gabriele è finito fra i rulli che appiattiscono la lamiera. Non mancano le donne: Luana, giovanissima mamma che ha lasciato la sua vita in un orditoio, o Paola, bracciante agricola morta di fatica. Ma ci sono anche le voci di chi era al servizio della collettività: il medico, il vigile del fuoco, il poliziotto... E poi i casi più frequenti: i gruisti, gli edili, i lavoratori agricoli. Questo è un libro contro l'indifferenza sul tema dei morti sul lavoro. Contro il rischio che di 3 morti al giorno si finisca per non ricordarne nessuno mai. Un oltraggio che un Paese civile non può consentire.
Questa è la storia di un uomo che resiste, che prova a fare la differenza, che non voleva essere un martire né un eroe.
Prima ti infangano, poi ti isolano, poi ti ammazzano.
Un'esplosione squarcia la quiete della campagna corleonese. Il giovanissimo Totò Riina assiste allo sterminio dei suoi familiari intenti a disinnescare una bomba degli Alleati per ricavarne esplosivo. È un boato che distrugge e che genera. La piaga che molti, con timidi bisbigli, chiamano mafia, ma che d'ora in poi si rivelerà a tutti come Cosa nostra, s'incarna da qui in avanti nella sua forma più diabolica. Ma con potenza uguale e contraria, per fronteggiare l'onda di quella deflagrazione scaturisce anche il suo antidoto più puro. È il coraggio, quello che sorregge l'ingegno e l'intraprendenza, che sopperisce ai mezzi spesso insufficienti: il coraggio che scorre in Giovanni Falcone, negli uomini e nelle donne che insieme a lui sono pronti a lanciarsi in una battaglia furiosa dove la vita vale il prezzo di una pallottola. La storia di un magistrato che insieme a pochi altri intuisce la complessità di un'organizzazione criminale pervasiva, ne segue le piste finanziarie, ne penetra la psicologia e ne scardina la proverbiale omertà, è narrata in queste pagine con l'essenzialità di un dramma antico: sul proscenio, un uomo determinato a ottenere giustizia, assediato dai presagi più cupi, circondato dal coro dei colleghi che prima di lui sono caduti sotto il fuoco mafioso; stretto, nelle notti più buie, dall'abbraccio di una donna che ha scelto di seguirlo fino a dove il fato si compirà. Roberto Saviano ha voluto onorare la memoria del giudice palermitano strappandolo alla fissità dell'icona e ripercorrendone i passi, senza limitarsi a una ricostruzione fondata su uno studio attentissimo delle fonti, degli atti dei processi, delle testimonianze, ma spingendo la narrazione fino a quello «spazio intimo dove le scelte cruciali maturano prima di accadere». Questo romanzo ci racconta una pagina fatidica della nostra storia, illumina la vita di un uomo che, nel pieno della carriera, fu in realtà al culmine del suo isolamento. E leva il canto altissimo della sua solitudine e del suo coraggio.
Margaret Kennedy, grande autrice del Novecento inglese ingiustamente dimenticata, torna nelle librerie italiane con La ninfa costante, il suo capolavoro: all’epoca dell’uscita un successo da un milione di copie che fu pubblicato in quindici paesi e conobbe una serie di fortunati adattamenti teatrali e cinematografici.
Il compositore Albert Sanger vive in un cottage sulle Alpi austriache con la sua numerosa famiglia: il cosiddetto Circo Sanger, composto da lui, sua moglie – la terza – e sette figli, tra i quali spicca la scaltra quattordicenne Teresa, da sempre innamorata di uno degli amici del padre, Lewis Dodd. Presso l’allegra compagine trovano regolare ospitalità artisti e musicisti provenienti da tutta Europa, in una festa continua. Quando la morte di Sanger interrompe bruscamente l’idillio alpino, la famiglia della sua seconda moglie decide di intervenire in favore della prole rimasta orfana. Fa così il suo ingresso sulla scena la cugina Florence Churchill, per la quale l’incontro con Dodd è fatale: i due si innamorano all’istante, decidono di sposarsi e di tornare in Inghilterra portando con loro i piccoli Sanger. Ma alla prova del rientro nella civiltà, la loro intesa si incrina molto velocemente: l’impatto con la società inglese e il suo conformismo per lui è troppo. L’impossibilità di una conciliazione tra ordine e sregolatezza appare tanto evidente quanto allettante è l’idea di una fuga…
Un personaggio femminile indimenticabile, una narrazione ricca di grazia e la messinscena dell’eterno conflitto tra anarchia bohémienne e rispettabilità borghese fanno di La ninfa costante una lettura deliziosa.
«Teresa possedeva una particolare commistione di innocenza e scaltrezza, un modo di parlare infantile e acuto al tempo stesso e disponeva di un vocabolario un po’ antiquato, semi letterario, e intonazioni prese in prestito da altre lingue. Tutto ciò era molto piacevole e rinfrescante, dopo tutto il provincialismo erudito che gli era toccato sopportare. In lei scorgeva ignoranza, immaturità e una sconfinata, primitiva passione».
Quali sono le basi ideologiche e filosofiche del pensiero dell'autocrate più potente e pericoloso dei nostri tempi? Il pensiero di Putin è complesso (ha molte diverse ispirazioni) e si evolve (è cambiato negli anni).
Prendendo spunto spesso da irrazionalismi - ma sempre con pretesa scientifica - e da pensatori per lo più sconosciuti in Occidente. Il "sovietismo", basato non sull'idea comunista ma sul nazionalismo e il militarismo. Le istanze conservatrici: dalla Chiesa ortodossa al pensiero slavofilo, da certe posizioni di Sol?enicyn fino all'idea della superiorità morale del popolo russo di fronte alla decadenza occidentale. Il movimento "eurasista" che pone la Russia al centro tra Europa e Asia. L'ideologia imperialista per cui la Russia deve riprendere il controllo dei popoli un tempo sottomessi all'URSS e prima ancora agli zar. Il sovranismo come strumento ideologico nella battaglia contro la democrazia. Non è facile inquadrare la figura di Vladimir Putin. Nato e cresciuto in piena Russia sovietica, fedelissimo al suo paese, agente del KGB, dopo il crollo dell'URSS fa una rapidissima carriera politica fino a diventare presidente nel 2000. In quella fase, che dura due mandati presidenziali, si mostra aperto all'Occidente, liberista, democratico. A partire dal suo terzo mandato, però, ci troviamo di fronte a un Putin ultraconservatore e tradizionalista, intenzionato a riportare in auge i "veri valori" del popolo russo. Chi è dunque quest'uomo? Un comunista, un liberale, un conservatore? Lo studio di Eltchaninoff, che arriva fino a marzo 2022, cioè fino ai primi giorni dell'invasione dell'Ucraina, esplora i comportamenti e i discorsi di Putin per risalire alle sue fonti di ispirazione filosofica e ideologica, giungendo spesso a risultati inaspettati. Si va da ideologi nazionalisti e conservatori a sostenitori del panslavismo, a filosofi della "russità", fino a scrittori come Dostoevskij, opportunamente riletti e talvolta distorti per fungere da efficaci sostegni alla sua visione del mondo: una Russia forte e temuta che occupi il posto che le spetta tra le grandi potenze mondiali. In attesa di sapere quanti morti totalizzerà quest'ennesima feroce guerra è utile cercare di capire cos'abbia in testa la persona che l'ha scatenata.
«Anche quando il paradigma guerra/visione s'infrange nell'età dei mass media elettronici, e del terrorismo mediatico, il suo ribaltamento, la sua ritorsione contro l'Occidente non smette di alimentare le retoriche del potere, di giustificare il ricorso alle armi, di illuderci riguardo alla promessa di una verità rivelata dalla tenebra se non dalla luce. Se fin dai tempi di Omero la guerra era sempre stata il "paradiso dello spettatore", noi contemporanei delle dirette televisive dai fronti di battaglia diveniamo telespettarori totali della guerra e, per questa via, spettatori delle nostre stesse vite.»
La guerra accompagna l'umanità fin dalle sue origini. Il racconto che la civiltà occidentale ne ha fatto si è declinato essenzialmente in tre modi – la narrazione epica nel mondo antico, quella romanzesca nel mondo moderno e quella televisiva nel mondo contemporaneo. Per capire come la nostra cultura della guerra sia intimamente legata al racconto che ne facciamo, Antonio Scurati legge questi tre modi attraverso quello che chiama il "criterio della visibilità": visibilità come rivelazione, come possibilità di comprendere la realtà di un mondo in guerra. Partendo dall'epica antica – che con l'ideale eroico dell'Iliade ha dato origine a una tradizione millenaria che pensa la battaglia come evento in grado di generare significati e valori collettivi –, attraversando la crisi di questo paradigma nella modernità romanzesca e la sua dissoluzione nella convinzione tutta novecentesca che la guerra sia priva di un qualsiasi senso, arriviamo alla tragica attualità del conflitto raccontato dalla televisione: quando le immagini della guerra sono entrate per la prima volta in diretta nelle nostre case – era il 17 gennaio 1991, data d'inizio della Prima guerra del Golfo – ci siamo illusi che al massimo della spettacolarizzazione potesse corrispondere il massimo della visibilità, e invece ci siamo trovati di fronte a un'apocalisse svuotata di qualsiasi rivelazione. Un'altra data spartiacque è arrivata dieci anni dopo: dall'11 settembre 2001 la guerra, prima demistificata, è stata investita di nuovo di un significato salvifico, come forma di violenza positiva che si contrappone alla nuova forma di violenza illimitata che è il terrorismo. E non potendo affrontare il terrorismo sul suo terreno, poiché questo non ha territorialità alcuna, la guerra ha abbandonato il reale per assicurarsi il controllo dei cieli dell'immaginario. L'invasione russa dell'Ucraina del febbraio 2022 sembrerebbe a prima vista smentire lo sviluppo di questo paradigma. Putin e la sua guerra, però, non sono l'Occidente: ne sono il nemico. Ma come sta rispondendo l'Occidente a questa offensiva orientale? Forse proprio riattingendo a quegli archetipi millenari che credevamo ormai seppelliti dal pacifismo novecentesco.
C'è un intero universo, circoscritto e infinito, nella narrazione autobiografica di Luciano Ligabue. Sessant'anni di vita che in virtù di una scrittura in stato di grazia si elevano a vera e propria storia, tutta da leggere, tutta da rivivere.
Giuanin e la Rina. I fossi, le cerbottane e le fionde. Gli gnocchi della Barbarina. Il sangue di una suora. Marcello, il suo toscano, l'olio di ricino e l'Ermelina. Tocca tre volte la pelle di biscia. Gianni e i crediti con la fortuna. Il 5 di via Santa Maria. La Millecento. Le brustoline al Politeama. SartiBurgnichFacchettiBedinGuarneriPicchi. Paolo è morto inseguendo una rana. Lavorini, uno di noi. Marco. La carcassa di un suino. Savana, Virus, Novecento e Spiura. Poi Squalo, Linate, Capodistria e Bubba, i Quattro dell'Ave Maria. Il Foxtrot e il Tropical. Radio Fazzano, Radio King e RadioAttiva. Claudio "Maio" Maioli e i sogni di rock'n'roll. La Sonex Custom da cinquecentomila lire. Il fuoco di una zingara. La Dona e Lenny. Pierangelo Bertoli. Gli Eroi di latta e Angelo Carrara. Il giorno più bello o più brutto della tua vita. I ClanDestino e la Banda. I live e quell'enorme stare insieme. La terra che balla. Barbara e Linda. Cianein. C'è un intero universo, circoscritto e infinito, nella narrazione autobiografica di Luciano Ligabue. Sessant'anni di vita che in virtù di una scrittura in stato di grazia si elevano a vera e propria storia, tutta da leggere, tutta da rivivere. Affrontando per iscritto il bilancio della sua esistenza con l'eclettismo artistico che gli è proprio, il Liga esce dai comodi confini del classico resoconto biografico e tratteggia magistralmente situazioni, luoghi e persone donando loro una dimensione romanzesca. Li fa vedere, toccare e conoscere. Anche la sua, alla fin fine, non è altro che "una storia", ma di quelle che ne contengono cento, e altre cento ancora.
Lasciare la propria casa, la famiglia, il lavoro. E scomparire. È questa l'unica possibilità per ritrovare se stessi? Peter Stamm torna a scandagliare l'animo umano con un romanzo esistenziale venato di noir.
Anna e il vecchio Severino, la speranza di ritrovare e ricondurre a sé una moglie che è uscita di casa ed è scomparsa. Sulle sue tracce inizia un peregrinare per la Sicilia, un’indagine nel passato, un’immersione nella memoria, un esame delle proprie azioni e delle proprie scelte, dalle quali emergeranno le verità fino ad allora eluse, devastanti e impietose.
La moglie, dopo una vita intera passata accanto al marito, è uscita di casa ed è scomparsa. Trascorso un anno lui decide di lasciarsi tutto alle spalle, saluta Stromboli, l'isola in cui hanno abitato, gli oggetti consueti e le abitudini quotidiane, e si mette in viaggio alla ricerca di lei. Anna e il vecchio Severino, la speranza di ritrovarla e ricondurla a sé. Inizia così un peregrinare per la Sicilia, nei luoghi che hanno segnato la loro esistenza. Non è solo un'indagine nel passato, un'immersione nella memoria, un esame delle proprie azioni e delle proprie scelte, dalle quali emergeranno le verità fino ad allora eluse, devastanti e impietose. È anche un confronto con i fantasmi, con gli uomini e le donne che potevano essere e non sono stati, perché traditi o violati da chi avevano attorno. In questo racconto di voci, di punti di vista e di ambiguità che emergono man mano, Anna vive non vista. Affiora nello sguardo di Severino, che sistema e riscrive il passato mentre prova a comprenderlo, assieme alla storia di una donna che malvolentieri ha obbedito agli ordini, il primo quello perentorio della madre: una femmina nasce per diventare moglie di un uomo e madre di un figlio. Questo era il suo destino, ma in prossimità della fine, compiuto il tragitto che per tutti le spettava, Anna ha guardato avanti, ha scrutato se stessa ed è sparita nel nulla. Cercando di essere libera come voleva suo padre, che ha abbandonato la famiglia quando lei era ancora una ragazzina, rompendo un ordine e creando il caos. Perché, sembra dire il romanzo attraverso i suoi personaggi e nella scrittura di un autore che affronta a sua volta una strada rischiosa, ogni libertà contiene una violenza, ogni rinuncia una ferita che non si può rimarginare, ogni scelta che ci rende felici è causa del dolore di qualcun altro. Ma la comprensione e l'accettazione di questa verità brutale richiede l'esperienza di tutta una vita.
Tutti amano gli animali. Quasi la metà degli italiani vive con un cane o un gatto in casa. Spendiamo denaro per il loro cibo, la loro salute, i loro giochi. Un attimo dopo stiamo addentando una salsiccia o acquistando una nuova borsa o stivali di pelle. Il rapporto tra noi e le altre specie non è mai stato così distorto.
Perché dire di amare gli animali è facile. Ma di preciso cosa facciamo per rendere più felice la loro vita? Nel momento peggiore della Storia per essere un animale - tra allevamenti intensivi, deforestazione e cambiamento climatico - il giornalista del Financial Times Henry Mance parte per un viaggio molto personale, per capire se è possibile vivere su questo pianeta in un modo più giusto e più sostenibile per tutti. *Mance visita mattatoi e zoo, incontra cacciatori, pescatori, chef e proprietari di animali domestici. Con una prospettiva rivoluzionaria: prendere sul serio le esperienze degli animali. Senza fanatismi e senza perdere il senso dell'umorismo, questo libro cerca di rispondere a un quesito fondamentale: amare gli animali, sì ma come?
Roma, 2021. Guido Maria Brera, finanziere e scrittore, torna nella città in cui è cresciuto e da cui è andato via a vent’anni. La pandemia ha cambiato il mondo. L’impensabile è accaduto. Gli equilibri della globalizzazione tremano e l’eterno presente iniziato con la rivoluzione conservatrice di Reagan e Thatcher potrebbe cedere il passo a un’età nuova.
Il futuro, però, è incerto. Quale prospettiva economica ispirerà la ricostruzione dopo la catastrofe?
Inizia così un vagabondare in cerca di risposte nella metropoli trasfigurata e livida, a caccia del fantasma di Federico Caffè, l’economista scomparso e mai più ritrovato in un’alba d’aprile del 1987. Keynesiano rigoroso, Caffè è uscito di scena in un momento particolare: dopo la sconfitta della scuola di cui era capofila e il trionfo del corso neoliberista.
In un viaggio nello spazio-tempo, dall’università La Sapienza ai grattacieli del distretto finanziario di Canary Wharf a Londra, dai miraggi della lotta armata alle illusioni degli anni Novanta, prende corpo la storia rimossa dell’origine dell’oggi, di come ci siamo spinti sull’orlo del burrone. E di come siamo scivolati nell’abisso. Intanto un’enigmatica matita parlante recita il peana del libero mercato, una strana mail promette una svolta epocale, e nell’ombra si muovono i paladini dell’ordine. Sono gli ultimi gattopardi. Li chiamano i Diavoli.
Intrecciando l’autofiction più vertiginosa alla confessione più intima, il racconto appassionato al saggio divulgativo, Guido Maria Brera disegna lo scenario della grande guerra tra modelli economici che attraversa i decenni, ci proietta nel mezzo di una battaglia decisiva, pronuncia parole di riscatto e speranza.
E se nell’assedio che oggi ci minaccia fosse proprio la voce di Federico Caffè a suonare le trombe di Gerico?
Un libro magico, che racconta un luogo magico, che esiste davvero. Una libreria microscopica in un paesino sperduto sulle colline toscane, ma portentosa come una scatola del tesoro. Dai bambini che entrano di corsa alle marmellate letterarie, da Emily Dickinson a Pia Pera, le giornate nella Libreria Sopra la Penna sono ricche di calore, di vite e storie, fili di parole che legano per sempre: una stanza piena di libri è l'infinito a portata di mano.
Il romanzo sincero, potente, di una giovane donna che a soli vent'anni ha vissuto molto piú di una vita.
«Questa storia avrei voluto scriverla dicendo: io. Perché è la mia. A mano a mano che ci entravo, però, mi sono resa conto di non riuscirci – troppo difficile, troppo doloroso. Ecco perché l'ho scritto dicendo: lei. Sabrina. Una ragazza napoletana afrodiscendente che un bel giorno decide di fare i conti con il tempo, di aprire certi cassetti della memoria e di ordinarne il contenuto sul letto, come quando si parte per un viaggio e si prepara la valigia. Ecco, io ora vi chiedo di partire con me. Abbiate fiducia. Datemi la mano».
Sabrina Efionayi ha due madri. Una è Gladys, la sua madre biologica, che è nata in Nigeria ed è venuta in Italia a diciannove anni per lavorare e sostenere la famiglia rimasta a Lagos; non sapeva che il suo mestiere sarebbe stato vendere il proprio corpo. L'altra è Antonietta, è napoletana, e non immaginava che un giorno Gladys avrebbe attraversato la strada tra le loro case e le avrebbe messo in braccio Sabrina, chiedendole di occuparsi di lei, di diventare sua madre. Non lo immaginava, ma quando è successo ha accettato. Da quel momento Sabrina si è ritrovata in una situazione speciale, perché i rapporti con la sua madre biologica, con le sue origini, non si sono interrotti, e cosí lei è cresciuta tra Castel Volturno e Scampia, tra Prato e Lagos, cambiando famiglia, lingua, sguardo e cultura, in costante ricerca di un centro di gravità. Un'identità complessa, la sua, che già il nome racconta: Sabrina, come la figlia dell'aguzzina di Gladys, scelto per compiacerla; Efionayi, come un uomo che non è il padre, ma che le ha dato un cognome.
Il blackout è l’inevitabile collasso di una civiltà sempre al limite delle proprie risorse, minacciata da sconvolgimenti climatici, crisi energetiche, e turbolenze politiche.
Senza luce non avremmo cibo, acqua, telecomunicazioni, denaro e mezzi di trasporto.
Ma il blackout è anche il collasso di una società che ha scommesso tutto sul digitale, illusa nell’eterno benessere e spaventata dalla perdita di controllo.
La via della transizione tra nuova fiducia nelle rinnovabili e un ritrovato rapporto con il buio.
Ne "Il giro del mondo in 80 alberi", Jonathan Drori viaggia nel tempo e attraverso le culture usando la botanica più attuale per mostrare il ruolo che gli alberi giocano in ogni parte della vita umana. I racconti spaziano dai dettagli romantici a quelli incresciosi, illuminando le relazioni storiche tra la gente e le specie apparentemente familiari, come olmo e faggio, mentre altri sottolineano l'esotico e lo straordinario, come l'esplosivo albero dinamite o la singolare pianta della Polinesia che raccoglie metallo.
Dopo Eredità, che ha reso celebre l’autrice a livello internazionale, torna Vigdis Hjorth con il suo ultimo romanzo: una nuova storia di famiglia in cui le bugie, i silenzi e i segreti si sciolgono lentamente sotto il flebile sole norvegese dopo decenni di gelo.
«Vigdis Hjorth è tornata ed è al suo apice. Un libro crudo, doloroso, coraggioso, che non scende a compromessi». - Dagsavisen
«A oggi, il suo romanzo migliore. Una delle più eccezionali e accurate narrazioni sulla perdita mai scritte». - Morgenbladet
«La scrittura, rarefatta, cristallina e così ferocemente ancorata alla vita, merita di essere letta con attenzione, gustata pagina per pagina perché non si tratta di prosa, ma di lirica sotto mentite spoglie.» - Luca D'Andrea, Robinson
«Vigdis Hjorth si conferma una grande autrice: Lontananza è scritto in maniera superba, è scioccante e avvincente». - VG
«Somiglia a un thriller: il crescendo è letteratura da fiato sospeso. Hjorth è un’esperta in costruzione di trama e ritmo linguistico. Lunghi brani sono interrotti da pagine ariose e riflessioni tenui che vorrete tornare a rileggere più e più volte… Fra i suoi romanzi migliori». - Dagens Næringsliv
Johanna torna in Norvegia dopo trent’anni di assenza e, rompendo il divieto di contattare la famiglia, telefona alla madre, che ormai ha ottantacinque anni ed è vedova. Nessuna risposta. Per i suoi parenti Johanna non esiste più: è morta quando, appena sposata, studentessa di Legge per volere del padre avvocato, ha mollato tutto per diventare pittrice e si è trasferita nello Utah con il suo professore d’arte, con cui ha avuto un figlio. Johanna ormai è un’artista piuttosto quotata, ma persino i soggetti dei suoi quadri scatenano l’ira dei familiari, che in essi vedono una denigrazione ulteriore nei loro confronti, soprattutto per il modo in cui viene raffigurata la madre. Sono tanti gli argomenti rimasti insoluti che hanno condizionato Johanna nella sua vita di figlia, di donna, di artista e di madre: nella sua mente affiorano antichi ricordi di una donna all’apparenza leggera, spensierata, bellissima, ma quando riesce finalmente a spiegarsi alcuni episodi sconcertanti di cui è stata spettatrice, capisce che la madre non faceva che nascondersi dietro una corazza di convenzioni. Finché il lunghissimo silenzio fra le due donne si spezzerà in maniera violenta in un ultimo, spietato confronto.
Dove l'umanità scompare, la natura prospera. Una piccola speranza si nasconde nei luoghi più devastati del pianeta, e ha la forma di un germoglio verde nato sul cemento, dell'inaspettato ronzio di un insetto, del colpo di coda di un pesce che si inabissa in un lago velenoso.
Dalla Chernobyl post-nucleare alle più remote isole scozzesi, passando per gli avamposti industriali di Detroit e le sue case abbandonate, le montagne della Tanzania e i grandi fiumi inquinati degli Stati Uniti, fino alla martoriata Verdun e alle regioni minerarie della Scozia, Cal Flyn traccia la sua personale topografia delle isole dell'abbandono. Nella devastazione che il progresso umano e tecnologico lascia dietro di sé la vita riprende a poco a poco il suo dominio sulle cose, mostrandoci da un lato la transitorietà dell'impatto dell'uomo sulla Terra e dall'altro la speranza di una natura che torni in possesso di ciò che le è stato tolto. Reportage brillante sul futuro che ci aspetta, e racconto di un nitore cristallino dei luoghi più remoti del pianeta, Isole dell'abbandono è lo straordinario resoconto degli errori dell'umanità, dell'indistruttibilità della vita e del nostro rapporto con l'ambiente che ci ospita.
Più che un diario, un mattinale - come lo definisce Giancarlo Pajetta nella prefazione - scritto da uno dei capi più amati della Resistenza italiana il leggendario Bulow, in cui si da conto delle attività politico-militari che costituiscono la caratteristica di un capo partigiano: intelligenza, non solo coraggio; arte diplomatica, non solo guerra.
Nel luglio del 1943, con una missione aggregata all'VIII Armata, Massimo Max Salvadori torna in Italia dopo un'assenza di quasi dieci anni. In Sicilia e a Napoli incontra i vecchi amici, conosciuti durante il periodo clandestino, al confino o in esilio.
Agevola l'arruolamento nel n. 1 Special Force di giovani - Alberto Cianca, Aldo Garosci, Leo Valiani, Alberto Tarchiani e Giaime Pintor - decisi a combattere gli occupanti tedeschi e i collaborazionisti della RSI. Partecipa agli sbarchi di Salerno e di Anzio e, ai primi di febbraio del 1945, viene paracadutato nella zona occidentale delle Langhe in qualità di comandante di una banda infiltrata dietro le linee nemiche. Nell'aprile del 1945, quale ufficiale di collegamento Alleato presso il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia, rivendica con forza agli italiani il diritto di decidere della sorte di Mussolini, catturato dalla LII Brigata Garibaldi. Finita la guerra, la ricostruzione degli anni della lotta partigiana diviene per lui un assillo e una priorità. Nel 1955 pubblica con Neri Pozza questa "Breve storia della Resistenza italiana" per mostrare che non è possibile comprendere il successo della Resistenza nel 1943-45, e quelli che sono stati gli insuccessi politici nel dopoguerra, se non si ha chiara la relazione con l'antifascismo degli anni precedenti.
Antifascista militante, Valiani dopo sei anni di carcere e uno di confino nel 1936 emigrò in Francia e poi in Messico. Nel settembre 1943 rientrò in Italia: è da qui che prende le mosse il racconto, centrato sui terribili venti mesi di occupazione tedesca e guerra civile che si concludono con l'aprile del 1945.
Valiani fu uno dei più alti esponenti della Resistenza: segretario del Partito d'Azione per l'Italia settentrionale e suo rappresentante nel CLNAI, con Emilio Sereni e Sandro Pertini fece parte del Comitato che diresse l'insurrezione di Milano il 25 aprile. Nel suo resoconto l'avventura personale della clandestinità si mescola alla riflessione politica sui destini del Paese.
Una rilettura di mezzo secolo di battaglie ecologiste alla luce della
storica Enciclica di papa Francesco per disegnare un nuovo/antico
progetto politico.
Rivoluzione integrale è rivoluzione culturale, politica, economica, scientifica
e tecnica e indica l’immane, entusiasmante lavoro di modifica di ogni
aspetto della realtà attuale che dobbiamo affrontare. A differenza delle
rivoluzioni degli ultimi due secoli motivate dall’egoismo, la rivoluzione
integrale esige a tutti i livelli disegnare e costruire una civiltà comunitaria
in simbiosi con la natura animati da uno spirito di gratuità.
Il virus del progresso ha infettato tutte le attività umane e sta distruggendo
il mondo.
Questo libro è un contributo per sviluppare gli anticorpi necessari.
Giannozzo Pucci, nato nel 1944, fin da ragazzo ha sentito il problema della degradazione
della natura e nella società industriale, nell’alluvione di Firenze ha scoperto la libertà
di lavorare gratuitamente. Ha partecipato al 1968 tra la contestazione alla società
dei consumi. Ha poi aderito alle idee della nonviolenza gandhiana attraverso
la testimonianza e il pensiero di Lanza del Vasto. Dai primi anni
’70 nella sua ricerca di soluzioni è entrato in amicizia coi principali
ispiratori del movimento ecologista: Edward Goldsmith, Ivan
Illich, Masanobu Fukuoka, Wendell Berry, François de Ravignan,
Barry Commoner, Bill Mollison, David Holmgren,
Emilia Hazelip, Vandana Shiva, Peter Warshall, Jerry Mander,
Gary Paul Nabhan ecc. È stato fra gli iniziatori del
movimento antinucleare in Italia, ha lavorato a recuperare
razze di animali in estinzione dell’agricoltura toscana,
ha fondato il primo mercato contadino senza veleni in
Italia, “La Fierucola”, ha partecipato alla fondazione della
Federazione delle Liste Verdi influenzandone lo statuto
in senso comunitario. Consigliere comunale a Firenze per
6 anni, si è occupato di agricoltura contadina, di acque, di
urbanistica, di scuola, trasporti elettrici, non è uno specialista
e guida la Libreria Editrice Fiorentina dal 2004.
Uno straordinario incontro che invita alla riflessione sulla nostra vita in rapporto a quella delle piante
«Le piante sono, a mio giudizio, il modello più straordinario di rete che si possa studiare» Stefano Mancuso
Dall'incontro tra il fisico e filosofo Fritjof Capra e il neurobiologo del mondo vegetale Stefano Mancuso è nato questo piccolo "Discorso sulle erbe". Prendendo le mosse dalle intuizioni sulla natura di Leonardo da Vinci, il libro propone interessanti spunti di riflessione sulla nostra vita in rapporto a quella delle piante. Mancuso e Capra illustrano con molta chiarezza che l'universo è una fitta rete di relazioni, e che il pianeta è un sistema vivente che si autoregola. Le piante sono il modello più straordinario di rete che si possa studiare, perché, a differenza degli animali, il mondo vegetale non ha concentrato le funzioni in particolari organi, ma ha distribuito le funzioni essenziali della vita affidandosi a un modello diffuso. I due scienziati mostrano con un linguaggio sempre molto accessibile che un'organizzazione distribuita, come è appunto quella delle piante, esprime una maggiore efficacia sulla risoluzione dei problemi di una comunità di individui.
Ci sono libri che cambiano la storia e la vita delle persone. Silent Spring, Primavera Silenziosa, è uno di questi. La pietra miliare del moderno movimento ambientalista.
Quando esce, il 27 settembre 1962, anticipato da alcuni stralci pubblicati nel giugno dello stesso anno sul New Yorker, “Primavera silenziosa” fa un enorme clamore. La sua denuncia degli abusi dei pesticidi chimici e dei gravi danni alla natura scuote la politica, la stampa, le compagnie chimiche, la gente.
Rachel Carson, donna coraggiosissima, non si fa intimidire dalle violente reazioni e va avanti, sostenuta da molta scienza e molta politica e da un grande supporto della gente. I risultati non tardano, con l’avvio di una stagione di riforme legislative e di cambiamenti culturali senza precedenti. “Quando si dice che Primavera silenziosa ha cambiato il mondo, beh, non si esagera. In molti aspetti lo ha fatto davvero.”
Il libro dà lo spunto per l’approvazione del Clean Air Act nel 1963, del Wilderness Act nel 1964, del National Environmental Policy Act nel 1969, del Clean Water Act e dell’Endangered Species Act entrambi del 1972. Nel 1970 ha portato alla creazione dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente.
Un gran numero di attiviste e attivisti ambientali si è ispirato a lei e continua a farlo, ancora oggi, in piena emergenza climatica e in piena crisi della biodiversità globale. Da Rachel prendiamo forza, entusiasmo e insegnamenti capaci di far aprire gli occhi sui grandi problemi del pianeta.
Inizia il tempo delle sottrazioni in filosofia, nelle scienze cognitive, nelle arti e nell'architettura, nell'economia. Ma il lungo passato continua a pesare ed è difficile adottare uno stile sottrattivo. Paolo Legrenzi evidenzia qui la storia dell'affermarsi delle sottrazioni buone, cioè razionali, convenienti e produttive, e i pericoli insiti nelle sottrazioni cattive, cioè semplicistiche, ingannevoli, fuorvianti. Si esaminano poi le buone pratiche della sottrazione, quando il meno diventa più, per esempio nell'educazione, dove spesso si tratta di eliminare atteggiamenti spontanei che ci portano fuori strada. La sottrazione può essere ostacolata da emozioni come il senso di perdita ma si rivela benefica nella soluzione di un gran numero di problemi.
Questo pamphlet è una guida per esplorare il disastro in corso; è un avvertimento e un allarme.
Se un attacco nel cuore dell’Europa ci ha colto impreparati, è perché eravamo impegnati nella nostra autodistruzione. Il disarmo strategico dell’Occidente era stato preceduto per anni da un disarmo culturale. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale. L’aggressione di Putin all’Ucraina, spalleggiato da Xi Jinping, è anche la conseguenza di questo: gli autocrati delle nuove potenze imperiali sanno che ci sabotiamo da soli. Sta già accadendo in America, culla di un esperimento estremo. Gli europei stentano ancora a capire tutti gli eccessi degli Stati Uniti, eppure il contagio del Vecchio continente è già cominciato. Nelle università domina una censura feroce contro chi non aderisce al pensiero politically correct, si allunga la lista di personalità silenziate, cacciate, licenziate. Solo le minoranze etniche e sessuali hanno diritti da far valere; e nessun dovere. L’ambientalismo estremo, religione neopagana del nostro tempo, demonizza il progresso economico e predica un futuro di sacrifici dolorosi oppure l’Apocalisse imminente. I giovani schiavizzati dai social sono manipolati dai miliardari del capitalismo digitale. L’establishment radical chic si purifica con la catarsi del politicamente corretto. È il modo per cancellare le proprie responsabilità: quell’alleanza fra il capitalismo finanziario e Big Tech pianificò una globalizzazione che ha sventrato la classe operaia e impoverito il ceto medio, creando eserciti di decaduti. Ora quel mondo impunito si allea con le élite intellettuali abbracciando la crociata per le minoranze e per l’ambiente. La questione sociale viene cancellata. Non ci sono più ingiustizie di massa nell’accesso alla ricchezza. C’è solo «un pianeta da salvare», e un mosaico di identità etniche o sessuali da eccitare perché rivendichino risarcimenti. In America questo è il Vangelo delle multinazionali, a Hollywood e tra le celebrity milionarie dello sport. In Europa il conformismo ha il volto seducente di Greta Thunberg e Carola Rackete. Le frange radicali non hanno bisogno di un consenso di massa; hanno imparato a sedurre l’establishment, a fare incetta di cattedre universitarie, a occupare i media. Possono imporre dall’alto un nuovo sistema di valori. La maggioranza di noi subisce quel che sta accadendo: non abbiamo acconsentito al suicidio.
Costanza ha diciotto anni ed è nata in una valle dove il sole sorge tardi e tramonta presto. Il padre, Tiziano, voleva un maschio. La madre, Augusta, voleva una bambola. Incapaci di comunicare, i loro corpi coesistono in una casa gialla circondata da boschi, vecchi riti contadini e nuovi riti industriali, superstizioni, voci di paese, anziane dette “streghe”.
Ci sono i campi da lavorare, il cimitero per i morti e la chiesa per chi aspetta il regno del Signore. Il campanile batte le ore con tre minuti di ritardo sul resto del mondo, e Costanza cerca di coprire lo svantaggio scappando, smezzando acidi e dormendo su pavimenti. Macina chilometri lungo la statale in cerca di passaggi per l’altrove. Lo fa con Livia e con Mimì, con Fiorella e tutte le ragazze e i ragazzi come loro. Sono gli anni Settanta, e i loro vecchi non sono pronti a guardare in faccia questa nuova specie di animali. Quando Costanza incontra Claudio – che sa sistemare i denti anche se non è un dottore, inventa storie, nasconde tesori ed è fidanzato con l’eroina – comprende di aver trovato il suo altrove. Non importa se si chiama Roma o Bombay, se si trova in un vicolo di periferia o in una comunità in cima a una collina, così come non importa se ci si ammazza di botte, se i soldi finiscono e le mani invecchiano. Importa solo non tornare nella valle, che non lascia mai in pace e dopo quarant’anni rivuole ancora indietro le sue figlie ingrate. Claudio viene da una grande città piena di rovine e memorie antiche e, non potendo riavere indietro il padre, vuole solo andare via da se stesso. Vuole andare via anche se la madre accetta le sue stranezze, scambiandole per modernità. Così Claudio e Costanza, inconsapevoli del futuro ma impegnati nel presente, cominciano a vivere insieme, e la vita porta avventure, dolori, allegrie e la bambina che oggi racconta questa storia. Ginevra Lamberti, nata a San Patrignano e cresciuta a Vittorio Veneto, premio Mondello 2020 con Perché comincio dalla fine , torna ai luoghi del suo primo romanzo dopo aver fatto un giro largo e lungo, con la scrittura e le immagini che la confermano come un grande talento della narrativa italiana.
La montagna è una delle vie da percorrere per sfuggire al riscaldamento globale. Insieme alle tecnologie sostenibili, all'efficienza energetica e a una vita piú contemplativa e meno competitiva.
Perché investire denaro ed energie nella ristrutturazione di una vecchia e scomoda baita nel cuore delle Alpi Cozie? Questo è il racconto di una migrazione verticale, con i suoi successi e i suoi ostacoli, per fuggire il riscaldamento globale che rende sempre piú roventi le estati nelle città. Le montagne, con la loro frescura, sono a due passi e offrono nuove possibilità di essere riabitate; e ciò attraverso il recupero di borgate abbandonate con tecniche di bioedilizia rispettose del paesaggio ma all’altezza delle necessità di agio e di connettività per poterci vivere e lavorare. Per salvarci dall’emergenza climatica e ridare spazio alla contemplazione di ciò che resta della natura. Mercalli affronta, con questo libro molto personale, il tema del riscaldamento climatico attraverso una narrazione in prima persona che racconta la propria esperienza del «salire in montagna»: il tentativo di persuadere della necessità di un cambiamento della nostra esistenza, attraverso una vicenda esemplare.
Uno dei più grandi romanzi del Novecento – dove i «fatti del mondo e il destino delle persone diventano tutt'uno».
Quando Pëtr Vavilov, un giorno del 1942, vede la giovane postina attraversare la strada con un foglio in mano, puntando dritto verso casa sua, sente una stretta al cuore. Sa che l’esercito sta richiamando i riservisti. Il 29 aprile, a Salisburgo, nel loro ennesimo incontro Hitler e Mussolini lo hanno stabilito: il colpo da infliggere alla Russia dev’essere «immane, tremendo e definitivo». Vavilov guarda già con rimpianto alla sua isba e alla sua vita, pur durissima, e con angoscia al distacco dalla moglie e dai figli: «...sentì, non con la mente né col pensiero, ma con gli occhi, la pelle e le ossa, tutta la forza malvagia di un gorgo crudele cui nulla importava di lui, di ciò che amava e voleva. Provò l’orrore che deve provare un pezzo di legno quando di colpo capisce che non sta scivolando lungo rive più o meno alte e frondose per sua volontà, ma perché spinto dalla forza impetuosa e inarginabile dell’acqua». È il fiume della Storia, che sta per esondare e che travolgerà tutto e tutti: lui, Vavilov, la sua famiglia, e la famiglia degli Šapošnikov – raccolta in un appartamento a Stalingrado per quella che potrebbe essere la loro «ultima riunione» –, e gli altri indimenticabili personaggi di questo romanzo sconfinato, dove si respira l’aria delle grandi epopee. Un fiume che investirà anche i lettori, attraverso pagine che si imprimeranno in loro per sempre. E se Grossman è stato definito «il Tolstoj dell’Unione Sovietica», ora possiamo finalmente aggiungere che Stalingrado, insieme a Vita e destino, è il suo Guerra e pace.
COME COMINCIA
Il 29 aprile del 1942, in un tripudio di bandiere tedesche e italiane, alla stazione di Salisburgo arrivò il treno del dittatore dell'Italia fascista Benito Mussolini.
Dopo la cerimonia di prammatica, Mussolini e i suoi accoliti si diressero al vecchio castello di Klessheim, antica residenza dei principi vescovi del luogo.
Lì, nei grandi saloni freddi riammobiliati di recente con arredi sottratti in Francia, si sarebbe tenuto l'ennesimo incontro fra Hitler e Mussolini, mentre Ribbentrop, Keitel, Jodl e altri collaboratori stretti del Führer si sarebbero confrontati con i ministri che avevano accompagnato il duce: Ciano, il generale Cavallero e Alfieri, l'ambasciatore italiano a Berlino.
I due sedicenti padroni dell'Europa si incontravano ogni volta che Hitler predisponeva una nuova sciagura nella vita dei popoli. Le loro conversazioni a quattr'occhi sulle Alpi al confine fra Austria e Italia portavano puntualmente a un'invasione, a manovre diversive di portata continentale e ad attacchi di fanteria motorizzata con relativo dispiegamento di milioni di uomini. I resoconti anemici che i giornali riservavano agli incontri fra i due dittatori contribuivano a riempire i cuori di un'attesa spasmodica.
Come è morto, davvero, Vittorio Leonardi? Perché Penelope Spada ha dovuto lasciare la magistratura? Un'investigazione su un delitto e nei meandri della coscienza. Un folgorante romanzo sulla colpa e sulla redenzione.
«Cosa vogliono le vittime dei reati? Le persone ingiuriate dal crimine, quelle che hanno perso i propri cari o la propria dignità? La punizione dei colpevoli? Certo, anche questo. Ma la punizione – la vendetta piú o meno regolata dalle leggi – è in gran parte un’illusione ottica. Ciò che le vittime vogliono davvero è la verità. L’unica cosa che nel lungo periodo è capace di guarire le ferite, di placare il dolore»
Un barone universitario ricco e potente muore all'improvviso; cause naturali, certifica il medico. La figlia però non ci crede e si rivolge a Penelope Spada, ex Pm con un mistero alle spalle e un presente di quieta disperazione. L'indagine, che sulle prime appare senza prospettive, diventa una drammatica resa dei conti con il passato, un appuntamento col destino e con l'inattesa possibilità di cambiarlo. Nelle pieghe di una narrazione tesa fino all'ultima pagina, Gianrico Carofiglio ci consegna un'avventura umana che va ben oltre gli stilemi del genere; e un personaggio epico, dolente, magnifico.
Libro candidato da Gioacchino De Chirico al Premio Strega 2022
Dopo il perturbante e vertiginoso Blu, Giorgia Tribuiani torna con un romanzo dalla prosa tesa e accattivante che si appunta su una storia a tre voci di rabbia e dolore, parole non dette e seconde occasioni. Una riflessione sulla famiglia dalla trama originale in bilico tra realtà e impossibile per un'autrice che, come poche, sa scavare nell'animo umano per far emergere il rimosso e stimolare la comprensione con uno stile personale notevole e a tratti sorprendente.
«"Padri" testimonia come in minime storie possono rivelarsi spazi immensi. Un libro d'amore in senso largo, come accettazione e accoglienza dell'altro, quindi comprensione dell'umano al di là del proprio perimetro individuale. Certo c'è anche di più: la voce del perdono, la generosità di offrire sempre altre occasioni di fronte alla mancanza, all'assenza, ai sempre possibili errori che accompagnano i giorni che ci sono dati. Alla fine, verrebbe solo da dire, da parte di chi scrive come di chi legge: non è niente, è la vita soltanto» – Remo Rapino
È un pomeriggio di primavera quando, con lo stesso corpo e la stessa età del giorno della propria morte, Diego Valli risorge. Si risveglia sul pianerottolo di quello che era stato il suo appartamento, tira fuori le chiavi, prova a infilarle nella serratura ma si trova faccia a faccia con il figlio Oscar, lasciato bambino e invecchiato ormai di oltre quarant'anni. Da qui, ha inizio una vicenda di riconciliazioni e distacchi, una storia intensa e sincera sul rapporto tra padri e figli e sulla necessità del perdono. Una volta riconosciuto il padre, Oscar affronta il comprensibile straniamento aggrappandosi alle incombenze della quotidianità, mentre Clara, sua moglie, non crede al miracolo e si oppone all'idea di ospitare in casa uno sconosciuto. A complicare le cose, si aggiunge l'arrivo di Gaia, la figlia della coppia, che torna nella città natale per trascorrere le vacanze. Di nascosto dalla madre, che è spesso via per lavoro, Gaia finalmente ha l'occasione di conoscere suo nonno: un uomo profondo, amante della musica, più simile a lei di quanto sia mai stato suo padre. Oscar, al contrario, scoprirà aspetti di Diego che non pensava gli appartenessero. Dopo il perturbante e vertiginoso Blu, Giorgia Tribuiani torna con un romanzo dalla prosa tesa e accattivante che si appunta su una storia a tre voci di rabbia e dolore, parole non dette e seconde occasioni. Una riflessione sulla famiglia dalla trama originale in bilico tra realtà e impossibile per un'autrice che, come poche, sa scavare nell'animo umano per far emergere il rimosso e stimolare la comprensione con uno stile personale notevole e a tratti sorprendente.
Proposto da Gioacchino De Chirico al Premio Strega 2022 con la seguente motivazione:
«Giorgia Tribuiani è una delle scrittrici più interessanti e innovative nel panorama letterario italiano. Con grande coraggio culturale ha affrontato temi originali come quello del rapporto tra corpi e arte, tra corpi e relazioni umane. Oggi, attraverso il suo ultimo libro, Padri, si misura con una tematica più tradizionale e frequentata dalla scrittura italiana contemporanea, ma lo fa con un piglio originale e con grande personalità. Quello che potrebbe sembrare un allineamento alle convenzioni più consolidate diventa invece, ancora una volta, uno scarto creativo che aggiunge conoscenza, cuore e realtà al già conosciuto. La cifra stilistica di una scrittura, mai elementare ma assai colta e matura, permette a Tribuiani di scandagliare il senso profondo della vita di tutti noi, presenti e assenti, che sbagliamo, ci pentiamo, amiamo e in definitiva, viviamo.»
Dai radiosi anni della Germania di Bismarck a quelli devastanti della Seconda guerra mondiale, la famiglia Effinger attraversa quasi un secolo di storia e turbolenze nel cuore pulsante dell’Europa. Gli amori, le sofferenze, le rivoluzioni politiche, ma anche gli arredi, gli abiti da sera, i caffè, i teatri: Gabriele Tergit, in un trionfo di voci e immagini minuziose, racconta il perduto mondo ebraico berlinese.
«Gabriele Tergit scrive con leggerezza e musicalità, e con uno spirito fine e profondamente umano» – Die Zeit
«Uno splendido e ineguagliabile affresco della Germania ebraica tra Ottocento e Novecento» – Literatur - Der Spiegel
«Non esiste un altro romanzo che preservi la Berlino perduta e il mondo ebraico che la popolava come "Gli Effinger"» – Süddeutsche Zeitung
«Conciso, denso di dialoghi taglienti e osservazioni malinconiche, amare, sarcastiche, "Gli Effinger" è pieno di un'arguzia frizzante» – Die Welt
La saga degli Effinger ha inizio con Paul e Karl – figli del capostipite Mathias, orologiaio a Kragsheim – che da un piccolo paese si dirigono alla volta della Berlino cosmopolita per cercare fortuna. Ambiziosi e irrequieti, mecenati talentuosi e sensibili, ardenti patrioti e prussiani, in poco tempo gli Effinger riescono a guadagnarsi la fama di abilissimi imprenditori e a diventare una delle famiglie piú importanti della città. Ma dopo la Prima guerra mondiale, le loro certezze borghesi cominciano a sgretolarsi e piano piano anche le loro splendide feste non possono piú nascondere l’antisemitismo sempre piú dilagante e brutale. Un classico in corso di pubblicazione in tutto il mondo. Prima edizione italiana.
«Siamo solo un mezzo, per lui. Un mezzo per raggiungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole. Può giocare con noi, se ne ha voglia. Può distruggerci, se lo desidera. Noi non siamo niente. Lui, finito dov’è per puro caso, è il dio e il re che dobbiamo temere e venerare. La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia. In un bagno di sangue. In guerre civili. Io non voglio che accada di nuovo. Per questo ce l’ho con un tipico čekista sovietico che ascende al trono di Russia incedendo tronfio sul tappeto rosso del Cremlino». Anna Politkovskaja
Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: "è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados.
Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio" si legge nelle prime pagine di questo libro. E se Carrère ha deciso di scriverlo è perché ha pensato "che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale". La vita di Eduard Limonov, però, è innanzitutto un romanzo di avventure: al tempo stesso avvincente, nero, scandaloso, scapigliato, amaro, sorprendente, e irresistibile. Perché Carrère riesce a fare di lui un personaggio a volte commovente, a volte ripugnante - a volte perfino accattivante. Ma mai, assolutamente mai, mediocre. Che si trascini gonfio di alcol sui marciapiedi di New York dopo essere stato piantato dall'amatissima moglie o si lasci invischiare nei più grotteschi salotti parigini, che vada ad arruolarsi nelle milizie filoserbe o approfitti della reclusione in un campo di lavoro per temprare il "duro metallo di cui è fatta la sua anima", Limonov vive ciascuna di queste esperienze fino in fondo...
Michel Houellebecq torna a raccontare il nostro tempo con un romanzo impetuoso e fluviale, ancorandoci alla storia di un uomo, Paul Raison, che, di fronte a una minaccia più grande di lui, tenta di ricomporre i pezzi disallineati della propria vita, e si trova a guardare a Prudence, un amore perduto eppure in qualche modo presente, come all’unica isola protetta di una civiltà in pericolo. Dando vita a una storia d’amore fra le più belle e tormentate della sua letteratura.
Bruno Juge è un politico di lungo corso, ministro dell’Economia e uno degli uomini più potenti della scena politica francese che si avvia alle prossime elezioni presidenziali. Ma è anche un uomo solo. Sua moglie lo ha tradito ed esposto a uno scandalo pubblico. Paul Raison è uno dei più stretti consiglieri di Bruno, solo come lui, separato in casa nell’indifferenza della moglie Prudence, fervente ecologista e vegana. Quando un attacco informatico diffonde in rete una serie di violenti video che colpiscono il governo e la stessa persona di Bruno Juge, Paul viene chiamato a collaborare alle indagini della Direzione generale per la sicurezza interna, che suo padre aveva diretto. Mentre difende il paese da pericolosi terroristi digitali, Paul deve affrontare anche i nodi irrisolti della sua famiglia: la fragilità dell’anziano padre, che è disposto a proteggere fino in fondo, il rapporto intenso con la sorella Cécile, contraria a ogni forma di edonismo, la distanza dal fratello minore Aurélien, un artistoide un po’ spiantato. In questa ricerca, a sorpresa, ritrova in Prudence, oltre l’apparente freddezza e distanza, un mondo segreto che ha resistito a tutto.
La narrativa sull'Himalaya ci ha abituati a storie di scalatori che affrontano l'Everest e di viaggiatori alla ricerca di esperienze spirituali nei monasteri buddhisti. Ma cosa sappiamo davvero dei popoli che vivono in quella regione? Dopo aver raccontato le repubbliche ex sovietiche e gli sterminati confini della Russia, Erika Fatland ci porta sulla catena montuosa più alta della Terra facendoci scoprire la sua gente, la sua cultura dalle mille facce, i suoi paesaggi eccezionali, ma anche la storia pressoché sconosciuta che è all'origine dei conflitti di oggi.
Dal Pakistan al Myanmar, attraversando il Nepal, l'India, il Tibet e il Bhutan, Fatland si lancia in un nuovo itinerario affascinante e pieno di sorprese, dove a dominare la scena non sono solo vette maestose e orizzonti perduti, ma uomini, e soprattutto donne, in carne e ossa. Proprio l'essere donna, infatti, ha consentito a Fatland di avere accesso a un mondo spesso precluso al genere maschile, specialmente nelle società più tradizionali, e di indagare le abitudini meno note di persone che vivono in condizioni climatiche proibitive, isolate dal resto del mondo per gran parte dell'anno. Combinando il rigore dell'antropologa con la curiosità dell'esploratrice, la nuova voce del reportage internazionale, più volte paragonata a Bruce Chatwin, ci consegna un racconto di viaggio di grande qualità letteraria, il diario di un'avventura durata un anno tra cime vertiginose e valli lontanissime, comunità arcaiche e superpotenze economiche che sono già nel futuro.
Un'inchiesta, narrata con sensibilità e passione, che fa luce su una malattia del nostro tempo e accende una speranza. Perché il percorso è faticoso, ma se accetti il sostegno di chi conosce questo male e di chi ti è vicino puoi salvarti. Se ti fai aiutare riesci a guarire.
La perfezione non esiste, ma la ricerca della perfezione sì e può diventare una condanna. Ti guardi ma non vedi davvero com'è il tuo corpo. Vuoi cambiarlo per far capire agli altri quello che non riesci a dire: sto male. E alla fine il corpo parla, dice quello che la mente non vuole ammettere: ho bisogno di aiuto. «Io so come ci si sente. A me è successo quando avevo ventitré anni.» Fiorenza Sarzanini, firma di punta del giornalismo italiano, racconta in queste pagine l'anoressia che ha vissuto, come si è curata, come è riuscita a uscirne. E perché ha deciso di impegnarsi in prima persona perché questo male così insidioso sia trattato come una vera emergenza. Cosa succede a tante ragazze e tanti ragazzi di oggi? Perché durante la pandemia migliaia di bambini e adolescenti hanno sviluppato disturbi alimentari, e gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio sono aumentati? Quanto contano la disinformazione in rete e il confronto sui social? I malati in Italia sono oltre tre milioni, perlopiù giovani e giovanissimi. L'autrice ha ascoltato le loro confessioni e ne racconta i pensieri e le storie, i demoni e la fame d'amore, le cadute vertiginose e la fatica di rinascere. Ha parlato con i medici che ogni giorno affrontano questa epidemia per cui non c'è vaccino. Ha raccolto lo sfogo dei genitori, il loro senso di colpa, la disperazione di chi vede i propri figli distruggersi senza riuscire ad aiutarli.
Ludmila Ulitskaya in questi racconti esplora i confini che avvicinano, o separano, le persone nella quotidianità delle nostre vite. L'unico sentimento che sembra in grado di cancellare le distanze tra gli uomini è l'amore: anche quando si manifesta nelle forme più varie - attrazione fisica, amore materno, adorazione, fedeltà - la sua forza può salvare i protagonisti e cambiare le loro vite con l'imprevedibilità di un incontro inatteso.
Un'intensa e sincera testimonianza sul senso della giustizia e della memoria. Una storia di amore e pace.
«Cinquant'anni fa mio padre veniva ucciso e mia madre cominciava un cammino che non ha più abbandonato: quello del perdono. Una strada a tratti impervia, ma luminosa che deciso di raccontare in un libro. Per dire che al dolore si può rispondere anche con l'amore.» – Mario Calabresi
Questo libro è il racconto di un cammino, quello che Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi, ha percorso dal giorno dell'omicidio del marito, cinquant'anni fa. Una strada tortuosa che, partendo dall'umano desiderio di vendetta di una ragazza di 25 anni con due bambini piccoli e un terzo in arrivo, l'ha condotta, non senza fatica, al crescere i suoi figli lontani da ogni tentazione di rancore e rabbia e all'abbracciare, nel tempo e con sempre più determinazione, l'idea del perdono. Un racconto che, partendo dalla vita di una giovane coppia che viene sconvolta dalla strage di Piazza Fontana, attraversa mezzo secolo, ricucendo i momenti intimi e privati con le vicende pubbliche della società italiana. Un'intensa e sincera testimonianza sul senso della giustizia e della memoria. Una storia di amore e pace.
Mantova, 1918. Nel giorno dell'armistizio della Grande Guerra due bambine vengono al mondo a poche ore di distanza. Dora in una poverissima casa vicino al lungolago, già orfana perché sua madre muore di parto e suo padre è un soldato disperso. Qualche ora dopo, nasce Irene, l'ultimogenita dei marchesi Cavriani, famiglia dell'antica nobiltà cittadina. Le due bambine crescono – una tra la fame e la miseria dei vicoli, l'altra negli agi del palazzo che porta il nome della sua famiglia – e si incontrano ogni domenica sul sagrato di Sant'Andrea. Dora chiede l'elemosina e nella sua mano la piccola Irene deposita un soldo e un sorriso clandestino di solidarietà e compassione. Gli anni passano e mentre il Fascismo si fa regime, e insanguina le strade della città, due vite destinate a rimanere separate da un'insormontabile differenza di classe si incrociano di nuovo. La sorte che ha portato Dora nella casa borghese della famiglia Benedini, dove è stata accolta e ha ricevuto un'istruzione, le ha fatto anche dono di una bellezza fuori del comune che fa girare la testa agli uomini. Tra loro c'è anche il timido Eugenio, figlio dei ricchissimi Arrivabene e cognato di Irene. Sfidando l'ostilità delle famiglie, Dora si fidanza in segreto con Eugenio ma il bel mondo che comincia a spalancarsi davanti ai suoi occhi ha in serbo per lei molte sorprese: in una girandola di splendidi vestiti, ricevimenti e intrighi, Dora dovrà difendere tutto ciò che ha conquistato con tanta fatica.
«Nella vita, la cosa più bella del mondo è iniziare. Che sia la prima cucchiaiata di Nutella, il viaggio di andata verso una vacanza o una maglietta nuova, c'è un piacere tutto suo nell'iniziare. Ma c'è qualcosa di meglio di iniziare, ed è ricominciare una cosa che ti piace veramente tanto, dopo che non l'hai potuta fare per un po' di tempo. Qualsiasi cosa ti piaccia. Giocare a pallone dopo una febbre. Uscire a cena fuori con i tuoi amici. O indagare su un caso di omicidio.»
A Collerotondo la vita scorre tranquilla – troppo tranquilla – direbbe subito Zoe, mescolando disgusto e sarcasmo sul suo volto di quattordicenne che ha fretta di crescere. Poche case, molti vecchietti, e come sola attrattiva un ristorante stellato, La lupa e la luna, che suo fratello Achille, undici anni e un (presunto) futuro da chef, ha subito dichiarato di dover assolutamente provare. Quando però il proprietario del ristorante viene trovato morto, ucciso con un colpo di pistola, il noioso paese di provincia diventa il teatro di un mistero. Achille e Zoe, lettori appassionati di Agatha Christie, cominciano a scorgere segnali sospetti. E sarà proprio il loro sguardo sulle cose, attento, mai scontato, capace di ribaltare i codici consueti, a dare una svolta fondamentale alle indagini...
Da più di centocinquant’anni, da quando Puškin cadde in duello, colpito da una pallottola del suo avversario d’Anthès, la Russia intera – come un coro immane, sempre rinnovato – e con essa tutto il mondo si domandano: che cosa avvenne veramente negli ultimi mesi di vita di Puškin?
Quale catena di eventi provocò l’esplodere di quella pallottola fatale? Qual è la verità di questa storia frivola e sinistra? È una storia di amore e tradimento con al centro la bellissima Natalie, moglie del poeta? O è anche un oscuro complotto? E quale parte ebbe nella vicenda lo «sciagurato carattere passionale» di Puškin? Sul tema si sono accumulati migliaia di testi e di interpretazioni, con il risultato di renderlo ancor più inavvicinabile. Serena Vitale si è dunque lanciata in un’impresa davvero ardua: ricostruire giorno per giorno, talvolta ora per ora, quei mesi, lasciando risuonare le voci della società che con Puškin sarebbe morta; e indagare la verità dei fatti, basandosi unicamente su documenti (alcuni dei quali, decisivi, venuti alla luce nel corso del suo lungo lavoro di ricerca e di studio). Per fare ciò occorrevano il piglio del romanziere e un’ossessiva precisione filologica. Un raro caso ha voluto che tali qualità si ritrovassero insieme in questo libro – e addirittura si sostenessero a vicenda. Il risultato si potrà leggere come un travolgente romanzo poliziesco: la vittima sulla cui morte si indaga è la verità, il luogo dell’azione i salotti pietroburghesi, il tempo quello eterno della lotta tra volgarità ed eleganza, l’assassino forse il Caso, l’indizio decisivo – chissà – un bottone perduto.
“Sono un chirurgo. Una scelta fatta tanto tempo fa, da ragazzo. Non c’erano medici in famiglia, ma quel mestiere godeva di grande considerazione in casa mia. Fa il dutur l’è minga un laurà, diceva mia madre, l’è una missiùn. Un’esagerazione? Non so, ma il senso di quella frase me lo porto ancora dentro, forse mia madre era una inconsapevole ippocratica.” Una missione che parte da Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia con le grandi industrie, gli operai, il partito, il passato partigiano. In fondo, un buon posto per diventare grandi. A Milano, nelle aule dell’Università di Medicina e al Policlinico Strada scopre di essere un chirurgo, perché la chirurgia gli assomiglia: davanti a un problema, bisogna salvare il salvabile. Agendo subito. Una passione che l’ha portato lontanissimo.
Gli ha fatto conoscere la guerra, il caos dell’umanità quando non ha più una meta. In Pakistan, in Etiopia, in Thailandia, in Afghanistan, in Perù, in Gibuti, in Somalia, in Bosnia, dedicando tutta l’esperienza in chirurgia di urgenza alla cura dei feriti. Poi nel 1994 nasce Emergency, e poco dopo arriva il primo progetto in Ruanda durante il genocidio. Emergency arriva in Iraq, in Cambogia e in Afghanistan, dove ad Anabah, nella Valle del Panshir, viene realizzato il primo Centro chirurgico per vittime di guerra. Questo libro racconta l’emozione e il dolore, la fatica e l’amore di una grande avventura di vita, che ha portato Gino Strada a conoscere i conflitti dalla parte delle vittime e che è diventata di per se stessa una provocazione. In ognuna di queste pagine risuona una domanda radicale e profondamente politica, che chiede l’abolizione della guerra e il diritto universale alla salute. Da Kabul a Hiroshima, il racconto di una missione durata tutta la vita: “Non un’autobiografia, un genere che proprio non fa per me, ma le cose più importanti che ho capito guardando il mondo dopo tutti questi anni in giro”. “Bisogna curare le vittime e rivendicare i diritti. Una persona alla volta.”
Daniel Mendelsohn da bambino restava seduto per ore ad ascoltare i racconti del nonno. Erano storie di un tempo lontano e quasi magico, di un piccolo villaggio della Polonia, Bolechow, in cui la vita scorreva felice. C'era però un punto in cui la voce del nonno si rompeva, oltre il quale non riusciva ad andare, come volesse nascondere un segreto troppo doloroso. Che ne era stato durante l'Olocausto del fratello Shmiel, della moglie e delle loro quattro bellissime figlie? Molti anni dopo Daniel scopre una serie di lettere disperate che il prozio Shmiel aveva indirizzato al nonno. Quelle lettere custodiscono frammenti del passato di una generazione perseguitata e cancellata per sempre, che in queste pagine ritorna a vivere davanti ai nostri occhi. Traduzione di Giuseppe Costigliola.
«In un’epoca dove sempre più si restringe il campo delle cose di cui si può ridere, Reza non rispetta niente: né la famiglia, né il matrimonio, né la donna, né il cancro – e nemmeno, sacrilegio!, i viaggi “turistici” ad Auschwitz» – Franz-Olivier Giesbert
Yasmina Reza possiede un orecchio assoluto per «la musica degli uomini e delle donne», e il talento di riprodurla creando personaggi indimenticabili, di cui mette a nudo i lati comici non meno di quelli patetici. Senza sarcasmo, tiene a precisare lei stessa, ma con profonda empatia, poiché tutti sono minacciati dall’insignificanza e dalla malinconia, dallo sfacelo della vecchiaia e dal tempo, che incessantemente ci sottrae la memoria pur non riuscendo a cancellarla completamente. Ed è così anche in questo romanzo, che ci fa entrare nel cuore di una famiglia di origini ebraiche, i Popper, e più precisamente nei complessi, e non di rado conflittuali, legami fra tre fratelli: Jean, il narratore, «quello di mezzo», cresciuto all’ombra del maggiore, il Serge del titolo, un cialtrone bigger than life, inconcludente, superstizioso, scorbutico, scorrettissimo, fragile e seducente; infine Nana, la più piccola, moralista e petulante. E poi figli, nipoti, mariti, ex amanti, a formare un intreccio di voci corrosivo e scintillante. Le tensioni culmineranno in una resa dei conti che avverrà nel corso di una visita ad Auschwitz, tra orde di «gente in tenuta semibalneare, canottiere, sneakers colorate, pantaloncini, tutine, abitini a fiori».
La vita appassionata e coraggiosa di Elsa Morante in un indimenticabile romanzo biografico.
Grande scrittrice, autrice di alcuni dei maggiori romanzi del Novecento europeo, protagonista della nostra storia culturale, moglie di Alberto Moravia, amica di Pasolini: chi è stata davvero Elsa Morante? Per la prima volta a parlare è proprio lei, Elsa, nel cui nome si apre e si chiude il romanzo biografico di Angela Bubba. La vita di Elsa – dall’infanzia a Testaccio fino agli ultimi anni segnati dalla malattia – si snoda fra queste pagine nel segno della spada, quella che serve a ingaggiare tremende schermaglie con gli odiati-amati oggetti del desiderio: la madre, il primo e più infelice degli amori, la coppia di opposti Moravia-Visconti, l’amico nemico Pasolini… Ma soprattutto è la spada anarchica della fantasia che la scrittrice impugna saldamente mentre insegue senza sosta i propri personaggi, i quali sembrano a loro volta tenerla prigioniera in un gioco che fonde inestricabilmente vita e letteratura. Un ritratto profondo, accurato, vivido, scritto con uno stile originale e incalzante, di quella che appare ormai a molti la maggiore scrittrice italiana di ogni tempo.
«Caro Pier Paolo, ho in mente una bellissima fotografia di te, solitario come al solito, che cammini, no forse corri, sui dossi di Sabaudia, con il vento che ti fa svolazzare un cappotto leggero sulle gambe. Il volto serio, pensoso, gli occhi accesi. Il tuo corpo esprimeva qualcosa di risoluto e di doloroso. Eri tu, in tutta la tua terribile solitudine e profondità di pensiero. Ecco io ti immagino ora cosí, in corsa sulle dune di un cielo che non ti è piú ostile». Dacia Maraini
Pier Paolo Pasolini è un autore di culto anche per i più giovani. La sua è stata una vita fuori dagli schemi: per la forza delle sue argomentazioni, l’anticonformismo, l’omosessualità, la passione per il cinema, la sua militanza e quella morte violenta e oscura. Sono passati cento anni dalla sua nascita, e quasi cinquanta dalla sua scomparsa. Eppure è ancora vivo, nitido, tra noi, ancora capace di dividere e di appassionare. Di quel mondo perduto, degli amici che lo hanno frequentato, della società letteraria di cui ha fatto parte, c’è un’unica protagonista, che oggi ha deciso di ricordare e raccontare: Dacia Maraini. Dacia Maraini è stata una delle amiche piú vicine a Pier Paolo. E in queste pagine la scrittrice intesse un dialogo intimo e sincero capace di prolungare e ravvivare un affetto profondo, nutrito di stima, esperienze artistiche e cinematografiche, idee e viaggi condivisi con Alberto Moravia e Maria Callas alla scoperta del mondo e in particolare dell’Africa. Maraini costruisce questa confessione delicata come una corrispondenza senza tempo, in cui tutto è presente e vivo. Nelle lettere a Pier Paolo che definiscono l’architettura narrativa del libro hanno un ruolo centrale i sogni che si manifestano come uno spazio di confronto, dove affiorano con energia i ricordi e si uniscono alle riflessioni che la vita, il pensiero e il mistero sospeso della morte di Pasolini ispirano ancora oggi all’autrice. Lo stile intessuto di grazia e dolcezza, ma anche di quella componente razionale e ferma, caratteristica della scrittura di Dacia, fanno di questo disegno della memoria che unisce passato, presente e futuro non solo l’opera piú significativa, ma l’unica voce possibile per capire oggi chi è stato davvero un uomo che ha fatto la storia della cultura del Novecento.
28 dicembre 1908: il piú devastante terremoto mai avvenuto in Europa rade al suolo Messina e Reggio Calabria.
Nadia Terranova attinge alla storia dello Stretto, il luogo mitico della sua scrittura, per raccontarci di una ragazza e di un bambino cui una tragedia collettiva toglie tutto, eppure dona un'inattesa possibilità. Quella di erigere, sopra le macerie, un'esistenza magari sghemba, ma piú somigliante all'idea di amore che hanno sempre immaginato. Perché mentre distrugge l'apocalisse rivela, e ci mostra nudo, umanissimo, il nostro bisogno di vita che continua a pulsare, ostinatamente.
Partendo da una attitudine rigorosa, analitica, fenomenologica nei confronti del reale, Bazzi trova sintesi espressive illuminanti e restituisce tutta la potenzialità estetica latente in ogni nostro gesto e manifestazione, disegnando un percorso di formazione ricchissimo e ultracontemporaneo.
I corpi minori sono corpi celesti di dimensioni ridotte: asteroidi, meteore, comete, ma in questo romanzo "minori" sono tutti i corpi osservati sotto la lente del desiderio. Desiderio che fa gravitare i personaggi attorno ai sogni e alle ambizioni di una vita, o solo di una stagione. Come accade al protagonista, che all'inizio della storia ha vent'anni, più di un talento ma poca perseveranza. Di una cosa però è sicuro, vuole andarsene da Rozzano, percorrere in senso inverso i tre chilometri e mezzo di via dei Missaglia, lasciarsi alle spalle l'insignificanza e la marginalità e appartenere per sempre alla città, dove spera di trovare anche l'amore, che sin dall'adolescenza insegue senza fortuna, invaghendosi di ragazzi tanto belli quanto sfuggenti. In una Milano ibrida e violenta, grottesca e straripante – che sembra tradire le promesse di quiete e liberazione immaginate da lontano –, il protagonista dovrà fare i conti con le derive del desiderio, provando a capire quale sia il suo posto nell'ordine geografico ed emotivo di questi anni irradiati di cortocircuiti tra reale e virtuale, tra immagine ed esperienza incarnata. Quando inizia una relazione con un ragazzo più giovane di lui e bellissimo, si sente finalmente dentro il cono di luce dorata della felicità: ama, ed è corrisposto. Eppure non basta trovarsi nel luogo che si è sempre sognato, non basta l'amore. Si è inchiodati a se stessi, in carne e ossessioni: per riuscire a occupare il proprio posto nel mondo non si può ignorarlo.
«La parcella della prima operazione che mi procurerà sarà tutta per lei... In seguito, a ogni paziente che mi manderà, faremo a metà...»: questo aveva detto Mandalin, rinomato chirurgo e proprietario di una clinica di lusso.
E quando il dottor Bergelon aveva dirottato sulla clinica la prima partoriente, Mandalin li aveva invitati a cena, lui e la moglie, nella sua bella casa dei quartieri alti, dove Bergelon aveva bevuto troppo, come Mandalin del resto, e poi tutto era andato storto, la partoriente era morta, e anche il bambino... Risultato: adesso il vedovo minacciava di ucciderlo - non Mandalin, ma lui, Bergelon! Eppure, ciò che spingerà il giovane medico a infrangere le regole di una tranquilla, e in definitiva soddisfacente, esistenza provinciale non sarà la paura di morire, né saranno le apprensioni di quella moglie rassegnata e piagnucolosa, ma un «lancinante bisogno di cambiamento», come la sensazione di avere addosso un vestito troppo stretto. Come molti personaggi di Simenon, anche il dottor Bergelon ci proverà, a non accettare il suo destino, a togliersi di dosso quel vestito troppo stretto...
Come ti comporteresti se tuo marito tornasse a casa dopo otto anni talmente cambiato da non sembrare più lui? Questa è la storia di come ha reagito Bertrande.
Bertrande ha poco più di undici anni quando scopre di dover prestare fedeltà a quel bambino, suo marito, che le dorme accanto nel letto di nozze. È un matrimonio il loro che sigilla un patto da tempo agognato fra le due principali famiglie di Artigues, un paesino al confine spagnolo che pare arroccato alle vecchie gerarchie feudali e cattoliche più di quanto non lo sia alle alture dei Pirenei. Eppure nel sangue di quel bambino, in opposizione all'integerrima legge del padre, ribolle qualcosa di simile a un principio d'indipendenza. Per una banale disputa, a pochi anni dal matrimonio, Martin Guerre fugge di casa promettendo alla moglie di far ritorno a breve, quando le ire del vecchio reggente avranno avuto tempo di placarsi. Quel tempo, però, finirà per scorrere inesorabile per la sola Bertrande. Il vecchio morirà, i mesi si tramuteranno in anni, e la vedova bianca allevierà le proprie pene dedicandosi a un figlio creduto ormai orfano di suo padre. Finché un bel giorno, otto anni dopo e senza preavviso, il fantasma di Martin riappare all'uscio – trasfigurato dal mondo e dalle guerre che attanagliano l'Europa, più gentile, affabile, migliore. Ma lo sconosciuto che tutti chiamano Martin Guerre è davvero suo marito?
L'ammaliante e spaventosa storia di una donna e di un mondo sull'orlo del precipizio.
Tra le montagne della Bitterrot Valley, in Montana, la piccola Ruthie Fear si avventura in un canyon e avvista una misteriosa creatura senza testa che subito svanisce nel nulla. La vita va avanti e Ruthie cresce al fianco del padre – un cacciatore ruvido e testardo – e a tutta una società al maschile in cui fatica a trovare il proprio posto. In quel periodo, proprio mentre lei si addentra nella maturità, il suo unico riferimento stabile, il paesaggio naturale, conosce un momento di crisi: crescenti tensioni sconvolgono la piccola comunità montana e il disastro ambientale incombe. Inserendosi nella tradizione letteraria di autori come Cormac McCarthy e Wallace Stegner, dediti alla narrazione dell'Ovest americano, Ruthie Fear è l'ammaliante e spaventosa storia di una donna e di un mondo sull'orlo del precipizio.
I dodici racconti che compongono questo volume sono dei piccoli gioielli. Narrazioni in cui la prosa asciutta si mischia a descrizioni dal lirismo più spiccato, dove la natura diventa materia mitologica, prima ancora che mezzo per comprendere la psiche dei personaggi. Cane da petrolio (letteralmente è chi ha il fiuto del cercatore di petrolio) è la storia di un uomo che deve decidere da che parte stare. Accade spesso nei racconti di Bass, quando l'aspetto onirico è trasfigurato in un misticismo che permette al lettore di scoprire il confine tra la vita e la morte. In poche pagine, Rick Bass riesce a creare un universo naturale che non ha confini.
Guadalupe Nettel racconta la bambina che è diventata nascendo con un neo bianco sulla cornea. Nella Città del Messico degli anni Settanta subisce il disagio delle cure e assiste impotente alla disgregazione della famiglia, al crollo delle poche certezze che pensava di avere.
Mentre aspetta l'operazione all'occhio, gioca a calcio e sale sugli alberi, guarda di nascosto e si costruisce il suo mondo, costretta ad arrendersi alle necessità di un corpo che cresce e sabota ogni conquista. Fino a quando deve lasciare anche l'ambiente progressista messicano di cui ha faticosamente preso le misure per trasferirsi nella periferia francese. Allora, per consolarsi con altre anomalie, ripensa a Gregor Samsa, ai trilobiti dell'era paleozoica, scrive racconti raccapriccianti e clamorosi, si ribella appena può, e sopravvive agli echi del Messico lontano, all'occhio di sempre e alle scoperte che ingoiano ingenuità e innocenza. Tutto prima che finisca l'attesa, prima di arrivare a raccontare in un romanzo, senza leziosità e senza lezioni, come in una seduta psicanalitica in cui le domande fluttuano senza risposte e spazzano la necessità della decenza, il percorso che l'ha portata ad abitare il corpo in cui è nata. Come un dovere che corona la battaglia, con uno sguardo che illumina di tragedia e di ironia i momenti lievi e le rivelazioni inconfessabili. Dando loro una forma. E, soprattutto, senza addomesticare la disperazione impotente dell'infanzia, meravigliosa solo nei luoghi comuni e nella memoria: il disagio dei bambini che si dibattono in uno spazio commovente di solitudine, oscuro e confuso, frustrante e prosaico, ma pieno di grazia.
Infanzia, giovinezza, matrimonio e primo incarico diplomatico di Patrick Nothomb, rampollo di una delle più influenti famiglie del Belgio. Fra una madre troppo presto vedova, dei nonni a dir poco bizzarri e una banda di zii quasi coetanei, il piccolo Patrick si impegna a diventare uomo... Pagine sorprendenti di una storia familiare che ogni lettore divorerà con commozione e divertimento.
Con lo sguardo acuto e profondo che lo ha reso uno degli autori più amati, Eshkol Nevo indaga dietro le maschere che vestiamo per gli altri, ma anche su quelle che indossiamo quando ci troviamo di fronte a verità troppo difficili, o pericolose, da accettare. E, come in Tre Piani, attraverso il sorprendente intreccio di tre storie interconnesse scandaglia le ombre dell'amore e delle relazioni, della colpa e dell'innocenza.
Non è dato a tutti uscire indenni dalle esperienze radicali della vita in cui un evento, una passione, una confessione, una rivelazione inaspettata, ci pongono davanti a un'intensità tale da esigere la più nuda verità su noi stessi e sul nostro mondo. Quattro persone entrarono nel Pardès, nel giardino dell'Eden, è scritto nel Talmud, ma soltanto una ne uscì incolume. Le vie dell'Eden, infatti, dove maturano i frutti più preziosi della vita, sono lastricate di pericoli. Lo sa bene Omri, il musicista che, nelle prime pagine di quest'opera, deve trovare il modo di confessare l'inconfessabile. Incalzato dal proprio avvocato, affida alla pagina la terribile vicenda che lo vede coinvolto. Tutto ha avuto inizio con il necrologio di un uomo con cui ha trascorso insieme a La Paz soltanto qualche ora. Nel trafiletto sotto la foto si dice che Ronen Amirov, turista israeliano di ventotto anni, è rimasto ucciso in un incidente sulla «Strada della Morte», in Bolivia, mentre era in luna di miele. Ma quando Omri parte per andare in visita alla famiglia di Ronen riunita per la shivah, la settimana di lutto stretto, non lo fa per onorare il defunto, bensì per rivedere Mor Amirov, la moglie di Ronen. A cercare sollievo nella confessione è anche il dottor Asher Caro, attempato primario che, d'un tratto, prova uno strano interessamento per una giovane specializzanda, Liat Ben Abu. Che il segreto gelosamente custodito dall'uomo per lunghi anni abbia qualcosa a che fare con l'impulso irrefrenabile che Liat risveglia in lui, ovvero quello di proteggerla da chiunque osi ferirla? Una coppia di lungo corso va a camminare nei frutteti ogni sabato. Si alzano presto, indossano abiti sportivi, poi salgono in macchina e guidano fino a una sbarra da cui si prosegue solo a piedi. Quel giorno sono in buona e camminano mano nella mano senza litigare, fino a quando, a fine salita, il marito consegna il telefono alla moglie, infilandosi fra due filari di alberi. Lei lo aspetta sulla strada, ma i minuti passano e dell'uomo non si ha più nessuna traccia. Con lo sguardo acuto e profondo che lo ha reso uno degli autori più amati, Eshkol Nevo indaga dietro le maschere che vestiamo per gli altri, ma anche su quelle che indossiamo quando ci troviamo di fronte a verità troppo difficili, o pericolose, da accettare. E, come in Tre Piani, attraverso il sorprendente intreccio di tre storie interconnesse scandaglia le ombre dell'amore e delle relazioni, della colpa e dell'innocenza.
Massimo Carlotto, uno degli autori più amati, incisivi e schierati del noir italiano, debutta nel Giallo Mondadori con un nuovo, iconico personaggio, dimostrando per l'ennesima volta il suo talento unico nel raccontare la nostra società e gli scheletri che cerca di nascondere nell'armadio.
Lo chiamano il Francese. Gestisce una "maison" di dodici donne. Ognuna ha un nome d'oltralpe, ognuna recita un personaggio diverso: dalla pin-up d'altri tempi alla manager in carriera, il Francese è in grado di soddisfare le fantasie di commercianti, imprenditori, professionisti. È un giro medio-alto, il suo, le mademoiselles non lavorano in strada, e non tutti se lo possono permettere. Tutto precipita quando una di loro scompare nel nulla: è lui l'ultimo ad averla vista viva, e quindi il primo sulla lista degli indagati. Il commissario Franca Ardizzone non gli dà tregua, lo vuole sbattere in galera a tutti i costi. E la sua maison fa gola alle bande che gestiscono la prostituzione in zona. Per salvarsi, il Francese è costretto a cercare la verità, un gioco pericoloso dove nessuno rispetta le regole.
Sono oltre cinque milioni i bambini nel mondo che, ad oggi, hanno ottenuto la registrazione allo stato civile grazie all'impegno della Comunità di Sant'Egidio: alunni che non potevano finire la scuola, bambini di strada, minori detenuti, ex bambini-soldato, piccoli malati di AIDS, ragazzi dei villaggi, senza famiglia, malnutriti... Vivono negli slums delle grandi città, in campi profughi, colpiti da emergenze umanitarie, nelle vaste aree rurali e in tante altre situazioni di povertà. Questo impegno ha radici lontane: l'attenzione per coloro che in modi diversi sono scartati e spesso resi "invisibili" caratterizza Sant'Egidio fin dai suoi inizi. Nasce da una convinzione profonda: tutti i bambini devono avere un nome e un'identità e non si può accettare che si venga al mondo privi dei diritti fondamentali, che si cresca come cittadini di seconda classe nel proprio paese e si finisca per diventare preda dei nuovi mercanti di schiavi. Questo libro vuole raccontare storie, buone pratiche, difficoltà e successi della battaglia intrapresa da Sant'Egidio in tante parti del mondo per dare un'identità legale a milioni di bambini e liberarli dalla tratta o da altre forme di sfruttamento, perché purtroppo ancora, per esistere, nascere non basta.
Ormai ascoltiamo sempre più spesso il suono degli ultimi giorni cui sarà destinata l'umanità. Ma l'era dell'Antropocene è animata ancora da un riverbero di ostinazione. Se dietro il disastro si nasconde sempre una qualche filosofia, il modo migliore per interpretare la catastrofe dopo averne sentito parlare o dopo averla vissuta in prima persona è indagare i meccanismi crudeli e interrogare le intime responsabilità che l'hanno provocata. Tutt'altro che attraverso un percorso intellettualistico, Pinto rimette questi processi in questione seguendo un taglio interpretativo 'umanista' cioè incapace di omettere l'uomo come principale attore e responsabile. Progresso, visione, disastro ecologico e narrazioni della menzogna s'incontrano in un racconto della catastrofe che accompagnai i grandi numeri e che rende ancora più tragica e urgente la riflessione antropocenica. Una riflessione che prova a dileguare le scintille dei molti incendi già in corso.
“Quanto può cambiare una persona da una stanza all’altra della casa?”, si chiede la ragazza protagonista di questo romanzo, osservando incredula i cambiamenti continui di sua madre. Sua madre era una persona dalla faccia strana ma bella ed era una madre diversa con sua sorella, un’altra ancora con suo fratello e decisamente una moglie diversissima con suo padre. Una buona educazione è quella che Antonella ha sempre cercato di trasmettere a sua figlia Lisa. La meticolosità, la precisione e l’approfondimento di quelle lezioni è cosa indescrivibile. Così, da quando Lisa ha più o meno sei anni è costretta a trasformarsi in una spugna per assorbire la cascata di insegnamenti con cui la madre la travolge e la soffoca ogni giorno. La loro relazione non si evolve mai, finché Antonella non si ammala. Di lei e sua madre insieme Lisa ricorda vividamente soltanto il momento più triste della sua vita, vagamente tutto il resto. Un garbuglio di ciò che è accaduto e avrebbe voluto accadesse.
Questa, infatti, è la storia della malattia di sua madre, non com’è avvenuta realmente, ma come la ricorda sua figlia. Sono due cose completamente diverse.
La struttura segreta e persecutoria di un mondo che ci somiglia, rivelata attraverso la straordinaria testimonianza del delirio di una schizofrenica.
Immaginate di svegliarvi una mattina come le altre e vedere ai piedi del vostro letto tre figure spettrali, ma terribilmente vere - un ragazzino con un sorriso stampato sul volto, un uomo anziano dall'aria autorevole, che ispira fiducia, uno strano individuo con lunghi capelli dritti e neri, lineamenti femminei e un'espressione arrogante. E immaginate, da quel giorno in poi, di non poter più pensare liberamente, di diventare le cavie di un oscuro esperimento e non poter fare altro che eseguire i loro ordini. È quello che è accaduto a Barbara O'Brien, pseudonimo di una giovane donna che alla fine degli anni Cinquanta ha pubblicato questo libro: una delle più straordinarie testimonianze dall'interno di un delirio schizofrenico durato sei mesi, da cui miracolosamente, e con le sue sole forze, è riuscita a liberarsi. Ma chi sono quelle figure che ha visto materializzarsi nella sua stanza, e cosa vogliono da lei? Sono gli «Operatori», occhiuti guardiani che nel suo universo paranoide studiano, sorvegliano, escogitano sempre nuovi modi per esercitare potere sulle loro vittime, le «Cose», a cui non resta che guardare e aspettare. Eppure, usciti insieme a lei dalla cronaca del suo delirio, ci sembra di avvertire una strana affinità fra l'operare di quelle feroci e persecutorie presenze e la struttura stessa su cui si regge il mondo chiamato «normale». Postfazione di Michael Maccoby.
Nel piccolo paese di ‘Awafi, in Oman, vivono tre sorelle. Mayya, la maggiore, sposa ‘Abdallah, figlio di un ricco mercante di schiavi, dopo aver sofferto patimenti d’amore. Insieme saranno felici, e la loro unica figlia femmina, London, diventerà medico e sarà una donna forte ed emancipata. Asma’, appassionata di letteratura e romantica sognatrice, si sposa per puro senso del dovere. Khawla, la più bella, rifiuta tutti i pretendenti e resta in attesa del suo grande amore, emigrato in Canada. Intrecciando le vicende di ‘Abdallah, il cuore del romanzo, che riflette sulla sua vita mentre si trova in volo verso Francoforte, a quelle delle tre sorelle e dei loro figli, Jokha Alharthi tratteggia un vivido affresco dell’Oman di oggi, con le luci e le ombre che lo contraddistinguono. Grazie alla sapiente alternanza tra passato e presente, la narrazione scorre come un fiume in piena, animata dal desiderio di confrontarsi con antiche regole e infine sovvertirle.
In questo romanzo esilarante e feroce, Veronica Raimo apre una strada nuova. Racconta del sesso, dei legami, delle perdite, del diventare grandi, e nella sua voce buffa, caustica, disincantata esplode il ritratto finalmente sincero e libero di una giovane donna di oggi. Niente di vero è la scommessa riuscita, rarissima, di curare le ferite ridendo.
«Veronica Raimo è l'unica che mi ha fatto ridere ad alta voce con un testo scritto in prosa da quando ero adolescente» – Zerocalcare
«All'inizio c'è la famiglia. Veronica Raimo racconta che, specialmente se si è figlie, quell'inizio combacia con la fine» – Domenico Starnone
«Leggere questo romanzo è una festa. Ma molte pagine sono ferite da medusa: bruciano alla distanza» – Claudia Durastanti
La lingua batte dove il dente duole, e il dente che duole alla fin fine è sempre lo stesso. L'unica rivoluzione possibile è smettere di piangerci su.
Prendete lo spirito dissacrante che trasforma nevrosi, sesso e disastri famigliari in commedia, da Fleabag al Lamento di Portnoy, aggiungete l'uso spietato che Annie Ernaux fa dei ricordi: avrete la voce di una scrittrice che in Italia ancora non c'era. Veronica Raimo sabota dall'interno il romanzo di formazione. Il suo racconto procede in modo libero, seminando sassolini indimenticabili sulla strada. All'origine ci sono una madre onnipresente che riconosce come unico principio morale la propria ansia; un padre pieno di ossessioni igieniche e architettoniche che condanna i figli a fare presto i conti con la noia; un fratello genio precoce, centro di tutte le attenzioni. Circondata da questa congrega di famigliari difettosi, Veronica scopre l'impostura per inventare se stessa. Se la memoria è una sabotatrice sopraffina e la scrittura, come il ricordo, rischia di falsare allegramente la tua identità, allora il comico è una precisa scelta letteraria, il grimaldello per aprire all'indicibile. In questa storia all'apparenza intima, c'è il racconto precisissimo di certi cortocircuiti emotivi, di quell'energia paralizzante che può essere la famiglia, dell'impresa sempre incerta che è il diventare donna. Con una prosa nervosa, pungente, dall'intelligenza sempre inquieta, Veronica Raimo ci regala un monologo ustionante.
Raccontata attraverso gli occhi di una donna che vive un secolo di sconvolgimenti con passione, determinazione e senso dell'umorismo, Isabel Allende ci consegna ancora una volta una storia epica che esalta ed emoziona.
Violeta nasce in una notte tempestosa del 1920, prima femmina dopo cinque turbolenti maschi. Fin dal principio la sua vita è segnata da avvenimenti straordinari, con l'eco della Grande guerra ancora forte e il virus dell'influenza spagnola che sbarca sulle coste del Cile quasi nel momento esatto della sua nascita. Grazie alla previdenza del padre, la famiglia esce indenne da questa crisi solo per affrontarne un'altra quando la Grande depressione compromette l'elegante stile di vita urbano che Violeta aveva conosciuto fino ad allora. La sua famiglia perde tutto ed è costretta a ritirarsi in una regione remota del paese, selvaggia e bellissima. Lì la ragazza arriva alla maggiore età e conosce il suo primo pretendente... Violeta racconta in queste pagine la sua storia a Camilo in cui ricorda i devastanti tormenti amorosi, i tempi di povertà ma anche di ricchezza, i terribili lutti e le immense gioie. Sullo sfondo delle sue alterne fortune, un paese di cui solo col tempo Violeta impara a decifrare gli sconvolgimenti politici e sociali. Ed è anche grazie a questa consapevolezza che avviene la sua trasformazione con l'impegno nella lotta per i diritti delle donne. Una vita eccezionalmente ricca e lunga un secolo, che si apre e si chiude con una pandemia.
La storia vera di un ragazzo che non vedeva per sé un futuro, raccontata dal padre.
Nel 2014, a Milano, il figlio ventunenne dell’autore si toglie la vita. Il racconto, con l’obiettivo dichiarato di onorare la memoria del ragazzo, e che può aiutare altri genitori a capire e a orientarsi, analizza le cause di un disagio giovanile che nei casi estremi induce fino al suicidio, attraverso frammenti della breve vita del giovane che si mescolano a momenti di vita del presente di suo padre.
Le colonne portanti del romanzo sono l’identità di genere e il disagio giovanile che porta all’autodistruzione.
Giuseppe, carattere molto chiuso e introverso, spinto all’isolamento volontario dell’hikikomori, è stato un ragazzo tormentato come tanti giovani di questo tempo, con enormi dubbi sulla sua identità, al punto di diventare a volte un’altra persona, Noemi; bipolarità e auto-isolamento lo hanno indotto a non vedere per lui un futuro e a farla finita.
Un libro per genitori, insegnanti, psicologi, educatori, giovani lettori dalle scuole medie in su e, singolarità dell’opera, anche nonne, vista l’intimità che Giuseppe aveva con quella materna.
La vita di un grande uomo di cinema. L'impegno nella battaglia per salvare il pianeta. La testimonianza di come un mondo diverso sia ancora possibile.
Attore e regista italiano tra i più amati, in questo libro Alessandro Gassmann si racconta a cuore aperto, dai giorni dell'infanzia fino ai traguardi del presente. Il cinema respirato in casa fin dalla più tenera età, un padre leggendario, affettuoso e complicato, la vita agreste con la madre, anche lei splendida attrice. E poi gli studi tormentati, con l'abbandono dell'amata facoltà di Agraria, la gioventù negli edonistici anni Ottanta, le amicizie, le passioni e l'amore, l'accademia di recitazione, i primi passi e infine i successi cinematografici. Ma è la nascita di Leo a cambiare davvero tutto: diventare genitori allunga gli orizzonti e proietta le responsabilità nel futuro, oltre la propria esistenza. Ed è grazie alla paternità che Gassmann riscopre un filo rosso - anzi, verde - che unisce tutte le tappe della sua vita: la sensibilità ecologica, che diviene presa di coscienza della crisi climatica e impegno per contrastarla. Nasce così l'idea di incontrare e raccontare i veri eroi del nostro tempo, coloro che, spesso nell'ombra, stanno inventando un modo virtuoso di coniugare economia e ambiente. Sono i #GreenHeroes, uomini e donne coraggiosi che dimostrano come sia possibile creare valore e lavoro anche prendendosi cura del posto in cui si vive, investendo nel futuro anziché rimandare la resa dei conti con il pianeta. Scritto con Roberto Bragalone e il supporto scientifico del Kyoto Club, Io e i #GreenHeroes non è dunque solo un'autobiografia, ma un diario di impegno civico, un racconto appassionato delle storie di chi non sta a guardare di fronte al climate change , e insieme un invito a darci da fare per restituire un futuro ai nostri figli.
I giardini profumati, i colori e le voci dell'Istria, il dialetto fiumano, le storie dell'orologiaio Malesa che un tempo riparava gli apparecchi di Tito, i fili della vita della greca Lisetta e ancora luoghi, paesi, città (Pola, Spalato, Belgrado, Trieste, Salonicco, solo per citarne alcune), alberghi, ferrovie che non esistono più, famiglie distrutte e persone scomparse. Sono i punti di una mappa che pagina dopo pagina Dragan Velikic riporta in vita e fissa su carta in questo romanzo in grado di trasformare un piccolo universo famigliare nello specchio della storia dei Balcani e dell'Istria. Al centro la figura della madre dell'autore che era solita registrare meticolosamente su un quaderno i fatti e i luoghi della propria vita. La sua scomparsa diventa il motore di un meccanismo narrativo, di una polifonia di voci che Velikic orchestra con maestria confermandosi uno degli autori balcanici più significativi della sua generazione.
Jacinda “Jake” Greenwood lavora come guida naturalistica e accompagna ricchi turisti appassionati di ecologia a visitare le rigogliose foreste di un’isola della British Columbia, che curiosamente – una coincidenza? – porta il suo nome. Senza radici e senza una famiglia alle spalle, un giorno Jake entra in possesso del diario della nonna, un aiuto inatteso che le permette di ricostruire il suo passato. Come se percorresse la circonferenza di un albero secolare, un cerchio dopo l’altro, è finalmente in grado di attraversare il tempo che è stato, gli anni che si sono accumulati come fa il legno: strato su strato.
Leggendo quelle pagine, Jake si rende conto che anche la sua esistenza poggia su strati invisibili, racchiusi nelle vite di quelli che l’hanno preceduta, nella serie di crimini e miracoli, casualità e scelte che ha portato a lei: ogni strato è la conseguenza di un altro, così come ogni successo e ogni disastro vengono conservati per sempre. Ripercorrendo a ritroso il Novecento, scoprirà che quello che unisce tutti i membri della dinastia dei Greenwood sin dal lontano 1908 – quando la stirpe mise radici in seguito allo scontro frontale tra due treni – è proprio il bosco. Con il loro pulsare silenzioso, gli alberi offrono rifugio, ma custodiscono anche delitti, decisioni estreme, rinunce ed errori. Imponente, trascinante e brillantemente strutturato come gli anelli concentrici di un tronco, I Greenwood mette in scena l’intreccio di menzogne, omissioni e mezze verità che segna le origini di ogni famiglia, un groviglio di segreti e tradimenti che ricade su quattro generazioni unite nel destino delle foreste del Canada.
In un'altra vita, poco piú che ragazzi, i membri del quartetto Razumovsky avevano avuto l'onore di esibirsi davanti al Führer. Adesso, dopo piú di trent'anni di silenzio, si riuniscono per suonare Beethoven in una piccola città del Montana. Ma a pochi giorni dal concerto il primo violino muore per un colpo di pistola: chi l'ha ucciso, e per nascondere cosa? I movimenti perfetti della musica classica, il fantasma tenace del nazismo, l'eco di uno sparo che riporta a galla vecchi segreti.
Tre amici si ritrovano dopo molti anni. Sono tedeschi, ora vivono negli Stati Uniti e in un passato che nessuno di loro vuole fare ricordare hanno suonato di fronte a Hitler, suscitando l'ammirazione della Germania intera. In quei giorni sciagurati di musica, applausi e grandi ambizioni erano un quartetto, ma quando ritrovano Victoria, la suadente violoncellista, lei non sembra nemmeno riconoscerli. In ricordo della giovinezza si preparano ora per un nuovo concerto insieme, l'ultimo, ma a pochi giorni dal debutto la morte violenta di Max Brentano, il carismatico violinista del gruppo, fa tornare a galla una storia di gelosia, odio e rancore. Una storia, a distanza di tempo, ancora ferocemente nazista. Perché il personaggio che dice «io» in questo libro, oltre a suonare il violino nel quartetto Razumovsky, durante il Reich veniva soprannominato «il Torturatore». E dopo la caduta del regime, la sua unica speranza di sopravvivere è stata scomparire nel nulla, dall'altra parte dell'Atlantico. Con un nome fittizio, Rudolf Vogel ha trovato rifugio nelle comunità tedesche del Montana, dove scrive infimi romanzetti di genere, sentendosi braccato e cercando di non destare troppi sospetti. Ben presto, però, la preda scopre di poter tornare a indossare i panni del predatore, e quando incontr i compagni del quartetto sa di dover chiudere una volta per tutte il cerchio della sua ossessione. Il commiato di Paolo Maurensig è una storia drammatica e potente, un romanzo in tre atti che ci interroga sull'impeto della memoria e sulla persistenza della colpa quando la colpa non sbiadisce, mettendoci di fronte all'ostinata e tragica fascinazione di alcuni uomini per il male assoluto.
Solferino, 2022 - Questo saggio di Valdo Spini appare quanto mai attuale e fa comprendere al lettore come l’elezione del Presidente della Repubblica, sul colle più alto, sia non solo un avvenimento politico importante e imprevedibile nel suo sviluppo, ma anche molto avvincente.
Nel saggio Sul colle più alto. L’elezione del Presidente della Repubblica dalle origini a oggi (Solferino 2022), Valdo Spini rievoca le figure che si sono succedute, iniziando dai due capi provvisori dello Stato, Alcide De Gasperi ed Enrico De Nicola, per proseguire con i dodici presidenti da Luigi Einaudi a Sergio Mattarella, ricostruendo il modo in cui sono stati eletti e come sono arrivati alla carica più alta della Repubblica.
Valdo Spini, nato a Firenze nel 1946, fu professore associato alla facoltà di Scienze Politiche Cesari Alfieri di Firenze. Deputato per otto legislature, vicesegretario nazionale del Psi, è stato anche Sottosegretario agli Esteri e Ministro dell’Ambiente, cofondatore dei Ds, Presidente della Commissione Difesa della Camera, poi rappresentante del Consiglio regionale della Toscana nel consiglio d’amministrazione del Maggio Musicale Fiorentino.
Appare quanto mai attuale il saggio di Valdo Spini, che fa comprendere al lettore come l’elezione del Presidente della Repubblica sul colle più alto, sia non solo un avvenimento politico importante e imprevedibile nel suo sviluppo, ma anche molto avvincente.
In piena quarta ondata della pandemia, il 24 gennaio sono convocate le Camere, primo atto ufficiale per l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale. Saranno 1009 i grandi elettori chiamati a eleggere il capo dello Stato: 321 senatori, 630 deputati e 58 delegati regionali, tre per ogni Regione, eccetto la Valle d’Aosta che ne ha uno, designati in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. Queste saranno le ultime elezioni con più di novecento parlamentari, la volta prossima saranno seicento, se non verrà cambiato il sistema elettorale.
«È stato necessario scegliere le persone giuste tenendo ben presente che da quella notte ognuno ne è uscito in modo completamente differente. Chi senza neanche un graffio, chi con un trauma enorme che si porterà dentro per tutta la vita. Chi con le proprie gambe abbracciato alla moglie o ai figli, chi perdendo una persona cara.» – Pablo Trincia, intervista a Il Venerdì – la Repubblica
«La balena d'acciaio dentro la quale camminavano si stava deformando e sembrava potesse collassare da un momento all'altro. Ogni ora che passava si assestava di qualche centimetro, come per ricordare a tutti che era ancora viva. Tuttavia le operazioni non potevano fermarsi, i sommozzatori dovevano spingersi sempre piú dentro e scendere sempre piú a fondo. Avevano i nervi tesi, le mascelle serrate, il cuore a mille, gli occhi pronti a individuare in ogni momento una via di fuga. Piú avanzavano, piú sapevano che scappare da lí avrebbe richiesto minuti interminabili. Un tempo che nessuno avrebbe avuto.»
Un secolo esatto dopo l'affondamento del Titanic, la punta di diamante della flotta di Costa Crociere percorre il Mediterraneo in senso antiorario. A bordo, piú di quattromila persone di 64 nazionalità diverse. Ci sono coppie in viaggio di nozze, famiglie riunite per una ricorrenza, persino un gruppo di parrucchieri che deve partecipare a un reality. E oltre mille membri dell'equipaggio, molti dei quali provenienti da Paesi poveri e lontani. La sera del 13 gennaio 2012 – quella in cui la Concordia urta degli scogli vicino all'isola del Giglio, finendo sotto gli occhi del mondo intero – ha segnato le esistenze di tutti loro. Da grande narratore, Pablo Trincia racconta lo splendore del divertimento a bordo e il trauma dell'impatto, lo smarrimento e la lotta per la sopravvivenza. Conflitti e alleanze generati da una tragedia ricostruita attraverso testimonianze uniche, come quella dei sommozzatori che si sono addentrati nei vani spettrali della nave, trovando un universo sommerso di valigie, scarpe, lenzuola, corpi. Come quella degli abitanti del Giglio, che hanno visto una folla di disperati riversarsi sul loro piccolo molo e, per accoglierla, hanno aperto senza esitazione le porte delle proprie case.
Il volume raccoglie e ripropone gli atti dell'incontro "Europa, sfide e prospettive dei prossimi anni" svoltosi a Genova nel novembre 2019 e promosso dall'Arcidiocesi della città nell'ambito di un programma di formazione politica che da anni si propone di affrontare, coinvolgendo anche i giovani, argomenti di Dottrina Sociale della Chiesa. Come spiegato nell'introduzione del sacerdote Massimiliano Moretti, «L'Unione Europea è spesso percepita come un organismo distante dalle persone e l'impressione è che non sia stata capace nel corso del tempo di attivare politiche economiche e sociali tali da far percepire ai cittadini che ne fanno parte di essere il corpo di un'unica comunità; oggi sul terreno globale sono presenti grandi sfide sia dal punto di vista economico e finanziario, sia dal punto di vista antropologico. Ogni sfida può diventare però, se ben gestita, anche una grande opportunità di crescita e di sviluppo e questo volume vuole appunto proporre numerosi spunti di riflessione e stimoli per tutti i cittadini».
Boccadorso è una miniera governata da regole precise a cui tutti imparano presto a obbedire, se vogliono sopravvivere. Per Newt la miniera è casa. Fino all'arrivo di un nuovo minatore, Devlin, che porta con sé una parola mai sentita prima: rivoluzione. Ma che prezzo bisognerà pagare per vedere la luce del sole?
Boccadorso ci porta sottoterra, nelle profondità di una miniera governata da regole precise a cui tutti imparano presto ad obbedire, se vogliono sopravvivere. Per Newt, che ci è arrivato bambino e ricorda poco del mondo esterno, è casa. E Thomas, il minatore che l'ha preso sotto la sua ala protettrice e che, tra un estenuante turno di lavoro e l'altro, gli sta insegnando a leggere e scrivere, è la sua famiglia. È proprio l'indimenticabile voce di Newt, con il suo linguaggio strano a cui il lettore si abitua in poche righe, a raccontarci del giorno in cui tutto cambia: alla sua camerata è assegnato un nuovo arrivato, Devlin, che porta con sé una parola mai sentita prima: rivoluzione. Una dirompente storia d'amicizia e d'avventura che si regge su una riflessione più ampia sull'importanza della parola e delle storie, sulla potenza dell'istruzione contro gli indottrinamenti.
Alessandro Robecchi firma una delle avventure più coinvolgenti di Carlo Monterossi. In un intrigo che lascia senza fiato, coniuga suspense e passione letteraria e racconta una storia lontana, dal passato, di poesia e libertà, amour fou e Resistenza. Un inchino al movimento surrealista parigino.
Flora De Pisis è stata rapita. La regina della tivù del dolore, Nostra Madonna delle Lacrime, la principessa del cinismo, la diva tanto umana, l'amore delle masse, la cui popolarità è in gran parte merito di Carlo Monterossi, inventore, pentito, del programma Crazy Love. Ed è a lui che il capo indiscusso della Grande Tivù Commerciale affida la delicatissima faccenda, nella speranza che la trattativa rimanga segreta. Carlo si mette al lavoro con la «sua squadra»: l'investigatore Oscar Falcone, la sua socia Agatina Cirrielli, ex sovrintendente di polizia, e Bianca Ballesi che conosce i segreti indicibili del programma di Flora. È un vero sequestro o una trovata pubblicitaria? E poi: chi sono i rapitori? Cosa vogliono? La richiesta del riscatto arriva quasi subito: dieci milioni di euro, ma soprattutto – inaudito – un'ora di trasmissione in diretta nell'orario di massimo ascolto. Libera, pirata, senza controlli né spot pubblicitari. Incredibile. Inaccettabile. A meno che... Mentre la tensione cresce, il Paese si agita alla notizia ormai pubblica, i media sembrano impazzire e la data della messa in onda si avvicina, i «terroristi» sembrano sempre più una brigata di agitatori surrealisti, guidati da una coppia che ha inventato «un piano bellissimo, oltre le stelle» e ispirati da un grande artista: Robert Desnos, poeta e resistente. In un romanzo dal ritmo denso, che dosa magistralmente poesia e suspense, si intrecciano misteriosamente mondi lontanissimi: lo show nazional-populista della tivù, estremo esercizio di cinismo, e la Parigi degli anni Venti, delle avanguardie, delle cave e dei bistrot dove esplodeva la rivoluzione surrealista, tra amour fou e Resistenza. Alessandro Robecchi firma una delle avventure più coinvolgenti di Carlo Monterossi, ricca di tensione noir e passione letteraria, ambientata come sempre in una Milano vista dai banconi dei bar, dai salotti borghesi, dalle scrivanie degli uffici, dai marciapiedi e dalle finestre dei palazzi di periferia. I suoi romanzi – meccanismi precisi, ironia irresistibile nei dialoghi e nelle trovate – gettano sempre uno sguardo disincantato e illuminante sulla nostra società.
Arricchito dalle splendide illustrazioni di Kristen Orr, il libro è un racconto vivido, a tratti da pelle d'oca, scritto da una delle massime autorità nell'ambito della mirmecologia.
«I conflitti tra formiche fanno sembrare una piccola cosa battaglie come quelle di Waterloo o Gettysburg.»
Edward Wilson, uno dei più autorevoli scienziati al mondo, ci porta in luoghi remoti come il Mozambico e la Nuova Guinea, ma anche nel giardino incolto dietro la casa di famiglia, raccontando la sua passione per le oltre quindicimila specie di formiche conosciute. Alternando osservazioni scientifiche e racconti emozionanti, Wilson si concentra in particolare su venticinque specie di formiche per spiegare in che modo questi organismi geneticamente superiori comunicano, distinguono odori e sapori e, soprattutto, lottano tra loro per dominare nell'ambiente naturale. Oltre a notare sarcasticamente che «i maschi sono più o meno spermatozoi volanti», Wilson illustra con straordinaria brillantezza i suoi contatti ravvicinati, a volte dolorosi, con le formiche di fuoco, le legionarie, le tagliafoglie e con specie ancora più esotiche.
Quando ci siano fuori ad attenderci un orto o un giardino, non si vorrebbe far altro. È la pace. Un senso di pienezza. Quella beatitudine che fa assaporare il vento, le nuvole nel cielo azzurro, il pendio di una collina, uno scroscio di pioggia. Quasi si ha pudore di riconoscersi appagati per così poco. Più facile sfoggiare tutto quello che ci hanno condizionato a desiderare ma non è mai servito a renderci felici.
Cedendo a un desiderio che aveva da sempre, quello di vivere in campagna, l’autrice si trasferisce in un podere. Dove si scopre analfabeta. Nel senso: non sa fare assolutamente niente. Ma non si scoraggia, anzi: intuisce che inizia lì l’avventura che la porterà a una terra sconosciuta, o meglio: alla terra. Occupandosi di alberi da frutta e ortaggi, impara a conoscere il mondo naturale, intreccia nuove amicizie, trova maestri che le trasmettono la loro esperienza. Soprattutto, scopre una felicità che non aveva mai assaporato e prova il desiderio di raccontarla. Chissà se, avvertiti di questa felicità, ci accorgeremo di avere bisogno di infinitamente meno per sentirci appagati. Di essere più liberi di quanto crediamo, che invertire il senso di marcia, smettere di distruggere il nostro pianeta, sarebbe, dopo tutto, possibile. Che coltivare il cibo che mangiamo, renderci il più possibile autonomi dal mercato, non sprecare, inquinare un po’ meno è un modo degno di vivere e lasciar vivere. Cronaca di un apprendistato orticolo, L’orto di un perdigiorno si conclude con la dispensa piena ma soprattutto con un invito alla riconciliazione con la natura.
Quante volte ci è capitato di cercare qualcosa e trovare tutt'altro? Una compagna, un compagno, un lavoro, un oggetto. Agli scienziati succede spesso: progettano un esperimento e scoprono l'inatteso, che di solito si rivela assai importante. Questo affascinante fenomeno si chiama serendipità, dal nome della mitica Serendippo da cui, secondo una favola persiana, tre principi partirono all'esplorazione del mondo. Nella storia della scienza molte grandi scoperte sono avvenute così. Qui però non troverete la solita lista di aneddoti, dalla penicillina ai raggi X, da Cristofor Colombo al forno a microonde. Le più sorprendenti storie di serendipità svelano infatti aspetti profondi della logica della scoperta scientifica. Non è solo fortuna: la serendipità nasce da un intreccio di astuzia e curiosità, di sagacia, immaginazione e accidenti colti al volo. La serendipità, soprattutto, ci svela che non sapevamo di non sapere.
Pancia d'asino reinventa e dà nuova vita al romanzo di formazione raccontando una storia di amicizia fra adolescenti commovente e coinvolgente
In un paesino a nord di Tenerife, un paesaggio primordiale dominato dalla sagoma minacciosa del vulcano e dalle nuvole basse che si confondono col mare all’orizzonte, vive una ragazzina, il cui mondo termina con l’ultima casa del barrio El Paso del Burro: al centro di questo mondo c’è Isora, compagna di scuola e amica del cuore. Isora è impavida, volitiva, coraggiosa, e la ragazzina vorrebbe essere come lei, anzi: vorrebbe essere lei, divorarla per non lasciarla più andare. Tra bravate, confessioni e fantasticherie il loro legame si sviluppa nell’arco di un’estate, che le due inseparabili riempiono con le inquietudini e le trasformazioni della preadolescenza. Ma ogni estate è un’ultima estate, e crescere significa imparare a mettere una distanza fra sé e gli altri. Prima dell’addio definitivo, nella più onirica e tragica delle maniere, alle due amiche resterà il piacere di un ultimo pomeriggio settembrino, per accogliere l’autunno e celebrare il legame che ha permesso a entrambe di dire addio all’infanzia.
Per tutta la vita Plautilla avrebbe ricordato le parole del padre Giovanni Briccio, pittore, musicista e poligrafo. Anzi quella frase avrebbe rappresentato per la donna, non solo una promessa, ma un insegnamento fondamentale che avrebbe fatto diventare quella bimba di neanche otto anni timida e troppo obbediente, un’artista, pittrice e architettrice nella meravigliosa Roma barocca del XV Secolo. In quella spiaggia poco oltre Santa Severa, a poca distanza da Civitavecchia, nella tarda primavera del 1624, davanti ai pochi enormi resti di una balena, senza poterlo neanche immaginare, un padre aveva passato a sua figlia il grande dono dell’ambizione, dell’orgoglio di sé, quel sentimento che se tradotto positivamente, è in grado di procurare gloria e onore.
Il frate Luigi Bagutti, architetto di Santo Spirito che viveva a pochi passi dall’abitazione di Giovanni Briccio e suo migliore amico, gli aveva regalato il dente più piccolo di quella balena straniera che una sera di febbraio era venuta ad arenarsi sui sassi della costa. Quell’oggetto aveva conquistato Giovanni, “l’uomo più curioso di Roma, affamato di novità e di conoscenza”, Anche Plautilla era rimasta affascinata da quell’oggetto che il padre aveva sistemato sul suo scrittoio, ecco perché svariati anni dopo, quel piccolo dente di balena, era sempre un cimelio per Plautilla.
Un cimelio da conservare sul proprio scrittoio per ricordare a se stessa, ammesso che ce ne fosse stato bisogno, che lei Plautilla Briccia “architectura et pictura celebris”, quella promessa fatta al padre tantissimi anni prima, l’aveva mantenuta.
La sempre brava e talentuosa Mazzucco concepisce uno splendido romanzo storico dedicato alla madre Andreina, dove risplende una straordinaria figura femminile seicentesca. Plautilla Briccia era la terzogenita di Giovanni, pittore di origini genovesi, musicista, popolare commediografo, attore e poeta, figlio del “materazzaro” Giovan Battista e di Chiara Recupita, di origini napoletane. Plautilla aveva dunque ereditato dal padre la vocazione alla professione artistica, divenendo una delle artiste donne più importanti dell’intera storia dell’arte moderna. Celebri i committenti per i quali l’architettrice lavorò, tra i quali la famiglia Barberini, il Vaticano e la corona di Francia, che la resero protagonista della cultura artistica accanto a personalità come Gian Lorenzo Bernini, Pietro Cortona e molti altri ancora. Ma il sogno di Plautilla era quello di disegnare, progettare ed eseguire una villa sul colle che domina l’Urbe, il Gianicolo, sempre avendo come luce guida quell’antica promessa fatta al padre quando era piccola.
Non ci sono balene nel mare nostro, Plautilla. Ma non vuol dire che non esistano. Per questo mi è caro il dente e lo terrò sempre con me. È una promessa, capisci?
Nelle note finali del volume Melania G. Mazzucco ricorda al lettore che due opere di Plautilla Briccia sono oggi visibili al pubblico a Roma: la Madonna con Bambino sull’altare maggiore della chiesa degli Artisti (Santa Maria di Montesanto) e la cappella di san Luigi nella chiesa di San Luigi dei Francesi.
La lunetta del Sacro Cuore di Gesú è ospitata presso i depositi dei Musei Vaticani.
Lo stendardo processionale con la Natività di san Giovanni Battista su un lato e la Decollazione sull’altro, dipinto per l’anno santo del 1675, si trova invece nell’Assunta di Poggio Mirteto.
Uomo ribelle e ambizioso, pittore inquieto e geniale, Jacomo Robusti detto il Tintoretto ha vissuto solo per dipingere e per la sua arte ha sacrificato tutto (reputazione, guadagni, piaceri), allontanando uno a uno – con la sola eccezione del remissivo Dominico – tutti i figli: le femmine in monastero, via da casa i maschi insofferenti alla sua tirannia. Finendo per perdere anche la prediletta figlia naturale, Marietta, educata contro le convenzioni della società per fare di lei la sua creazione piú riuscita: una musicista, una pittrice, una donna libera. Trascinandoci nella Venezia di fine Cinquecento, fastosa e cosmopolita, minacciata dai turchi e devastata dalla peste, Melania G. Mazzucco ci restituisce il quadro di un mondo al culmine del suo splendore eppure presago del declino, e regala ai lettori l'appassionante racconto di un amore totale, assoluto.
L'ineffabile origine dello yoga
Simone Lisi
Quando in una palestra di yoga dei giorni nostri si presenta a lezione un anziano tassista dal portamento nobile, che dichiara di essere stato in un remoto passato allievo del primo maestro di yoga a Firenze, per i protagonisti di questo romanzo inizia la ricerca degli uomini che in origine diffusero lo yoga in Italia. È così che il maestro Aldo e il figlio aspirante scrittore, nel corso della loro indagine perlopiù fallimentare, tramite un susseguirsi di deviazioni e sentieri interrotti, verranno a capire qualcosa in più sulla loro famiglia e su loro stessi. Sullo sfondo, una civiltà occidentale confusa e grottesca si mostra di volta in volta più oscura e inafferrabile.
Portato avanti con stile inconfondibile e una dose di autoironia non comune, questo romanzo, che si muove tra l’indagine, la storia familiare e l’autofiction, ci restituisce con vivacità un’immagine dei rapporti padre-figlio e della società contemporanea del tutto peculiare, in cui non mancano occasioni di umorismo, sarcasmo e introspezione.
È l'estate del 1991, Daniele ha diciassette anni e questa è la sua prima vacanza da solo con gli amici. Due settimane lontano da casa, da vivere al massimo tra spiagge, discoteche, alcol e ragazze. Ma c'è qualcosa con cui non ha fatto i conti: se stesso. È sufficiente un piccolo inconveniente nella notte di Ferragosto perché Daniele decida di abbandonare il gruppo e continuare il viaggio a piedi, da solo, dalla Riviera Romagnola in direzione Roma.
Libero dalle distrazioni e dalle recite sociali, offrendosi senza difese alla bellezza della natura, che lo riempie di gioia e tormento al tempo stesso, forse riuscirà a comprendere la ragione dell'inquietudine che da sempre lo punge e lo sollecita. In compagnia di una valigia pesante come un blocco di marmo, Daniele si mette in cammino, costretto a vincere la propria timidezza per chiedere aiuto alle persone che incontra lungo il tragitto: qualcosa da mangiare, un posto in cui trascorrere la notte. Troverà chi è logorato dalla solitudine ma ancora capace di slanci, chi si affaccia su un abisso di follia, sconfitti dalla vita, prepotenti inguaribili. E incontrerà l'amore, negli occhi azzurri di Emma. Ma soprattutto Daniele incontrerà se stesso, in un fitto dialogo silenzioso in cui interpreta e interroga senza sosta ciò che gli accade, con l'urgenza di divorare il mondo che si ha a diciassette anni, di comprendere ogni cosa e, su tutto, noi stessi: misurare le nostre forze, sapere di cosa siamo fatti, cosa può entusiasmarci e cosa spegnerci per sempre. Questo viaggio lo battezzerà infine all'arte più grande di tutte. L'arte dell'incontro.
A che serve il latino? È la domanda che continuamente sentiamo rivolgerci dai molti per i quali la lingua di Cicerone altro non è che un'ingombrante rovina, da eliminare dai programmi scolastici. In questo libro personale e appassionato, Nicola Gardini risponde che il latino è - molto semplicemente lo strumento espressivo che è servito e serve a fare di noi quelli che siamo.
In latino, un pensatore rigoroso e tragicamente lucido come Lucrezio ha analizzato la materia del mondo; il poeta Properzio ha raccontato l'amore e il sentimento con una vertiginosa varietà di registri; Cesare ha affermato la capacità dell'uomo di modificare la realtà con la disciplina della ragione; in latino è stata composta un'opera come l'Eneide di Virgilio, senza la quale guarderemmo al mondo e alla nostra storia di uomini in modo diverso. Gardini ci trasmette un amore alimentato da una inesausta curiosità intellettuale, e ci incoraggia con affabilità a dialogare con una civiltà che non è mai terminata perché giunge fino a noi, e della quale siamo parte anche quando non lo sappiamo. Grazie a lui, anche senza alcuna conoscenza grammaticale potremo capire come questa lingua sia tuttora in grado di dare un senso alla nostra identità con la forza che solo le cose inutili sanno meravigliosamente esprimere.
Il sortilegio della paura della superstizione, dell'amore. Tre storie che ci raccontano i prodigi dell'animo umano
Tre nei segnavano la sconosciuta sulla gota destra, come tre stelle oscure su un cielo color del latte
Una testimonianza, un manifesto. Una chiamata all'azione da cui nessuno può sentirsi esentato.
Mi hanno insegnato che chi ha un minimo di libertà deve liberare le altre. La mia arma sono le parole
Siamo immersi nelle turbolenze di una crisi spaventosa ma che può spalancarci – se sapremo agire con decisione – la strada di una grande svolta, quel cambiamento duraturo che in tanti auspichiamo. Oggi, nel mondo, una donna su tre è vittima di abusi e quotidianamente oltre cento donne sono assassinate da uomini che dichiarano di amarle. Occorre intervenire prima che questo tsunami di violenza destabilizzi, con conseguenze fisiche e psicologiche, anche le prossime generazioni, perché la violenza si ripercuote su tutta la famiglia e su intere comunità, e Rula Jebreal lo sa bene. Dopo lunghi anni, soffocata dal silenzio, in queste pagine ha voluto restituire voce alla storia di sua madre Nadia, vittima della brutalità degli uomini, e a molte storie e testimonianze di altre donne coraggiose, sopravvissute, pronte a rialzarsi, donne che non hanno paura di combattere. Le unisce il perpetuarsi di un’ingiustizia che si compie dalla notte dei tempi e che, ancora oggi, non accenna a placarsi. Noi donne siamo il filo intessuto nella trama che impedisce al disegno di disfarsi. Agire per il benessere delle donne significa agire per il benessere della comunità e della società intera. Donne e uomini, insieme dobbiamo assumerci la responsabilità di un ruolo in questa lotta, se vogliamo costruire un futuro degno delle speranze delle nostre figlie e dei nostri figli.
Un viaggio doloroso e catartico alle radici del male subito nel privato, ma anche una testimonianza coraggiosa e risoluta con cui dà voce a tutte le donne vittime di violenza.
Jeannie Vanasco fa lo stesso incubo da quando era adolescente. Sogna sempre lui: un ex compagno di scuola a cui era molto legata, un ragazzo di nome Mark. Il ragazzo che l'ha violentata. Quando gli incubi diventano insopportabili, Jeannie decide – dopo quattordici anni – di uscire dal silenzio e affrontare l'origine di quel dolore. E Mark accetta di riprendere contatto con lei, e poi di incontrarla. Jeannie racconta la loro amicizia, prima e dopo lo stupro, e pone una domanda scomoda e necessaria: è possibile che una brava persona, o qualcuno di cui ti fidi, o che non definiresti certo «un mostro» commetta un atto terribile? E perché troppo spesso le vittime sono portate a minimizzare, giustificare, tacere? Intervistando Mark e ripercorrendo la propria vita dopo quel trauma, Jeannie mostra come quell'abuso l'ha segnata in maniera indelebile, mette in luce l'inadeguatezza del linguaggio usato per parlare della violenza sessuale e, più in generale, le contraddizioni, le ipocrisie, gli ostacoli che minano ancora il dibattito intorno a questo tema. Il suo memoir è un viaggio doloroso e catartico alle radici del male subito nel privato, ma anche una testimonianza coraggiosa e risoluta con cui dà voce a tutte le donne vittime di violenza.
Fausto si è rifugiato in montagna perché voleva scomparire, Silvia sta cercando qualcosa di sé per poi ripartire verso chissà dove. Lui ha quarant'anni, lei ventisette: provano a toccarsi, una notte, mentre Fontana Fredda si prepara per l'inverno. Intorno a loro ci sono Babette e il suo ristorante, e poi un rifugio a piú di tremila metri, Santorso che sa tutto della valle, distese di nevi e d'erba che allargano il respiro. Persino il lupo, che mancava da un secolo, sembra aver fatto ritorno. Anche lui in cerca della sua felicità.
«Un libro che sta racchiuso nei silenzi. Negli spartiti dei fiati, per esempio, è la virgola a dare il respiro, in poesia invece è l'andare a capo, mentre nei passi di montagna il respiro è una regola non scritta. Fiato, poesia, montagna, silenzi: è in questi elementi che si può riassumere l'ultimo libro di Paolo Cognetti.» – Eugenio Giannetta, Avvenire
«Non è un romanzo sulla solitudine e non è un romanzo sulla montagna. La solitudine e la montagna sono parti fondamentali e vive di un racconto terso sugli incontri fra esseri umani.» – Annalena Benini, Il Foglio
«Silvia rise. E di cosa sa gennaio? Di cosa sapeva gennaio? Fumo di stufa. Prati secchi e gelati in attesa della neve. Il corpo nudo di una ragazza dopo una lunga solitudine. Sapeva di miracolo.»
Arrivato alla fine di una lunga relazione, Fausto cerca rifugio tra i sentieri dove camminava da bambino. A Fontana Fredda incontra Babette, anche lei fuggita da Milano molto tempo prima, che gli propone di fare il cuoco nel suo ristorante, tra gli sciatori della piccola pista e gli operai della seggiovia. Silvia è lí che serve ai tavoli, e non sa ancora se la montagna è il nascondiglio di un inverno o un desiderio duraturo, se prima o poi riuscirà a trovare il suo passo e se è pronta ad accordarlo a quello di Fausto. E poi c'è Santorso, che vede lungo e beve troppo, e scopre di essersi affezionato a quel forestiero dai modi spicci, capace di camminare in silenzio come un montanaro. Mentre cucina per i gattisti che d'inverno battono la pista e per i boscaioli che d'estate profumano il bosco impilando cataste di tronchi, Fausto ritrova il gusto per le cose e per la cura degli altri, assapora il desiderio del corpo e l'abbandono. Che esista o no, il luogo della felicità, lui sente di essere esattamente dove deve stare. Di Paolo Cognetti conosciamo lo sguardo luminoso e la voce limpida, il dono di osservare le relazioni umane nel loro dialogo ininterrotto con la natura, che siano i boschi di larici dei duemila metri o il paesaggio di roccia e ghiaccio dei tremila. Con le loro ferite e irrequietezze, quando scappano e quando poi fanno ritorno, i suoi personaggi ci sembrano amici che conosciamo da sempre, di quelli rari. È per questo, forse, che tra le pagine vive di questo libro purificatore abbiamo l'impressione di attraversare non le stagioni di un anno, ma di una vita intera.
Quando a Rachele Luzzatto viene proposto di interpretare Maria nella recita di Natale, il padre si oppone: la sua unica figlia, che oltretutto si sta preparando per il Bat Mitzvah, non può certo vestire i panni della «madre di Dio». È l'inizio del «romanzo italiano» di Abraham B. Yehoshua, che ha scelto di ambientare nel nostro paese una delle sue storie piú imprevedibili e profonde. Nella Figlia unica il brio della gioventú incontra la saggezza della maturità: le domande spiazzanti di una ragazzina divisa tra due mondi diventano gli universali interrogativi dell'essere umano di fronte al mistero.
«Yehoshua sa scandagliare l'animo umano attraverso personaggi che dalle pagine occhieggiano a tutti noi come a dirci "Ehi, attento che riguarda anche te"» – doppiozero
«Ne abbiamo bisogno tutti, di fratelli e sorelle e di scrittori che ci parlino come se fossero nostri fratelli (e sorelle) maggiori. Come lo è Abraham B. Yehoshua.» – Wlodek Goldkorn, Robinson - la Repubblica
«La figlia unica è, per noi lettrici e lettori italiani, un atto d'amore gentile, pieno di generosità.» – Tuttolibri
Siamo in una città del Nord Italia, durante le feste di fine anno a cavallo del millennio. Rachele Luzzatto è la figlia unica di una facoltosa famiglia ebraica. Curiosa e irrequieta, spiazzante osservatrice capace con i suoi commenti di ribaltare i luoghi comuni degli adulti, Rachele è però piuttosto confusa riguardo alla propria identità. Da un lato, per prepararsi alla cerimonia del suo Bat Mitzvah, deve impegnarsi nello studio della lingua ebraica, delle preghiere e dei precetti. Dall’altro, i suoi insegnanti la reputano adatta a interpretare il ruolo della Vergine Maria nella recita di Natale. A Rachele piacerebbe partecipare con i suoi compagni di scuola alla rappresentazione, peccato che il padre la pensi diversamente. Convinto della sua fede e dei suoi principî, il padre di Rachele non può accettare che la ragazzina impersoni proprio «la madre di Dio». Ma le ferme idee del padre non sono le uniche ad affollare (e disorientare) i pensieri di Rachele negli anni cruciali per la sua formazione. Ci sono i racconti, avventurosi e terribili insieme, del nonno paterno, spacciatosi per prete in un paesino di mare, per sopravvivere alle persecuzioni durante la seconda guerra mondiale; le convinzioni della nonna materna, atea dichiarata, o la fervente fede di suo marito, cattolico devoto. Quando poi, in quegli stessi giorni di festa e confusione, viene diagnosticata al padre una grave malattia, le inquietudini e le domande di Rachele diventano gli universali interrogativi di ogni essere umano di fronte al mistero. Con La figlia unica Yehoshua ci conduce con brio e freschezza a una protagonista e a un luogo insoliti per la sua produzione letteraria. È la prima volta che il grande scrittore israeliano ambienta una storia in Italia, un paese con cui ha una relazione speciale, e di cui si sente quasi «cittadino onorario». E come sempre, le sue parole sono le chiavi giuste per spalancare le gabbie dell’identità e dell’appartenenza.
''Il colore è musica perchè dice e non dice; il suo valore e il suo significato non sono denotativi, non indicano un oggetto ma, anche quando appaiono indissolubili in quel momento da quell'oggetto - una rosa, una nuvola - non designano tanto quell'oggetto ma ciò che esso evoca, traducendosi nel cuore di chi lo guarda. E' questo che lega il colore alla parola, quando essa non ha, in quel momento, un mero valore dimostrativo, la parola 'sedia' che indica quella cosa a quattro gambe su cui ci si siede''.
La parola, come il colore, si può trascolorare come il colore che tra valore simbolico e valore poetico attraversa la storia della nostra letteratura, la storia dell'arte. Lo racconta Claudio Magris in un piccolo, folgorante volume, ''Le toppe di Arlecchino. Esistono i colori?'' I colori, spiega Magris, elencati nel Grande atlante dei colori sono 999, ''tante sono le sfumature cromatiche che un occhio umano riesce a distinguere''. ''I colori non ci sono, ma si vedono; tanti colori come le toppe del vestito di Arlecchino, ma che, a differenza di queste, si possono vedere ma non toccare''. In questa immaterialità che sfiora l'inesistenza, si affaccia il turbine dei significati, ogni categoria ne ha un ventaglio vastissimo ad uso e consumo del mondo che deve costruire. Un problema filosofico, quello dei colori, che però trova una sua concretezza oggettiva nei sentimenti che ogni sfumatura riesce a evocare nell'animo umano. Il blu ''forse a causa del mare - è il colore della mia vita'', scrive Magris che procede veramente come le toppe di Arlecchino costruendo il suo vestito attraverso l'opera di Goethe, passando dal Guercino alle vetrate di Chartres, dal Picasso a Baudelaire da Rilke a Van Gogh, da Kandinskij a Benn. Solo per citarne alcuni di cui insegue il rapporto con i singoli colori. C'è il blu dell'arte ma anche quello della musica, ''il canto popolare nero americano degli Stati Uniti'' per esempio, ''note che conferiscono una indefinitezza totale''. Ma spiega Magris, ''nessuna musa può prescindere dal blu e lo dimostra il cinema'' dove il discorso non finirebbe più. Forse i colori, scrive mirabilmente l'autore ''conoscono un solo verbo, trascolorare''. ed insieme evocare significati che a volte possono essere contradittori. Così come il bianco che è il vero colore dell'orrore, non il nero, che invece ha una interessante linea di continuità proprio con il blu e l'azzurro. Il bianco così ben descritto da Melville nel Moby Dick, dove si trovano ''le pagine più alte, più inquietanti, metafisicamente e fisicamente e psicologicamente insostenibili, su un colore. Orrore, follia e ambiguità assoluta è il bianco anche nel Gordon Pym di Poe o nei racconti e romanzi di Lovercraft''. Insomma, come scrive Magris che si confessa mai pago di citare Biagio Marin in una lettera al suo traduttore cinese, ''Le nostre contingenze colorano l'eternità di Dio''.
Seguire il «viaggio delle notizie: quelle che nascono "fuori" e non sempre riescono ad arrivare "dentro" e quelle che nascono in carcere e devono oltrepassare le sbarre per essere conosciute dalla comunità libera». Questo l'obiettivo del libro, che approfondisce il diritto all'informazione nel processo penale, il diritto all'informazione in carcere, ed i dati 2018 e 2020 sulla libertà di informazione nel mondo. Nel carcere di un paese democratico ci può essere più libertà di informazione di quanta ce n'è, anche per i cittadini formalmente liberi, in un regime dittatoriale. Non manca un flash sulla pandemia da Covid 19 e sulle conseguenze che ha avuto sulla libertà di stampa nel mondo, e, di riflesso, anche nelle carceri. Infine uno sguardo su edifici che in Italia in passato sono stati prigioni, ed oggi hanno ancora qualcosa da raccontare.
Etci! Salute! Ehi, ma cosa vuol dire "salute"? Vuol dire "stare bene". Stare bene è come un girotondo, in cui tutti si tengono per mano: se qualcuno lascia la mano, si spezza il cerchio della salute. Un libro dedicato alla salute dell'uomo, dipendente in tutto e per tutto da quella dell'ambiente che lo circonda. La nota scienziata Ilaria Capua spiega ai bambini che cos'è la salute: un sistema circolare, in cui tutto è connesso, in cui una parte non può stare bene se non stanno bene anche tutte le altre. Un libro-gioco di grande formato e pieno di finestrelle, con un intento pedagogico che è anche una missione di civiltà. Età di lettura: da 4 anni.
Finalista Premio Campiello 2021
Tutto comincia con Delitto e castigo, un romanzo che Paolo Nori legge da ragazzo: è una iniziazione e, al contempo, un'avventura. La scoperta è a suo modo violenta: quel romanzo, pubblicato centododici anni prima, a tremila chilometri di distanza, apre una ferita che non smette di sanguinare. "Sanguino ancora. Perché?" si chiede Paolo Nori, e la sua è una risposta altrettanto sanguinosa, anzi è un romanzo che racconta di un uomo che non ha mai smesso di trovarsi tanto spaesato quanto spietatamente esposto al suo tempo.
«Come si suole dire, da Sanguina ancora emerge un ritratto inedito di Dostoevskij, solo che in questo caso è vero, e alcuni dettagli non possono non deliziare l’appassionato: su tutti un «cappello alla Zimmermann» che dalla realtà finisce in Delitto e castigo» - Vanni Santoni, la Lettura
«In occasione dei 200 anni dalla nascita di Dostoevskij, Mondadori, per la firma di Paolo Nori, ne propone una biografia sotto forma di romanzo intitolato Sanguina ancora per precisare che quella dello scrittore russo è, in realtà, L'incredibile vita» - Panorama
Se da una parte Nori ricostruisce gli eventi capitali della vita di Fëdor M. Dostoevskij, dall'altra lascia emergere ciò che di sé, quasi fraternamente, Dostoevskij gli lascia raccontare. Perché di questa prossimità è fatta la convivenza con lo scrittore che più di ogni altro ci chiede di bruciare la distanza fra la nostra e la sua esperienza di esistere. Ingegnere senza vocazione, genio precoce della letteratura, nuovo Gogol', aspirante rivoluzionario, condannato a morte, confinato in Siberia, cittadino perplesso della "città più astratta e premeditata del globo terracqueo", giocatore incapace e disperato, marito innamorato, padre incredulo ("Abbiate dei figli! Non c'è al mondo felicità più grande", è lui che lo scrive), goffo, calvo, un po' gobbo, vecchio fin da quando è giovane, uomo malato, confuso, contraddittorio, disperato, ridicolo, così simile a noi. Quanto ci chiama, sembra chiedere Paolo Nori, quanto ci chiama a sentire la sua disarmante prossimità, il suo essere ferocemente solo, la sua smagliante unicità? Quanto ci chiama a riconoscere dove la sua ferita continua a sanguinare?
Un racconto pittorico in 123 stupefacenti acquerelli, un viaggio spirituale iniziatico.
«Aspettavo da anni questo libro di Nicola, che qui esordisce come autore. È un libro poetico e avventuroso, è fatto con l'acqua e parla della ricerca delle proprie sorgenti. Una scoperta per i suoi nuovi lettori e un regalo per noi che già lo amiamo, e lo seguiamo incantati in questo grande viaggio» – Paolo Cognetti
Una montagna, e poi le montagne, i cieli stellati, i boschi, i lupi, i mille colori della neve in Alaska, ma anche i pesci, la risalita del fiume, le immensità delle sterminate pianure e quei tramonti che non finiscono mai... Per Nicola Magrin ritornare alla natura significa ritornare a se stessi, abbandonarsi, dissolversi e infine riprendere forma con lei, dar senso così alla libertà. I suoi paesaggi da personali diventano universali, come universali sono i temi che accomunano parole e immagini di questa bellissima opera illustrata: il viaggio, l'avventura, la solitudine, la wilderness, gli amici sono la linfa di una vita, un'inesauribile tavolozza per i colori dell'anima. Un racconto pittorico in 123 stupefacenti acquerelli, un viaggio spirituale iniziatico. «Lassù immerso nei boschi di abeti, cirmoli e larici o al caldo della stufa non vivo sicuramente nessuna pretesa di eremitaggio, piuttosto la volontà di dialogare e di entrare in risonanza con la natura.»
Un'isola lontana. Carteggi consegnati da un misterioso sconosciuto. Un luogo popolato da animali strani in un clima pacifico e in armonia con un popolo saggio. E' un posto ideale della fantasia, peccato che non esista più nemmeno in essa, perchè questo atollo è proprio scomparso.
Esce per Topffer Edizioni "Laneghè Isola del Mar Tenebroso", scritto da Beppe Mecconi, un testo illustrato perfetto sia per gli adulti che per i ragazzi.
L'autore è un artista a tutto tondo: poeta, pittore, scrittore. Ha diretto e sceneggiato film e documentari, tra le molte attività svolte nella sua lunga carriera è stato Presidente e Responsabile culturale del Museo Paleontologico nel castello di Lerici per 11 anni, producendo didattica, scienza, eventi artistici e culturali.
In questo libro Mecconi mette a frutto buona parte della sua formazione ma ciò che più colpisce è il richiamo a quel magnifico pensiero che risponde al nome di utopia, in grado di suscitare il desiderio di una terra ideale in cui rifugiarsi e trovare se stessi, sia essa nell'immaginazione oppure nel cuore.
È una sera stellata di ottobre. Massimo Galbiati, un professore di chimica di una tranquilla università di provincia, e Virginio de Raitner, suo inossidabile ex collega ultracentenario, corrono verso la Svizzera a bordo di una Jaguar coupé, sulle sponde selvagge del lago Maggiore, in compagnia di un bassotto fonofobico e mordace.
Non è che si conoscano molto. De Raitner mantiene uno studio in Dipartimento nonostante sia da trent'anni in pensione, ha pure un suo laboratorio, Il Laboratorio Chiuso, in cui nessuno osa mettere il naso, e i docenti e i tecnici si prostrano ai suoi piedi. Massimo invece è solitario, orgoglioso, non lecca i piedi a nessuno, tantomeno al vecchio professore, ed è stato uno dei migliori scienziati italiani nel campo della chimica che era d'avanguardia fino a dieci anni fa. Ma de Raitner lo ha convocato a sorpresa per farsi accompagnare a Locarno, verso un convegno avvolto nella discrezione e nel riserbo più assoluto: e tu vuoi non andare? Vuoi non suscitare l'invidia feroce di tutto il Dipartimento, che brama anche solo di far da autista al vecchio professore sulla sua magnifica E-Type? Poi, quando arrivano a Locarno e il congresso inizia davvero, Massimo scopre che è strapieno di premi Nobel e che gli speaker sono gli scienziati di grido di quella sua stessa amata chimica ormai non più d'avanguardia.
Immaginate un bambino sognatore, sempre affacciato alla finestra. La nonna sfaccenda in cucina, e ogni tanto butta un occhio a guardarlo. Lui invece fissa sedotto il balcone del palazzo di fronte, dove la bambina dai capelli neri danza la sua danza temeraria.
Per un amore cosí, un ragazzino ardimentoso può spingersi a prodezze estreme, duelli all'ultimo sangue, addirittura a parlare l'italiano. Sarà la nonna – che per lui ha un'adorazione smisurata – a vegliare sulle sue millanterie, seduta nel cantuccio della cucina. Lei non ha dimestichezza con le parole, ma non difetta di fantasia. Quando, forte della sua lunga vedovanza, gli racconta della fossa dei morti, scolpisce immagini indelebili nella mente del nipote. Da bambini si può essere tutto. L'esploratore o il mozzo, il naufrago o «il caubboi», Ettore o Ulisse. Da bambini ci si può innamorare guardando il balcone tutto celeste del palazzo davanti, o credere di aver trovato la fossa dei morti proprio dietro l'aiuola del cortile, da dove si sentono salire inequivocabili tonfi sinistri. Un libro irresistibile, tagliente come le spade della fantasia nascoste sotto il letto, prezioso come un gioiello di famiglia, in cui la scoperta dell'amore e la scoperta della morte si inseguono segnando la fine dell'infanzia. O, chissà, prolungandola al punto che ci si attarda nei giochi e, come teme la nonna, non si cresce piú.
Le opere di László Krasznahorkai sono caratterizzate da un equilibrio tra pessimismo cosmico e ironia, sebbene le atmosfere siano spesso cupe e talvolta grottesche. Tra le sue opere maggiori ricordiamo Satantango, il suo primo romanzo che in Italia è edito da Bompiani e che sembra perfetto come chiave di lettura per le ansie del nostro presente. Una piccola comunità rurale ungherese viene sconvolta dall’arrivo di un nuovo Messia, Irimías, dato per morto.
Dall'autore Premio Nobel per la Letteratura 2021 Abdulrazak Gurnah
«Un libro che colpisce, profondo e serio, un'accurata e accorata esplorazione del modo in cui la memoria ci consola e ci delude» – Sunday Times
Hassanali è diretto verso la moschea, ma dal deserto emerge la sagoma di un inglese, che crolla esausto ai suoi piedi. Martin Pearce, viaggiatore, scrittore e studioso dell'Oriente, ha attraversato il deserto ed è allo stremo. Hassanali lo salva e lo porta nella casa dell'unico bianco della cittadina, un ufficiale. Quando Pearce torna a ringraziare Hassanali per averlo salvato, incontra anche sua sorella Rehana: resta immediatamente affascinato dal suo sguardo e in questa città ai margini dell'impero, affacciata sulla costa africana dell'Oceano Indiano, nasce una storia d'amore destinata a riverberarsi per tre generazioni.
Tra Oceano Indiano e Canale della Manica, Sulla riva del mare ci ricorda che il racconto e lo scambio di esperienze possono offrirci la possibilità di ritrovare noi stessi e gli altri.
Il sessantacinquenne Saleh Omar è un mercante di Zanzibar, richiedente asilo in Inghilterra. Sindbad dei giorni nostri, Omar lascia una terra dove il genio del male si è incarnato in governanti ladri provvisti di ogni forma di moderna violenza politica: campi di concentramento, armi e uno stuolo di cortigiani. Al suo arrivo a Londra, all'aeroporto di Gatwick, Omar mostra un visto non valido, rilasciato in patria da un suo parente e acerrimo nemico, Rajab Shaaban Mahmud. A Omar era stato suggerito di mostrare di non capire una parola di inglese, per cui l'assistente sociale che ha preso in carico il suo caso si trova costretta a chiedere la consulenza di un esperto di Kiswahili, uno dei dialetti dell'Africa Orientale: per ironia della sorte, l'interprete è Latif Mahmud, il figlio di Rajab, l'acerrimo nemico di Omar. L'uomo ha tagliato ogni ponte con la sua famiglia di origine dagli anni '60, quando ha chiesto asilo come rifugiato in Inghilterra, dove vive nella nostalgia della sua terra. Ora, Omar si trova faccia a faccia con Latif in una cittadina inglese sul mare. Entrambi rifugiati, con una origine e un destino che li accomuna. Il figlio del persecutore di Omar è anche la persona che può salvarlo e dargli finalmente una nuova vita. Dal premio Nobel per la Letteratura Abdulrazak Gurnah, un romanzo su due uomini che hanno scommesso tutto per cambiare vita, uno sguardo letterario implacabile sull'eredità dimenticata del mondo postcoloniale.
Paradise
Born in East Africa, Yusuf has few qualms about the journey he is to make. It never occurs to him to ask why he is accompanying Uncle Aziz or why the trip has been organised so suddenly, and he does not think to ask when he will be returning. But the truth is that his 'uncle' is a rich and powerful merchant and Yusuf has been pawned to him to pay his father's debts, Paradise is a rich tapestry of myth, dreams and Biblical and Koranic tradition, the story of a young boy's coming of age against the backdrop of an Africa increasingly corrupted by colonialism and violence.
Chiara Frugoni ha scritto questo libro, in modo scorrevole e attraente, illustrando il ciclo dedicato a San Francesco, spiegandone il significato e i particolari scena per scena, come se accanto al visitatore ci fosse una guida che parla e chiarisce.
Il linguaggio è semplice e piano, ma il racconto è anche aggiornato alle tante novità emerse negli studi più recenti. Il ciclo, dipinto sotto il pontificato di Niccolò IV (1288-92), il primo papa francescano, esalta San Francesco ma anche le virtù dei compagni nel seguire le orme di Cristo. Il DVD, della durata di 61 minuti, contiene un documentario su Assisi e Giotto: scena per scena, in tutti i particolari, il racconto serrato della vita e della straordinaria esperienza di San Francesco negli affreschi che danno avvio alla grande storia della pittura italiana, nelle 28 scene dipinte nel ciclo della Basilica superiore. I segreti, i retroscena, le novità di un'opera che racconta, con l'efficacia di uno straordinario romanzo illustrato, la vita e la morte di un santo vicino alla gente, in un'epoca storica percorsa da mille contraddizioni.
Dimenticate Troia, gli scenari di guerra, i duelli, il sangue, la morte. Dimenticate la violenza e le stragi, la crudeltà e l'orrore.
E seguite invece il cammino di due giovani, prima amici, poi amanti e infine anche compagni d'armi - due giovani splendidi per gioventù e bellezza, destinati a concludere la loro vita sulla pianura troiana e a rimanere uniti per sempre con le ceneri mischiate in una sola, preziosissima urna. Madeline Miller, studiosa e docente di antichità classica, rievoca la storia d'amore e di morte di Achille e Patroclo, piegando il ritmo solenne dell'epica alla ricostruzione di una vicenda che ha lasciato scarse ma inconfondibili tracce: un legame tra uomini spogliato da ogni morbosità e restituito alla naturalezza con cui i greci antichi riconobbero e accettarono l'omosessualità. Patroclo muore al posto di Achille, per Achille, e Achille non vuole più vivere senza Patroclo. Sulle mura di Troia si profilano due altissime ombre che oscurano l'ormai usurata vicenda di Elena e Paride.
Agata, Angela, Azzurra: nonna, figlia e nipote. Tre donne molto diverse eppure profondamente legate da vincoli e affinità che loro stesse stentano a riconoscere. Deluse, a volte frustrate ma mai arrese, lottano contro pene e fantasmi d’amore in una battaglia che le accomuna anche se su fronti solitari.
Agata, la nonna, che dopo il fallimento del suo matrimonio ha avuto un crollo psicologico; Angela, figlia e madre a sua volta, che ha alle spalle una relazione finita e un presente fatto di incontri con sconosciuti online e di una relazione – elettrizzante quanto oscura – con l’ambiguo Piero; infine la più giovane, Azzurra, bellissima e irruenta, egoista e fragile, figlia e nipote, il cui rapporto con Massi naufraga di fronte a impegni e responsabilità mentre l’amica di sempre, Gioia, la sostiene ogni giorno. I destini di queste donne, così autonomi e così profondamente intrecciati anche da alcuni segreti sorprendenti i cui fili si srotolano lungo l’arco di tre generazioni, potranno cambiare solo ricomponendo, come in un mosaico inatteso, i pezzi delle loro vite, quei fili sotterranei che le legano oltre ai più apparenti vincoli famigliari. Un romanzo a tre voci e tre cuori, tre protagoniste femminili che raccontano tutta la forza che esplode quando una donna trova il coraggio di andarsi a prendere il futuro che scalpita davanti a lei.
Illuminate dalla finezza decifratoria di Chiara Frugoni, oltre che da un bellissimo corredo di immagini, incontriamo alcune personalità eccezionali, capaci di rompere le barriere di un destino rigidamente segnato: monache e regine, scrittrici geniali e personaggi leggendari, figure potenti e donne comuni ma talentuose.
Nella società medievale, guerriera e violenta, la presenza femminile rimane in ombra: le donne, per lo più analfabete e sottomesse, offese e abusate, a volte addirittura considerate specie a parte rispetto agli uomini, come gli animali, non hanno voce. A meno di non essere obbligate al monastero, dove possono vivere in modo più dignitoso, imparando a leggere e scrivere. Da dove viene tanta misoginia? Una volta affermatosi il celibato dei preti con Gregorio VII, ogni donna è una Eva tentatrice, non compagna dell'uomo ma incarnazione del peccato da cui fuggire. Eppure, da questa folla negletta emergono alcune personalità eccezionali, capaci di rompere le barriere di un destino rigidamente segnato. Illuminate dalla finezza decifratoria di Chiara Frugoni, oltre che da un bellissimo corredo di immagini, incontriamole: sono monache e regine come Radegonda di Poitiers, scrittrici geniali come Christine de Pizan, personaggi leggendari come la papessa Giovanna, figure potenti come Matilde di Canossa, donne comuni ma talentuose come Margherita Datini. Tutte hanno scontato con la solitudine il coraggio e la determinazione con cui hanno ricercato la piena realizzazione di sé.
La politica e l'economia del mondo intero sono sempre più governate da poche multinazionali americane e cinesi. Per non rimanere schiacciata, l'Italia ha bisogno di un modello di crescita che rispetti i diritti dei cittadini. I furiosi anni venti sono appena cominciati. La partita che deciderà il nostro futuro è aperta.
Le aziende plasmano la nostra vita quotidiana da più di due secoli, nel bene e nel male. Tutto è cominciato con la Rivoluzione industriale: allora gli stati si attrezzarono per fare da contrappeso e controllare l'influenza crescente di aziende e imprenditori, mentre i cittadini potevano scegliere i propri leader. Il patto si è conservato fino a oggi. Negli anni venti questo equilibrio si è rotto. Il mercato viene monopolizzato da poche multinazionali, che diventano sempre più ciclopiche: negli Stati Uniti la linea di confine che separa Walmart, la più grande catena di negozi al dettaglio, dalle sale del Congresso è diventata sottile come un rasoio. Questo fenomeno apparentemente inarrestabile riguarda tutti i Paesi del mondo, anche l'Italia. Che rischia di restare soffocata. È sempre più nell'interesse delle aziende comportarsi come nazioni – e quindi investire in difesa, contratti esteri, data mining e intelligence. E quando i governi si affannano in infinite trattative diplomatiche, rallentati dalla burocrazia e incapaci di prendere decisioni rapide sull'assistenza sanitaria e sul cambiamento climatico, le persone cominciano a guardare proprio alle aziende, che ostentano l'agilità e la potenza necessarie ad affrontare i grandi problemi del nostro tempo. Nei prossimi dieci anni le nostre vite cambieranno. Alec Ross conosce molto bene le persone e le regole che governano le big tech e le grandi multinazionali e impongono la metamorfosi esistenziale, politica ed economica che stiamo attraversando. Da insider, Ross svela le logiche del potere di questi colossi, racconta storie affascinanti e geniali di reazione al loro monopolio e così getta le basi per un nuovo contratto sociale, capace di ascoltare i lavoratori e i cittadini di fronte a una rivoluzione globale senza precedenti.
Una storia d'amore intensa, improvvisa e travolgente è quella che esplode tra Salvador e Montserrat. Lui è un professore cinquantottenne che ha ottenuto il pensionamento anticipato perché in classe era assalito da inspiegabili attacchi di mutismo, lei la seducente quarantacinquenne che gestisce l'unico spaccio di alimentari del paese dove lui si è rifugiato, in mezzo ai boschi non lontano da Madrid. È il marzo del 2020, e poco dopo il suo arrivo la Spagna proclama il lockdown.
L'incontro con quella donna sola, di una bellezza selvaggia, nutrito anche dalla lettura del Don Chisciotte, diventa l'innesco di un sentimento assoluto, puro e al tempo stesso profondamente carnale, esaltato dal forzato isolamento, quasi una ribellione, un'affermazione potente dell'istinto e della fisicità di fronte alla carica distruttiva del virus. La minaccia della routine incombe, così come l'ombra lunga del passato e dei legami precedenti, eppure a quell'amore bisogna aggrapparsi con tutte le forze, perché «quando usciamo da noi stessi e andiamo incontro all'altro lo facciamo avvolti in una gioia e in una speranza che giustificano la vita, il senso della vita».
Si sprigiona da queste pagine una cartografia del possibile, in cui smarrirsi è forse l'unico modo per salvarsi. Una collezione di fantasmi, sogni, superstizioni e chimere letterarie: da sempre Michele Mari distilla nella forma breve l'essenza stessa della sua poetica.
Benvenuti a Sferopoli. Il visitatore che dopo aver percorso la Strada Provinciale 921 si perde in queste lande dovrà armarsi di coraggio, mettere in sonno la ragione e accettare il fascino sinuoso dell'ignoto.
Ogni ossessione a Sferopoli è già stata catalogata, qualsiasi mito o superstizione trova conferma, i sogni sono moneta corrente, la letteratura è l'unica divinità. Nella geografia immaginaria e nella filologia fantastica di questo libro può capitare che il carteggio fra una padrona di casa e un inquilino precipiti in un contrappasso metafisico, e che al calar delle tenebre i teschi si raccolgano intorno a quello fra loro piú loquace; che il tema assegnato da un maestro elementare susciti un maleficio, o che un esame universitario sia l'occasione per uno studente impreparato di esibirsi in uno sfoggio linguistico ultraterreno. A furia di passeggiare rimirando ogni angolo di questa dimensione, al turista potrebbe venire fame: è allora che scoprirà quanto da bambino Mozart andasse pazzo per il gorgonzola, e solo dopo aver messo in tasca una ricetta per la coda alla vaccinara potrà proseguire la visita. Non mancheranno le dispute: se si è fortunati si incontreranno gli otto rabbini piú potenti del mondo pronti a sfidarsi in una gara di golem, o due parroci rivali disposti a tutto pur di raccogliere i funghi migliori. Dopo la «finzione autobiografica» di Leggenda privata, Michele Mari torna a una delle forme piú congeniali: il racconto. Con la fiducia affabulatoria di chi, esplorando le infinite possibilità del genere, sa di poter sorprendere – oltre i suoi lettori – prima di tutto se stesso.
In Israele, nei pressi di Tel Aviv, si erge una tranquilla palazzina borghese di tre piani. Il parcheggio è ordinatissimo, le piante perfettamente potate allingresso e il citofono appena rinnovato. Dagli appartamenti non provengono musiche ad alto volume, né voci di alterchi.
In Israele, nei pressi di Tel Aviv, si erge una tranquilla palazzina borghese di tre piani. Il parcheggio è ordinatissimo, le piante perfettamente potate allingresso e il citofono appena rinnovato. Dagli appartamenti non provengono musiche ad alto volume, né voci di alterchi. La quiete regna sovrana. Eppure, dietro quelle porte blindate, la vita non è affatto dello stesso tenore. Al primo piano vive una coppia di giovani genitori, Arnon e Ayelet. Hanno una bambina, Ofri, che occasionalmente affidano alle cure degli anziani vicini in pen-sione. Ruth e Hermann sono persone educate, giunte in Israele dalla Germania, lui va in giro agghindato in giacca e cravatta, lei insegna pianoforte al conservatorio e usa espressioni come «di grazia». Un giorno Hermann, che da tempo mostra i primi sintomi dellAlzheimer, «rapisce» Ofri per un pomeriggio, scatenando una furia incontenibile in Arnon, inconsciamente e, dunque, irrimediabilmente convinto che dietro quel gesto, in apparenza dettato dalla malattia, si celi ben altro. Al secondo piano Hani, madre di due bambini e moglie di Assaf, costantemente allestero per lavoro, combatte una silenziosa battaglia contro la solitudine e lo spettro della follia che, da quando sua madre è stata ricoverata in un ospedale psi-chiatrico, non smette mai di tormentarla. Un giorno Eviatar, il cognato che non vede da dieci anni, bussa alla sua porta e le chiede di sottrarlo alla caccia di creditori e malintenzionati con cui è finito nei guai. Hani non esita a ospitarlo e a trovare cosí un riparo alla sua solitudine. Salvo poi chiedersi se lintera vicenda non sia un semplice frutto dellimmaginazione e dei desideri del suo Io. Dovra, giudice in pensione che vive al terzo piano, avverte limpellente bisogno di dialogare con il marito defunto e per farlo si serve di una vecchia segreteria telefonica appartenutagli. Ritorna in tal modo sul passato suo e di suo marito, sul loro ruolo di genitori-guardiani della vita del figlio Arad, ruolo che ha spinto questultimo dapprima a un tragico errore, poi a compiere un gesto estremo che lo ha escluso per sempre dalla loro vita. Sorto da una brillante idea narrativa: descrivere la vita di tre famiglie sulla base delle tre diverse istanze freudiane Es, Io, Super-io della personalità, Tre piani si inoltra nel cuore delle relazioni umane: dal bisogno di amore al tradimento; dal sospetto alla paura di lasciarsi andare. E, come nella Simmetria dei desideri, lopera che ha consacrato sulla scena letteraria internazionale il talento di Eshkol Nevo, dona al lettore personaggi umani e profondi, sempre pronti, nonostante i colpi inferti dalla vita, a rialzarsi per riprendere a lottare. Il nuovo romanzo dellautore della Simmetria dei desideri «Una potente allegoria delle nostre paure piú profonde». Ran Bin-Nun, Yedioth Ahronoth «Il nuovo libro di Eshkol Nevo è lesperienza letteraria piú intensa che ho avuto questanno. Leggetelo. Non ve ne pentirete». Guy Meroz
In un villaggio dell'Islanda del XIX secolo, la fattoria più isolata è abitata da due coppie con i loro figli: da una parte Bjarni con Guorun, lui forte ed energico, lei malaticcia e lamentosa, dall'altra l'insignificante Jòn con la bellissima Steinunn.
Dopo l'improvvisa e misteriosa scomparsa di Jón, le voci di una relazione tra Bjarni e Steinunn si fanno più insistenti, e quando poco dopo anche Guorun è trovata morta, i presunti adulteri vengono accusati di duplice omicidio. Testimone e narratore del processo è il giovane e inesperto cappellano di quella sperduta parrocchia, costretto ad assumersi la responsabilità pratica e spirituale della questione a causa dell'inerzia pilatesca del suo anziano superiore. Mentre gli interrogatori degli imputati e dei numerosi testimoni fanno emergere la drammatica inevitabilità degli eventi, il giovane cappellano vive un tormentato conflitto interiore, combattuto tra la necessità di dare conforto spirituale ai suoi parrocchiani e la ricerca di una verità che soddisfi la giustizia terrena, impersonata da un magistrato intransigente e spregiudicato. E proprio nel confronto dialettico tra il pastore e il rappresentante della legge si rivela la chiave del romanzo di Gunnarsson, una riflessione che indaga sul significato di colpa e di giustizia, di pentimento ed espiazione per arrivare a un senso profondo che coinvolge tutti, vittime e carnefici: «Ognuno di noi prima o poi, che lo voglia o no, si trasforma in torturatore e assassino. Tutti inchiodiamo alla croce il figlio di Dio! In noi stessi o nel nostro prossimo.»
Inizi del Novecento. Nelle grandi steppe della Russia, il Volga taglia il mondo in due. La riva sinistra è quella della Storia, del Tempo, quella che sta per vivere la Rivoluzione. La riva destra è un altrove sospeso di cui, sull'altra riva, nessuno sa nulla. È una terra di meli in fiore, di telai che filano, di tavole imbandite. I due mondi sono perfettamente impermeabili, fino a quando Jakob Bach non viene assunto da Udo Grimm, sulla riva destra, per impartire lezioni alla figlia Klara.
Inizi del Novecento. Nelle grandi steppe della Russia, il Volga taglia il mondo in due. La riva sinistra è quella della Storia, del Tempo, quella che sta per vivere la Rivoluzione. La riva destra è un altrove sospeso di cui, sull'altra riva, nessuno sa nulla. È una terra di meli in fiore, di telai che filano, di tavole imbandite. I due mondi sono perfettamente impermeabili, fino a quando Jakob Bach non viene assunto da Udo Grimm, sulla riva destra, per impartire lezioni alla figlia Klara. L'amore che nasce tra Jakob e Klara romperà il sigillo che separava le due realtà, con conseguenze inimmaginabili e due figli: uno forse frutto di una violenza, l'altro arrivato proprio dalla Storia. Il nuovo libro di Guzel' Jachina è un romanzo che però alla Storia non si ferma, per lasciare entrare l'epica, che prende carne umanissima nelle gesta eroiche di un singolo uomo, del suo amore che non conosce confini, del suo sacrificio: un monumento altissimo alla pietas, come in pochi romanzi contemporanei. E come in Zuleika apre gli occhi, Guzel' Jachina intinge la sua penna in un inchiostro fatto di odori, colori, sapori, strappa brividi e scalda, conforta e getta nella più cupa disperazione, e sempre prende per mano il lettore, senza mai dargli il tempo di dubitare di quanto sta accadendo. È come seguire in barca la corrente del Volga, e lì si rimane a lungo, anche dopo aver finito la lettura di questo meraviglioso, fluviale romanzo, come nei grandi classici russi.
Il bel saggio di Lilli Gruber ha il merito di fare emergere proprio il lato volitivo del carattere di Martha Gellhorn, giornalista e scrittrice statunitense, non solo autrice di reportage di viaggio e testimone dei più importanti conflitti internazionali, che hanno avuto luogo nel corso dei suoi 60 anni di carriera.
Vincitore del Premio Strega Europeo 2020
La Storia del mondo è piena di cose che sono andate perdute, smarrite nel corso del tempo o distrutte intenzionalmente, a volte semplicemente dimenticate – o magari, come si racconta nell’Orlando furioso, volate in un archivio sulla Luna. Inventario di alcune cose perdute è una raccolta di dodici storie, ciascuna dedicata a una cosa che non c’è piú: narrazioni sospese in un delicato equilibrio tra presenza e assenza, fotografie ben a fuoco ma stampate con inchiostro scuro su carta scura, piccole realtà che solo l’immaginazione è in grado di riportare alla memoria. Si va da Tuanaki, un’isoletta indicata su vecchie mappe che ormai giace sotto il livello del mare, alla tigre del Caspio, il cui ultimo esemplare impagliato andò distrutto in un incendio; dallo scheletro di un presunto unicorno, nascosto chissà dove, a Kinau, un selenografo tedesco dell’800 di cui pare nessuno sappia nulla, fino alle misteriose lacune dei carmi amorosi di Saffo, che custodiscono ipotesi e segreti. Come aveva già fatto nel suo Atlante delle isole remote, in questo libro Judith Schalansky gioca a ricreare mondi del passato a partire da pochi frammenti, si cala nei contesti, nei linguaggi, coglie di volta in volta gamme di colori e sensazioni, restituendo a ogni cosa anche il piú piccolo dettaglio, storico o visionario che sia.
Per le ragazze come me, il futuro è già deciso.
Ma io non mi arrendo nel silenzio.
Cerco le parole per riscrivere il mio destino.
Un giorno troverò la mia voce.
A parlare è un personaggio indimenticabile che dà voce al maschilismo che ancora impera nel luogo dove il romanzo La ladra di parole è ambientato, la Nigeria.
La ladra di parole è l’esordio di Abi Darè, ed è la storia di una giovane nigeriana che a soli 14 anni viene venduta prima come moglie e come schiava. Ma La ladra di parole è prima di tutto la storia di una donna che decide di parlare per sé stessa, di alzare la voce per affermare un diritto, una dignità, una presenza.
“Quando costringiamo le bambine a sposarsi o a lavorare invece che andare a scuola, noi buttiamo via il loro talento, i loro sogni e la loro intelligenza.”
E’ un’affermazione dell’autrice di La ladra di parole che spiega la genesi di questo romanzo rifacendosi all’educazione di sua madre, donna fermamente convinta che più della bellezza vale l’istruzione.
La bellezza passa, l’intelligenza è la strada verso il futuro.
Ed è da qui, dall’istruzione che in Nigeria non è alla portata di tutti, che La ladra di parole parte.
Da un paesino nigeriano sperduto che si chiama Ikati e da Adunni, bambina di questo villaggio dove il tempo sembra essersi fermato e dove le donne sono molto lontane dall’essere istruite.
E’ Adunni La ladra di parole.
Lei ama studiare e sogna di fare la maestra, ma il padre ha promesso di darla in sposa a un uomo molto più grande di lei.
Adunni non può rifiutare, perché il suo futuro marito ha offerto molti soldi alla sua famiglia, soldi di cui hanno un disperato bisogno.
Ma questa piccola Ladra di parole non si arrende e anche se, a malincuore, accetta di diventare la terza moglie di Morufu, non accetta di arrendersi e giunta nella città di Lagos combatte strenuamente per la propria autoaffermazione.
Era l'11 settembre 2001 quando diciannove terroristi di al-Qaeda si imbarcarono in quattro aerei con l'obiettivo di colpire alcuni dei punti nevralgici degli Stati Uniti, tra questi le Torri Nord e Sud del World Trade Center. Iniziò così la più grande strage di civili sul territorio americano, consumata in diretta e sotto gli occhi atterriti di milioni di spettatori in tutto il mondo.
Dopo vent'anni, ti proponiamo una selezione di titoli per approfondire le cause e le conseguenze di uno dei più grandi sconvolgimenti della storia moderna.
“Nessun giorno vi cancelli dalla memoria del tempo” - Virgilio
Riconoscimento Premio Campiello Opera Prima 2021
Dieci racconti scritti con una penna leggera e precisa, capace di narrare anche le cose più difficili, quelle terribili e scomode che sono così reali, da essere quasi vere.
«Storie delicate su crepe più o meno tangibili dell'esistenza quotidiana che un'occasione mette improvvisamente a nudo, e che l'autrice rimodula ciascuna con un proprio tono: sorridente, doloroso, commosso. E nel segno d'una partecipata pietas autoriale affidata a una scrittura lieve ma insieme rigorosa nelle sue ben dosate differenti scansioni» - Ermanno Paccagnini, La Lettura
Vincitore del Premio Viareggio Rèpaci 2021 Opera Prima
E poi saremo salvi è insieme uno straordinario romanzo di formazione, una saga familiare, l'epopea di un popolo; ma è soprattutto il racconto di come una piccola, densa vicenda privata può allargarsi fino a riflettere la tensione umana alla "casa", il posto del cuore in cui ci riconosciamo.
Qualche giorno prima che la nonna morisse, mia madre le aveva chiesto: «Come ti è passata la vita?».
«In un attimo. È entrata in un orecchio ed è uscita dall'altro. Così.» E aveva soffiato piano, come a spegnere una candela invisibile
Vincitore Premio Napoli 2020, sezione Narrativa
Igiaba Scego scrive un romanzo di formazione dalle tonalità ottocentesche nel quale innesta vivide schegge di testimonianza sul presente, e ci racconta di un mondo nel quale almeno sulla carta tutti erano liberi di viaggiare.
"Signorina, l'oceano è gelido d'inverno, si copra bene durante la traversata." Lafanu non lo guardò nemmeno. Occhi fissi al molo che lentamente ma inesorabilmente si separava da quella nave grassa di passeggeri. Acqua tutt'intorno. La stessa acqua che aveva visto in ceppi i suoi antenati. E ora lei andava nella direzione opposta a quella degli schiavi. Andava a cercare una specie di libertà.
Quanti di noi scendendo oggi da un treno a Roma Termini ricordano i Cinquecento cui è dedicata la piazza antistante la stazione? È il febbraio del 1887 quando in Italia giunge la notizia: a Dògali, in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono stati uccisi dalle truppe etiopi che cercano di contrastarne le mire coloniali. Un'ondata di sdegno invade la città. In quel momento Lafanu Brown sta rientrando dalla sua passeggiata: è una pittrice americana da anni cittadina di Roma e la sua pelle è nera. Su di lei si riversa la rabbia della folla, finché un uomo la porta in salvo. È a lui che Lafanu decide di raccontarsi: la nascita in una tribù indiana Chippewa, lo straniero dalla pelle scurissima che amò sua madre e scomparve, la donna che le permise di studiare ma la considerò un'ingrata, l'abolizionismo e la violenza, l'incontro con la sua mentore Lizzie Manson, fino alla grande scelta di salire su un piroscafo diretta verso l'Europa, in un Grand Tour alla ricerca della bellezza e dell'indipendenza. Nella figura di Lafanu si uniscono le vite di due donne afrodiscendenti realmente esistite: la scultrice Edmonia Lewis e l'ostetrica e attivista Sarah Parker Remond, giunte in Italia dagli Stati Uniti dove fino alla guerra civile i neri non erano nemmeno considerati cittadini. A Lafanu si affianca Leila, ragazza di oggi, che tesse fili tra il passato e il destino suo e delle cugine rimaste in Africa e studia il tòpos dello schiavo nero incatenato presente in tante opere d'arte.
Iniziata con l'invasione sovietica, l'ultima guerra afgana compie quarant'anni con attori diversi ma sempre con le stesse vittime: i civili.Una lunga guerra della quale Usa e alleati - tra cui l'Italia - sono tra i maggiori responsabili anche per l'ennesima grande illusione: diritti, lavoro, dignità, uguaglianza. A diciotto anni dall'ultima fase del conflitto iniziato nel 2001, il disastroso bilancio è anche il manifesto di come si possa utilizzare la bandiera dei diritti per violarli ripetutamente. I saggi scritti dai più autorevoli osservatori delle vicende afgane disegnano illusioni e sofferenza, le responsabilità di guerriglia, governo e alleati stranieri, i giochi degli attori regionali e lo spregiudicato uso di una propaganda cui non credono più nemmeno i suoi inventori.Una fotografia in bianco e nero dove il nero trionfa. Un atto d'accusa che, pur riconoscendo la buona fede di molti, mette il dito nella piaga della malafede tipica di ogni conflitto.
Il nostro organismo è capace di un’infinita potenzialità: è pronto ad affrontare qualsiasi nemico, codificandolo e costruendo la propria memoria. La stessa memoria che noi abbiamo imparato ad aiutare con i vaccini. Oggi il mondo è colpito da una calamità feroce. Non eravamo completamente ignari quando è arrivata, ma ci siamo fatti trovare impreparati. Di certo, sappiamo che questa pandemia non sarà l’ultima. Di fronte a questa trasformazione epocale le risposte della politica sono spesso dettate dalla paura e dallo sgomento. È difficile per tutti rinunciare non solo alle vecchie abitudini, ma anche alla forma che il nostro stile di vita aveva prima. Ma come possiamo cambiare la nostra postura nei confronti del mondo, che ormai è già cambiato sotto i nostri occhi? Antonella Viola costruisce una mappa per abitare questa rivoluzione e comincia con l’invito a rivolgere lo sguardo dentro noi stessi, per capire la razionalità che muove il nostro organismo. Il nostro corpo è un meraviglioso sistema di comunicazione. Ciascuna parte collabora con l’altra, inviando segnali e traducendoli costantemente. Senza sosta si misura con l’ignoto che viene da fuori e lo affronta. Dobbiamo ricordarci che nessuno di noi può prescindere dagli altri e dall’ambiente in cui vive. Abbiamo la responsabilità di imparare la lezione del virus, perché con sé porta le contraddizioni di un mondo globalizzato che trascura la catastrofe del clima e non si occupa delle disuguaglianze sociali. Per fortuna ad aiutarci c’è la scienza, che da secoli si misura con la realtà e le rivoluzioni non con la lotta, ma con la cautela e la leggerezza.
Gallucci pubblica nella sua Collana Uao una nuova edizione di Piccoli uomini (2021, titolo originale Little Men: Life at Plumfield with Jo’s Boys, traduzione di Clara Serretta) di Louisa May Alcott (Germantown, 29 novembre 1832 - Boston, 6 marzo 1888), pubblicato dalla scrittrice statunitense nel 1871.
Le vicende raccontate nel volume, letto da intere generazioni di fanciulle/i, sono quelle narrate in Piccole donne (1868) e Piccole donne crescono (1869) e si concludono nell’ultima parte della saga, I ragazzi di Jo (1886).
Piccoli uomini narra gli esordi della scuola Plumfield, dimora ereditata da Jo dalla zia March, dove insieme al Prof Friedrich Bhaer, Jo aveva fondato una scuola progressista. In queste pagine vengono descritte le avventure degli allievi, tra cui Rob e Teddy (figli di Jo e Fritz), Demi, Daisy e Josie (figli di Meg e John) e Beth (figlia di Laurie e Amy). Tra gli altri personaggi vi sono l’ingenuo violinista Nat, il suo amico scapestrato Dan, l’esperto di mare Emil, il più maturo Franz, i vivaci Nan e Tom, Dolly e Stuffy.
22/07/2021
Gli archeologici chiamano anastilosi quella tecnica con cui si ricostruisce un edificio andato in rovina riassemblandone i pezzi originali. Nel romanzo “La felicità degli altri” di Carmen Pellegrino (La nave di Teseo) la protagonista, Cloe, applica una tecnica analoga sulla propria persona, nel tentativo di ricomporre le parti di sé che i traumi dell’infanzia, le scelte sbagliate di gioventù hanno distrutto: l’abbandono da parte della mamma, la perdita del fratellino Emanuel, la permanenza alla “casa dei timidi” (una casa-famiglia), un matrimonio sbagliato. C’è dunque da ricostruire molto di un’esistenza tutta segnata dall’abbandono.
Prova a farlo da adulta: “Così, se qualcuno non ti ama, qualcun altro potrà farlo al suo posto, perlomeno potrà provarci. Io stessa potrei fare un tentativo: in un giorno qualunque, in un posto qualunque, se andassi oltre queste mia coltre d’odio, se guardassi qualcuno negli occhi, nuda dei miei dolori, potrei addirittura iniziare ad amare”. Inizia così un attraversamento di luoghi, ombre, lacerti di passato, che la portano a Venezia dove incontra il Professor T., docente di Estetica dell’ombra, che le dice come la luce non possa che ricavarsi dalle ombre e non viceversa: “Nascondiamo la nostra debolezza e rifuggiamo quella degli altri per non esserne contagiati. Ma sono le nostre ombre a essere indebolite, per la fatica di proteggerci. Bisognerebbe averne riguardo, trattarle con gentilezza. Cercare il luogo oscuro dove riparano. Non giudicare”. Entrambi abitatori dell’ombra, Cloe e il Professor T. non possono specchiarsi nella altrui felicità, ma, attraverso un parlare tanto scarno quanto penetrante, sanno ri-conoscersi, rendersi presenti, consapevoli di sé.
Carmen Pellegrino ha prodotto nuovamente un romanzo di grande intensità, percorso da un pathos che sembra avere l’afflato, la ritualità, le cadenze del teatro antico. Stupefacente la sua scrittura che ottiene un costante risultato drammaturgico non dall’eccitazione, ma dal contenimento, dalla parsimonia delle parole.
***
La casa in cui sono nata aveva un numero insensato di stanze e due grossi orci di terracotta all’ingresso. Le porte si aprivano su interni silenziosi e bui, finestre quasi sempre chiuse, infiltrazioni d’acqua. Se guardo indietro rivedo una bambina che si nasconde in uno degli orci, rattrappita segreta e con il pollice in bocca, a immaginare miglia e miglia di altrove. Dopotutto, in che altro modo potevo trovare scampo – rifugio, la piccola mia salvezza; dove potevo nascondermi se non in quei territori che i Greci chiamavano eikasia, regno di miraggi ombre e illusioni?
Parlare con i morti era inevitabile. Sospetto che faccia rabbrividire l’immagine di una bambina che parla con i morti, ma è sola, tanto sola da pregare i morti di farle un po’ di compagnia.
“Dio ce ne guardi!” disse la zia Tilde, quando un’estate le confidai il mio segreto. “Dio ci scampi!” E cercò di strapparmi dalle mani la fotografia di Mary.
Per buona sorte, Mary rimase ancora con me. Non era che una fotografia, ma chi può smentire che fosse mia amica, la mia sola amica? Aveva i capelli lunghi e neri e gli occhi pure neri, forse era Sioux. Non so quanti anni avesse all’epoca dello scatto, era una giovanissima donna dal cuore forte, così la immaginavo. Rubai la foto dal banchetto del robivecchi, il giorno in cui accompagnai nostro padre a cercare una scrivania usata per il suo studio di psicoterapeuta. Dietro la foto erano scritte a mano le date di nascita e di morte, ma erano cifre sbiadite, e comunque non sapevo farmi il conto, avevo cinque anni. Chiunque fosse, le sarò eternamente grata per avermi ascoltato, quando intorno a me nessuno era disposto a farlo. A Mary raccontavo i fattacci delle mie giornate, con lei mi nascondevo nell’orcio a pregare per i miei peccati, sotto il suo sguardo mi mutilavo il cuore per la tenerezza che non arrivava mai, e i suoi occhi erano buoni, mi abbracciavano e mi contenevano. Li avrei ritrovati – forse riconosciuti – parecchi anni dopo nel volto di Angela. Proprio in Angela che mi aiutò a uccidere l’unica cosa che in me era viva.
Ero sola, e lo era anche Emanuel. Non potevamo stare con gli altri, nostra madre non lo permetteva: portano malattie, diceva. Nemmeno con Gioele, il figlio muto di una coppia che lei e nostro padre frequentavano ogni tanto. Disse che di sicuro il ragazzino si era beccato la rogna in uno dei campeggi in cui i genitori lo mandavano per liberarsene, e con quanta imprudenza riuscivano a starsene tranquilli mentre il figlio dormiva tra pulci e topi.
A me, però, è rimasto un ricordo dolce della madre di Gioele, riusciva ad accogliere gli stati d’animo del figlio senza sminuirli, inventava con lui segni per dire alba sole meriggio, e poi mandava odore di violetta. Ma Beatrice non si fidava. Non si fidava mi-ni-ma-men-te delle misure d’igiene adottate da madri per niente scrupolose verso i figli. Come poi sapesse quale era il livello di pulizia delle loro case era un mistero, visto che non entrava mai, neppure costretta, nelle case degli altri.
“Non esagerare, Beatrice.” Nostro padre protestava, al suo solito modo fiacco – qualcosa gli suggeriva di farlo, forse un richiamo che lo riportava ai doveri paterni cui tentava di aderire; all’epoca, comunque, gli insulti non erano ancora il criterio della loro interazione.
“Manfredi, bada ai tuoi pazienti e non interferire con l’educazione dei bambini.”
“Ma io sono il padre.”
“Il padre! Le tue priorità sono forse cambiate quando ti sono nati i figli? Li hai pretesi, ma avevi la tua bella carriera da fare e l’hai fatta. Io invece, quando si è acceso l’abbagliante riflettore della maternità, ho rinunciato ho rinunciato ho rinunciato...”
Nostro padre riceveva in casa i pazienti, nelle stanze dove io non sono mai entrata. Quando le tensioni con Beatrice si fecero ingestibili, trasferì il suo studio nel terraneo che aveva una parete in comune con un delizioso negozio di fiori.
Beatrice era stata una sua paziente. Era dunque pazza. O lo era nostro padre?
Al processo la difese:
“Beatrice era sbandata e balorda, ma non avrebbe mai fatto del male ai figli. Nervosamente vigile, venne in terapia perché desiderava una vita diversa, sognava di realizzarsi come mercante d’arte, ma la famiglia la ostacolava. Era tuttavia incapace di opporsi alla volontà degli altri e compensava accumulando rancore contro sé stessa. Era anche la donna più bella che avessi mai visto.”
Parole che si fissarono come un’impronta nella tenera cera della mia mente; a volte, negli anni, tornavo a ripetermele cercando l’appiglio per convincermi che non lo aveva fatto. Invece non trovavo niente. Non abboccavo. Ero il pesciolino che aveva imparato presto la lingua dell’amo.
Parlare con i morti, dicevo. Forse accade a tutti quelli per i quali la barriera tra la realtà del presente e la realtà immaginata è estremamente permeabile. Oppure comunichiamo soprattutto con la nostra di morte, con quel senso di incomprensibilità della vita. Ma non è come se i giochi fossero già fatti. Anche allora avevo una irriducibile fiducia nel segreto della vita, ma quel segreto racchiude in sé la luce e l’oscurità. Finché è possibile inseguiamo la prima, diceva il professor T., schivando le ombre più o meno intense che si producono in un dato spazio, in un certo tempo.
Farsene qualcosa delle ombre, senza più riscacciarle, è quanto ho dovuto imparare.
[da La felicità degli altri di Carmen Pellegrino, La nave di Teseo, 2021]
Un libro che ripercorre le origini del ciclismo femminile
Antonella Stelitano - Donne in bicicletta. Una finestra sulla storia del ciclismo femminile in Italia
Antonella Stelitano
Attraverso racconti, foto e documenti inediti veniamo a conoscenza di un mondo di fatica, sacrificio e dedizione che oggi, per la prima volta, ottiene il meritato riconoscimento
Grazie a uno scrupoloso lavoro di scavo e ricerca, impreziosito dalle testimonianze dirette delle protagoniste, Antonella Stelitano rende finalmente giustizia all'epopea del ciclismo femminile tricolore, fino a oggi colpevolmente trascurato dalla storiografia nonostante i grandi successi ottenuti sul piano sportivo e sociale. Sì, perché i chilometri percorsi da tante "ragazze sprint" – per anni sbeffeggiate, derise e addirittura insultate per la loro passione – hanno contribuito in maniera determinante non solo ad arricchire il palmarès di medaglie del ciclismo italiano, ma anche ad abbreviare il lungo e faticoso cammino verso l'emancipazione femminile.
1910: Emilio, 11 anni, vive nella povertà tra le montagne venete con la madre e i tre fratelli. Il padre è partito per l'America, ma i suoi soldi tardano ad arrivare. Un giorno, però, scrive loro di raggiungerlo negli Stati Uniti. È il viaggio "della prima volta": sulla corriera, sul treno, sulla nave; del distacco dalle montagne, della vista del mare, del viaggio verso l'ignoto. Sul piroscafo, pieno di emigranti costretti a pessime condizioni di viaggio e spesso inconsapevoli della vita dura che li attende anche in America, Emilio diventa amico di una ragazzina ricca e di uno scugnizzo napoletano. Alla fine, alla vista della Statua della Libertà, in tutti i passeggeri rinasce la speranza di un futuro migliore.
Caterina Bellandi, ovvero zia Caterina, è la famosa tassista di Firenze conosciuta in Italia e nel mondo per la sua opera di assistenza ai bambini malati di tumore che lei accompagna con allegria e leggerezza nel proprio taxi colorato e pieno di peluche all'ospedale Meyer di Firenze. Salita sul magico taxi, l'autrice ha avuto modo di vedere zia Caterina all'opera in mezzo ai bambini, che lei chiama Supereroi, seguiti, coccolati e anche disegnati sulla carrozzeria. Zia Caterina racconta la sua storia partendo dall'inizio della sua avventura, quando Stefano, il suo grande amore scomparso troppo presto, le lasciò in eredità il proprio strumento di lavoro: il Taxi Milano25. Tra gli episodi salienti l'incontro con Padre Bernardo di San Miniato al Monte di Firenze, il Clown dottore Patch Adams che l'ha voluta con sé in Russia e il viaggio da poco concluso in Thailandia, dove ha conosciuto la vita e i problemi della realtà infantile del mondo asiatico. Con la Prefazione di Simone Cristicchi.
«Lui è nato per osservare il mondo con meraviglia» scrive Sait Faik Abasıyanık di uno dei suoi tanti doppi che compaiono in questi racconti. «Per stupirsi senza capire nulla. Camminare per le strade, vedere e non vedere che cosa fa la gente».
E poi? «Indugiare su un ponte e guardare in basso il colore dell’acqua, ammirare le gambe di una ragazza» – e chiedersi: «quella ragazza, chi riuscirà a baciarla?». Un incorreggibile flâneur: questo è stato Sait Faik, uno dei massimi scrittori turchi del Novecento. Dopo studi irregolari, una manciata di anni trascorsi in Francia, fiacchi tentativi, sempre falliti, di rassegnarsi a un qualsivoglia mestiere, il perdigiorno bramoso di «amare la gente» non ha fatto altro che immergersi nell’esistenza brulicante e misera dei quartieri cosmopoliti di Istanbul, e osservare avidamente, con gli occhi sempre un po’ lucidi per il troppo rakı, non solo gli esseri umani – lo attraggono, in particolare, certi «ragazzi di vita» che quasi mai trova il coraggio di abbordare – ma anche i cani, gli uccelli, i pesci, il cielo, il mare, i tram, le chiatte, i taxi... È qui che, tra osterie, bordelli, pasticcerie e alberghetti, vagabonda e beve per tutta la sua breve vita, fino a morire, a soli quarantotto anni, di cirrosi epatica. Eppure questo irriducibile sfaccendato riesce a perseguire con indomabile tenacia la propria vocazione letteraria, e a tracciare, un racconto dopo l’altro, una pennellata dopo l’altra, un affresco partecipe e struggente del mondo stambuliota della prima metà del Novecento – «venditori di giornali, di fiammiferi, di stecche per baveri e bustini, mercanti d’amore ... costruttori, pizzicagnoli, teatranti, scrittori, librai, acquaioli, tabaccai, professori, lustrascarpe, studenti...» – in una prosa asciutta e affilata, e insieme ebbra, franta, trafelata come dopo una lunga corsa, nella quale baluginano, qua e là, folgoranti accensioni liriche: «Desiderava tanto baciare delle labbra: morbide, umide, insipide o saporite, crepitanti come capelli elettrici... Voleva impazzire al calore di una mano».
Acquistando il libro Una Sirena a Settembre il 13 luglio dalle 18.30 è possibile partecipare alla presentazione su Feltrinelli Live.
Reading: Maurizio De Giovanni | Accompagnamento musicale al sassofono a cura di Marco Zurzolo
Nella città della Sirena le cose non sono mai come sembrano. Una doppia sfida per Mina Settembre, l'irresistibile assistente sociale del Consultorio Quartieri Spagnoli Ovest.
Accadono due fatti. Due fatti che appaiono chiari, eppure a Mina i conti non tornano. Un'anziana viene scippata, cade e finisce in coma. Sin qui nulla di strano, purtroppo; è la soluzione del caso, il modo in cui arriva, a non convincere. E convince poco pure il secondo episodio, una scena di povertà estrema mandata in onda da una televisione locale: un bambino che si contende del cibo con un cane fra montagne di spazzatura. No, a Mina i conti non tornano proprio. Cosí, con l'aiuto dell'innamoratissimo Mimmo Gammardella, il ginecologo piú bello dell'universo, e a dispetto del suo caustico ex marito, il magistrato Claudio De Carolis, decide di indagare. Solo che deve stare attenta, perché di mezzo, in questa vicenda, ci sono parecchie sirene, e le sirene, si sa, incantano. Per fortuna, a far da guida tra inganni e malintesi, c'è la Signora, straordinario personaggio che attraversa tutto il romanzo, una delle invenzioni piú poetiche nate dalla fantasia di Maurizio de Giovanni.
«Una delle croci che la dottoressa Settembre Gelsomina doveva trasportare in cima al monte era senz'altro il tragitto per arrivare al Consultorio Quartieri Spagnoli Ovest, dove impavida e sprezzante del pericolo prestava il proprio servizio in qualità di assistente sociale. Il motivo principale era che non aveva le physique du rôle. La realtà era che Mina aveva un'anima e una mente rinchiuse, per un qualche errore di fabbrica o per la divertita perfidia del Celeste Architetto, nell'involucro sbagliato. Passione civile, istanze sociali, un senso della giustizia che rasentava l'ossessione, una determinazione feroce a osteggiare qualsiasi sopruso; e un corpo e un viso di fronte ai quali si scatenavano i piú bassi istinti, e che non accennavano, nonostante il passare degli anni, a sottostare alla legge di gravità.»
Jacopo ha appena 14 anni quando, nell'estate del 1420, parte dal Casentino per andare a Firenze. Spera di lavorare nel cantiere più importante: quello della cupola della cattedrale. Nessuno ha ancora capito come sia possibile costruirla e quello spazio vuoto, sopra il monumento più importante, è una vergogna inaccettabile per una città che sta diventando la più ricca e bella del mondo. Adesso, si dice, c'è un architetto che sa come fare. Un genio o un folle? Giacomo vende Firenze ai turisti, nel suo negozio a due passi dal duomo. Cerca amori facili e leggeri, e una vita senza pensieri. A cambiare le cose sarà l'incontro con una ragazza. La ragazza della cupola. Due storie distanti sei secoli: ad unirle c'è lei, il prodigio di Brunelleschi che da seicento anni stupisce il mondo.
Giovedì 8 luglio ore 21.00 la prima presentazione a Firenze (i dettagli nella locandina)
Solo fino a giovedì 8 luglio è possibile acquistare il libro senza spese di spedizione
inserendo il buono: CUPOLA05 nel carrello - www.lef.firenze.it
Noto naturopata, operatore di medicina tradizionale, esperto etnobotanico e etnomedicina. Marco Pardini, dopo il successo del suo primo romanzo "Il piantastorie", è con questo nuovo libro al suo secondo romanzo. Un ciclo si chiude e un altro ciclo si apre. Come le stagioni anche i migliori racconti terminano per poi nuovamente iniziare. Non certo identici a se stessi, ma mutati, perché cambiando ci si rinnova, pur mantenendo salde le proprie radici. A differenza del primo romanzo erboristico legato alla sua infanzia qui Pardini ci racconta le storie che ha scoperto e ritrovato passeggiando tra paesi e natura, personaggi e cittadini 'di montagna', un vero sottobosco potremmo dire, di storie e aneddoti tutti da scoprire.
Naturopata Heilpraktiker, ricercatore, Marco Pardini è un noto studioso esperto di etnomedicina ed etnobotanica. Marco Pardini è nato a Casoli di Camaiore ed è il Presidente ed uno dei fondatori dell'Associazione Culturale Il cerchio di pietre che ha sede a Viareggio e che si occupa di rivalutare ed approfondire gli aspetti delle antiche spiritualità, le conoscenze medico-magiche e le vie iniziatiche di un tempo. Laureato in Lettere con indirizzo storico-archeologico e in antropologia culturale, esperto di filosofie orientali, di tecniche bio-energetiche, usi e costumi di popoli perduti, lingue morte e gesti arcani. In questo suo primo romanzo -erboristico, come lui stesso lo definisce, ci accompagna come di consueto fra arte natura, storia e tradizioni popolari in un viaggio fra spazio e tempo.
Tre (Edizioni E/O 2021, titolo originale Trois, traduzione di Alberto Bracci Testasecca) è il nuovo romanzo della scrittrice francese Valérie Perrin, i cui romanzi Il quaderno dell’amore perduto (Prix Choix des Libraires 2018) e Cambiare l’acqua ai fiori (il libro più venduto nel 2020 in Italia, Prix Maison de la Presse nel 2018 e il Prix des Lecteurs du Livre de Poche nel 2019), tradotti in una trentina di Paesi, hanno riscosso successi mondiali vendendo oltre due milioni di copie.
Anni 1986/1987. Provincia francese. I tre ragazzini, amici per la pelle, avevano nomi fuori moda presi dai nonni. A La Comelle, città operaia di circa dodicimila anime nel centro della Francia, Étienne Beaulieu, Nina Beau e Adrien Bobin si erano conosciuti nel cortile della scuola Pasteur il primo giorno di quinta elementare.
Nina cresceva con un vecchio, il nonno, in un quartiere operaio, perché sua madre si era come volatilizzata dalla vita della figlia.
Étienne era figlio di un uomo anziano e viveva con i genitori, il fratello maggiore Paul-Emile e la sorella Louise in una bella casa circondata da alberi centenari.
Adrien era figlio di un padre assente e di una madre sessantottina e viveva con la madre Joséphine in un appartamento di tre stanze al quarto e ultimo piano di un edificio degli anni Sessanta.VEDI SU AMAZON
Tre, come il nome del gruppo che avevano fondato in terza media, un omaggio all’album 3 degli Indocine. Étienne e Adrien alle tastiere, Nina al microfono. Tutti e tre avevano la stessa idea in testa: andarsene da La Comelle quando sarebbero stati grandi, lasciare il “paesello” per approdare nella metropoli, a Parigi, per abbandonare finalmente l’adolescenza. Insieme Étienne, Nina e Adrien trascorrevano tutto il tempo libero, ricreazione e mensa comprese. Ridevano per le stesse cose, adoravano farsi paura, raccontarsi storie, registrare le loro voci per ore su una musicassetta, giocare agli intrattenitori radiofonici e riascoltarsi scoppiando a ridere come scemi. Inseparabili da bambini e da adolescenti, ma la vita li avrebbe separati.
“A unirli era Nina. Senza di lei Adrien ed Étienne non si vedevano. O erano in tre o niente”.
“La settimana scorsa, mentre svuotavano la parte ovest del lago, hanno trovato una macchina”.
Dicembre 2017. La giornalista Virginie, che da ragazzina era sempre stata affascinata e invidiosa del legame di amicizia di Étienne, Nina e Adrien, aveva intuito che c’era un rapporto tra la carcassa di un’auto rubata a La Comelle nell’agosto del 1994, la scomparsa di una ragazza, Clotilde Marais, e la storia di una grande amicizia naufragata.
“Da qui se ne vanno tutti. Tranne Nina. Étienne e Adrien se ne sono andati. Come al solito, sono tornati per Natale e poi ripartiti”.
Perrin fotografa i protagonisti del suo nuovo, intenso romanzo da quando hanno undici anni, l’età della confusione, quella in cui i bambini non si somigliano più. Alti e bassi. Già adolescenti o ancora immersi nell’infanzia, dove alcuni dimostrano quattordici anni, altri otto e alcune ragazzine, come Marie, scoprono con orrore e paura di essere diventate “signorine”. Colonna sonora di una vicenda struggente e crudele al tempo stesso, che attraversa più di trent’anni di vita, le musiche più belle di anni belli e travagliati. Sicuramente controversi.
“Mi chiamo Virginie. Di Nina, Adrien ed Étienne, oggi Adrien è l’unico che ancora parla con me. Nina mi disprezza. Quanto a Étienne, sono io che non voglio più saperne di lui. Eppure fin dall’infanzia mi affascinano. Sono sempre stata legata soltanto a loro tre”.
Il sottotitolo del libro è: “Perché l’arte contemporanea ama il brutto e il mercato ci specula sopra” stuzzica! Stuzzica per forza. Perché è la bruttezza che vince. Ed è sulla bruttezza che si incassano i quattrini. Partiamo dall’esempio cui fa riferimento nel suo “La nostalgia della bellezza” E quindi ragioniamo a partire dalla citata banana. Quella di Cattelan. Appiccicata col nastro adesivo (per giunta “da pacco”) al muro della trentaseiesima edizione di art Basel a Miami… una banana venduta a 120mila dollari. E dopo? Dopo David Datuna (un artista) la stacca dal muro e la mangia davanti alle telecamere. Ricordo un battitore d’Asta che scuoteva la testa, desolato, tenendo tra le mani la piccola tela di Ludovico Cardi detto il Cigoli, (pittore fine Cinquecento) Secondo lui… non era vendibile. Non valeva nemmeno la pena metterlo in asta (nonostante fosse siglato) perché ritraeva un San Francesco (per giunta penitente): “EDDAI…alla gente non piace!” La banana invece si?! La banana piace fino a svettare alla cifra di 120.000 dollari? Perbacco! E come mai?!
La questione si chiude all’interno del cerchio ristretto dell’art system: una galleria importante di Parigi espone la banana pensata da un famoso artista, un ricco collezionista, anonimo, la paga 120 mila euro, un altro artista meno famoso se la mangia. Tutto questo spettacolo non esce dal perimetro del teatrino di Art Basel Fair Miami, ha un riflesso all’esterno solo grazie ai media. Ma a pensarci non c’è nessun contatto con la realtà, la banana non ci dice nulla di interessante su di noi, sulla nostra vita, sull’amore, sulla bellezza, sul mondo, sulla morte; ci dice solo che il meccanismo dell’arte contemporanea è malato e che qualcuno ci vuole guadagnare. Ho un retropensiero: guarda caso, alla fine, il ricco collezionista filantropo anonimo ha donato la banana al museo Guggenheim di New York a cui spetterebbe, da un lato, il compito di sostituirla all’infinito nel mentre che marcisce, dall’altro di attribuire definitiva aurea all’opera e aumentare la fama e il valore all’artista. Ovviamente i contemporaneisti si sono sdilinquiti sulla banana cercando di motivarne il senso. Ma dall’orinatoio di Duchamp, e sono passati più di 100 anni, l’idea che un qualsiasi oggetto possa diventare un’opera d’arte è diventata una barzelletta che non fa più ridere.
Nel 2020 – su un quotidiano on line (specializzato in arte e cultura) – ha scritto: “Sempre più spesso, i musei si sono riempiti di giostre e giochi e piste da skateboard e scivoli che ricordano i vecchi luna park coi calcinculo, quelli che dalle mie parti si chiamavano baracconi. Queste installazioni mi fanno tanta più tristezza quanto più vorrebbero essere divertenti. Poi, ci sono state le stravaganze: opere che vorrebbero stupire per la loro stranezza, o ributtanza, che perseguono l’orrendo, il mostruoso, l’insensato, meglio se tutto insieme…”.
Descrizione divertente e suggestiva. Che proietta sull’abilità dei commercianti – e dei critici – la vera responsabilità, se non di tutta, di molta arte contemporanea: e cioè quella di far lievitare il prezzo di un oggetto che battezziamo per “arte”. Insomma la genialità o se vogliamo, “l’arte” di saper speculare. A questo punto, quali sarebbero i trucchi? Le leve dell’art system capaci di portare a compimento il miracolo? Quello di proporre – sul mercato dell’arte – un vero e proprio “calciinculo” del circo Barnum… e farcelo ammirare come se stessimo con le mani giunte davanti al ritrovamento di un Caravaggio?
Sintetizzo il problema, che mi espone, in una formula. “L’arte antica costava perché valeva, l’arte contemporanea vale perché costa”. Il fattore esiziale dell’arte contemporanea è dunque il prezzo e quanto più è alto quanto più quel qualsiasi oggetto, perfino orrendo e insensato, diventa per forza un’opera d’arte. Come può capire, la cosa è triste. Dunque il mercato è oggi il vero certificatore dell’arte, un mercato in cui spesso vince la speculazione di pochi, ricchissimi collezionisti in grado di determinarne le dinamiche e far lievitare il valore di un artista o di una corrente. Si è poi fatta strada anche l’idea, secondo me malsana, che l’arte può generare ricavi al pari delle azioni. La finanziarizzazione del mercato, cioè l’idea speculativa, produce ulteriori devianze. Per esempio, l’opera d’arte contemporanea per circolare velocemente deve essere fungibile, cioè scambiabile in modo facile: da qui nasce l’idea di opere senza un contenuto estetico forte che altrimenti potrebbe limitarne la circolazione, visto che un acquirente potrebbe preferirne una all’altra. Diversamente se sono tutte uguali o simili, me ne posso privare senza troppi patemi. D’altronde nessuno si appende in casa un’azione.
rimane un’ultima domanda I super-ricchi diventeranno ancora più ricchi. E questo l’abbiamo capito. Ma che ne sarà della loro riserva di “arte spazzatura”? Cioè di arte “cool”? Di robaccia-alla-moda? Che ne sarà della loro “collezione di banane”? Se non farà più mercato? Se l’investimento andrà a perdere? Diventerà quella – diciamola così- banconota falsa che rifileranno a noi mortali?
l’arte nata morta non avrà grandi problemi e sarà ancora venduta a prezzi stratosferici. Ma… ma c’è un ma. Sono fermamente convinto – e lo spiego bene nel libro – che il concetto di arte contemporanea non sia legato al fattore cronologico. Con “arte contemporanea” deve essere definita non tanto l’arte che ci è coeva, bensì uno stile che ha strettamente a che fare con l’arte concettuale, in cui si predilige il concetto all’opera, il pensiero al fare. E per questa ragione è il primo stile nella storia che tende al fatto male cioè al brutto. La cosa che mi rende felice è che quando cambierà lo stile, e accadrà, molte opere di questa “arte contemporanea” che pretende di essere per sempre contemporanea ci appariranno passate come ai neoclassici dovette sembrare il Barocco, e dunque orrende, assurde, e alcuni collezionisti dovranno buttare nella spazzatura gli squali sotto formaldeide, gli emoritratti, le installazioni fatte di muco e piscio, gli stronzi giganti, e altre amenità del genere.
Giornalista professionista ha collaborato per le pagine culturali di molti quotidiani: Corriere della Sera, Il Foglio. Il Giornale. ma è stato anche Direttore de “Il Domenicale” e del “Il Giornale-off”. Dal 2013 al 2019 è stato Docente all’Accademia delle belle arti di Como, e in precedenza Consigliere (fino al 2011) del Ministro della Cultura. Attualmente è Consigliere d’Amministrazione del Piccolo Teatro di Milano.
Angelo Lorenzo Crespi da tempo si occupa di arte contemporanea: ha pubblicato nel 2013 “Ars Attack. Il bluf del contemporaneo” e nel 2017 “100 anni di arte immonda”. Come drammaturgo nel 2014 ha scritto lo spettacolo teatrale Nerone. Duemila anni di calunnie che ha debuttato al Teatro Manzoni di Milano. Nel 2015, la commedia La grande guerra di Mario, in cui si celebra il ricordo dell’anniversario della prima Guerra mondiale. Nel 2016 la commedia D’Annunzio Segreto, sulla vita di Gabriele d’Annunzio, che è stata rappresentata in prima nazionale al Teatro Quirino di Roma.”
George Bowling ha quarantacinque anni, un mutuo da pagare, moglie e figli da mantenere, un lavoro poco interessante e da qualche giorno anche la dentiera. Nell’Europa soffocata dai primi venti di guerra – siamo nel 1938 -, decide di lasciare la città e di rifugiarsi nel natio villaggio della campagna inglese per recuperare l’idillio e l’innocenza dell’infanzia. Spera così di sfuggire al soffocante ambiente domestico, o almeno s’illude di poter prendere una “boccata d’aria”. Accolto con grande favore dal pubblico e ritenuto dall’autore stesso una delle sue opere migliori, Una boccata d’aria anticipa la vena apocalittica e la lucidità profetica dei successivi, più celebri romanzi di Orwell.
Mentre tra docenti, studenti, famiglie ed esperti di educazione si torna a discutere dei compiti delle vacanze (in particolare dopo un’annata complicata anche per la scuola, segnata da dad e dalla pandemia, come di recente hanno evidenziato su ilLibraio.it due insegnanti e scrittori come Enrico Galiano e Valentina Petri), un po’ a sorpresa fra gli adulti quello dei compiti per le vacanze sembra essere tornato (o, forse, diventato) un passatempo alla moda.
A rilanciarlo era stata l’anno scorso Blackie Edizioni, che aveva deciso di riproporre questo classico estivo in una nuova versione rivolta a chi a scuola non ci va più. Così, il Quaderno dei compiti delle vacanze per adulti (di Daniel López Valle e Cristóbal Fortúnez, a cura di Dario Falcini) aveva raccolto cruciverba, enigmi, quiz, labirinti e altre attività con cui ingannare le ore sospese.
Quest’anno, dopo il successo editoriale del 2020, che aveva portato la piccola casa editrice a vendere decine di migliaia di copie in Italia (e oltre 200mila in Spagna), esce il Quaderno di compiti delle vacanze per adulti. Vol. 2, contenente 150 esercizi nuovi di zecca per trascorrere 120 ore di divertimento durante il solleone, fra riferimenti all’attualità, spunti culturali e tante pagine ricche di illustrazioni a colori e curiosità.
A distinguere questo nuovo trend dalle uscite che si possono trovare ogni settimana in edicola, infatti, è la consistenza della sua carta, il formato molto simile a un libro e, soprattutto, la sua ispirazione pop, che attinge al mondo del cinema, della musica, delle serie tv, dei social media e dei libri per suggerire rompicapo freschi e stimolanti, adatti a lettori e lettrici di tutte le età.
Si tratta, insomma, di un progetto che si rinnova costantemente, e che mantiene un forte contatto con la realtà, senza temere incursioni nella politica o nei grandi dibattiti contemporanei, nonché servendosi di un linguaggio accattivante e ironico per confermare l’impressione che si tratti di un divertissement di livello medio-alto e di un prodotto editoriale a tutti gli effetti.
Non stupisce, quindi, venire a sapere che il successo dovuto al passaparola, alle condivisioni sui social e all’unicità del Quaderno in sé stia avendo un seguito nel 2021 e abbia ispirato altre pubblicazioni sulla stessa falsa riga.
È il caso, per esempio, del volume Giochi, quiz e indovinelli intelligenti per allenare la tua mente in vacanza edito da Newton Compton, che è affidato alla cura di Stefano Andreoli e che contiene le illustrazioni di Massimiliano Marzucco, per un divertimento di oltre 100 pagine (anche qui con soluzioni annesse, naturalmente) tutte da spulciare.
“Che cos’hanno in comune Cristoforo Colombo e Amanda Lear? Qual è l’anagramma di ‘sonnifero’? Che verso fa il pavone? Esiste un sostantivo italiano composto soltanto da vocali? Come si fa a nascondere un numero di telefono dentro a un racconto?“, sono alcune delle numerose e coinvolgenti domande al centro dell’opera, che a sua volta si basa sui presupposti dell’enigmistica classica per approdare a una sfera culturale recente e da abbracciare a 360°.
Immaginare dei giochi per adulti di portata simile, d’altronde, non è un’impresa facile per almeno due motivi, oltre a quelli già citati: in primis, perché è opinione comune (ma per fortuna sfatabile) che dopo una certa età divertirsi sia quasi fuori luogo e che, di conseguenza, vada mantenuto pure d’estate il proprio aplomb; in secundis, perché per risultare inclusivi e aggiornati è necessario correre dei rischi e riuscire in un’operazione non solo di piacevole passatempo, ma anche e soprattutto di comunicazione efficace.
Come Blackie Edizioni, anche Newton Compton è riuscita nell’intento, e propone in libreria un’edizione curata e con spunti tutt’altro che scontati, come d’altronde avviene pure con i Compiti delle vacanze per i grandi pubblicati da Demetra in due diverse versioni e con i Compiti per le vacanze per adulti* (*che si vantano di essere bravi a scuola), firmati dal duo di Se i social network fossero sempre esistiti ed editi da Cairo.
I Florio continuano a vivere, a far battere il cuore di un'isola e di una città. Unici e indimenticabili.
Hanno vinto, i Florio, i Leoni di Sicilia. Lontani sono i tempi della misera putìa al centro di Palermo, dei sacchi di spezie, di Paolo e di Ignazio, arrivati lì per sfuggire alla miseria, ricchi solo di determinazione. Adesso hanno palazzi e fabbriche, navi e tonnare, sete e gioielli. Adesso tutta la città li ammira, li onora e li teme. E il giovane Ignazio non teme nessuno. Il destino di Casa Florio è stato il suo destino fin dalla nascita, gli scorre nelle vene, lo spinge ad andare oltre la Sicilia, verso Roma e gli intrighi della politica, verso l'Europa e le sue corti, verso il dominio navale del Mediterraneo, verso l'acquisto dell'intero arcipelago delle Egadi. È un impero sfolgorante, quello di Ignazio, che però ha un cuore di ghiaccio. Perché per la gloria di Casa Florio lui ha dovuto rinunciare all'amore che avrebbe rovesciato il suo destino. E l'ombra di quell'amore non lo lascia mai, fino all'ultimo… Ha paura, invece, suo figlio Ignazziddu, che a poco più di vent'anni riceve in eredità tutto ciò suo padre ha costruito. Ha paura perché lui non vuole essere schiavo di un nome, sacrificare se stesso sull'altare della famiglia. Eppure ci prova, affrontando un mondo che cambia troppo rapidamente, agitato da forze nuove, violente e incontrollabili. Ci prova, ma capisce che non basta avere il sangue dei Florio per imporsi. Ci vuole qualcos'altro, qualcosa che avevano suo nonno e suo padre e che a lui manca. Ma dove, cosa, ha sbagliato? Vincono tutto e poi perdono tutto, i Florio. Eppure questa non è che una parte della loro incredibile storia. Perché questo padre e questo figlio, così diversi, così lontani, hanno accanto due donne anche loro molto diverse, eppure entrambe straordinarie: Giovanna, la moglie di Ignazio, dura e fragile come cristallo, piena di passione ma affamata d'amore, e Franca, la moglie di Ignazziddu, la donna più bella d'Europa, la cui esistenza dorata va in frantumi sotto i colpi di un destino crudele. Sono loro, sono queste due donne, a compiere la vera parabola – esaltante e terribile, gloriosa e tragica – di una famiglia che, per un lungo istante, ha illuminato il mondo. E a farci capire perché, dopo tanti anni, i Florio continuano a vivere, a far battere il cuore di un'isola e di una città. Unici e indimenticabili.
Un racconto per immagini della vita de “la Sentinella delle Dolomiti” Carlo Budel, che alcuni anni fa si è licenziato dalla fabbrica per abbracciare le montagne e diventare il custode della Capanna Punta Penìa, sulla Marmolada a quota 3.343 metri. In questo libro, che raccoglie i suoi scatti e quelli di alcuni fotografi che lo hanno accompagnato nelle sue avventure, trovano posto le cime “di casa” sulle montagne Bellunesi dove Carlo va a camminare; la capanna sul tetto delle Dolomiti, che custodisce in solitudine e con amore d’estate; orizzonti sterminati, albe incantate e tramonti infuocati; le sue uscite con Paris, il cane lupo che lo seguirebbe anche in capo al mondo e infine una coccola per i suoi lettori: la ricetta del suo leggendario strudel d’altura.
“È la montagna che mi ha insegnato a superare le prove più difficili. La montagna ti insegna a fare le cose una alla volta, un passo alla volta, con il tuo ritmo e le tue forze, appoggiando saldamente un piede dopo l'altro, per non scivolare e avanzare dritto. Ti insegna a non farti prendere dal panico o dallo sconforto, anche quando non ce la fai più e ti sembra che l'obiettivo finale sia troppo lontano”.
Raggiungere il punto più alto della Marmolada, la Regina delle Dolomiti, ti dà una scarica di adrenalina. Viverci, in solitudine, per cento giorni di seguito, è un'esperienza che ti cambia la vita.
A 42 anni, Carlo Budel decide di lasciare un lavoro sicuro, a tempo indeterminato. Non sopporta più la routine quotidiana, né il pensiero che i giorni della settimana saranno uno uguale all'altro, senza sorprese, senza emozioni. Sulle montagne, Carlo trova la sua strada. Scopre per caso che stanno cercando un gestore per la Capanna Punta Penìa, il rifugio più alto delle Dolomiti. Sente che è quello il suo destino: diventare il custode della Marmolada. Tutto, a 3.343 metri d'altezza, acquista un sapore estremo, dall'esplosione di colore dell'alba, alla terribile forza dei temporali e del vento. Stando sospesi tra terra e cielo, in certi momenti sembra di toccare con mano il confine tra la vita e la morte.
Dall'Australia al Sahel, dalla Grecia alla Turchia, dal Regno Unito all'Arabia Saudita per poi volare oltre l'atmosfera terrestre, con la consueta verve e capacità di incuriosire, Tim Marshall ancora una volta riesce ad affascinarci evocando il potere della geografia.
Con il bestseller Le 10 mappe che spiegano il mondo, Tim Marshall ci aveva mostrato come catene montuose, fiumi, mari e deserti influenzano in maniera decisiva le traiettorie storiche di una nazione, le sue prospettive economiche e le scelte compiute dai leader che le governano. Con questo nuovo libro, il viaggio continua nelle dieci aree cruciali in cui si stanno giocando le partite decisive dei nostri tempi. Scopriamo così perché siamo solo agli inizi di una lunga lotta per il controllo del Pacifico; perché la prossima crisi di rifugiati in Europa è molto più vicina di quanto si pensi; e perché la nuova frontiera della competizione geopolitica sarà lo spazio. Dall'Australia al Sahel, dalla Grecia alla Turchia, dal Regno Unito all'Arabia Saudita per poi volare oltre l'atmosfera terrestre, con la consueta verve e capacità di incuriosire, Tim Marshall ancora una volta riesce ad affascinarci evocando il potere della geografia.
Sempre più avventura, sempre più suspense nel settimo capitolo dell’epica saga bestseller internazionale.
Mi alzai, aprii la valigia ed era lì, nella tasca interna. perché non me n'ero semplicemente sbarazzata, come avevo fatto con quasi tutto quello che riguardava il mio passato? Presi l'anello, i sette piccoli smeraldi luccicarono nel bagliore della stanza. Poi mi stesi sul letto e afferrai il diario. È giunto il momento, Merry...
Maia, Ally, Star, CeCe, Tiggy ed Electra: ognuna delle 6 sorelle D’Aplièse ha compiuto un viaggio straordinario alla scoperta delle proprie origini, ma la costellazione delle Pleiadi da cui hanno preso i loro nomi è composta da 7 stelle e nessuno ha ancora scoperto chi sia veramente e dove si trovi Merope. Mentre Ally e Maia sono ad Atlantis a guardare Electra in tv al Concert for Africa, l’avvocato Georg Hoffman arriva con una novità incredibile: sembra che finalmente ci sia una pista concreta per trovare la sorella perduta. Con l’indirizzo di una vigna e il disegno di un anello di smeraldo a forma di stella, ha inizio una staffetta che porterà le sorelle ad attraversare, letteralmente, il mondo intero: dalla Nuova Zelanda al Canada, dall’Inghilterra alla Francia e infine all’Irlanda, unite più che mai nella missione di completare la loro famiglia prima della commemorazione per la morte di Pa’ Salt. Una ricerca che le metterà sulle tracce di una donna che in realtà non vuole essere trovata… ma perché?
Luc Lang ci regala una sua personalissima «storia della violenza» mettendo al centro un eroe che crede nella purezza e del quale descrive superbamente la caduta e la redenzione.
Libro incluso tra i dodici candidati al Premio Strega 2021
Finalista Premio Campiello 2021
Giulia Caminito dà vita a un romanzo ancorato nella realtà e insieme percorso da un’inquietudine radicale, che fa di una scrittura essenziale e misurata, spigolosa e poetica l’ultimo baluardo contro i fantasmi che incombono. Il lago è uno specchio magico: sul fondo, insieme al presepe sommerso, vediamo la giovinezza, la sua ostinata sfida all’infelicità.
Odore di alghe e sabbia, di piume bagnate. È un antico cratere, ora pieno d'acqua: sulle rive del lago di Bracciano approda, in fuga dall'indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, madre coraggiosa con un marito disabile e quattro figli. Antonia è onestissima e feroce, crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua figlia femmina a non aspettarsi nulla dagli altri. E Gaia impara: a non lamentarsi, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo, a leggere libri e non guardare la tv, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe e l'infelicità dove nessuno può vederla. Ma poi, quando l'acqua del lago sembra più dolce e luminosa, dalle mani di questa ragazzina scaturisce una forza imprevedibile. Di fronte a un torto, Gaia reagisce con violenza, consuma la sua vendetta con la determinazione di una divinità muta. La sua voce ci accompagna lungo una giovinezza che sfiora il dramma e il sogno, pone domande graffianti. Le sue amiche, gli amori, il suo sguardo di sfida sono destinati a rimanere nel nostro cuore come il presepe misterioso sul fondo del lago.
Un romanzo potente, poetico e impastato di archetipi, lieve ma capace di scavare in profondità. Dalla voce unica di Alessandro Barbaglia, una grande storia di abissi ed equilibri sospesi tra le nuvole, di solitudine e incontri prodigiosi, di semi assopiti nella terra che germogliano, miracolosi.
Questa è la storia di Herman, figlio della Donna Sirena e dell'Uomo Pesce; è la storia di un bimbo che si fa uomo imparando a lottare dall'Uomo Elefante e allenando all'equilibrio la grande Bird Millman, la poetessa dell'aria: la più straordinaria funambola di tutti i tempi, la prima donna a danzare su una corda sospesa nel vuoto tra due grattacieli.
Herman è figlio del circo, il circo classico, quello fatto da "uomini che camminano con la loro bruttezza, fieri di generare meraviglia". Ma è anche la storia di Cerro, che invece abita a Novara in una casa troppo grande e troppo vuota perché è rimasto presto senza madre. E anche un po' senza padre, che insieme alla moglie ha smarrito nei ricordi la sua capacità di amare. Da bambino Cerro contava il tempo in mirtilli: era capace di mangiarne uno al secondo, e portava al guinzaglio CuccioloAlfredo, un cane che sapeva essere dolce solo con lui. Teneva a bada così la solitudine, nutrendosi di piccole gioie. Ma da adulto? Un mirtillo lo farà ancora felice? Herman e Cerro non s'incontreranno mai, ma avranno per sempre in comune qualcosa di immenso, la più grande attrazione del circo: una balena, Goliath, l'altra protagonista di questa storia. I genitori di Cerro si sono conosciuti proprio davanti a lei, il giorno in cui il circo era di passaggio sulle sponde del lago Maggiore ed Herman guidava il camion su cui viaggiava Goliath. L'amore tra loro è nato nel segno della balena. Ma che cos'è Goliath: un mostro o una meraviglia? E in fondo che cos'è l'amore stesso: un sogno sublime o un incubo spaventoso? Perché l'irrequieta Marilisa attrae così tanto Cerro? E cosa sono la dedizione e la fede con cui Herman si prende cura per quasi trent'anni della balena? Esiste un amore più giusto di un altro? O forse l'amore è sempre e comunque un esercizio di sottomissione ed elevazione insieme, un'ossessione che ti spacca e ti completa?
Fabio Genovesi racconta la vera storia del calamaro gigante e di chi lo ha cercato a dispetto di tutto, insieme a mille altre storie che come tentacoli si stendono dall'oceano a casa nostra. Ricordandoci che viviamo su un pianeta dove esistono ancora i dinosauri, come il celacanto, o animali come gli scorpioni che sono identici e perfetti da quattrocento milioni di anni, invitandoci così a credere nell'incredibile, e a inseguire i nostri sogni fino a territori inesplorati.
Del mare non sappiamo nulla, però ci illudiamo del contrario: passiamo una giornata in spiaggia e pensiamo di guardare il mare, invece vediamo solo «la sua buccia, la sua pelle salata e luccicante». Forse perché appena sotto, e poi giù fino agli abissi, c'è una vita così diversa e strabiliante da sembrarci assurda, impossibile. Come per secoli è sembrata impossibile l'esistenza del calamaro gigante, il mostro marino che ha mosso alla sua ricerca gli esploratori più diversi. Come il sacerdote Francesco Negri, che nel 1663 a quarant'anni compiuti parte da Ravenna per la Scandinavia misteriosa, diventando il primo viaggiatore a raggiungere Capo Nord. O come il capitano Bouyer dell'Alecton (a cui si ispirerà Jules Verne per scrivere Ventimila leghe sotto i mari), che mentre naviga verso la Guyana nota all'orizzonte qualcosa di inaudito: è la prima testimonianza del calamaro gigante, dei suoi occhi enormi e intelligenti, dei tentacoli come terribili serpenti marini avvinghiati alla nave. Ma nessuno gli crederà. Sono pochi infatti gli scienziati che ascoltano le parole degli uomini di mare – naviganti, pescatori, indigeni... –, i più le credono bugie da marinai o allucinazioni collettive: quel che hanno visto contraddice tutte le teorie che abbiamo scritto finora, e quindi non l'hanno visto. Fabio Genovesi racconta la vera storia di questo impossibile, del calamaro gigante e di chi lo ha cercato a dispetto di tutto, insieme a mille altre storie che come tentacoli si stendono dall'oceano a casa nostra. Ricordandoci che viviamo su un pianeta dove esistono ancora i dinosauri, come il celacanto, o animali come gli scorpioni che sono identici e perfetti da quattrocento milioni di anni, invitandoci così a credere nell'incredibile, e a inseguire i nostri sogni fino a territori inesplorati. E lo fa mescolando le vite di questi esploratori stravaganti e scienziati irregolari – tra cui la pioniera Mary Anning, «colei che da sola ha cambiato la storia della Terra», e del suo cagnolino Tray –, alla storia privata di sua nonna Giuseppina, che a cena parlava con il marito morto da anni, della compagna delle medie che un giorno smette di camminare per non pestare le formiche, della bambina nata per un appuntamento mancato in gelateria. Ne emerge un pianeta che sembra una grande follia, ma se smettiamo di sfruttarlo e avvelenarlo, se smettiamo di considerarci un gradino sopra e capiamo di essere mescolati al tutto della Natura, ecco che diventiamo anche noi parte di questo clamoroso, smisurato prodigio, mentre su queste pagine navighiamo alla sorprendente, divertente, commovente scoperta delle meraviglie del mondo, e quindi di noi stessi.
La storia di un giardino è anche sempre una storia di conoscenze condivise, di ibridazioni tra noi e gli altri.
«Un quadro una volta finito è lì davanti a te, e se è riuscito, guardarlo ti appaga. Un giardino invece non finisce mai, è una tela mobile.»
Gamera è una tartaruga d'acqua, la più prepotente e sfacciata tra quelle che abitano il laghetto giapponese che Agostino Muratori accudisce nel suo giardino ad Anzio. È lei che veglia sulle piante esotiche come una brutale divinità, avida e battagliera come dice il suo epico nome derivato da un manga. Ma questo è un libro di piante più che di animali: palme, agavi, dracene, cycas ricevute in regalo o in eredità, a lungo cercate nei vivai, accudite con passione, viste attecchire o spegnersi, desiderate, sperate, salutate. Ed è anche un libro di uomini, incontrati in tanti punti del mondo, che in comune con l'autore hanno questa passione. La storia di un giardino è anche sempre una storia di conoscenze condivise, di ibridazioni tra noi e gli altri. E Muratori, pittore e maestro bonsaista, racconta la storia del suo giardino attraverso i singolari personaggi che l'hanno influenzato e aiutato nell'impresa, siano essi uomini o piante.
Parco della Favorita, Palermo. Due sorelle finiscono al centro di una tenaglia terribile: da una parte c'è la mafia, dall'altra lo Stato. La mafia le perseguita, lo Stato non le considera vittime. La sordità delle istituzioni si trasforma in vessazione.
Nel 1990 le sorelle Rosa e Savina Pilliu, quarant'anni, ereditano due casette dal padre, di due piani ciascuna, davanti all'entrata del Parco della Favorita, a Palermo. Un giorno un costruttore mafioso, Pietro Lo Sicco, va dal notaio e si dichiara proprietario di tutta un'area vicino al parco, compresa la zona dove si trovano le due casette. Chiede ai proprietari di tutte le vecchie case di vendergliele a un prezzo inferiore a quello di mercato. Le uniche a opporsi sono le sorelle Pilliu. Intanto, Lo Sicco corrompe l'assessore dei Lavori pubblici e, a pochi metri dalle casette delle Pilliu, riesce a costruire un palazzo di otto piani che le rende inagibili. Passano gli anni e questo edificio diventa un nascondiglio di latitanti. Sembra che la 126 di via D'Amelio sia partita da quel palazzo. Dopo trent'anni di processo – durante i quali vengono indagate, processate e poi assolte, subiscono minacce, e ricevono corone di fiori, vengono ricollocate in un palazzo abitato da mafiosi –, finalmente, le due sorelle vincono la causa. Ma non è finita. Le Pilliu non riceveranno mai alcun risarcimento, perché l'edificio ormai è stato ceduto a dei fondi di investimento. Tramite dei prestanome, poi, la più grossa famiglia di spacciatori di droga di Palermo sta comprando l'attico e il super attico a prezzi stracciati. L'Agenzia delle entrate spedisce una lettera alle sorelle e chiede una percentuale dell'importo, in teoria, risarcito. Lo dovrebbe pagare Lo Sicco, che però è fallito, quindi lo Stato si rifà su di loro. E poi, il Fondo per le vittime di mafia non accetta la domanda delle Pilliu, perché le due sorelle non sono state vittime della mafia. Pif e Marco Lillo raccontano una storia fortissima, simbolo della grande ferita irrisolta dell'Italia: da una parte abbiamo due casette distrutte, dall'altra un palazzo di otto piani. Secondo voi dov'è la mafia? E dove lo Stato?
Dal Covid alle staminali, dall’agricoltura all’omeopatia e al ruolo pubblico dello scienziato, Elena Cattaneo mostra quanta scienza c’è nelle nostre vite e quanto nella vita privata e pubblica di ciascuno di noi ce ne sia ancora bisogno, per spogliarci di paure e diffidenze.
Anni di lavoro certosino, di ricerche approfondite, di studio della storia europea in quegli anni terribili che coinvolsero nelle cosiddette guerre di religione interi popoli che facevano parte dell’impero sterminato di Carlo V d’Asburgo, hanno consentito a Giulia Alberico di portare a compimento lo splendido ritratto di Margherita d’Austria, una donna straordinaria poco nota malgrado gli illustri natali, che noi romani conosciamo solo perché a suo nome sono intitolate due residenze oggi sedi di rappresentanza istituzionale (Palazzo Madama e Villa Madama).
La Signora delle Fiandre (Piemme, 2021) è un romanzo storico, ma è anche molto di più. Le origini abruzzesi dell’autrice ci portano a Ortona a Mare, nell’ottobre del 1585. La protagonista che con accuratezza e grande sensibilità Giulia Alberico ci racconta sta vivendo nel suo feudo abruzzese gli ultimi mesi della sua complessa esistenza con la fedele Greta, che l’ha seguita come un’ombra da quando era bambina, per unica compagnia. Margherita era nata da una relazione del padre imperatore con Jeanne, una donna fiamminga, ma era stata amata, legittimata e dunque insignita degli onori che si debbono a una principessa. Sposata giovanissima, appena quindicenne a un rampollo della potente famiglia dei Medici, era giunta a Firenze, aveva vissuto appena sei mesi da sposa, il tempo di ereditare il patrimonio romano il Palazzo di città. la villa suburbana, progetto architettonico da Raffaello. A Roma in quegli anni sedeva sul trono papale Paolo III, un Farnese: per compiacere il papa Carlo V decide per l’amata figlia, ma pur sempre una pedina nel gioco delle alleanze dinastiche e politiche, il matrimonio con il duca Ottavio Farnese. Margherita tenta di resistere, scongiura il padre di non obbligarla a nuove nozze, gli scrive parole decise
“Obbedienza e reverenza devo a voi, imperatore e padre, ma sappiate che ogni cosa non considera la mia prima volontà e il mio animo”.
Parole inascoltate e la giovane duchessa partirà per Roma dove cerca a lungo di resistere alla vera consumazione del matrimonio, malgrado le insistenze dello stesso pontefice. A Roma Margherita incontra personaggi celebri, ma quello che più la colpisce e con il quale entra in un intenso rapporto spirituale è il maestro Ignazio di Loyola: il fondatore della Compagnia di Gesù diventa il confessore della giovane donna, che a lui rivela i suoi turbamenti, mettendo a nudo una straordinaria sensibilità, combattuta com’è dal precetto di ubbidienza a suo padre, alle ragioni di stato e alla fede, mentre dentro il suo animo serpeggiano aspettative e desideri nascosti che neppure lei riesce a decifrare.
Gli incontri significativi di Margherita con uomini e donne che hanno contribuito alla grandezza di quel secolo vengono raccontati con naturalezza dalla voce della stessa protagonista: ecco l’ammirazione e l’affetto per la bionda Laudomia Forteguerri, per lei l’immagine di una vera libertà,
“Una libertà di pensiero e di movenze, di sguardi e di parole che non mi era mai capitato di vedere incarnata in queste forme in una donna”
; quello con Caterina de’ Medici, nero vestita, madre di tre re di Francia; con Vittoria Colonna, della cui amicizia viene privata per ragioni di politica religiosa che a lei sfuggono: è in odore di eresia la poetessa amica di Michelangelo Buonarroti.
La vita di Margherita cambierà ancora: verrà prima invitata a raggiungere il ducato di Parma e Piacenza, dove ormai acclamata duchessa di quei territori darà alla luce due gemelli, di cui sopravvive solo Alessandro. Il bambino le verrà presto tolto per essere cresciuto alla corte di Felipe, il suo fratellastro salito al trono di Spagna dopo l’abdicazione di Carlo V. Lei, proprio per ordine del taciturno e severo Felipe, era stata nominata governatrice dei Paesi Bassi, dove Margherita tornò felice, ritrovando odori e paesaggi del Nord, legati alla sua prima infanzia, i luoghi dove erano nati tanto lei che suo padre Carlo, a Gand nel 1500.
L’incarico di governatrice porterà Margherita a confrontarsi con problemi drammatici: la borghesia fiamminga (commercianti, navigatori, imprenditori) è insofferente della monarchia spagnola, legata alla chiesa cattolica più intollerante, che tratta i cittadini come coloni da sottomettere, esigendo tasse e tributi insopportabili. Si prepara una grande rivoluzione e i tentativi di mediazione di Margherita, che apprezza e stima due dei più eminenti rappresentanti delle nobiltà locale, Egmont e lo stesso Orange, vengono ignorati da Felipe che manderà nei Paesi Bassi il Duca d’Alba. Malgrado gli sforzi di Margherita per una conciliazione delle posizioni, il plenipotenziario inviato da Felipe procederà a una violentissima e sanguinosa repressione. Per Margherita, costretta a tornare a Parma da suo marito Ottavio, un’enorme sconfitta. Quando apprenderà la morte per decapitazione di Egmont, capirà quanto quell’uomo onesto e pieno di fascino l’avesse colpita nel profondo. Un altro uomo, uno scienziato silenzioso e appartato che faceva parte del suo seguito, farà compagnia a Madama negli ultimi anni della sua vita: il bolognese De Marchi, più vecchio di lei, la raggiunge ad Aquila, per restarle accanto in un momento difficile:
“Standovi vicino, aiutandovi a reggere. Spero lo permettiate”
La parola che resta in sospeso fra i due è “dolore, reggere il dolore”. In effetti Giulia Alberico nel ricostruire la storia di Madama d’Austria ci aiuta a rivivere una condizione femminile che, pur essendo privilegiata dalla nascita, dalla ricchezza, da una qualche forma di potere, è pur sempre la condizione di una vittima degli uomini, delle ragioni del potere e della sopraffazione, della guerra e della ricchezza, delle alleanze e delle sconfitte. Margherita non è riuscita a conoscere l’amore, né il piacere della sessualità vissuta con gioia e pienezza, né la libertà di abbandonarsi ai piaceri della lettura, della musica, della poesia, se non quando era già malata, stanca, provata dai tanti dispiaceri. L’erborista Dorotea che le allevia con le sue erbe medicinali i dolori alle gambe, la fedeltà silenziosa di Greta che bada al suo benessere, la presenza intima e discreta di De Marchi, che si stende silenzioso accanto a lei nell’intimità abitudinaria di vecchi sposi che si tengono per mano sono le ultime consolazioni di una vita che ha attraversato la parte centrale del secolo, che ha visto morire il sogno di suo padre, il cui disegno
“era quello di una grande monarchia universale che restaurasse l’antica unità perduta da sette secoli per poter così regnare su un impero che tenesse uomini diversi per lingua, tradizioni, costumi, sotto un unico sovrano che avrebbe saputo contenere e rispettare le particolarità di principi, città, stati.”
E così Margherita, figlia di questo sognatore, ma anche sorella del vincitore di Lepanto, Juan, madre di un grande guerriero, Alessandro Farnese, cosmopolita, abituata alle brume e ai canali del Nord, ma anche alla ricchezza della Corte pontificia, all’allegria delle feste a Firenze, alla rigorosa eleganza del ducato di Parma, alla colorata atmosfera del Regno di Napoli, finirà i suoi giorni a Ortona, nei suoi territori più amati, poco dopo un festoso Natale, nel 1586.
Negli ultimi mesi di vita, facendo un bilancio di ricordi, di mancanze, di incontri, Margherita si accorge di quanto abbia amato la bellezza dell’esistenza, la pienezza dei rapporti d’amicizia con le persone di qualità che hanno incrociato il suo percorso, i doni che ha ricevuto: abiti e gioielli sontuosi, una madrigale di Arcadelt, un prezioso vaso di porcellana di Delft pieno di rose, bulbi di tulipani rossi appena sbocciati, le Metamorfosi di Ovidio, il volto sorridente di Giovanna, la figlia di Juan ma quasi figlia per lei, i sonetti recitati da Laudomia, il sogno condiviso di libertà di Lamoral conte di Egmont, dagli occhi chiari “come il cielo di Bruxelles”, le battute di caccia nel fitto dei boschi, le parole non dette, l’odore del mare d’inverno.
Giulia Alberico ha prestato la sua scrittura raffinata e ricca di immagini, di metafore, densa dell’esperienza e della sensibilità di una donna matura del nostro tempo alla ricostruzione del carattere di un personaggio femminile poco conosciuto e mai analizzato. Attraverso la ricerca minuziosa a tutto tondo di una lunga fase della storia del continente europeo nel suo momento più ricco di contraddizioni, sanguinoso e in parte creativo della modernità, la scrittrice ha fatto emergere con la forza delle immagini e la magia delle parole poetiche che tanta parte hanno nella sua scrittura, la vita di una principessa, duchessa, governatrice, Madama, ma fondamentalmente di una donna in un mondo di uomini, una femmina mai tanto potente da poter conservare e vivere una sorta di individuale felicità, inseguita ma mai realmente raggiunta.
Un libro imprescindibile per chiunque voglia finalmente sapere come sia potuta riuscire l’operazione di occultamento più grande del secolo: quella orchestrata dai negazionisti dell’emergenza climatica.
Due ragazze spericolate e la loro grande famiglia nel turbine dell'Italia fascista e del Dopoguerra
«Affetti, eros, invidie, luoghi dell'anima, evoluzioni relazionali, Antonella Boralevi riesce a farli affiorare via via in questo denso e fervido romanzo» - Franco Manzoni, Corriere della Sera
Un racconto semplice ma intenso che tocca temi importanti come la natura più profonda dell'uomo e il suo rapporto con il mondo che lo circonda.
Questa storia inizia con l'apparizione di un cane. Un cane sbucato da chissà dove, magro ed emaciato che a malapena riesce a reggersi sulle zampe. A notarlo è un vecchio che abita al limitare del bosco, anche se nemmeno lui ricorda da quanto tempo non vi si inoltri. L'uomo vorrebbe avvicinarlo ma l'animale, spaventato, sparisce rapidamente tra gli alberi. Non sa se l'animale tornerà ma sa che se riuscirà a farlo fermare con sé, potrà salvarsi. Comincia col dargli un nome: Osso. Poi si mette ad aspettare, con una ciotola di cibo appoggiata sul prato. E di lunghe attese sarà fatto l'avvicinarsi e il conoscersi del vecchio e del cane. A fargli compagnia è la piccola Lucilla, a cui il nonno racconta i propri sogni. Sogni che permettono ai due di tornare indietro di migliaia di anni, al primo incontro non cruento tra uomo e lupo, e di riscoprire di che cosa sia fatto il nostro stare sulla Terra come uomini.
Mi chiamo Ezio, nella vita faccio la musica. E sono un uomo fortunato. E questa e l'unica cosa che vorrei dover dire per parlare di me". Il Maestro Ezio Bosso è ormai un'icona dei nostri tempi. È il volto di un uomo intriso di passioni e forza d'animo; è il movimento, a tratti lieve e a tratti tempestoso, di una bacchetta che guida l'orchestra e che disegna mondi inesplorati. Il 14 maggio del 2020 Ezio Bosso si spegne nella sua casa di Bologna, a soli 48 anni. In vita non aveva mai voluto pubblicare la sua autobiografia. Ora, a un anno dalla sua morte, questa raccolta di testi inediti, che ha come modello di riferimento lo "Zibaldone" leopardiano - cioè un insieme di scritti sparsi di varia occasione - contiene i suoi pensieri più intimi, l'infanzia torinese e il percorso artistico nelle tante città d'Europa e del mondo; la dedizione incondizionata alla musica come espressione culturale fra le più alte, ma anche fra le più accessibili e potenzialmente democratiche grazie alla sua forte componente emozionale; il rispetto della musica e dei suoi protagonisti - pubblico incluso - come parte irrinunciabile della società civile. E poi gli ultimi tempi difficili della malattia e della pandemia nelle sue riflessioni "matte e disperatissime". Da queste pagine si evince chiaramente il pensiero di un grande compositore e direttore d'orchestra, di un grande divulgatore e intellettuale, un appassionato polemista di una società che fatica a riconoscere l'importanza di un'arte tanto sottovalutata. "Faccio Musica" è un testamento di rara potenza di uno dei più importanti artisti di questi ultimi decenni.
Esplorate i luoghi e i paesaggi che hanno ispirato i grandi romanzi della letteratura mondiale, arricchito da incantevoli e delicate illustrazioni, è il libro ideale per viaggiare anche solo con la mente, senza spostarsi dalla poltrona di casa
Il romanzo di Flora Harding racconta la straordinaria, romantica storia d’amore tra il Principe Filippo e la Regina Elisabetta. Philip Mountbatten era nato sull’isola di Corfù, nella Villa Mon Repos nel 1921 come Principe di Grecia e Danimarca, unico figlio maschio e quinto nato del Principe Andrea di Grecia e di Alice di Battenberg, nipote del re di Grecia, Costantino I, da parte di padre, la cui famiglia regnava anche nello Stato scandinavo. Dopo il rovesciamento della monarchia ellenica, a seguito della guerra con la Turchia, la famiglia di Filippo fuggì a Parigi. Filippo studiò in Inghilterra, sotto la guida di suo zio Louis Mountbatten, mentre la madre, ricoverata per disturbi psichiatrici, scivolava verso la follia e il padre sperperava il patrimonio di famiglia al casinò di Montecarlo. Nel 1939 Filippo iniziò la carriera nella Royal Navy britannica e sulle imbarcazioni della marina il Principe girò il mondo, vivendo in prima persona gli eventi della II Guerra Mondiale, venendo insignito per la battaglia di Capo Matapan. Nel 1939, Filippo conobbe Elisabetta, sua cugina di terzo grado, che allora aveva 13 anni, la quale si innamorò subito di quel giovane affascinante.
“Sin da quel giorno il ricordo dell’intenso azzurro dei suoi occhi era stato una piccola spina piantata nel suo cuore”.
“Castello di Windsor, dicembre 1943. Sono passati due anni da quando Filippo di Grecia ha bevuto il tè con il re e la regina. Elisabetta e Margaret sedevano incantate mentre lui le intratteneva con i racconti delle sue esperienze di guerra e in mare, minimizzando il proprio ruolo per enfatizzare il lato comico delle vicende”.
I due iniziarono a scambiarsi lettere. Con il fidanzamento, annunciato nel luglio del 1947, Filippo rinunciò ai suoi titoli regali greci e danesi, nonché alle sue pretese sul trono greco, oltre a convertirsi dalla religione ortodossa a quella anglicana. Fu inoltre naturalizzato cittadino britannico, che avvenne con il titolo di Lord Mountbatten il 18 marzo 1947 perché adottò il cognome di Mountbatten, proveniente dalla famiglia materna. Filippo ottenne anche il titolo di Duca di Edimburgo a seguito del matrimonio con la futura regina Elisabetta, la cui cerimonia fu registrata e trasmessa dalla BBC.
Libro incluso tra i dodici candidati al Premio Strega 2021
Per non dimenticare e per non far dimenticare, Edith Bruck, a sessant'anni dal suo primo libro, sorvola sulle ali della memoria eterna i propri passi, scalza e felice con poco come durante l'infanzia, con zoccoli di legno per le quattro stagioni, sul suolo della Polonia di Auschwitz e nella Germania seminata di campi di concentramento.
Miracolosamente sopravvissuta con il sostegno della sorella più grande Judit, ricomincia l'odissea. Il tentativo di vivere, ma dove, come, con chi? Dietro di sé vite bruciate, comprese quelle dei genitori, davanti a sé macerie reali ed emotive. Il mondo le appare estraneo, l'accoglienza e l'ascolto pari a zero, e decide di fuggire verso un altrove. Che fare con la propria salvezza? Bruck racconta la sensazione di estraneità rispetto ai suoi stessi familiari che non hanno fatto esperienza del lager, il tentativo di insediarsi in Israele e lì di inventarsi una vita tutta nuova, le fughe, le tournée in giro per l'Europa al seguito di un corpo di ballo composto di esuli, l'approdo in Italia e la direzione di un centro estetico frequentato dalla "Roma bene" degli anni Cinquanta, infine l'incontro fondamentale con il compagno di una vita, il poeta e regista Nelo Risi, un sodalizio artistico e sentimentale che durerà oltre sessant'anni. Fino a giungere all'oggi, a una serie di riflessioni preziosissime sui pericoli dell'attuale ondata xenofoba, e a una spiazzante lettera finale a Dio, in cui Bruck mostra senza reticenze i suoi dubbi, le sue speranze e il suo desiderio ancora intatto di tramandare alle generazioni future un capitolo di storia del Novecento da raccontare ancora e ancora.
Proposto da Furio Colombo al Premio Strega 2021 con la seguente motivazione:
In occasione della Giornata Mondiale della Terra, una lista di libri da leggere per aiutare le persone a condurre una vita più ambientalista possibile per salvaguardare il nostro pianeta
Sono diversi i libri da leggere per comprendere l’ambiente, soprattutto in un momento storico come quello in cui stiamo vivendo. Abbiamo visto, durante il periodo del lockdown lo scorso anno, come la natura si sia piano piano ripresa i propri spazi con l’assenza dell’uomo. Salvaguardare l’ambiente in cui viviamo dovrebbe essere uno stile di vita, un senso del dovere di ognuno di noi. I danni creati dallo sviluppo dell’umanità sono inquantificabili e gravissimi. Il riscaldamento globale, la deforestazione, l’inquinamento degli oceani, sono tutti problemi causati dall’uomo che stanno avendo gravi ripercussioni sulla vita del nostro pianeta. In occasione della Giornata Mondiale della Terra, vi proponiamo 15 libri che possono aiutarvi a capire come contribuire alla salvaguardia dell’ambiente.
Bill Gates ha passato gli ultimi dieci anni a studiare le cause e gli effetti del cambiamento climatico. Avvalendosi della consulenza di fisici, chimici, biologi, ingegneri, esperti di science politiche e finanza, ha individuato i passi necessari per evitare un disastro ambientale sul nostro pianeta. In questo libro, Gates non solo spiega perché dobbiamo mirare ad azzerare le emissioni di gas serra, ma presenta anche le soluzioni per raggiungere questo obiettivo vitale, offrendo una spiegazione chiara delle sfide che ci attendono per tutelare l’ambiente.
Il tema dell’emergenza climatica affrontato in un libro che ha l’urgenza di un pamphlet e il fascino di un romanzo. Qualcuno si ostina a liquidare i cambiamenti climatici come fake news, ma la gran parte di noi è ben consapevole che se non modifichiamo radicalmente le nostre abitudini l’umanità andrà incontro al rischio dell’estinzione di massa. Lo sappiamo, eppure non riusciamo a crederci. E di conseguenza non riusciamo ad agire. Il problema è che l’emergenza legata all’ambiente non è una storia facile da raccontare e, soprattutto, non è una buona storia: non spaventa, non affascina, non coinvolge abbastanza da indurci a cambiare la nostra vita.
Studenti e studentesse di tutto il mondo si sono uniti a Greta nella sua battaglia per la salvaguardia del pianeta, tanto da creare un movimento che, ogni settimana, si raduna per protestare pacificamente secondo il motto #FridaysForFuture. Greta, in quanto portavoce, è stata invitata a conferenze, comizi e altre manifestazioni pubbliche e in ognuna di queste occasioni è stata lei stessa a scriversi il discorso, dopo essersi fatta confermare da scienziati e ricercatori solo i dati relativi al cambiamento climatico. Questo libro raccoglie i suoi discorsi più importanti, dal primo intervento pubblico in occasione della Marcia per il clima di Stoccolma al suo intervento alla manifestazione FridaysForFuture di Vienna.
Il rapporto tra l’essere umano e la Terra ha superato un limite sistemico: le risorse naturali non sono infinite, né possiamo supporre un progresso infinito. L’umanità è costretta a confrontarsi con una questione globale dal valore etico più che scientifico. Per questo è urgente elaborare un’etica della Terra che sia in grado di restituire alla grande Madre comune la vitalità che il nostro agire le ha sottratto. Quest’etica, però, non sarà possibile senza una spiritualità profonda, che possa risvegliare in noi un serio impegno di amore, di responsabilità e di cura nei confronti della Casa comune che abitiamo.
Siamo un pezzo di natura, lo dice la scienza ecologica, e se la natura si degrada anche noi facciamo la stessa fine. Partiamo da dove posiamo i nostri piedi. Ogni secondo in Italia spariscono sotto cemento e asfalto 2 metri quadrati di suolo. Eppure il suolo è la nostra assicurazione sul futuro, per produrre cibo, per filtrare l’acqua, proteggerci dalle alluvioni, immagazzinare CO2. La sua perdita irreversibile è un grave danno per noi e per figli e nipoti.
I cambiamenti climatici sono una realtà incontrovertibile e determinano grandi impatti sugli ecosistemi terrestri e marini, sul rischio idrogeologico, la salute delle persone e degli animali, le attività produttive, la biodiversità delle specie vegetale e animale e tanto, tanto altro ancora. Il trend di crescita delle temperature, già osservato (un grado in cento anni), è destinato a persistere se non verranno drasticamente ridotte le emissioni di gas “serra”.
Già dai prossimi 20-30 anni gli impatti si faranno via via più pesanti e di conseguenza le future generazioni vivranno in un mondo molto meno ospitale di quello che ci hanno lasciato i nostri genitori. E allora, cosa potrebbe dire un giovane della seconda metà di questo secolo, ad un giovane di adesso? Al romanzo, che tocca tanti temi che riguardano il cambiamento climatico e l’ambiente, fanno poi seguito delle schede di approfondimento dei temi “toccati” nel racconto, curate da colleghi ed amici dell’autore, esperti dei vari settori.
Terre sommerse è stato il caso editoriale internazionale alla scorsa Fiera di Londra, venduto in quasi venti paesi e un grande successo del passaparola, di cui sono già stati acquistati i diritti cinematografici. Kassandra Montag ci regala un’indimenticabile e originale avventura epica che segna la nascita di uno straordinario talento letterario. Un romanzo d’esordio sul cambiamento climatico e uno sguardo pieno di forza ed evocativa immaginazione su quello che potrebbe essere il nostro futuro.
Una guida per cambiare il mondo, una bottiglia di plastica alla volta. Circa 12,7 milioni di tonnellate di plastica stanno invadendo l’oceano ogni anno, uccidendo oltre un milione di uccelli e 100.000 mammiferi marini.
Entro il 2050 potrebbe esserci più plastica nell’oceano che pesci, in termini di peso.
Questo tipo di inquinamento è il flagello ambientale della nostra epoca, ma come possiamo NOI fare la differenza?
Questa guida accessibile, scritta dall’attivista in prima linea del movimento anti-plastica, ci insegna come mettere in pratica piccoli cambiamenti che fanno una grande differenza.
Abbiamo bisogno di un movimento composto da miliardi di gesti individuali, che unisca persone provenienti da tutti gli ambienti e da tutte le culture. Questo libro vuole essere una “chiamata alle armi” per unire le forze in tutto il mondo e porre fine alla nostra dipendenza dalla plastica e salvare la terra tutelando l’ambiente.
Un ambiente degradato non traccia solo presagi di sventura per alcune specie di pinguini o di balene. Il collasso dell’ecosistema prelude con ogni probabilità a guerre e carestie, a un’enorme frenata nelle nostre ambizioni di giustizia, sviluppo e democrazia: senza tutelare l’ambiente sarà impossibile raggiungere la pace, la giustizia, la libertà e lo sviluppo. Questo libro esamina le relazioni di questo tipo come alcuni insospettabili legami fra alberi e guerre, povertà e fiumi, democrazia e clima. Un pressante invito ad aprire gli occhi e a rimboccarsi le maniche, proprio perché non tutto è ancora perduto e perché il futuro dipenderà da scelte che possiamo ancora compiere.
In questo libro ci si concentra sull’opera della poetessa Emily Dickinson, sul tessuto delle sue creazioni, costellate di fiori e animali. Un concerto armonico ci fa assistere nelle pagine ad uno spettacolo di letteratura, cultura e analisi scientifica della natura ritrovata nei versi, in tono e stile divulgativo.
Questo libro parla di una ribellione. Extinction Rebellion è infatti un movimento attivista globale che sta ispirando un’intera generazione ad agire sull’attuale, tragica crisi climatica che sta investendo il nostro pianeta. Una crisi che non ha precedenti nella storia e minaccia di compromettere irrimediabilmente gli ecosistemi e il futuro delle prossime generazioni.
Nessuno può più permettersi di sminuire, negare o lasciare insolute le crisi ecologiche e le problematiche legate all’ambiente. D’ora in avanti saremo costretti ad affrontare sempre più incendi indomabili, fenomeni metereologici estremi, carestie e siccità.
Ognuno di noi ha il dovere di agire. Non abbiamo un pianeta di riserva, dobbiamo salvare la terra.
Queste pagine sono un manifesto che ci scuote dalla letargia collettiva per essere parte attiva della storia futura del pianeta, sottolineando l’importanza di agire ora, prima che sia troppo tardi. Perché questa non è un’esercitazione
La problematica legata all’ambiente, nella sua pluralità di dimensioni, si impone sempre più come tematica culturale da indagare nel suo percorso storico a partire dalle attente riflessioni compiute da studiosi straordinariamente eclettici ma anche trascurati dai più negli specifici studi. Veri precursori, in non pochi casi, del dibattito attuale, non possono non essere riconsiderati nella ricerca di ipotesi alternative sulle quali costruire nuovi, più equilibrati e sostenibili, modelli di sviluppo. Nel volume si riflette su questi aspetti attraverso scritti di studiosi, proposte politiche e relative azioni all’interno di un arco temporale compreso tra l’inizio dell’Ottocento e i giorni nostri.
In questo volume l’autrice ci illustra la vita biologica degli alberi, la loro importanza nell’ecosistema. Inoltre il libro ci ricorda il ruolo primario che essi hanno assunto nella nostra vita e nella nostra cultura. L’albero è fonte di alimentazione, nel corso della storia ci ha fornito il materiale per costruire le nostre case, ha favorito le scoperte mediche per la cura del nostro corpo, ha ispirato l’arte, la religione, il mito e, soprattutto, continua a essere una inesauribile sorgente di arricchimento spirituale.
E’ la storia di Greta, dei suoi genitori e di sua sorella Beata, che come lei soffre della sindrome di Asperger. È il racconto delle grandi difficoltà di una famiglia svedese che si è trovata ad affrontare una crisi imminente, quella che ha travolto il nostro pianeta. Il libro è la presa di coscienza di come sia urgente agire ora, quando nove milioni di persone ogni anno muoiono per l’inquinamento. È il «grido d’aiuto» di una ragazzina che ha convinto la famiglia a cambiare vita e ora sta cercando di convincere il mondo intero.
“Il nostro pianeta”, volume fotografico che nasce dall’innovativa docuserie originale Netflix firmata dai creatori di “Planet Earth”, mette in scena una nuova visione del mondo offrendo prospettive inedite sugli animali e sul cambiamento legato all’ambiente. Sul nostro pianeta si stanno verificando profondi cambiamenti… Solo negli ultimi quarant’anni il numero degli animali selvatici si è dimezzato e, a causa del modo di vivere che noi stessi abbiamo scelto, la biodiversità è in declino in ogni regione della Terra. È una catastrofe globale. Poiché all’origine di tutto ci siamo noi, siamo noi a dover salvare la terra. Come ci racconta questo libro, il mondo è pieno di storie che svelano la resilienza della natura e mostrano come rimediare e tutelare l’ambiente sia ancora possibile.
L'America dei vagabondi pronti a saltare su un treno in corsa e dei vigilantes armati di manganello, l'America sterminata delle pianure, quella delle metropoli dove sempre accade qualcosa, delle tempeste di polvere e del sogno californiano, quella cruda di John Steinbeck, ereditata da Jack Kerouac. Alien Ginsberg, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Nessuno l'ha cantata meglio di Woody Guthrie. Come nelle sue canzoni, anzi, come in una lunga canzone parlata, Guthrie racconta la sua avventura con toni accesi e a tratti visionari, regalando alla scrittura una voce chiara, viva, secondo il grande esempio della tradizione statunitense che ha in Walt Whitman il proprio capostipite.
Instancabile camminatore e pensatore, John Burroughs è considerato uno dei più importanti esponenti del nature writing, insieme a H.D. Thoreau e John Muir, e il suo lavoro è fondamentale per comprendere la tradizione della letteratura naturalistica americana.
Burroughs apprende dalla natura l'arte di vedere le cose, un'educazione dell'occhio e dello spirito tesa a scoprire il senso e lo scopo del creato. È un'arte che necessita di pratica e fiorisce nell'ispirazione: il vero osservatore è colui che riesce a trovare ciò che non sta cercando, che vede con la ragione e con tutti i sensi, per immergersi nel flusso vitale di ciò che lo circonda. Egli non sarà più così un semplice spettatore, ma parte integrante della natura. Questi saggi, finora inediti, sono un inno alla bellezza delle cose semplici: tutto è fonte di ispirazione, dal canto di un uccello alla tana di un animale, poiché vi sono «sermoni nelle pietre e libri nel fluire dei ruscelli» - basta saperli vedere.
Trenta storie di paure vinte e difficoltà superate, trenta talenti indomabili capaci di insegnarci che nessun sogno è mai troppo grande.
I protagonisti di questo libro sono grandi artisti, stelle del cinema, sportivi affermati, inventori di successo, intellettuali, geni. Ma chi erano, da piccoli, questi personaggi? Bambini insicuri, adolescenti che allo specchio vedevano solo difetti, ragazze e ragazzi come te alle prese con problemi all’apparenza insormontabili. C’è un errore, penserai: come è possibile che dietro il successo di chi ammiriamo nei libri, al cinema o in tv si nasconda tanta… imperfezione? Attraverso le storie di Alexandria Ocasio-Cortez, Daisy Ridley, Lionel Messi, Frida Kahlo, Steve Jobs e tanti altri, scoprirai che là fuori, qualsiasi siano il colore della tua pelle, le tue doti o le tue passioni, c’è sempre qualcuno pronto a chiamarti “diverso”, a definirti “imperfetto”. Ma a volte è proprio partendo dal basso che si ha la spinta per saltare più in alto, perché spesso il talento si nasconde lì dove nessuno guarderebbe mai. Nei dubbi e nelle paure dei nostri protagonisti, così come nel loro coraggio e nella loro tenacia, riconoscerai anche i tuoi: perché se tutti siamo imperfetti allora, in fondo, nessuno lo è.
Con le vite di: Agatha Christie Albert Einstein Alexandria Ocasio-Cortez Antonio Gramsci Claudio Daisy Ridley Emma Stone Frida Kahlo Jennifer Aniston John Nash Lily Collins Lionel Messi Maria Montessori Mika Omero Paola Egonu Peter Dinklage Pink Ray Charles Simona Atzori Siya Kolisi Simone Barlaam Steve Jobs Steven Spielberg Susanna Tamaro Sylvester Stallone Thomas Edison Winnie Harlow Wilma Rudolph Emiliano Zapata.
90 TITOLI Il Festival Europeo di Poesia Ambientale, in collaborazione con Sapere Ambiente e la Biblioteca Quarticciolo di Roma ha definito un fondo di 90 titoli dedicato ai volumi di "poesia ambientale". Ecco i primi 30 titoli donati alla Biblioteca: ELIZA MACADAN, In ginocchio fino all’arcobaleno, Passigli, 2020. GIUSEPPE BELLOSI Requiem – Editrice La Mandragora […]
https://inedicola.gedi.it/prodotto/storie-di-montagna/
Grandi autori come Paolo Cognetti, Mauro Corona, Ilaria Tuti, Sebastiano Vassalli, Dino Buzzati, Mario Rigoni Stern e molti altri, ci faranno vivere in modo autentico la montagna, portandoci tra vette, boschi e vallate. Per ritrovare noi stessi perdendoci nella natura.
"La poesia è la patria delle cose che si ribellano a loro stesse, e delle forme che rifuggono la propria forma". Così Nizar Qabbani, poeta siriano, considerato tra i più importanti poeti del mondo arabo moderno, apre questa raccolta di poesie, per la prima volta tradotte in italiano. Una raccolta speciale perché frutto di una selezione compiuta dallo stesso Qabbani. "Le mie poesie più belle" raccoglie, infatti, i componimenti che il poeta definì le sue poesie-chiave, "quelle che lasciano dietro di loro domande... fiamme... fuoco... e fumo".
Un vero e proprio tributo d’amore verso il violino e la sua nobile grande famiglia (viola, violoncello e contrabbasso). Il libro nasce da un manoscritto inedito di uno dei più importanti musicologi del secondo Novecento, Giorgio Graziosi, rivisto e aggiornato dal figlio Stefano.
«Fu certamente la sua propensione militante nel campo dell’istruzione e della divulgazione della musica a spingere Giorgio Graziosi verso l’ideazione del presente volume. Il taglio non è pertanto specialistico: le pagine contengono numerose informazioni utili per il lettore interessato a un discorso culturale ampio e non necessariamente tecnico. Viene ripercorsa a grandi linee la storia del violino, con digressioni appropriate su episodi, particolari e personaggi specifici, sempre piacevoli nelle modalità del racconto. Queste “spigolature” (Perché Bottesini ogni mattina metteva dentro il proprio letto il suo contrabbasso? Cosa ci facevano Rossini e Paganini in via del corso a Roma mascherati da donne? Cosa hanno in comune Paganini e Jimi Hendrix?) si rivolgono poi a vicende di violini e violinisti, la cui declinazione si pone sul crinale sempre fluido del confine tra letteratura e leggenda. Un aspetto che, nel parlare di uno strumento come il violino, finisce per essere sempre centrale, soprattutto quando – com’è nello scritto di Graziosi – si tende a privilegiare l’andamento poetico della narrazione…» (dalla prefazione di Luca Aversano, professore di Musicologia e Storia della Musica presso l’Università di RomaTre).
Nino Manfredi è uno degli artisti italiani più grandi di sempre. Con i suoi cento e più film, per il grande e piccolo schermo, è riuscito a stupirci, emozionarci, farci ridere e commuoverci, entrando nelle case di tutti gli italiani con la naturalezza di un amico di famiglia.
Aveva mille qualità, ma anche tante debolezze, fragilità e paure: un "impasto" complicato di ingredienti umani, che hanno plasmato l'attore, il marito, il padre e il nonno. Era un po' come il pane casareccio della sua terra ciociara: compatto e saporito fuori, ma con tanti "buchi" nascosti al suo interno. In occasione del centenario della nascita, suo figlio Luca ha voluto con questo libro offrire ai lettori uno scorcio diverso, privato e intimo dell'artista a tutto tondo che fu suo padre, regalandocene un ritratto inedito e commosso.
Giuseppe Catozzella ricostruisce le vicende di Maria Oliverio in un romanzo vivo, mescola documenti e leggenda, rovescia la sua immaginazione nella nostra, disegna dramma famigliare e dramma storico ed evoca l'epica grandezza di una guerra quasi ignorata, una guerra civile combattuta in un mulinare di passione, sangue e speranza.
Una donna del Sud del nostro Paese, un’italiana in un’Italia che sta per diventare nazione. Una donna nata da una famiglia poverissima, fiera e combattiva, che conosce i luoghi natii come le sue tasche, le cui vicende in questo coinvolgente romanzo sono documentate da più fonti. I documenti riportati (telegrammi, sentenze, affissioni, discorsi, lettere) sono reali. Inoltre, gli accadimenti storici e privati della vita di Maria Oliverio e di Pietro Monaco sono documentati negli atti dei processi depositati presso l’Archivio Centrale dello Stato e l’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito di Roma e l’Archivio di Stato di Cosenza.
“Sono Maria Oliverio, fu Biaggio, di anni ventidue. Nata e domiciliata a Casole, Cosenza, senza prole, di Pietro Monaco. Tessitrice, cattolica, illetterata”.
Elena Ferrante è molto di più di uno pseudonimo, un nome d’arte, una copertura. Elena Ferrante è una storia tra le storie, una narrazione che ingloba e rielabora dettagli autentici e altri fantastici, è un personaggio uscito dalle pagine e penetrato nella realtà.
Ma la materia di cui è fatta, i suoni, i colori sono il riverbero di un universo e di un tempo ben precisi: il mitico rione dietro la stazione ferroviaria di Napoli negli anni Cinquanta. Seguendo gli echi di quel mondo come il rumore del mare in una conchiglia, Annamaria Guadagni ritrova i luoghi, le voci, le vite che sono confluiti nella tetralogia dell’Amica geniale: percorre i lotti delle case popolari, il pauroso tunnel che porta al mare, i capannoni industriali in rovina, e dipinge una galleria di grandi donne che scrivendo, lavorando, lottando hanno fatto il Novecento italiano. Il viaggio iniziatico che così si compie illumina di una luce nuova e sorprendente le metamorfosi di una chimera, capace di «orchestrare menzogne che dicono sempre, rigorosamente, la verità».
Adriana è come un vento, irrompe sempre nella vita di sua sorella con la forza di una rivelazione. Sono state bambine riottose e complici, figlie di nessuna madre. Ora sono donne cariche di slanci e di sbagli, di delusioni e possibilità, con un'eredità di parole non dette e attenzioni intermittenti. Vivono due grandi amori, sacri e un po' storti, irreparabili come sono a volte gli amori incontrati da giovani. Ma per chi non conosce la lingua dell'affetto è molto difficile aprire il cuore.
Cosa racconteremo di noi e della nostra vita ai nostri nipoti? Mattia decide di iniziare dalla primavera dei suoi nove anni, nel 2020, quando, mentre il mondo da un giorno all'altro si rinchiude in casa, si ritrova costretto nel microcosmo di un condominio di ringhiera a fronteggiare il suo più grande nemico: quel padre che l'aveva abbandonato quando aveva solo tre anni.
Tutto comincia e finisce con le piante. Dalla possibilità di vivere su questo pianeta al piacere di ascoltare la voce di un violino, all’inizio di ogni storia c’è sempre una pianta. La maggior parte di queste rimangono per sempre sconosciute – come l’abete rosso che regalò a Stradivari il legno per i suoi 14 violini. Altre, per caso o perché legate a persone o avvenimenti che hanno colpito l’immaginario degli uomini, hanno avuto per fortuna una storia diversa che stiamo qui a raccontare.
Storie adatte a lettori di tutte le età, illustrate a colori e raccontate come fiabe.
Dalla scienziata italiana Rita Levi Montalcini alla controversa pittrice Frida Kahlo, dalla prima donna aviatrice Amelia Earhart alla determinazione della campionessa paralimpica Bebe Vio: le storie delle donne che con il loro coraggio e la loro forza hanno dato un contributo fondamentale al nostro progresso sociale, culturale e scientifico. Età di lettura: da 6 anni.
Questo libro, il terzo di Giuseppe Palma sul Sommo Poeta, si inserisce con un anno di anticipo nelle celebrazioni per la ricorrenza del settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri (1321-2021). Un saggio letterario col quale l'autore tratta due tematiche in particolare: la nascita della lingua italiana col contributo fondamentale del Dolce Stil Novo e la concezione di «patria» in Dante. Seppur di contenuto essenziale il libro è arricchito, nelle conclusioni, da un estratto del proemio che Gabriele d'Annunzio scrisse per l'edizione monumentale della Divina Commedia del 1911, realizzata in occasione del cinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia. La lingua che gli italiani parlano ancora tutt'oggi è pressappoco la stessa del XIII-XIV secolo, per questo l'autore afferma che siamo ancora "Figli del Duecento". La ricorrenza sia dunque occasione non solo per celebrare il Sommo Poeta, che pure ha la sua importanza come simbolo nazionale, ma soprattutto per riscoprire e valorizzare la lingua italiana, vero motivo perché tutti i cittadini - da Nord a Sud - possano riscoprire un sano e genuino senso di appartenenza alla Patria.
La prima storia illustrata Disney che omaggia il Sommo Poeta. un racconto inedito e poetico sul giovane PaperDante, accompagnato da due intramontabili parodie a fumetti: L'inferno di Topolino, che ha inaugurato un genere nel mondo, e L'inferno di Paperino.
«È l’omaggio che Disney fa ai settecento anni dalla scomparsa del Sommo Poeta: il primo racconto inedito illustrato, tutto italiano, in cui viene immaginato un episodio vissuto da Dante bambino che poi influenzerà la composizione della sua Commedia.» - Robinson
In questo volume si celebra un’opera unica: la prima storia illustrata Disney ispirata a Dante Alighieri e realizzata da tre artisti geniali, lo sceneggiatore Augusto Macchetto, la disegnatrice Giada Perissinotto e il colorista Andrea Cagol, unita alle parodie storiche della Divina Commedia. Il volume di 192 pagine è composto dalla storia illustrata di 48 pagine e dalle parodie L’Inferno di Topolino di Guido Martina e Angelo Bioletto e L’Inferno di Paperino di Giulio Chierchini. Un fantastico libro che omaggia il sommo poeta.
Questo libro è una mappa fatta di storie, che non vogliono insegnarci niente, tanto meno a non sbagliare. Ma una cosa la pretendono: aprirci gli occhi. Al ragazzo fuori da scuola, a tutti i ragazzi vogliono raccontare come le loro madri, i loro padri, i loro fratelli maggiori sono caduti e si sono rialzati. Agli adulti vogliono ancora scaldare il sangue, restituire la voglia d'indignarsi, di ritrovare la rabbia giovane.
31 maggio 2013: Pierdante Piccioni, primario all'ospedale di Lodi, ha un incidente e va in coma. Quando si risveglia, poche ore dopo, è convinto che sia il 25 ottobre 2001. A causa di una lesione cerebrale, dodici anni della sua vita sono stati inghiottiti in un buco nero. All'improvviso è diventato un alieno, incapace di riconoscere la sua vita e addirittura se stesso in quel volto invecchiato che gli restituisce lo specchio. Attorno a lui tutto è cambiato: i figli non sono più due bambini di otto e undici anni, ma due adulti, con la barba e gli esami all'università, e la moglie sembra un'altra donna, con le rughe e i capelli di diverso colore. Come potrà riprendersi la propria vita?
Nell'atmosfera sospesa di una Vigilia, le parole di Erri De Luca incontrano gli acquerelli di Alessandro Sanna, e trasformano una notte di nebbia in un dono raro.
«L'ospite della vigilia è, anche, una favola. Una favola di Natale, di buon Natale anche se detto a bassa voce. E come le vere favole a raccontarla ci sono pure le illustrazioni» - Francesco Cevasco, Corriere della Sera
"Andavamo dietro ai pensieri, come fa il vento con le nuvole."
Storie di interpreti dimenticate, compositrici geniali e musiciste ribelli
«Questa è la storia di alcune donne uniche. Musiciste geniali. Compositrici innovative. Interpreti sublimi. Donne uniche capaci di emergere in un mondo che avrebbe fatto volentieri a meno di loro. Che le ha considerate inadatte, sfrontate, scandalose, incapaci. Questa è la storia di alcune donne uniche, in un mondo di uomini.»
Ad alcune fu impedito di suonare, altre non poterono firmare le composizioni frutto del loro lavoro, mentre le porte dei conservatori erano aperte solo per gli uomini, la Chiesa proibì a loro di cantare, la società le relegò a un ruolo ancillare, subordinato al volere maschile… La storiografia ufficiale della musica per secoli ha escluso le donne dalle sue pagine, ignorando compositrici rivoluzionarie, musiciste innovative e giovani talentuose. Dimenticando, o tralasciando, esperienze e intuizioni destinate a cambiare il corso della musica classica. In questo libro Beatrice Venezi, giovane direttore d’orchestra, ci restituisce le loro storie sorprendenti e piene di significato. Scopriamo così la vita di Ildegarda, monaca geniale che usava il canto per comunicare con Dio; quella delle grandi compositrici del Barocco ritratte dai Gentileschi; quella delle donne del Sette-Ottocento, confinate in casa e definite solo in funzione degli uomini, come la sorella di Mozart, o la moglie di Schumann; fino ad arrivare alle musiciste ribelli del secolo scorso e dei nostri giorni, a Maria Callas, per esempio, a Nadia Boulanger, Martha Argerich, Björk, donne che, nonostante le difficoltà, hanno forzato i confini dello spazio che gli veniva concesso nel mondo della musica, combattendo per se stesse e per le generazioni future. Questa è una storia di talento e determinazione, di intraprendenza e tecnica: un percorso tutto al femminile che dal Medioevo arriva ai giorni nostri, mettendo in luce gli errori del passato e quelli in cui tutt’ora perseveriamo. Dodici esempi di coraggio e determinazione per tutte le donne che, ancora oggi, sono costrette ad abbandonare la loro passione, a rinunciare a un sogno, solo perché qualcuno crede che quel lavoro non sia adatto a una ragazza.
Questo volume rappresenta un altro radicale passo verso l'ecologia integrale e si apre con tre dialoghi tra Papa Francesco e Carlo Petrini. Nel clima amichevole e schietto dei tre incontri risalta la comunanza di vedute, la consapevolezza della gravità ma anche la fiducia nell'impegno quotidiano e comunitario perché, come sostiene Papa Francesco, non si dà ecologia senza giustizia, non si cura l'ambiente se le relazioni fra gli esseri umani sono viziate da esasperati squilibri economici e culturali.
PAPA FRANCESCO ... ci tengo sempre a specificare che la «Laudato si'» non è un'enciclica verde, ma un'enciclica sociale. [...] Non si tratta di ambientalismo, che per quanto nobile non è sufficiente. Qui stiamo parlando di quale modello di convivenza e di futuro abbiamo e di come costruirlo: in gioco c'è l'enorme questione della giustizia sociale che ancora oggi, nel mondo interconnesso e apparentemente prospero in cui viviamo, è ben lontana dall'essere realizzata.
CARLO PETRINI Sono fiducioso che le cose andranno per il meglio, vedo ovunque segnali incoraggianti, anche se il lavoro da fare è enorme. A tal proposito volevo chiederLe: il movimento dei giovani nato da Greta Thunberg, la giovanissima ragazzina svedese che con la sua testimonianza è riuscita a coinvolgere milioni di giovani in tutto il mondo, come lo vede? Io lo considero un passo avanti importantissimo ed estremamente positivo...
Qualche nuova proposta di libri dalla rivista "Il Libraio"
«Silvia Avallone narra dell'importanza delle relazioni e anche delle paura» - Francesca Angeleri, Corriere della Sera
Se le chiedessero di indicare il punto preciso in cui è cominciata la loro amicizia, Elisa non saprebbe rispondere. È stata la notte in cui Beatrice è comparsa sulla spiaggia – improvvisa, come una stella cadente – con gli occhi verde smeraldo che scintillavano nel buio? O è stato dopo, quando hanno rubato un paio di jeans in una boutique elegante e sono scappate sfrecciando sui motorini?
Simona è figlia di operai. Vive nel Mugello, dove la fabbrica di jeans Rifle è quel che la Fiat era a Torino. Mentre il padre lavora in magazzino, la madre, in catena con le sue compagne di lavoro in vestaglia blu, cuce migliaia di passanti per i jeans.
Vestaglie color blu come il cielo su cui si stagliano ogni sabato, giorno di riposo, stese fuori dai balconi ad asciugare. Simona è figlia di operai. Di quella generazione operaia che stringendo la cinghia e allargando col conflitto sociale l’orizzonte dei diritti è riuscita a far studiare i propri figli all’università. Si laurea con una tesi sui minatori per lo più calabresi che forano le montagne del Mugello per far passare il Tav, il treno ad alta velocità. Incontra, ascolta, conosce a fondo le tute arancioni, venute da lontano, sulla cui pelle si scarica la contraddizione tra lavoro e ambiente dei cantieri delle grandi opere che hanno sostituito la fabbrica tradizionale. Tra memoir, romanzo e inchiesta operaia, Figlia di una vestaglia blu è un libro working class. Un ibrido narrativo che esplora la dimensione del lavoro femminile, tra produzione e riproduzione sociale, tra sfruttamento e rivendicazioni di classe e di genere: una narrazione schietta, poetica e luminosa capace di mettere in tensione il lavoro del passato e del presente. L’esordio di una scrittrice che dalla propria eredità familiare ha saputo creare un documento letterario imprescindibile, prendendo il testimone dalle mani della madre operaia. Nella prosa di Simona Baldanzi non c’è contraddizione tra la mano che cuce e quella che scrive. C’è un passaggio di consegne. Dall’ago alla penna, una lezione di abilità, di orgoglio operaio, di consapevolezza femminista. Un sabato di qualche anno fa dal balcone di casa mia si muoveva, appesa a un filo, una vestaglia blu. Spesso mi sono divertita a guardarla muoversi nel vento, cambiare sfumature di colore nei riflessi della luce, del cielo. Accarezzata dal sole gonfiarsi e prendere anima, diventare pelle blu di un corpo trasparente. Salire fino a distendersi al pari del filo per poi ricadere improvvisamente in verticale. Una danza invitante, regina fra gli stracci.
Una sorprendente meditazione sulla libertà, sulla vecchiaia e sull'autodeterminazione, un romanzo in cui l'emozione, cruda e vivace, scaturisce da ogni pagina.
Tre ottantenni che amano la libertà hanno scelto di vivere gli ultimi anni a modo loro, quasi senza contatti con la società, ciascuno nella propria capanna di legno nel folto della foresta canadese dell'Ontario settentrionale: Charlie, che ha rifiutato un destino di cure ospedaliere, Tom, che ha voltato le spalle a una vita dissoluta tra alcolismo e assistenti sociali, e Boychuck, taciturno e dall'oscuro passato. Unico contatto con il mondo esterno sono due personaggi ai margini della società: Steve, gestore di un albergo fantasma nella foresta, e Bruno, intraprendente coltivatore di marijuana. La visita di una fotografa sulle tracce degli ultimi sopravvissuti ai Grandi Incendi che hanno devastato la regione quasi un secolo prima sembra solo una breve parentesi nel loro isolamento, ma quando un'altra donna, fuggita dall'ospedale psichiatrico, arriva in quell'angolo sperduto del mondo, niente sarà più come prima: con l'aiuto dei suoi nuovi amici, l'anziana Marie-Desneige, un essere etereo e delicato che custodisce il segreto di amori impossibili, riuscirà a riprendere in mano la sua vita e a cambiare per sempre le regole di quella piccola e insolita compagnia. Il cauto, rigoroso rispetto degli spazi di ciascuno lascia il posto a un nuovo senso di comunità, a una condivisione delle emozioni e degli affetti che solo chi ha a lungo vissuto e sofferto può esprimere nella loro pienezza. Sullo sfondo silenzioso dei grandi spazi del Nord canadese, tra drammi del passato e nuove tenerezze del presente, Piovevano uccelli costruisce una storia luminosa di dignità e sopravvivenza, innalzando un inno alla libertà, fosse anche quella di ritirarsi dal mondo e scegliersi un'altra vita o quella di morire.
Questo libro è la lettera di congedo che l'autore ha voluto indirizzare ai suoi lettori, informandoli, con sobrietà, di essere affetto da un male incurabile. Non ci si inganni: sono pagine vibranti di contagiosa vitalità, dove più che mai si respirano freschezza, passione, urgenza espressiva.
Il Telefono del Vento è un luogo magico che esiste realmente nel nord-est del Giappone e che è centrale nel tuo romanzo. Come ne sei venuta a conoscenza? Perché è importante secondo te?
Mi sono imbattuta nel Telefono del Vento nel 2011, quando già vivevo in Giappone da molti anni. Fui colpita dalla magia di un posto realmente esistente, dove le persone alzavano la cornetta di un apparecchio non collegato per parlare con i propri defunti. Un angolo di mondo in cui si affida tuttora al vento la voce, perché raggiunga chi ormai è dall’altra parte.
È importante perché la perdita riguarda tutti gli esseri umani. Prima o poi si rimane indietro. Chiunque abbia amato un giorno si ritrova là. E tuttavia la storia continua. Il Telefono del Vento è quel luogo in cui il pensiero diventa parola, e la parola pesa meno sul cuore del pensiero. Bisogna mettere ordine nei propri sentimenti per parlare con un altro, una terza persona. Il Telefono del Vento aiuta a fare quel salto.
Hai dovuto scavare in una delle pagine più drammatiche della storia recente del tuo paese d’adozione, il Giappone, raccontando le vicende di alcuni sopravvissuti allo tsunami del 2011. Come hai affrontato questo difficile tema..?Il disastro ha lasciato un solco nel cuore dei giapponesi.. ...Aspettavo di essere capace di sbucciare la lingua, liberandola del pathos in cui era facile precipitasse....Il dolore, per il popolo giapponese, è effettivamente materia privata: vige il concetto del kijō 気丈 che sottintende che più grande è la sofferenza, meno la si dimostra, come se un pudore estremo non permettesse di spiegare quanto l’anima sia a pezzi.Eppure ho assistito da vicino, in prima persona, a quei giorni, ho ascoltato storie tremende. L’ambientazione del Telefono del Vento in questo senso era perfetta perché non si tratta banalmente di un luogo in cui riversare soltanto il proprio dolore, ma di un posto in cui porre anche le basi per una relazione nuova con chi si è perso...
Questo romanzo ha commosso ed emozionato gli editori di tutto il mondo, tanto che i diritti di traduzione di Quel che affidiamo al vento sono stati acquistati mesi prima della sua pubblicazione. A cosa credi sia dovuto il suo sorprendente successo?
Il tema è universale. Viviamo, pertanto moriamo. Stringiamo relazioni, ci innamoriamo. Pertanto perdiamo.
Tuttavia non ci deve essere per forza cupezza nel raccontarlo. Volevo narrare il lutto sì, ma anche la gioia di essere al mondo, la sensazione che abbiamo di affidare fisicamente parti di noi alle persone che amiamo, il coraggio che serve a lasciarle andare di qua, per rincontrarle di là. Volevo ci fosse leggerezza e molto amore. Ecco, credo sia stato merito proprio di questa leggerezza che accompagna il libro.