Fu Jean Dubuffet, nel 1945, a coniare l’espressione Art Brut per indicare le produzioni artistiche di persone ai margini del sistema culturale – autodidatti, bambini, detenuti, malati psichiatrici – la cui creatività si esprimeva in modo libero, selvaggio, privo di filtri accademici o logiche di mercato. Arte “grezza”, nel senso più puro e radicale del termine: non raffinata, non contaminata, non addomesticata. Un’arte che brucia di verità interiore e che risale alle radici più profonde dell’espressione umana.
Il termine Art Brut – letteralmente “arte grezza” – nacque per dare un nome a una produzione artistica che, per la sua natura ruvida, istintiva e lontana dai canoni della cultura ufficiale, rischiava di rimanere invisibile. Dubuffet, pittore e teorico, cercava un’arte «non culturale», priva di fini estetici e svincolata dalle istituzioni. Secondo lui, l’autenticità dell’arte non nasceva da scuole o musei, ma dall’urgenza creativa pura.
Il cuore dell’Art Brut batte in luoghi insospettabili: ospedali psichiatrici, istituti di reclusione, margini sociali. Dubuffet ne trova i primi esempi tra le opere raccolte da Hans Prinzhorn, psichiatra tedesco che negli anni ’20 aveva pubblicato un celebre volume sulle produzioni artistiche dei malati mentali (L’espressione della follia, 1922). Da lì, il concetto si amplia fino a includere ogni forma di arte “non addestrata”, autenticamente spontanea.
I protagonisti dell’Art Brut non sono celebri pittori da manuale. Spesso si tratta di autodidatti o outsider: tra i più noti, Aloïse Corbaz, Adolf Wölfli, Augustin Lesage, Francis Palanc, Carlo Zinelli. Le loro opere – disegni iperdettagliati, scritture automatiche, universi fantastici ossessivamente ripetuti – sembrano provenire da un altrove simbolico, da un inconscio collettivo che l’arte accademica non riesce più a intercettare.
Dubuffet fonda nel 1948 la Compagnie de l’Art Brut, insieme ad André Breton, Claude Levi-Strauss, Michel Tapié e Slavko Kopač, che diventa il primo conservatore della collezione. Lo scopo? Raccogliere, tutelare, promuovere queste espressioni dimenticate. Nel 1976 nasce la Collection de l’Art Brut a Losanna, che ancora oggi conserva uno dei patrimoni più sorprendenti dell’arte del Novecento.
Jean Dubuffet nasce a Le Havre, Francia, il 31 luglio 1901. Studia in una scuola d'arte e nel 1918 si reca a Parigi per frequentare l'Académie Julian, che lascia dopo sei mesi. In questo periodo incontra Suzanne Valadon, Raoul Dufy, Fernand Léger e Max Jacob, e rimane affascinato dal libro di Hans Prinzhorn sull'arte degli alienati. Nel 1923 viaggia in Italia e nel 1924 in Sudamerica. Smette di dipingere per circa dieci anni e lavora come disegnatore industriale, occupandosi poi dell'azienda vinicola di famiglia. Si dedica esclusivamente all'arte a partire dal 1942.
Nel 1944 tiene la prima personale alla Galerie René Drouin di Parigi. Negli anni quaranta frequenta assiduamente Charles Ratton, Jean Paulhan, Georges Limbour e André Breton; in questo periodo lo stile e i temi delle sue opere risentono dell'influenza di Paul Klee. A partire dal 1945 inizia a raccogliere e collezionare opere di Art Brut, lavori spontanei, immediati, creati da persone prive di una specifica formazione artistica affette da disabilità o disturbi psichici. Nel 1947 tiene la prima personale a New York, alla Pierre Matisse Gallery.
Dal 1951 al 1952 risiede a New York. Ritorna in seguito a Parigi, dove nel 1954 tiene una personale al Cercle Volney. Lo Schloss Morsbroich a Leverkusen, in Germania, è il primo museo che gli dedica, nel 1957, una retrospettiva, a cui fanno seguito altre importanti mostre al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, al Museum of Modern Art di New York, all'Art Institute of Chicago, allo Stedelijk Museum di Amsterdam, alla Tate Gallery di Londra e al Museo Solomon R. Guggenheim di New York. Nel 1964 espone a Palazzo Grassi, Venezia, i dipinti della serie L'Hourloupe, iniziata due anni prima. Nel 1967 pubblica la raccolta di scritti Prospectus et tous écrits suivants. Nello stesso anno realizza le sue strutture architettoniche e, poco dopo, inizia numerose commissioni per sculture monumentali da porre all’aperto. Nel 1971 realizza i suoi primi oggetti scenici, i practicables. Nel 1980-81 un’importante retrospettiva è allestita all'Akademie der Kunst di Berlino, al Museum Moderner Kunst di Vienna e alla Joseph-Haubrichkunsthalle di Colonia. Nel 1981 il Museo Solomon R. Guggenheim di New York gli dedica una mostra in occasione del suo ottantesimo compleanno. Dubuffet muore a Parigi il 12 maggio 1985.