di Eric Tamas, 1H - aprile 2025
Papa Francesco soprannominato il papa della gente, muore il 21 aprile 2025 alle ore 7:35 all’età di ottantotto anni. Jorge Mario Bergoglio è il nome del 266° pontefice eletto il 13 marzo 2013.
Papa Francesco si chiamava così perché voleva una chiesa povera per poveri infatti il nome si ispira a san Francesco d’Assisi.
Il pontefice è stato il primo papa gesuita, il primo a visitare luoghi non toccati da altri capi della chiesa come l’Iraq e la Corsica, il primo a dotarsi di un consiglio di cardinali per governare la chiesa e il primo a ripetere negli oltre 300 appelli che ogni guerra è una sconfitta.
Appena dopo la sua morte tanti credenti da tutto il mondo si sono riuniti nella basilica di San Pietro per partecipare ai funerali.
Il presidente della Repubblica italiana Mattarella ha detto: ”La nostra risposta al suo saluto nel giorno di Pasqua deve tradursi in responsabilità” e ricorda tutti gli incontri per gli accordi di pace che aveva fatto con il pontefice.
I fedeli ricordano Francesco come un uomo semplice non solo perché era aperto sia ai credenti che ai non credenti, ma anche per i suoi vestiti: infatti lui indossava indumenti non costosi e aveva oggetti di poco valore come il suo orologio di plastica che portava sempre.
Il 22 aprile Giorgia Meloni ha proclamato cinque giorni di lutto nazionale, che è finito il 26 aprile, giorno del funerale; in alcuni edifici c’è stato un minuto di silenzio e alcune cerimonie sono state annullate in memoria del papa. Oltre a questo la Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana ha ricordato Bergoglio con tante riflessioni, tra cui questa:
“Tentare di essere all'altezza di questo insegnamento è il nostro modo di dire grazie a questo straordinario uomo e Pontefice, che ora è tornato alla casa del Padre, certo, ma che continuerà a sorriderci e a guidarci.”
di Caterina Mari e Lisa Papi, 2H
A seguito delle elezioni regionali del 17 e 18 novembre 2024 c’è stata la vittoria di Stefania Proietti, attuale Presidentessa dell’Umbria. Ha lavorato all’Università degli Studi di Perugia come Professoressa di ingegneria per via della sua laurea proprio in ingegneria meccanica, del suo dottorato di ricerca in ingegneria industriale e di un master di secondo livello in gestione dei sistemi energetici. Ha scritto 70 pubblicazioni scientifiche ed è ideatrice di licenze negli ambiti scientifici e ambientali. Dal 2007 al 2015 è stata docente universitaria di economia presso il corso di laurea in ingegneria industriale all’Università degli Studi Guglielmo Marconi a Roma. Nel 2016 é diventata Sindaca della città di Assisi fino alle elezioni del 2024. Dal 2021 fino al 2024 è stata la Presidente della Provincia di Perugia.
Nella sua vita privata è madre di due figli e dal 2005 è sposata con l’attuale marito, vive insieme alla sua famiglia nel Comune di Assisi.
di Caterina Mari e Lisa Papi, 2H
Il 17 e 18 Novembre in tutta l’Umbria si sono svolte le elezioni, per decidere la/il Presidente della Regione Umbria.
E’ stata eletta Stefania Proietti come presidente.
Cosa l’ha spinta ad intraprendere questo percorso e di candidarsi?
Prima di candidarmi come sindaca di Assisi non avevo mai lavorato in politica. Nel 2016 alcune persone, che si dovevano candidare, sono venute a chiedermi cosa avrebbero potuto fare per l’ambiente e io ho detto loro che avrebbero potuto pensare a riorganizzare la raccolta differenziata, occuparsi delle energie rinnovabili. Poi sono ritornati da me e mi hanno detto che avrei potuto fare io il sindaco di Assisi, ci ho pensato sù e poi mi sono decisa anche perché non mi sarebbe più capitata un'occasione del genere per far conoscere il mio progetto per la città. All’inizio non pensavo che la gente mi avrebbe ascoltata, invece la città mi ha eletta sindaca. Sono stata la prima donna a candidarsi come sindaco di Assisi. A candidarmi come sindaco e ad oggi come Presidente della Regione, mi ha spinto la volontà di fare qualcosa per la comunità, di lottare contro le ingiustizie e contro il cambiamento climatico. Se avessi risposto di no mi sarebbe sembrato di aver lasciato da sole tante persone che credevano in me.
Cosa faceva nella vita prima di essere eletta?Io ero un ingegnera meccanica energetica, laureata nel 2000, con un dottorato nelle comunità energetiche, ero una ricercatrice e presidente di molte società di ingegneria. Nel 2006, inoltre, sono stata chiamata alle Nazioni Unite COP di Nairobi per presentare i miei progetti. Quando mi hanno chiamata a candidarmi ero rappresentante scientifico di un gruppo di ricercatori italiani che in quel momento si trovava a 5000 m d’altezza sull’Everest, per studiare il clima più alto al mondo. Lì avevamo il compito di lottare contro il cambiamento climatico e la povertà energetica per dare energia rinnovabile gratuita a due miliardi di persone nel mondo dei paesi più poveri.
Perché ha deciso di candidarsi come presidente dell’Umbria?
Dopo aver svolto l’attività di sindaco per 8 anni ad Assisi, mi è stato chiesto di candidarmi. Io sono una cittadina normale, non appartengo a nessun partito politico, perchè non ce n’è uno che mi rappresenta a pieno, ho uno schema di valori e credo che possano unire diversi partiti. Quindi ho deciso di candidarmi alla regione Umbria, perchè molte persone me lo hanno chiesto e perché possa portare quello che ho acquisito in questi anni a più comunità, a più città, per far crescere l’Umbria che ha un valore grandissimo, perché quello umbro è il popolo più antico d’Italia. Ho lasciato quello che avevo di più caro per fare il sindaco, ma è come se adesso avessi una città più grande, che è l’Umbria.
Cosa pensa di fare per migliorare la Regione?Sto lavorando molto al miglioramento della sanità: ospedali e luoghi di cura. Soprattutto per far crescere voi ragazzi in un luogo piacevole e sano. Vorrei anche promuovere i trasporti, una cosa che mi sta molto a cuore. Mi sto occupando al momento delle politiche che promuovono i diritti delle persone con disabilità. Perciò al centro della mia politica ci sono i giovani, le scuole, la fragilità, la sanità pubblica, i trasporti e le possibilità di lavoro in Umbria.
Si è mai pentita di essersi candidata?
No, perché io ho un mio slogan, che è: “di avere coraggio non ci si pente mai”, quando mi sono candidata alla Regione, ma volevo rimanere ad Assisi, mi sono vista davanti l’immagine del film Il Gladiatore, come se il Generale Massimo, invece di portare alla vittoria i suoi con pochi mezzi, si fosse messo in disparte a soccombere. Mi sono sentita portatrice di tanti valori insieme a tanti altri amici e amiche. Non mi sono mai pentita e oggi davanti a voi e a queste persone ho pensato di aver fatto proprio bene a candidarmi.
Quanto tempo libero le lascia il suo lavoro?
Il mio lavoro non mi lascia libero neanche un secondo. Lo adoro comunque perché quello che facciamo noi non è un lavoro, è una responsabilità che io stessa ho scelto di compiere per poter aiutare chiunque ne abbia bisogno. Per me è bellissimo potersi occupare della propria comunità perché mi dà sempre la sensazione di stare facendo la cosa giusta nel modo corretto.
Ha avuto difficoltà in quanto donna a lavorare nel mondo della politica?
Io nel mio ruolo di Presidente della Regione Umbria, sono la quarta donna e l’Umbria è l’unica regione d’Italia ad essere guidata da una donna. Quando ero ingegnere meccanico, all’inizio ho trovato molta difficoltà, ma ad oggi no, anche se c’è da farsi vedere. In realtà anche quando facevo la sindaca ho avuto difficoltà, essendo la prima donna a governare Assisi, ma ho avuto tanta soddisfazione. Se diamo l’esempio voi ci seguirete.
Come spiegherebbe la democrazia a ragazzi e ragazze della nostra età?La democrazia funziona come quando in classe dovete prendere decisioni o eleggere un rappresentante. In generale si scelgono i più forti per occuparsi del bene comune, per aiutare la società, per migliorarla e renderla più vivibile. Lì non ci sono gli schemi, le divisioni o i pregiudizi, quindi la democrazia è come la giustizia dei molti e di tutti, non solo dei pochi.
Cosa cambierebbe nelle scuole italiane?
Alle scuole, io vorrei dare tante risorse, perché il tempo che si trascorre a scuola è un tempo di educazione e di crescita, perché nella scuola siete tutti uguali, non ci sono differenze. Vorrei dare anche molta più bellezza alle scuole, più spazi per lo sport e anche renderla un luogo di vita, di cultura, come un’altra casa. Vorrei renderla un luogo dove non vedete l’ora di andare.
Qual è la sua idea di politica?
La mia idea di politica è quella del dono, donare tutto quello che si ha e che si può dare agli altri. Il politico deve essere una persona che viene da una sua storia e che usa tutte le sue energie per occuparsi degli altri. Infatti, la politica non è potere, è responsabilità e i politici hanno una grande responsabilità verso la comunità, e devono usare i loro poteri per gli altri. La politica è il dono di tutto ciò che abbiamo a favore degli altri senza pretendere niente in cambio. Quindi la politica per me è fare dono di tutto ciò che si ha senza pretendere nulla in cambio, amando i propri concittadini come fossimo una grande, unica famiglia civica.
di Marta Sillani, 2E - marzo 2025
Cecilia Sala è una giornalista che si occupa di cronaca internazionale che a dicembre del 2024 si trovava in Iran per girare alcune puntate del suo podcast (Stories).
Il 19 dicembre 2024 è stata arrestata dallo stato iraniano e, in prigione, viveva in condizioni pessime.
Infatti racconta che è stata in isolamento per quasi una settimana, poi è arrivata un’altra ragazza e sono state entrambe felici di non dover soffrire in cella da sole.
È stata costretta a stare senza occhiali, senza letto e senza sonno dato che una forte luce era costantemente accesa.
Veniva interrogata quasi tutti i giorni e non le avevano mai dato motivazioni chiare sul perché l’avessero arrestata.
Dopo molti giorni le vennero concessi gli occhiali e un libro (Kafka on the Shore) piuttosto triste.
Quando finalmente, l’8 gennaio del 2025, Cecilia Sala è stata liberata, è stata riportata in Italia il giorno stesso.
Mentre raccontava la sua esperienza ha detto che si sente in colpa per la sua compagna di cella con la quale aveva stretto amicizia.
Dice che anche se non parlavano la stessa lingua riuscivano a capirsi attraverso i gesti, gli sguardi e i sorrisi.
In cambio della liberazione della giornalista italiana è stato scarcerato un iraniano di nome Mohammad Abedini Najafabadi.
Quest’uomo è un ingegnere iraniano di 38 anni accusato di aver tentato di esportare componenti elettronici assieme ad un complice, e di aver supportato la Pasdaran di Teheran (organizzazione di militari per la difesa delle istituzioni rivoluzionarie iraniane).
Era stato arrestato tre giorni prima di Cecilia Sala.
di Rahad Md Sheikh, 1H - gennaio 2025
Jannik Sinner è il primo tennista italiano divenuto campione mondiale grazie alle sue abilità spettacolari; è nato il 16 agosto del 2001 ed è cresciuto a Sesto Pusteria in una famiglia di lingua tedesca. A tre anni e mezzo si è cimentato nello sci e nel tennis, a sette anni ha vinto il gran premio Giovanissimi 2009. A 14 anni Sinner entra nel tennis club Italia di Forte dei Marmi dove ha vinto il suo secondo campionato. In queste settimane Jannik Sinner ha battuto per la seconda volta in finale Zverev 3-0 e ha vinto l’Australian Open 2025.
Una partita molto importante e spettacolare è stata quella contro il giocatore americano Taylor Fritz agli Atp Finals, finita 6-4 6-4 per Jannik. Il tennista, inoltre, ha permesso all’Italia di vincere per due volte la Coppa Davis.
La Redazione del Defilis Times intervista Claudia Domiziani, la psicologa della scuola.
1. Per quale motivo ha scelto di fare la psicologa?
Ho scelto di diventare una psicologa perché sono sempre stata attratta dal comportamento umano e dalla possibilità di aiutare le persone a superare le sfide quotidiane. Un aspetto che mi affascina molto della psicologia è inoltre la sua natura varia e mai monotona, infatti ha diversi ambiti di applicazione.
2. Quali studi ha dovuto intraprendere per diventare psicologa?
Dopo il diploma di maturità ho scelto la facoltà di psicologia di Roma alla Sapienza, in seguito ho fatto un periodo di tirocinio della durata di un anno e poi ho sostenuto l’esame di stato per l’abilitazione professionale.
3. Ha intrapreso subito degli studi psicologici o la passione le è venuta dopo altri studi?
La mia passione per la psicologia è nata da giovane, ma ho intrapreso gli studi dopo aver esplorato altri ambiti. Lo studio della psicologia mi ha aiutato a crescere e a sviluppare un pensiero critico.
4. Ritiene utili e importanti gli studi che ha fatto?
Gli studi che ho intrapreso sono stati fondamentali per acquisire le competenze necessarie a svolgere il mio lavoro in modo professionale.
5. Durante gli studi ha avuto contatti diretti con altri psicologi?
Durante il mio percorso di studio ho avuto modo di incontrare altri psicologi mediante lezioni, queste esperienze mi hanno permesso di apprendere da professionisti.
6. Come fa a ricordarsi le confessioni dei suoi pazienti?
Non ricordo tutto, ascoltando ho sviluppato la memoria, prendo anche appunti che rimangono segreti, per rispettare il proprio paziente o cliente, devo inoltre rispettare un regolamento che da a noi psicologi delle norme.
7. Come si sente quando le persone si sfogano con lei?
Mi sento molto onorata, cerco di creare uno spazio sicuro offrendo sostegno senza giudicare e ascoltando sempre i miei pazienti.
8. E’difficile mantenere la calma o una certa serietà di fronte a confessioni dei suoi pazienti?
A volte faccio fatica a mantenere la calma di fronte a confessioni dei miei pazienti ma è importante mantenere sempre la calma e una portanza professionale.
9. Ha mai pensato di lasciare il suo lavoro?
Non ho mai pensato di cambiare lavoro poiché per me è una vera vocazione e una responsabilità, le sfide che affronto nel mio lavoro mi fanno crescere professionalmente.
10. Sono molti gli alunni qui alla De Filis che hanno bisogno d’ascolto?
Gli alunni sono molti, perché nella vita quotidiana abbiamo molte sfide da affrontare, soprattutto i ragazzi hanno bisogno di un aiuto adeguato per affrontarle.
11. In questa scuola, quante volte al giorno le capita di ascoltare gli alunni e le alunne?
Il numero di alunni varia a seconda delle esigenze a volte c’è bisogno del mio aiuto in momenti di difficoltà inaspettati.
12. Da quanto tempo svolge questo lavoro in questa scuola?
Lavoro in questa scuola da Febbraio 2024, sto ancora conoscendo i ragazzi, infatti ogni scuola ha dinamiche diverse.
13. Ha scelto lei di venire a lavorare alla De Filis?
Io ho deciso di partecipare a un bando di selezione indetto dalla scuola, al tempo stesso è stata la scuola a scegliermi
14. E’ la prima volta che lavora in una scuola?
Durante la pandemia avevo intuito che ci sarebbe stato bisogno del mio aiuto quindi ho approfondito molti temi per aiutare chi aveva bisogno dopo la pandemia, ho lavorato in molti istituti e anche licei quindi non è la prima volta che lavoro in una scuola
15. Nel suo lavoro è importante essere empatica? Se sì, da sempre è stata empatica o lo è diventata nel corso degli anni?
L’empatia per uno psicologo è fondamentale, sono sempre stata sensibile, le capacità si sviluppano nel corso degli anni e vanno coltivate, con il tempo ho imparato a comprendere le esigenze dei miei pazienti senza mai giudicarli.
16. Preferisce lavorare con i ragazzi o con gli adulti?
Mi piace lavorare con entrambi i gruppi, ma preferisco lavorare con i ragazzi, per me è gratificante il fatto di essere parte del loro percorso di crescita e sviluppo.
17.Amo il mio lavoro, mi gratifica il fatto di contribuire al benessere emotivo delle persone, questo mi fa svolgere il mio lavoro con molta dedizione.
di Somaya Boudaas, 2A - 22/05/2024
Galileo Galilei è stato un fisico, astronomo, filosofo, matematico e scrittore italiano ed è considerato padre della scienza moderna. Tutti conoscono lui ed il metodo sperimentale ma non tutti sanno che fu il primo ad intuire il concetto della relatività e lo fece in Umbria nella primavera del 1624 esattamente 400 anni fa.
In quel periodo lo scienziato si trovava in vista all'Accademia dei Lincei per degli esperimenti che lo condussero a frequentare il lago di Piediluco. Qui Galileo si trovava in compagnia di un suo amico scienziato, Francesco Stelluti. Grazie a una lettera che Stelluti scrisse nel 1624 abbiamo delle testimonianze sull’importante esperimento, che ha rivoluzionato le leggi della fisica. Secondo quanto riportato nella lettera di Stelluti i due amici si trovavano in visita al lago di Piediluco in una barca a 6 remi, una delle più veloci all’epoca. Galileo chiese al compagno un oggetto pesante e lui gli rispose dicendogli che in quel momento aveva solamente la chiave della sua camera; Galilei, una volta presa la chiave, la lanciò in aria mentre la barca si muoveva ad una velocità strabiliante e Stelluti la diede subito per persa visto che lo scafo era avanzato di 10 braccia (circa 18 metri). Però, con sua grande sorpresa, invece di cadere in acqua la chiave ricadde vicino alla stessa mano con cui il fisico l'aveva lanciata: questo perchè oltre ad andare in aria la chiave aveva acquistato anche lo stesso movimento della barca e quindi la sua stessa velocità, imitandola. Con questa testimonianza di Francesco Stelluti abbiamo potuto scoprire che quasi 300 anni prima di Albert Einstein, Galileo Galilei fù il primo a intuire la relatività. Per ricordare quegli eventi a Piediluco si trova una targa, che onora lo scienziato e il suo esperimento. Sono passati esattamente 400 anni da quella primavera e il professore Massimo Zavoli, del liceo artistico di Terni, ha realizzato un disegno commemorativo per onorare l’evento.
di Anna Mattei, 3H - 22/05/2024
Il carcere dove fu rinchiuso Oscar Wilde, inattivo dal 2014, è stato venduto per 7 milioni di sterline alla Ziran Education Foundation. L’ex prigione, che ha ospitato il grande autore di origini irlandesi, e che ha ispirato il poema The ballad of Reading Goal ha finalmente trovato un acquirente che sembrerebbe avere intenzioni positive. La fondazione educativa senza scopo di lucro diretta dall’uomo d’affari di origine cinese e residente in Irlanda, Channing Bi, secondo il Ministero della Giustizia vorrebbe creare “un centro educativo che fornisca servizi alla comunità locale, compreso un museo che delinea la storia della prigione e uno spazio espositivo accessibile al pubblico”. Ma le cose sono ancora poco chiare. Lo stesso comune dell'omonima cittadina di Reading spera di trasformarlo in un centro culturale e artistico accessibile. Il progetto è oltretutto supportato da molte celebrità come Stephen Fry, Kate Winslet, Dame Judi Dench e lo stesso Banksy. Lo street artist ha infatti realizzato nel 2021 sul muro esterno dello stabile, un prigioniero in fuga offrendosi addirittura di vendere lo stencil (del valore di 10 milioni di sterline) per raccogliere fondi.
Ricordiamo inoltre il motivo che portò il brillante autore a finire in carcere nel 1896 con l’accusa di aver violato il Criminal Law Amendment Act inglese, approvato dieci anni prima, che prevedeva sino a due anni di reclusione e lavori forzati per l'omosessualità maschile. In quegli anni Oscar Wilde, all’apice del successo, dilapidava la sua fortuna assieme all’amante Alfred Douglas e, come molti loro contemporanei, confidava nel fatto che la società vittoriana – che pur concepiva l’omosessualità come una perversione – avrebbe chiuso un occhio su quello che ormai era un fatto di dominio pubblico. La situazione si complicò quando il padre di Douglas scoprì la loro relazione. Il marchese di Queensberry, padre di Alfred, cominciò una vera e propria campagna di persecuzione nei confronti di Oscar arrivando addirittura a cercare di sabotare la prima di una sua opera teatrale. L’autore, stanco delle continue angherie subite dal marchese, cercò più volte di denunciarlo senza però ottenere successo. Così, nel marzo 1895 Wilde fece causa a Queensberry per diffamazione, confidando di uscirne a testa alta. Il procedimento però si ritorse contro di lui e Queensberry e i suoi avvocati raccolsero numerose informazioni sulla sua vita privata pagando una dozzina di uomini per testimoniare che erano andati a letto con lo scrittore. Da lì al carcere, il passo fu breve e Wilde fu recluso nel carcere di Reading Goal per “indecenza grave”. Wilde conobbe personalmente la durezza del modello carcerario vittoriano, nei due anni successivi: razioni di cibo minime, divieto di parlare con gli altri detenuti e un isolamento dall’esterno alleviato unicamente da rare visite. La sua celebrità, però, gli concesse dei miglioramenti della sua condizione: materiale per scrivere e libri. Scontati i due anni di pena, Wilde fu rilasciato e andò in esilio a Parigi, dove scrisse La ballata del carcere di Reading, una denuncia delle condizioni delle prigioni vittoriane che ne promosse la riforma e rappresentò un successo editoriale assoluto. Fu la sua ultima opera: il poeta non riusciva a lasciarsi alle spalle la dura esperienza penitenziaria, né poté liberarsi dall’odio della società da cui fu investito dopo la scarcerazione: molti dei suoi libri furono bruciati e le rappresentazioni dei suoi drammi furono proibite. Lui stesso era purtroppo ormai «riluttante a ridere della vita».
Morì nel 1900 per un’infezione all’orecchio contratta in prigione. La legge che proibiva l’omosessualità fu abrogata solo nel 1967. Poco prima di morire, lo sfortunato drammaturgo aveva dichiarato: «Non ho alcun dubbio che vinceremo. Ma la strada sarà lunga e costellata di supplizi tormentosi». Possiamo dire di avere vinto, quanto meno in alcune parti del mondo, almeno la battaglia giuridica verso la libertà di amare chi vogliamo. Ma abbiamo realmente vinto la lunga lotta contro una società ancora così piena d’odio? Siamo veramente riusciti a progredire rispetto all’epoca vittoriana?
di Elena Barbini, 3H - 20/05/2024
Nata il 27 settembre 1871 a Nuoro, in Sardegna, Grazia Deledda è stata una delle figure più eminenti della letteratura italiana del XX secolo, celebre per i suoi romanzi ricchi di introspezione psicologica e ambientati nella Sardegna rurale.
La sua infanzia fu segnata da dolorose tragedie familiari, inclusa la morte del padre quando aveva solo nove anni. Nonostante le difficoltà finanziarie, Grazia trovò rifugio nella lettura e nella scrittura, sviluppando una fervida immaginazione che l'avrebbe accompagnata per tutta la vita.
Deledda iniziò a scrivere giovanissima, pubblicando racconti e articoli su riviste locali. Tuttavia, la sua carriera letteraria decollò davvero nel 1892, quando pubblicò il suo primo romanzo, "Sangue Sardo". Quest'opera, ambientata nella Sardegna rurale, offriva uno sguardo penetrante sulla vita e le tradizioni dell'isola, guadagnandosi subito l'attenzione della critica.
Negli anni successivi, Deledda continuò a scrivere con fervore, pubblicando una serie di romanzi e racconti che esploravano temi universali come l'amore, la morte, la fede e la solitudine. La sua prosa, caratterizzata da una profonda introspezione psicologica e una narrazione intensa, conquistò il cuore dei lettori italiani e internazionali.
Il tema centrale delle opere di Deledda è la lotta dell'individuo contro le forze oppressive della società e del destino. I suoi personaggi sono spesso in bilico tra il desiderio di libertà e l'obbligo di conformarsi alle convenzioni sociali. Attraverso le sue storie, Deledda esplora le tensioni tra il sacro e il profano, la modernità e la tradizione, offrendo al lettore uno sguardo profondo sull'animo umano.
Nel corso della sua carriera, Deledda scrisse oltre quaranta romanzi e numerose raccolte di racconti, guadagnandosi nel 1926 il Premio Nobel per la Letteratura, diventando così la prima donna italiana a ricevere questo prestigioso riconoscimento. La sua opera più celebre, "Canne al Vento" (1913), è considerata un capolavoro della letteratura italiana e offre una potente rappresentazione della vita nella Sardegna rurale.
Il pensiero di Grazia Deledda è profondamente radicato nella sua esperienza di vita e nelle sue osservazioni della società sarda. Attraverso le sue opere, Deledda esplora i conflitti interiori dei suoi personaggi, che spesso si trovano divisi tra la tradizione e la modernità, tra la libertà individuale e i vincoli sociali.
Un tema ricorrente nei romanzi di Deledda è la lotta per l'autodeterminazione, soprattutto per le donne, in una società dominata da rigide convenzioni e da un forte senso del patriarcato. Le sue protagoniste sono spesso donne coraggiose e ribelli, che sfidano le norme sociali per perseguire i propri desideri e la propria felicità.
Inoltre, Deledda esplora il tema della fede e della spiritualità, offrendo una riflessione profonda sulla religiosità popolare della Sardegna e sul rapporto dell'individuo con il divino. Le sue opere sono permeate da un senso di misticismo e di fatalismo, che riflette la visione del mondo della scrittrice.
La vita e il pensiero di Grazia Deledda sono stati profondamente influenzati dalle sue radici sarde e dalle sue esperienze personali. Attraverso la sua opera, Deledda ha offerto al mondo una visione unica e autentica della vita nella Sardegna rurale, mentre ha esplorato con profondità e sensibilità i temi universali dell'esistenza umana.
Morì il 15 agosto 1936, lasciando dietro di sé un'eredità letteraria immortale e un'impronta profonda nella storia della letteratura italiana.
di Lavinia Zefi, 2A - 14/05/2024
Il nome Versace evoca immediatamente immagini di lusso, eleganza e innovazione nel mondo della moda. Al centro di questo impero c'è Donatella Versace, una figura iconica che ha saputo guidare e reinventare il marchio dopo la tragica morte del fratello Gianni.
Fondato nel 1978 da Gianni Versace, il marchio si è rapidamente affermato come simbolo di stile audace e glamour. Gianni, con il suo talento visionario, ha creato capi che erano allo stesso tempo opere d'arte e dichiarazioni di moda. La Medusa, il logo di Versace, è diventata un simbolo di potere e bellezza mitologica, riflettendo perfettamente la filosofia del brand.
Donatella Versace, nata a Reggio Calabria nel 1955, ha sempre avuto un ruolo cruciale all'interno dell'azienda, lavorando a stretto contatto con il fratello. Dopo l'omicidio di Gianni nel 1997, Donatella ha assunto la direzione creativa della casa di moda, affrontando una sfida immensa: mantenere l'eredità del fratello e contemporaneamente portare la propria visione. Con Donatella al timone, Versace ha continuato a evolversi. La sua abilità nel comprendere i cambiamenti culturali e le tendenze della moda ha permesso al marchio di rimanere rilevante e innovativo. Ha introdotto un'estetica più moderna e spesso provocatoria, senza mai perdere l'essenza del lusso e dell'opulenza che caratterizzano Versace.
Ecco alcuni dei principali fattori che hanno contribuito alla fama di Versace:
1. Design audace e distintivo: Gianni Versace, il fondatore della maison, era noto per i suoi design audaci, colorati e lussuosi. I suoi capi spesso incorporano elementi di barocco, stampe vivaci e tessuti di alta qualità, creando uno stile facilmente riconoscibile.
2. Celebrità e icone culturali: Versace ha vestito numerose celebrità, inclusi personaggi come Madonna, Elton John e la Principessa Diana. Queste connessioni hanno aumentato notevolmente la visibilità e l’appeal del marchio.
3. Innovazione nella moda: Versace è stato pionieristico nell’integrare la moda con l’arte e la cultura popolare. Ha collaborato con artisti come Andy Warhol e ha portato un senso di spettacolo e glamour alle sue sfilate di moda.
4. Famiglia Versace: La famiglia Versace, con Donatella Versace, quindi, come direttore creativo, ha mantenuto la visione e l’eredità dell’azienda, continuando a innovare e a influenzare la moda contemporanea.
5. Miti e leggende: La tragica morte di Gianni Versace nel 1997 ha contribuito a creare un’aura di mito intorno al nome Versace, alimentando l’interesse pubblico e i media.
Questi elementi combinati hanno permesso a Versace di diventare uno dei nomi più iconici e rispettati nel mondo della moda.
di Sophia Magallanes, 2H - 29/04/2024
Chi era Franco Basaglia?
Franco Basaglia è stato uno psichiatra e neurologo italiano, conosciuto per aver reso note le condizioni in cui vivevano le persone ricoverate negli ospedali psichiatrici in Italia. In questo modo aveva contribuito alla creazione della legge 180 (uscita nel 1978), chiamata appunto legge Basaglia, che prevedeva il controllo degli ospedali psichiatrici.
Nato nel 1924 a Venezia studiò medicina a Padova dove conobbe un gruppo di studenti antifascisti; dopo la denuncia di uno di questi ultimi, venne arrestato e rimase per alcuni mesi detenuto nelle carceri della Repubblica sociale italiana. Dopo aver conseguito la laurea nel 1949, frequentò la clinica per malattie nervose e mentali di Padova, dove lavorò come assistente fino al 1961. Durante questo periodo produsse alcuni scritti che trattavano le diverse condizioni di malattia delle persone ricoverate nella clinica, ad esempio la schizofrenia, gli stati ossessivi, l'anoressia e la depressione.
Ospedali psichiatrici prima e dopo la legge Basaglia…
Prima della legge Basaglia le persone malate di disturbi psichici venivano allontanate e rinchiuse nei manicomi, poiché considerate pericolose per la società. I manicomi erano spesso luoghi poco igienici dove purtroppo le persone ricoverate venivano torturate: venivano legate ai letti, picchiate, rinchiuse. I pazienti erano malnutriti e a volte subivano elettroshock. Con la legge si riconoscevano maggiore dignità e diritti per i pazienti, che erano orientati in modo da integrarsi nella società e non più torturati. La legge ancora oggi regola l’assistenza psichiatrica in Italia, e i “manicomi” sono stati sostituiti da strutture residenziali psichiatriche e centri di salute mentale.
La Giornata mondiale della salute mentale…
Nel 1992 Richard Hunter (vice segretario della federazione mondiale per la salute mentale) ha istituito la giornata mondiale dedicata alla salute mentale, che si celebra ogni anno il 10 ottobre. Questa giornata è un’occasione di dibattito tra esperti, ma serve soprattutto a sensibilizzare sull’importanza della salute mentale e fisica.
di Sophia Magallanes, 2H
Le artiste di questo articolo sono un’ispirazione per tutte le donne perché in una società quasi completamente gestita da uomini, sono riuscite a ottenere successo. Anche se vissute in epoche diverse, hanno tutte dimostrato di essere forti e nonostante le mille difficoltà, sono riuscite a superare gli ostacoli che la vita poneva loro davanti.
Artemisia Gentileschi
È stata una pittrice italiana di epoca barocca, nata nel 1593 a Roma; il padre, Orazio Gentileschi (pittore toscano, grande esponente della scuola di Caravaggio) le aveva insegnato la tecnica del disegno e del naturalismo. Artemisia nei suoi quadri rappresentava soprattutto temi storici e religiosi, sono note anche le sue opere che raffigurano personaggi femminili. Artemisia Gentileschi ha lavorato a Roma e in altre città italiane (Genova, Venezia, Napoli). È stata la prima donna membro dell’Accademia delle arti e del disegno di Firenze. La prima opera a lei attribuita è “Susanna e i Vecchioni”, anche se non si sa con esattezza quando sia stata realizzata, si pensa che intorno al 1610 circa.
Elisabeth LeBrun
È stata la pittrice francese più famosa e richiesta del XVIII secolo, nata nel 1755 a Parigi, sin da piccola aveva dimostrato un talento naturale per il disegno. I suoi ritratti divennero presto famosi, riuscirono ad attirare perfino l’attenzione della regina Maria Antonietta che la nominò come sua ritrattista. Elisabeth realizzò numerosi quadri per la regina (che a quel tempo era criticata dai francesi) con l'obiettivo di curare l’immagine di Maria Antonietta. Per mano della regina, Elisabeth riuscì ad entrare nell’accademia reale di pittura e scultura. Le sue opere più famose sono i ritratti della regina, in particolare uno tra i più belli è il ritratto di Maria Antonietta e i suoi figli, che aveva il preciso scopo di avvicinare la regina al popolo francese.
Berthe Morisot
Nata nel 1841 a Bouges è stata una tra le pittrici impressioniste più importanti. Quando si trasferì nei pressi di Parigi, si svegliò in lei un profondo interesse per la pittura, infatti, la città era colma di artisti. Purtroppo l’accademia delle Belle Arti non ammetteva donne (fino al 1897) quindi Berthe imparò le basi della pittura dai genitori; è stata in seguito guidata da Alphonse Chòcarne e poi da Joseph Guichard. Il suo stile è unico, caratterizzato da leggere ed eleganti pennellate e colori chiari. Nei suoi quadri rappresentava soprattutto paesaggi (giardini, parchi) e donne. Il suo dipinto più celebre è “ La culla”, finito nel 1873 ed esposto al Musée d’Orsay di Parigi.
Frida Kahlo
Nata nel 1907 a Coyoacàn (México) anche se affermava di essere nata nel 1910, anno della rivoluzione messicana, è stata una delle pittrici più famose del XX secolo. Aveva una forte personalità, infatti quando rimase zoppa dopo che le fu diagnosticata la poliomelite, continuò a giocare come gli altri bambini. Nel 1925 quando aveva 18 anni rimase coinvolta in un terribile incidente. Frida è stata costretta a rimanere a letto, trascorreva le sue giornate leggendo e dipingendo, infatti la madre le aveva fatto montare uno specchio sul soffitto (in modo che potesse dipingere sdraiata) dopo che aveva dipinto il suo primo autoritratto. Frida dipingeva se stessa perché era il soggetto che conosceva meglio; dipinse splendidi autoritratti, le piaceva raffigurarsi attorniata dai suoi animali. Oggi la sua casa (casa Azul) è un museo.
di Caterina Marsini, 3H - 08/04/2024
Giacomo Balla è un artista poliedrico che eccelleva nella pittura, scultura e scenografia, si distingue per il suo cambiamento di stile e settore artistico diverse volte nel corso della sua vita.
Nasce a Torino nel 1871 e dopo aver interrotto gli studi a causa della perdita del padre, si dedica alla musica, ma in seguito comprende la sua vera dedizione e cambia percorso di studi. Si avvicina all'Accademia di belle arti di Torino e contemporaneamente frequenta un corso di fotografia tenuto dal professionista Oreste Bertieri.
Nel 1895, all’età di 24 anni, si sposta a Roma; diventa uno dei maggiori esponenti del movimento divisionista grazie ad Alessandro Marcucci, un aspirante pittore che lo introduce nel mondo dell’arte. Il movimento promuove l'idea di non mescolare i colori sulla tavolozza, ma come prima cosa, di combinare i colori sulla tela, in modo che la fusione degli stessi avvenga direttamente agli occhi dell'osservatore.
Qualche anno dopo, nel 1897, conosce sua moglie Elisa Marcucci, sorella di Alessandro Marcucci. Dopo essersi incontrati per la prima volta, Elisa decide di farsi ritrarre da Balla, e proprio in quei momenti nasce un profondo amore da parte di entrambi. La loro passione però è molto complessa e viene ostacolata sia da Marcucci che dalla madre di Balla, donna dal carattere autoritario. Entrambi desiderano per i loro cari un matrimonio che garantisca una maggiore stabilità economica, mancante ad entrambi. Infatti molti giovani artisti con talento e dedizione, esattamente come Balla, nonostante le loro capacità, vivono in condizioni di estrema povertà.
I due, andando contro tutti, si sposano il 15 giugno 1904 in Campidoglio alla presenza di due testimoni: Alessandro Marcucci e lo scultore Cambellotti. Inizialmente la coppia va a vivere nel quartiere periferico dei Parioli, che a quel tempo si posizionava in una distesa verde tra eucaliptus e fiori. Dalla finestra della casa Balla osservava da un lato Villa Borghese e dall'altro il monte Parioli; entrambi i paesaggi sono per Balla una vera ossessione a tal punto che diventano i protagonisti di molte delle sue opere.
Dal 1911 diventa un importante esponente del futurismo. L'aspetto più vistoso e caratteristico di questo movimento artistico rivoluzionario è il rifiuto totale dei valori tradizionali del passato, considerati dai suoi esponenti mezzi per esprimere ignoranza.
Qualche mese dopo nasce la primogenita, a cui viene dato il nome di Luce, in onore del periodo futurista dell’autore; poco dopo (1914) nasce Elica. In età adulta entrambe diventeranno artiste futuriste.
Nel 1929 tutta la famiglia è costretta a spostarsi in un monotono e ordinario appartamento in via Oslavia 39b che però nessuno sente veramente a cuore. Da qui nasce il tentativo di Balla di trasformare quella casa nella vera essenza della sua anima, un luogo speciale e accogliente in cui invecchiare. Balla quell’anno scrive: “Se cadono i confini topologici tra arte e vita, se la vita si fa opera d'arte e l'arte creazione totalizzante, illimitata, allora è necessario trasformarne ogni aspetto cominciando da abitudini, oggetti, luoghi del quotidiano”. Un manifesto futurista da cui si ispira completamente per la creazione della sua casa.
La Casa si fa, giorno per giorno, stanza per stanza, una vera opera d’arte in perenne evoluzione. Questa infatti diventa una completa esplosione di colore, non solo riguardo i quadri o i soprammobili, ma soprattutto nelle pareti e nei pavimenti, nella mobilia: sedie, tavoli, armadi, fino a piatti, bottiglie e bicchieri. La casa non rappresenta solo tutte le ricerche del pittore nella scomposizione dei movimenti e del tempo con il dominio della luce e del colore; ma rappresenta anche una forte disputa tra i contrasti della pittura futurista e la classica ideologia della sobrietà borghese. La casa, infine, sembra quasi anticipare le tendenze del secondo dopoguerra e il movimento della pop art. Giacomo Balla continuerà a modificare la casa in cui vive fino alla morte, nel 1958.
Giacomo Balla - sopra a sinistra
Autoritratto di Balla e sua moglie Elisa Marcucci - sopra a sinistra
Carosello di immagini della casa di Balla - sopra a destra
di Caterina Marsini, 3H
Alla mostra “Amarsi” a Terni tra i quadri esposti troviamo la timida opera di Giacomo Balla, “il Dubbio” del 1907.
Giacomo Balla (1871/1958), pittore, scultore e scenografo, è stato un personaggio fondamentale per la creazione del movimento culturale del futurismo. Artista poliedrico, è importante la sua bravura nell’abbracciare i settori più disparati dell’arte e la sua abilità nel cambiare stile.
Il quadro “Il Dubbio”, realizzato con la tecnica olio su carta nel 1907-1908 con dimensioni 67 x 50 cm, ritrae Elisa Marcucci, moglie e musa ispiratrice con un semplice vestito nero, capelli raccolti e folte sopracciglia, in una postura a tre quarti, che suggerisce sia quasi colta di sorpresa. Il sorriso richiama la pace interiore della donna.
La figura della tela non è completamente contenuta nell’opera ma riusciamo comunque ad osservare lo sfondo impreciso che nasconde parte del suo corpo.
La composizione del quadro risulta molto equilibrata con un contrasto chiaro-scuro dello sfondo e delle spalle scoperte della donna.
La luce proviene da destra e Balla per le ombre utilizza pennellate piene di colore, l’autore nel corso della sua vita presterà sempre molta attenzione a queste nella composizione di tutte le sue opere. La donna è ritratta in un momento sereno, intimo e riservato, lo sguardo enigmatico cattura tutta l’attenzione e trasmette agli spettatori il dubbio di quale pensiero sfuggiva nella mente di Elisa.
Un quadro che emana delicatezza e forza ribelle, lo sguardo di una donna in grado di riportare in vita un senso di armonia e ordine che spesso viene smarrita.
Giacomo Balla nasce a Torino e già da piccolo possiede un forte amore per tutte le tipologie di arte dalla pittura alla fotografia, passando anche per la musica. Infatti inizialmente, dopo aver lasciato la scuola a seguito della morte del padre, inizia a studiare musica ma apprende il suo grande amore per la pittura solo qualche anno dopo. Studia alle accademie di belle arti a Torino e contemporaneamente segue un corso di fotografia con il professionista Oreste Bertieri.
All’età di 24 anni si trasferisce a Roma e aderisce al “Divisionismo”. Movimento artistico che sostiene la necessità di non mescolare i colori sulla tavolozza, ma di accostarli direttamente sulla tela, cosicché la fusione avvenga nella retina dell'osservatore.
Il suo viaggio però non termina qui, infatti dal 1911 diventa un importante esponente del futurismo. L'aspetto più vistoso e caratteristico di questo movimento artistico rivoluzionario è il rifiuto totale dei valori tradizionali dal passato, considerati dai suoi esponenti espressione di ignoranza e di superstizione, infatti vengono esaltati la velocità e l'aggressività.
Verso l’inizio degli anni 30 Balla torna ad approcciarsi ad un realismo naturalistico e semplice ed a un’arte completamente descrittiva. Questo sarà lo stile che si porterà dietro per tutti gli ultimi 30 anni della sua vita.
di Claudia Tazza, 3H - 25/03/2024
L’11 febbraio 2023, in occasione di alcuni disordini avvenuti a Budapest durante il corteo commemorativo delle forze naziste nella seconda guerra mondiale che si tiene ogni anno nella capitale ungherese, una donna italiana è stata arrestata dalla polizia.
La 39enne Ilaria Salis, insegnante del nord Italia, è da allora detenuta e rischia fino a 24 anni di carcere per le accuse di tentata aggressione e di far parte di un’organizzazione di estrema sinistra. La sua vicenda è diventata nota all’opinione pubblica dopo che suo padre ha divulgato una lettera che la donna ha scritto al suo avvocato in cui descriveva dettagliatamente le condizioni disumane che ha dovuto affrontare dal suo arresto: celle infestate da ratti e cimici, impossibilità di lavarsi e cambiarsi per settimane, scarso cibo e mancanza di cure mediche urgenti.
Suo padre ha detto: “Siamo riusciti a parlare brevemente con mia figlia solo il 7 settembre 2023, sei mesi dopo il suo arresto. Mia figlia in quel momento ha deciso di non dirci nulla delle condizioni degradanti in cui era detenuta. La conosco. Non è il tipo che ci preoccupa. Ma quando ho letto la lettera che aveva scritto agli avvocati, da padre, ho capito che dovevo fare qualcosa e abbiamo avviato una campagna mediatica per denunciare il caso”.
Salis era andata, con altri militanti antifascisti, a protestare contro le manifestazioni neonaziste che si tenevano tra il 9 e il 12 febbraio 2023 a Budapest, nei giorni in cui migliaia di militanti di estrema destra da tutta Europa erano in Ungheria per festeggiare il Giorno dell’onore (Tag der Ehre), in cui si commemora un battaglione nazista che nel 1945 tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata Rossa.
Si erano verificati degli incidenti e alcuni manifestanti erano stati picchiati: Salis è stata arrestata in relazione a queste aggressioni, ma si è sempre detta innocente, dichiarando di aver solo preso parte a una contromanifestazione pacifica e di non essere coinvolta in alcuna delle violenze denunciate. Le vittime del pestaggio hanno riportato lesioni guaribili in pochi giorni.
Dopo ben 10 mesi di detenzione preventiva, alla fine di gennaio si è tenuta la prima udienza di Salis in tribunale e ha destato molto scalpore la foto di lei con le manette ai polsi e i piedi legati da cinturoni di cuoio chiusi con lucchetti, tenuta con una sorta di guinzaglio da una guardia. In seguito alle proteste e all’indignazione suscitate dalla pubblicazione di queste immagini, il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha convocato l'ambasciatore ungherese, dichiarando che trattare un prigioniero in questo modo sembra davvero inappropriato, non in sintonia con lo standard giuridico europeo.
Le condizioni subite da Salis, però, non sono purtroppo nuove in Ungheria: il Paese è già stato condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per gravi violazioni dei diritti dei detenuti.
L’Hungarian Helsinki Committee (HHC), una delle principali organizzazioni in Ungheria e nell’Europa centrale che si occupa di monitorare l'applicazione dei diritti umani e di informare il pubblico sulle relative violazioni, ha pubblicato un rapporto che descrive con abbondanza di dati le condizioni pessime di detenzione e l’insufficiente applicazione del diritto alla difesa e all’uguaglianza davanti alla legge. Secondo il Rapporto i principali problemi riguardano il sovraffollamento, l’infestazione di cimici dei letti, l’assenza di impianti di riscaldamento funzionanti e di acqua calda.
Anche a fronte di molti casi di ingerenza del Governo sull’indipendenza della magistratura, l'Ungheria è stata più volte sollecitata dall'Unione Europea a riformare il proprio sistema giudiziario e penitenziario; finora però a riscontro di queste richieste non è stato attuato nessun concreto provvedimento.
Intanto il padre di Ilaria ha affermato che continuerà a chiedere che la figlia possa scontare la sua pena in Italia. Anche partendo dal presupposto che sia colpevole dei reati a lei imputati, ha dichiarato Salis, in Italia un anno di carcere già scontato sarebbe una punizione più che sufficiente. È assurdo pensare che per tali reati si rischi di scontare 24 anni di carcere.
di Somaya Boudaas, 2A - 05/02/24
Fino a non molto tempo fa in Italia un uomo poteva usare violenza su una donna e cancellare il reato con un matrimonio riparatore. Se la vittima acconsentiva a sposarlo, infatti, l'uomo evitava la denuncia e il processo. Tutte le donne violentate accettavano il matrimonio riparatore, perché all'epoca una donna che aveva subito violenza difficilmente avrebbe trovato un marito. Accadde però che una ragazza di 17 anni, dopo essere stata violentata disse di no al matrimonio riparatore. Il nome di questa ragazza era Franca Viola. Era figlia di due contadini di Alcamo, un paesino della Sicilia, era una ragazza giovane molto bella che conquistò il cuore di Filippo Melodia, un giovane compaesano appartenente ad una famiglia mafiosa. Franca rifiutò Filippo svariate volte pregandolo di lasciarla stare. Il rifiuto costituiva per Filippo un' umiliazione insopportabile e per questo decise di rapirla. Entrò a casa della ragazza con sette uomini e, dopo aver picchiato la madre, prese Viola, che tenne segregata per otto giorni. Poi organizzò il matrimonio con Franca, che si sarebbe dovuto tenere a casa della ragazza. Ormai il matrimonio di Viola e Filippo era pronto ed anche i genitori della ragazza ne erano a conoscenza, ma una volta a casa di Franca, Filippo si ritrovò davanti la polizia.
Con grande sorpresa di Franca però, i poliziotti non fecero niente al giovane mafioso e consigliarono a Franca di accettare il matrimonio riparatore. Lei ovviamente rifiutò e decise di iniziare un processo. Per il periodo nel quale si tenne il processo quasi tutta la comunità di Alcamo si schierò contro Franca, inoltre la vigna e il casolare dei genitori vennero bruciati. Franca viveva rinchiusa in casa sorvegliata dai carabinieri ed ogni giorno la polizia la accompagnava alle udienze. Con l’aiuto di un giudice che molto probabilmente non temeva la mafia, e con l’aiuto dei genitori che la supportarono, Franca vinse il processo e Filippo venne condannato a undici anni di carcere.
La storia di Franca finì su molti giornali del tempo, che la definirono un’eroina ed un simbolo che avrebbe inaugurato l'inizio di una nuova epoca per il paese. Dopo il coraggio di Franca Viola molte altre donne denunciarono i loro stupratori e nel 1981 la legge italiana abrogò gli articoli 544 e 587 relativi al matrimonio riparatore e al delitto d’onore che legittimavano la violenza sulle donne. Uscito dal carcere Filippo Melodia venne ucciso a colpi di lupara in un agguato di stampo mafioso. Franca sposò l’uomo che amava e il giorno del suo matrimonio indossò un abito bianco. Vive ancora oggi ad Alcamo con la sua famiglia e se le chiedi di raccontarti la sua storia ti risponde così: ”Non sono un’eroina. Ho solo seguito il mio cuore e fatto ciò che sentivo. Nulla di speciale.”
Sopra: Mild mild west
Sotto: Bambina con il Palloncino
di Somaya Boudaas, 2A - 05/02/24
Banksy è un artista e writer inglese ed è considerato uno dei maggiori esponenti della street art. Le sue opere riguardano spesso la politica o la cultura. Le opere di Banksy sono visibili al pubblico perché realizzate in luoghi aperti come ad esempio i muri di grandi città.
Il primo murale di Banksy fu il Mild mild west, dipinto nel 1997, raffigurava un orsacchiotto che lanciava una molotov a tre poliziotti. Questo murales venne dipinto per coprire una pubblicità in uno dei quartieri di Bristol. A quanto pare Banksy iniziò il suo lavoro da street artist ispirandosi alle opere di Blek le rat, un artista di strada francese. Bansky si ispirò all'uso dello stencil di Blek, una tecnica che permette di riprodurre le stesse forme per tante volte, tecnica che usa in quasi tutti i suoi murales. Prima di diventare famoso Banksy veniva spesso sorpreso dalla polizia ed è appunto per questo che decise di usare la tecnica dello stencil nei suoi dipinti: per diventare più veloce.
Banksy è stato sempre contrario alla vendita di opere e al collezionismo di esse e lo ha dimostrato in due eventi principali, uno nel 2013 quando decise di vendere alcune delle sue opere a 60 dollari online; gli acquirenti ovviamente non conoscevano il costo reale di quelle opere che ora si potrebbero vendere a ventimila dollari al pezzo. Un altro evento in cui Banksy dimostrò il disprezzo verso la vendita di opere d'arte fu nel 2018 quando venne messa all’asta una copia incorniciata della bambina con il palloncino e lo street artist con un dispositivo posto dentro alla cornice fece in modo che l’opera si autodistruggesse per poi cambiarle nome in “L’amore è nel cestino”. Sfortunatamente ciò fece in modo che l’opera acquistasse solamente più valore.
Una domanda che ora sorge spontanea è: ma chi è Banksy? Una domanda con due probabili risposte che però sono incerte; una di esse è che Banksy sia Robert del Naja membro della band Massive Attack, perchè i luoghi dei graffiti di Banksy sono gli stessi in cui soggiorna la band ogni volta; un'altra ipotesi è che forse Banksy sia l’artista di strada Robin Gunningham, originario di Bristol, infatti il luogo di origine è lo stesso. Inoltre lo street artist all'inizio si firmava come Robin Hood. Per il momento queste ipotesi sono incerte anche se alcuni credono che Banksy e Robin Gunningham siano la stessa persona.
di Anna Mattei, 3H - 15/01/24
Una macchina fotografica come strumento di ribellione, coraggio e una verità narrata in bianco e nero. Letizia Battaglia ha combattuto per la maggior parte della sua vita una battaglia contro la mafia e l’ingiustizia mostrando al mondo le immagini che ritraggono la Sicilia che paga le conseguenze della mafia, che vive la quotidianità di questo mondo e cerca di sopravvivere.
Le Terme di Caracalla, a Roma, recentemente hanno ospitato una mostra dove è stato possibile analizzare personalmente una selezione di 92 fotografie di grande formato, alcune inedite, che racchiudono circa cinquant’anni del lavoro della giornalista, premio Eugene Smith.
“Letizia Battaglia rappresenta un connubio esemplare tra impegno civile, sentire sociale e sguardo artistico.” Queste le parole di Daniela Porro, Soprintendente speciale di Roma che ha promosso questa mostra a cura di Paolo Falcone, organizzata in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia e la Fondazione Falcone per le Arti.
Il 5 marzo 1935, nasce a Palermo Letizia Battaglia. In questa città trascorrerà la maggior parte della sua vita e carriera, tranne gli anni dal ‘70 al ‘74, che trascorrerà a Milano per imparare a fotografare. Poi torna a Palermo per una proposta di lavoro in qualità di responsabile della fotografia presso un giornale locale.
Siamo negli “Anni di piombo”, nel periodo delle speculazioni edilizie del “Sacco di Palermo” e degli assassini mafiosi di Peppino Impastato e di Piersanti Mattarella (fratello del nostro Presidente della Repubblica). Si ritrova con un mestiere scomodo, ma Letizia, guidata da un senso di giustizia non comune, continua imperterrita nella sua missione. Lei continua a fotografare, continua ad indagare, prosegue con la sua missione di redenzione per la sua Sicilia e il suo paese: l’Hotel Zagarella, in cui Andreotti fu ritratto mentre tratta con esponenti dei clan; l’assassinio del giudice Terranova e quello di altri concittadini colpevoli di essere degli ostacoli per gli affari della malavita; i funerali del Generale Dalla Chiesa; gente comune, bambini e donne per primi tra le strade granitiche della città. Foto scattate in bianco e nero, per risaltare il contenuto, per far capire cosa significa veramente vivere in quella realtà. Uno sguardo che non critica, non è invadente, non cerca di abbellire.
Letizia Battaglia fu la prima donna-fotografo a lavorare per un giornale italiano. Si confronta con una realtà scomoda ma sente il diritto di divulgare. Il suo impegno è costante; si è arresa solo nel 1992, l’anno degli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quando con il cuore a pezzi abbandonerà il suo lavoro di fotoreporter; ma continuerà la sua lotta.
Letizia Battaglia, difatti, ha sempre supportato numerose agenzie e laboratori a sostegno della sua causa, concentrandosi sulle sue attività cooperative di sensibilizzazione e divulgazione. La sua missione raggiunge l’apice quando, nel 2017, inaugura il Centro Internazionale di Fotografia di Palermo: un archivio storico che raccoglie gli scatti di oltre 150 fotografi, professionisti ed amatori, che desiderano mostrare al pubblico, nazionale ed internazionale, la loro visione della città, conservando queste testimonianze per sempre.
Il ritratto sociale che ci viene fornito ci presenta una verità che non esclude nessuno, in cui i protagonisti sono gli umili e i reietti, coloro che vivono veramente la città e sanno meglio di chiunque altro cosa significa. Ci lanciano un messaggio contro la mafia e la criminalità organizzata: un messaggio di ieri, di oggi e di sempre.
di Chiara Diamante Battisti, 2F - 15/01/24
Beatrice Maria Adelaide, conosciuta come Bebe Vio, è nata a Venezia il 4 marzo 1997 e vive a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso. Fin dall’età di cinque anni pratica la scherma, oggi è campionessa mondiale ed europea di fioretto individuale paralimpico.
Bebe a undici anni è stata colpita da una meningite fulminante che l’ha costretta a rimanere per 104 giorni in ospedale, da cui purtroppo è uscita senza braccia e senza gambe. Ma la malattia e la conseguente amputazione degli arti non le ha impedito di andare a scuola e di praticare la scherma, il suo sport preferito. Grazie alla sua tenacia, a una protesi fatta a misura per sostenere il fioretto e alla carrozzina ha continuato ad allenarsi.
La prima gara di Bebe, come schermitrice paralimpica avviene nel 2010 a Bologna, nel 2011 diventa campionessa italiana under 20 e nei due anni successivi conquista il titolo di campionessa italiana assoluta. Alle paralimpiadi di Rio de Janeiro, nel 2016, vince la medaglia d’oro e così pure nel 2018 agli Europei di scherma paralimpica, svoltisi nella nostra città.
A Tokyo nel 2020 vince il suo secondo oro che la conferma regina assoluta del fioretto femminile paralimpico.
Bebe Vio è diventata un personaggio pubblico grazie alle numerose partecipazioni a programmi televisivi. Inoltre, ha posato senza protesi per una campagna a favore della vaccinazione contro la meningite e ha ideato con l’associazione art4sport, fondata dai suoi genitori, l’evento “Giochi senza barriere“.
Bebe Vio ci insegna che non bisogna mai smettere di provare a raggiungere i propri obiettivi, qualunque ostacolo si presenti nella nostra vita.
maggio 2023 - n. 5
disegno di Elena Barbini, 2H
di Anna Mattei, 2H
L’8 marzo abbiamo festeggiato la Giornata internazionale della donna per ribadire il rispetto che tutte le donne meritano dagli altri, ricordare la loro forza, intraprendenza, intelligenza e coraggio. Per non dimenticare le vittime causate da queste mancanze. Perché “Una donna che si crede intelligente reclama gli stessi diritti dell'uomo. Una donna intelligente ci rinuncia”. Questo diceva Sidonie-Gabrielle Colette: grande scrittrice, attrice teatrale, giornalista, caporedattrice, sceneggiatrice, critica cinematografica e addirittura estetista e imprenditrice.
Nacque il 28 gennaio 1873 in un villaggio della Borgogna dove il suo carattere sveglio e vivace spiccava, la sua casa di famiglia rappresentava per lei un luogo di purezza. Fu attrice nei music-hall in cui andava in scena spesso seminuda e fu anche la prima donna tra le scrittrici a rappresentare l’uomo come fonte di piacere per la donna e non il contrario. Nei suoi scritti Colette non smise mai di dare spettacolo di sé: nei romanzi che scriveva la bellezza maschile era importante e spesso agli uomini venivano dati degli epiteti al femminile.
Quasi la totalità dei suoi componimenti erano di origine autobiografica, nonostante l’autrice non abbia mai rivelato ciò in modo chiaro in quanto si rifiutava categoricamente di ridurre la sua scrittura solo a questo. Le sue produzioni non erano, infatti, frutto di una spontanea inclinazione a quel suo tanto particolare e travolgente modo di scrivere, ma i risultati di un lavoro sottile e costante che la impegnava molto: “un'artigiana della letteratura”, come si definiva.
Colette non era interessata al dibattito letterario, ma come prova della stima di cui godeva negli ambienti di Parigi, fece parte della giuria del premio Goncourt e diresse una collana di libri che portava il suo nome. Frequentò anche grandi scrittori di fama come il suo amico Marcel Proust.
L’opinione di Colette secondo la quale il mondo andava conosciuto attraverso il corpo, costituì una strada importante per il rinnovamento del romanzo tradizionale, ormai in crisi da tempo. In questo processo l’adolescenza ha per lei, e per molti altri autori del suo tempo, un ruolo importante.
Il suo rapporto privilegiato con l’origine provinciale le aveva conferito un approccio basato sull’osservazione della realtà nella creazione letteraria. Quando arrivò a Parigi ancora ventenne il suo carattere allegro e quell’aria provinciale iniziò a far emergere in lei una sensibilità nuova e fresca. Nello stesso periodo sposò un famoso giornalista molto più grande di lei e cominciò a scrivere i libri della serie Claudine, che però il marito firmava al suo posto. Nel 1904 uscì il primo romanzo a suo nome a cui seguì, nel 1906, il divorzio dal marito. Ebbe poi altri due matrimoni e diverse relazioni omoerotiche.
Nel mentre percorse la Francia come attrice di mimo e debuttò al Moulin Rouge con una rappresentazione che suscitò la riprovazione generale. Raccontò poi della sua esperienza sul palcoscenico in opere come La vagabonda.
Dal 1912 intraprese anche la carriera giornalistica scrivendo in diversi formati tra i quali una rubrica dedicata alle donne, su come cavarsela in tempi di guerra.
Colette scrisse più di una cinquantina di opere in varie forme tra le quali sono presenti: Claudine, la saga; Cheri; Sido e Il grano in erba. Quest’ultimo era un romanzo a puntate pubblicato su “Le Matin”. Quando però il direttore si accorse che i due protagonisti procedevano impavidamente, attraverso gelosie e dispetti, verso la scoperta del sesso attraverso il corpo dell’altro, sospese le pubblicazioni.
Colette scrisse sempre in prima persona, ma non per raccontarsi, bensì per esprimere una conoscenza sensoriale del mondo: il piacere, il godimento, il tentativo di ricreare vedute fantastiche e il più reali possibili, l’indifferenza ai confini tra genere e specie rappresentavano un posto importante nella sua poetica.
«È il mio corpo a pensare» affermava Colette.
Nonostante le numerose opere Colette non affermò mai di essere femminista, disse persino di detestare le suffragette: non rivendicava politicamente diritti per le donne.
Si deve però dire che la sua vita e la sua opera, che mostravano la liberazione giorno per giorno e decostruivano molti stereotipi sulle donne, contribuirono a segnare le tappe dell’emancipazione femminile.
Fu la prima donna al mondo a ricevere i funerali di stato nel 1954. Ma anche dopo la morte non smise di destare scalpore: la Chiesa le negò le esequie religiose, a causa delle "dissolutezze" che avevano costellato la sua vita.
Colette viene considerata un’ispirazione per la sua grande forza, indipendenza e coraggio. Per questa Giornata internazionale delle donne riporto le parole di Colette: “Siate felici. È un modo di essere saggi.”
marzo - aprile 2023 - n. 4
Foto di Donald Tong da Pexels
di Agata Foschi, 2B
Quest’anno si festeggiano i 100 anni dalla nascita della “Divina e indimenticata” Maria Callas, soprattutto a Milano all'Eco Teatro dove organizzano uno spettacolo di danza contemporanea dedicato a lei, dal titolo “Io Maria, Lei Callas”. Il 29 gennaio al Teatro Secci la Filarmonica Umbra ha organizzato uno spettacolo teatrale e musicale per rendere omaggio a Maria Callas. A cura di Marco Maffei, partendo dalle registrazioni originali di Maria Callas, Musica Civica consente di ascoltare la voce del soprano, mentre violino, violoncello e pianoforte suonano dal vivo. Il suo nome completo è “Maria Cecilia Sophia Anna Kalos”.
Maria Callas nasce il 2 dicembre del 1923 ed è stata una cantante americana di origini greche e una dei maggiori soprani di sempre.
Durante la sua infanzia, dopo che la famiglia dalla Grecia si era trasferita a Manhattan, solo sua sorella maggiore Jackie prende lezioni di pianoforte, mentre Maria viene esclusa dalla musica. Mentre sua sorella suona, Maria canta continuamente e allora la madre si accorge della sua bravura: in seguito inizia a farle studiare musica e a farla partecipare a concorsi di canto. Però lo stress da competizione e il poco amore ricevuto, portano Maria a trovare conforto nel cibo. In seguito suo padre, George Callas, non appoggia i progetti della moglie e si separano; la madre ritorna in Grecia con le due figlie. Lì Maria ottiene un’audizione al Conservatorio di Atene e dopo anche una borsa di studio, falsificando la data di nascita perché era richiesta la maggiore età.
Intanto arriva come insegnante la soprano Elvira de Hidalgo che incontra Maria come alunna. Elvira ne fa la sua alunna personale e la trasforma da contralto a soprano.
A diciassette anni Maria è nel corpo di canto dell’Opera di Atene; la sua voce, però, non è apprezzata dalle colleghe e viene molto criticata. In seguito Maria continua a studiare mantenendo la famiglia; la sua insegnante le propone di continuare gli studi in Italia ma suo padre le manda il denaro sufficiente per ritornare in America.
Arrivata a New York nel 1946, i coniugi Bagarozy la introducono nel giro giusto: ottiene un provino al Teatro Metropolitan ma le parti proposte non la soddisfano e rifiuta il contratto. In seguito la madre la raggiunge e il direttore del festival lirico di Verona le fa ottenere una parte nella Gioconda e così nel 1947 si esibisce a Verona. Qui conosce l’imprenditore Giovanni Battista Meneghini e Tullio Serafin, direttore d’orchestra, che le fa ottenere un contratto alla Fenice di Venezia per recitare Tristano e Isotta e la Turandot; in realtà a Maria Callas non piaceva molto interpretare le opere di Puccini.
Diventa famosa il 30 novembre del 1948 quando interpreta la Norma al teatro di Firenze. Dopo poco si sposa con Meneghini e partono insieme per una tournée in Sudamerica. Tornata a Verona nel 1950, ha un’altra preziosa occasione: deve sostituire Renata Tebaldi alla Scala di Milano. Maria riscuote un gran successo di pubblico e allora parte per un altro tour in Messico.
Il 7 dicembre del 1951 è la protagonista dell’opera Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi. La seguente tournée in Brasile insieme alla Tebaldi si rivela difficile: una sera il responsabile del tour sostituisce la Callas con la Tebaldi perché aveva detto che aveva fatto una pessima esibizione la sera prima. Maria, irritata, se ne va prendendo il primo aereo per l’Italia. Torna a collaborare con la Scala e in quell’anno si esibisce 181 volte.
Maria in quegli anni sta diventando miope e allora gli addetti le lasciano dei segni sul palco, ma non evita tutte le figuracce: una sera invece di raccogliere un mazzo di fiori ne raccoglie uno di ravanelli lanciato sul palco in segno di derisione da uno spettatore.
Nel 1953 Maria Callas perde quasi 36 kg: probabilmente il dimagrimento è dovuto all’ingestione di una tenia; non si sa se sia stato un incidente o un esperimento azzardato.
Firma un contratto discografico con la EMI che le fa ottenere enormi guadagni.
Va ad esibirsi all’opera di Chicago e fa il suo debutto americano: la sua reputazione è però messa a rischio dal contemporaneo successo di Renata Tebaldi e dalla rivelazione che i suoi genitori vivono in condizioni di povertà.
Nel 1957 Maria si ritira spesso all’ultimo minuto e nel gennaio del 1958 ha un problema di voce durante un’esibizione a Roma, probabilmente influenzato dal suo dimagrimento.
Quel maggio fa la sua ultima esibizione alla Scala e a fine spettacolo gli organizzatori le fanno raccogliere gli omaggi fuori dal teatro. Maria sceglie di dedicarsi ai singoli concerti, meno impegnativi delle opere, ma i suoi problemi alla voce riducono le sue esibizioni. Intanto Maria diventa la compagna di Aristotele Onassis. Per divorziare Maria, nel 1966, rinuncia alla cittadinanza americana mantenendo quella greca. In seguito però Onassis sposa la vedova del presidente degli Stati Uniti, Jacqueline Kennedy.
Maria si mette allora ad insegnare nella scuola Juilliard di New York ma poco dopo si ritira a vita solitaria. Muore il 16 settembre del 1977 a Parigi per infarto e le sue ceneri sono disperse nel Mar Egeo.
“Le donne non sono sufficientemente alla pari con gli uomini, così dobbiamo renderci indispensabili. Dopo tutto, abbiamo l’arma più grande nelle nostre mani: siamo donne”.
febbraio 2023 - n. 3
di Somaya Boudaas, 1A
Anna Frank nacque nel 1929 a Francoforte e nel 1933 si trasferì con la sua famiglia ad Amsterdam (in Olanda). Nel 1940 i Paesi Bassi furono invasi dall'esercito tedesco. Per sfuggire alle persecuzione contro gli ebrei la famiglia Frank si nascose nell'appartamento dei signori Kugler. Insieme a loro andò a vivere un'altra famiglia. Per il suo tredicesimo compleanno Anna ricevette come regalo un diario che decise di chiamare Kitty.
Il primo agosto del 1944 Anna scrisse l'ultima pagina del suo diario. In quel giorno splendente del sole d’agosto Anna scriveva la sua ultima pagina a Kitty, cui aveva giurato di confidare tutto "come non ho mai potuto fare con nessuno". Non sapeva che sarebbe stata la pagina finale di quello che per lei era un libro che si sarebbe dovuto intitolare ’’L’alloggio segreto’’.
Grazie alle tecniche di investigazione moderne si è riusciti a scoprire chi fu a tradire la famiglia Frank ad oltre 79 anni di distanza. Il traditore, secondo una ricerca, potrebbe essere stato un notaio ebreo di nome Arnold van den Bherg. L'ipotesi è arrivata dopo una serie di indagini durate per ben 5 anni. Arnold faceva parte del ’’consiglio ebraico di Amsterdam". Questo consiglio era formato da alcuni cittadini ebrei costretti (con minacce ai parenti) a collaborare con i nazisti.
Rosemary Sullivan ha scritto un libro riguardante le indagini fatte per scoprire il traditore della famiglia Frank. La scrittrice nel libro ci presenta anche la ‘’Squadra casi irrisolti’’ guidata dall'ex agente dell'FBI Vincent Pakoke.
di Anna Mattei, 2H
Quest’anno ricorre la nascita della famosa scrittrice, fotografa e intellettuale, Susan Sontag. Nata il 16 gennaio 1933 a New York, ha avuto una vita familiare molto complessa: suo padre è morto quando lei aveva cinque anni e la madre, un’alcolista, si risposò con un uomo che si chiamava Nathan Sontag, dal quale Susan prese il cognome.
Dopo un’infanzia costellata di lutti e incertezze, Susan si è diplomata anzitempo all’età di 15 anni ed è scappata di casa, esperienza che l’ha portata a vivere in fretta nuove esperienze, come se fuggisse da qualcosa. A 17 anni si è sposata con Philip Rieff, suo professore di sociologia, e si è laureata in filosofia alla Berkeley University, a 18. Ad appena 19 anni ha avuto il figlio David che avrà poi un ruolo importante nella diffusione di alcune opere della madre rimaste nascoste fino alla morte di lei. Ha completato i suoi studi nelle università di Harvard, Oxford e a Parigi dove le si rivela la sua omosessualità.
Nel 1958 Susan, tornata a New York, ha divorziato dal marito e ha vissuto nella città assieme al figlio. Nel corso degli anni Cinquanta ella ha preso confidenza con la sua omosessualità e su di essa ha sviluppato diverse riflessioni:”Il mio desiderio di scrivere è connesso alla mia omosessualità. Ho bisogno di quell’identità come di un’arma, da contrapporre all’arma che la società usa contro di me. Ciò non giustifica la mia omosessualità. Ma mi accorderebbe, lo sento, una certa licenza. Solo adesso mi sto rendendo conto di quanto mi sento in colpa d’essere omosessuale. Con H. ero convinta che la cosa non mi turbasse, ma mentivo a me stessa. Essere omosessuale mi fa sentire più vulnerabile."
Susan Sontag ha scritto molto e sui temi più svariati come la letteratura pornografica, le droghe, il cinema, la fotografia - importante il suo saggio On photography -, l’arte moderna, l’estetica omosessuale, il significato delle malattie vissute e interpretate nelle società di tutti i tempi. Nonostante gli argomenti complicati da affrontare, Susan ha sempre scritto di tutto con delicata sincerità e una visione del mondo tutta personale.
Tra le sue opere ricordiamo Davanti al dolore degli altri, in cui ha preso posizione contro le guerre in Bosnia, in Iraq e in Vietnam; L’Aids e le sue metafore e In America. Susan ha collaborato a diverse testate giornalistiche come il “Partisan Review” ed il “New Yorker”. Ha quindi una bibliografia sterminata che ha compreso, post mortem, anche alcune sue riflessioni.
È stata premiata diverse volte nel corso della sua carriera, sia in ambito letterario che in ambito fotografico: dalla Francia con l’Ordine delle Arti e delle Lettere nel 1999, dalla Spagna con il Premio Principe delle Asturie nel 2003, con il National Book nel 2000 per il romanzo In America, storia che ce la fa sentire scrittrice molto vicina all’Europa; nel 2001 le venne assegnato il Premio Gerusalemme.
Morta il 28 Dicembre 2004 a New York ed è oggi seppellita al Cimitero di Montparnasse, a Parigi, in Francia.
“Fa male amare, è come accettare di fasi scorticare sapendo che in qualunque momento l’altra persona può andarsene via con la tua pelle.”
Americana, ebrea, omosessuale: Susan Sontag è stata capace di affrontare l’esistenza di opporsi alle convenzioni, di guardare all’amore e agli esseri umani con ragione e forza.
gennaio 2023 - n. 2
di Anna Mattei, 2H
La scrittrice iraniana Azar Nafisi è stata presente a Roma nei primi giorni di dicembre per la presentazione del suo nuovo libro “Quell’altro mondo”. Lì ha espresso anche la sua opinione sugli attuali conflitti presenti in Iran, suo paese natale, scatenati dalla morte di Masha Amini.
“Quando vedo i giovani scendere in piazza in Iran, provo un'ondata di sentimenti contraddittori. Da una parte provo una grande gioia, per il coraggio che stanno dimostrando; dall'altra avverto un senso di rabbia, di angoscia, per la violenza che il regime sta infliggendo al nostro popolo [...] Ricordo molto vividamente quando rifiutai di indossare il velo e fui espulsa dall'università. Provai un'immensa rabbia. Aspettavo da tempo un momento come questo. Spero che un giorno, come milioni di altri iraniani, potrò tornare nella mia patria”. Queste le parole di Azar Nafisi riguardo gli attuali sviluppi nel paese musulmano.
Nafisi ha anche partecipato a “Più libri più liberi”, la fiera nazionale tenutasi alla Nuvola dell'Eur, con l'incontro a cura di Adelphi intitolato “Iran: donne, diritti e libertà”.
Azar Nafisi, scrittrice iraniana di fama internazionale, è nata nel 1955 a Teheran da Nezhat e Ahmad Nafisi: rispettivamente prima donna ad essere eletta nel parlamento iraniano ed ex sindaco di Teheran all’epoca dello scià. La scrittrice ha avuto un rapporto conflittuale con i genitori per lungo tempo. All’età di tredici anni è andata a studiare in Inghilterra e poi in America, all’Università di Oklahoma, dove ha conseguito la laurea in letteratura inglese e americana. Nel ‘79 è tornata in Iran ed è andata ad insegnare nell’università della capitale. Ha insegnato per 18 anni letteratura inglese, è stata sospesa diverse volte per il suo rifiuto ad indossare il velo fino al 1981, quando le università sono state chiuse dal regime. Tornata alla cattedra nell’87 presso l’Università Allameh Tabatabai, vi è rimasta fino al ‘95 quando, a causa delle continue censure, ha abbandonato l’insegnamento. L’abuso di potere che subiva era ormai insostenibile per lei: la sua didattica e le sue scelte erano sempre state ostacolate in ogni modo possibile. Due anni dopo ha lasciato il paese assieme ai figli e al marito per trasferirsi negli Stati Uniti d’America, dove tuttora risiede.
Ha scritto diversi saggi e romanzi nei quali il tema della libertà e dell'uguaglianza è prevalente. Nel 2003 ha scritto quello che è poi diventato il suo libro più famoso: "Leggere Lolita a Teheran”; il romanzo è stato un caso letterario internazionale, anche se in Iran molti intellettuali lo hanno giudicato critico nei confronti della cultura occidentale. Il libro parla dell'esperienza dell’autrice che, a Teheran, aveva organizzato un gruppo di lettura per sette delle sue alunne più meritevoli ed interessate agli argomenti: è un atto di vera e propria resistenza!
“Il peggior crimine di un regime totalitario è costringere i cittadini, incluse le vittime, a diventare suoi complici. Farti ballare con il tuo carceriere, così come farti partecipare alla tua esecuzione, è un atto di estrema brutalità[…] L’unico modo per spezzare il cerchio e smettere di ballare con il carceriere è tentare di conservare la propria individualità, ciò che sfugge a ogni possibile descrizione eppure distingue ciascun essere umano dai suoi simili.”
Questo scrive Nafisi riguardo alla resistenza e alla libertà all’interno del suo romanzo autobiografico, il quale è stato però scritto facendo in modo che le persone descritte al suo interno, esclusa l’autrice, non siano riconducibili alle dirette interessate.
Dopo aver vissuto una vita di ingiustizie, discriminazioni e “no” l’autrice iraniana torna nuovamente in prima linea con altri libri, progetti e affermazioni che rimarranno nella storia e che ci danno un punto di vista interno sull’attuale situazione in Iran ma anche sul passato. Questo lo slogan che Azar Nafisi ha lanciato da Roma: «Libertà, la parola che avrà la forza di cambiare l'Iran»
dicembre 2022 - n. 1
di Anna Mattei, 2H
Marcel Proust è uno scrittore francese vissuto tra l’Ottocento e il Novecento: nacque a Parigi il 10 luglio 1871 dal professor Adrien Proust e da Jeanne Weil, appartenente alla borghesia israelita.
Crebbe in un ambiente di intellettuali, lettore precoce e brillante studente: frequentò la facoltà di diritto e di scienze politiche e si laureò in lettere antiche alla Sorbona nel 1895. Non fu mai costretto a lavorare e questo gli consentì di essere introdotto dal poeta Robert de Montesquieu nei salotti aristocratici del quartiere parigino di Saint Germain, dove trovò l'appagamento intellettuale che cercava. Fu appassionato di architettura, pittura e musica; con i suoi amici creò la rivista letteraria “Le Banquet”, entrò in contatto con numerosi artisti e intellettuali del suo tempo.
L’arte e la cultura hanno un’importante influenza sui suoi lavori futuri.
Nel 1903 muore il padre e, due anni dopo, anche la madre a cui lui era profondamente legato. Da quel momento lui non nascose più la sua omosessualità e si ritirò sempre di più in se stesso vivendo quasi recluso nel suo appartamento. Dormendo di giorno e scrivendo di notte, determinò in sé un nuovo ritmo di vita.
Proust cominciò la sua attività letteraria molto giovane scrivendo diversi romanzi quali: “I piaceri e i giorni”, “L’indifferente”, “Pastiches et mélanges”, “Contre Sainte-Beuve” ed il suo fiore all’occhiello: “Alla ricerca del tempo perduto”.
Questo libro, il più importante e famoso di Proust, è composto da 7 romanzi, dei quali gli ultimi tre pubblicati dopo la sua morte, avvenuta nel novembre del 1922 a Parigi.
All’interno delle opere di Proust è lui stesso il narratore che ripercorre i ricordi e le sensazioni della sua infanzia, le riflessioni sulla borghesia e sulla società parigina dell’epoca, l’importanza dell’arte e della conoscenza, lo sviluppo di una coscienza, ma, soprattutto, la percezione del tempo che passa: il declino di un mondo, i cambiamenti sociali, gli sconvolgimenti della storia, l’invecchiamento e la morte degli uomini.
Attualmente lo stimato scrittore francese è sepolto al Cimitero del Père-Lachaise, a Parigi.
Infine le parole del grande uomo del quale celebriamo i cent’anni dalla morte: “Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici. Sono i premurosi giardinieri che fanno fiorire la nostra anima.”
Marcel Proust.
maggio 2022 - n. 5
di Anna Mattei, 1H
Angelina Merlin è stata una politica e insegnante italiana, componente dell’Assemblea Costituente e prima donna a essere eletta al Senato della Repubblica.
Nata a Pozzonovo, in provincia di Padova, il 15 ottobre 1887, Angelina Merlin visse l’infanzia e la giovinezza a Chioggia, dove il padre era segretario comunale e la madre insegnava. Lei seguì le orme di sua madre e diventò insegnante.
Nel 1919 si iscrisse al Psi (Partito socialista italiano) per il suo forte antimilitarismo e perchè condivideva il rifiuto dell’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale; iniziò a collaborare al periodico La difesa delle lavoratrici, di cui in seguito diventerà direttrice, e al settimanale L’Eco dei lavoratori. Alcuni anni dopo sposò il medico e deputato socialista Dante Galliani.
Nel 1924 le fu affidata la campagna elettorale veneta: compito impegnativo e straordinario in un’epoca in cui le donne non avevano ancora il diritto di voto. Con questa occasione stilò un preciso e dettagliato rapporto di illegalità e violenze compiute dai fascisti, ormai al potere. Consegnò questo rapporto al deputato Giacomo Matteotti che lo utilizzò per scrivere il suo atto di accusa al fascismo: dopo il suo discorso in Parlamento Matteotti venne rapito e assassinato.
Nel 1926, essendosi rifiutata di prestare giuramento al fascismo, fu estromessa dall’insegnamento, lasciò Padova dove insegnava, e si trasferì a Milano nel tentativo di sfuggire alla repressione. Fu però arrestata e condannata dal Tribunale speciale a 5 anni di confino in Sardegna.
Nel 1943 entrò nella Resistenza prendendovi parte attiva e organizzando con altre antifasciste “Gruppi di difesa della Donna” e, dopo la Liberazione, entrò a far parte della direzione del suo partito che le affidò la riorganizzazione delle scuole, nominandola vice commissaria all’istruzione.
Nel 1946 fu una delle 21 madri costituenti: a lei si deve l’inserimento del sesso tra i criteri di distinzione che non possono determinare discriminazioni di trattamento, nell’articolo 3. Era un parametro fondamentale per impedire disposizioni legislative discriminatorie nei confronti delle donne.
Nel 1948 fu eletta al Senato insieme ad altre tre donne mentre nel 1953, alla sua seconda legislatura al Senato, fu l’unica donna. Infine nel 1958 fu eletta alla Camera dove farà parte della Commissione antimafia.
Nella sua attività parlamentare dedicò tutti i suoi sforzi al miglioramento della condizione femminile. A 77 anni, nel 1964, decise di ritirarsi dalla vita politica.
Angelina Merlin ha fatto tanto: è stata un personaggio fondamentale nella storia italiana, un personaggio che non va dimenticato.
marzo 2022 - n. 4
"I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo."
S. Pertini
disegno di Elena Barbini, 1H
di Vittoria Cianchetta, 1H
“Un bravo maestro non smette mai di essere un allievo”
Sandro Pertini
Valerio Todini era un ragazzo ternano, speciale e amato da tutti; ci ha lasciato a soli ventinove anni con tanti progetti da terminare. Aveva una grande passione per la diffusione della cultura tra i giovani, per la lettura e la scrittura. Per questo motivo si era iscritto al corso di laurea in mediazione linguistica per l’editoria dell’istituto Armando Curcio.
Le persone che lo conoscevano confermano che era un esempio di come un giovane dovrebbe presentarsi oggi nel mondo del lavoro e nei rapporti con gli altri. Il suo animo profondo e le sue doti scrittorie prendono forma in un lavoro di alto profilo, “Sandro Pertini il presidente amato da tutti”, uscito il 3 dicembre 2020. Valerio ha scelto un personaggio che è stato amato da tutti gli italiani per la sua umiltà, determinazione e coraggio, qualità che riscontriamo anche nell’autore. Il libro avrebbe dovuto fare parte di una collana.
L’idea della creazione di questa collana editoriale è partita da Valerio, per far conoscere specialmente ai giovani quali sono stati e quali sono i personaggi importanti.
Il libro e la trama sono legati alla storia di Sandro Pertini; in ogni pagina oltre a pensieri bellissimi, ci sono delle immagini illustrate da Filippo Barbacini.
Alessandro Pertini è un uomo politico italiano nato a Stella, un piccolo paesino di campagna nella provincia di Savona, il 25 Settembre 1896. La sua famiglia è benestante, poiché il padre è un proprietario terriero.
Il giovane Sandro cresce come il quarto di cinque fratelli.
A dodici anni viene mandato in un collegio di Salesiani a Varazze, dove viene educato ad amare il prossimo. Durante gli anni del liceo si allontana dalla religione cattolica e grazie al suo insegnante collabora con un giornale chiamato Critica Sociale.
In questi anni conosce Filippo Turati, un famoso sindacalista ed esponente del Partito Socialista. Sandro impara che è importante non solo amare, ma anche saper apprendere e capire che difendere il prossimo è giusto. Consegue una prima laurea in Giurisprudenza, all’università di Genova, e una seconda in Scienze Politiche nel 1924 a Firenze.
Quando l’Italia entra nella Prima guerra mondiale, Sandro ha diciannove anni e viene chiamato a difendere il proprio paese. Si fa notare per il suo immenso coraggio in molte battaglie; diventa così un punto di riferimento per i suoi compagni, guadagnando la Medaglia d'argento al valor militare.
Quelli del dopoguerra sono anni difficili, l’Italia è attraversata da grandi conflitti sociali. In questo contesto sorge un movimento politico, il Fascismo, che fa della violenza e dell’intolleranza la sua azione politica. Pertini si oppone a tutto questo e si iscrive al Partito socialista per combattere il Fascismo.
Nel 1922 Benito Mussolini, capo del Partito fascista, diventa Presidente del Consiglio e le violenze aumentano sempre di piú. Due anni dopo alcuni fascisti uccidono Giacomo Matteotti, antifascista e amico di Sandro. Pochi mesi dopo Pertini viene condannato a otto mesi di carcere per aver diffuso un volantino in cui denunciava i crimini dei fascisti. Pertini viene condannato a nove anni e dieci mesi di prigione.
Al momento della condanna Sandro grida con orgoglio: ”Viva il Socialismo! Abbasso il Fascismo.”
Viene mandato nel carcere di Santo Stefano che per la durezza della prigione, le scarse condizioni igieniche e la cattiva alimentazione, rendono instabile la sua salute: si ammala gravemente di tubercolosi. Grazie all’aiuto dei suoi compagni socialisti trova il modo di essere mandato in un carcere meno pesante, a Turi.
Il 25 Aprile a Milano sotto la guida di Alessandro Pertini si accende la rivolta. Tutti i gerarchi fascisti sono condannati a morte e tutti i militari tedeschi sono dichiarati prigionieri di guerra. Il 25 Aprile 1945 l’Italia è libera.
La straordinaria vita di Pertini termina il 24 febbraio 1990 a novantatre anni, dopo avere ricoperto la carica di Presidente della Repubblica; Sandro ha speso tutta la sua vita a difendere i più deboli, pagando di persona un elevato prezzo.
Secondo me oltre ad essere una lettura scorrevole e magnifica, questo libro può insegnare molte cose alle nuove generazioni come ad esempio l’amore verso il prossimo, l’onestà, il coraggio e lo spirito di gruppo per creare un paese democratico.
Grazie a questo libro penso che nessuno abbia mai smesso di imparare con Sandro Pertini e Valerio Todini. Sono delle persone eccellenti che ricorderemo con tanto amore.
Vi consiglio vivamente di leggerlo!
Se gli dovessi dare un voto, sarebbe 10+
febbraio 2022 - n. 3
"...la musica si fa se si ama veramente: è più una passione che un lavoro!"
di Gabriele Nicolardi, 1B
La pianista ternana Cristiana Pegoraro, che nella sua carriera ha avuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale, è stata così gentile da concedere un’intervista al nostro giornale. E’ stata la prima donna italiana a tenere concerti di musica classica nei paesi islamici ed il New York Times l’ha definita ‘’un’artista di grande calibro’’.
Questa intervista è sicuramente l’occasione migliore per celebrare l’otto marzo, giorno della Festa della Donna e per parlare del modo in cui queste ultime riescono a mettere d’accordo la carriera e la vita familiare.
Un sentito grazie al Maestro Pegoraro per il tempo dedicato al nostro giornale.
“Che ricordo ha del suo primo insegnante di pianoforte e del suo primo concerto?’’
’’La mia prima insegnante era una donna e si chiamava Attilia Petrongari ed ho iniziato a studiare con lei all’età di 5 anni. Era una donna molto dolce ma severa, e con me ci ha saputo fare! E’ stata una bellissima guida che mi ha saputo incoraggiare.
Il primo concerto l’ho tenuto al teatro Laudamo di Messina ed avevo 10 anni, all’epoca mi sembrava quasi tutto un gioco, non mi rendevo conto di cosa stava succedendo, ho suonato i 24 preludi di Chopin, mi sentivo benissimo ed ero felice’’.
’’Come è nata la passione per la musica?’’
’’Io credo di averla avuta nel mio DNA. In famiglia mio nonno era un grande appassionato di musica ed aveva un pianoforte ed un violino in casa. Suonava e componeva per la banda ed il gene musicale l’ho preso proprio da lui! Anche lui mi ha incoraggiato molto ed era felice che io studiassi’’.
’’Qual è il suo autore classico preferito?’’
’’Ne ho due, Chopin e Beethoven. Dai 10 ai 16 anni ho praticamente suonato solo Chopin ed è stato il mio primo amore: nella mia cameretta invece di avere le fotografie di cantanti pop o rock avevo le fotografie di Chopin, della sua mano, dei suoi spartiti, ero proprio innamorata di Chopin! Poi è subentrato Beethoven che ho approcciato in età più matura. Con Beethoven bisogna fare un viaggio molto profondo’’.
’’Lei pensa che per una donna sia più difficile intraprendere la carriera musicale?’’
’’In principio no: come statistiche ci sono più ragazzine che ragazzini che iniziano a studiare lo strumento poi però questa tendenza si inverte crescendo. Una donna ha tante altre responsabilità che poi vengono nella vita… tipo avere una famiglia può bloccare la carriera concertistica. Quindi in generale è sempre tutto più difficile ma nel mio caso non ho trovato grosse discriminazioni: mi sono dovuta battere solo un po’ di più’’.
’’Che cosa prova mentre suona in un teatro famoso?’’
’’E’ bello, sicuramente è una grande emozione però ti dico anche un’altra verità: non necessariamente il concerto nella sala più grande e prestigiosa è quello che mi rende più felice. A volte ci sono concerti più piccoli e con meno pubblico in cui si instaura un legame tra l’artista e chi sta ad ascoltare, quindi in realtà la cosa bella è condividere la musica, non importa in quale sala e con quale pubblico, l’importante è farlo con il cuore’’.
’’Che consigli dà ad un piccolo musicista?’’
’’Innanzitutto la musica si fa se si ama veramente: è più una passione che un lavoro! Consiglio di fare sacrifici, di studiare sempre molto. Umiltà ed avere il cuore aperto e tanta energia da dedicare ed amare quello che si fa’’.
Cristiana Pegoraro conclude l’intervista con questa frase beneaugurante: ‘’La musica è una cosa che ti accompagnerà per tutta la vita e sarà lì anche nei momenti più difficili quindi tienila cara perché è una cosa bellissima’’.
14 dicembre 2021 - n. 1
In occasione del bicentenario della sua nascita (11 novembre 1821), ricordiamo lo scrittore russo più amato.
di Anastasia Cianchetta, 3H
Fedor Michajlovic Dostoevskij è uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, un realista che nei suoi romanzi ha mostrato la profondità dell’anima umana.
Nato nel 1821 in uno dei quartieri più tristi e poveri di Mosca, venne a contatto molto presto con le sofferenze e le miserie della vita umana. La madre era una donna sensibile, intelligente e buona che amava in modo profondo il marito e i figli; al contrario il padre aveva un carattere tetro e violento. La morte della madre di Dostoevskij segnò l’inizio della tragedia. Il padre, già dedito all’alcool, divenne sempre di più preda del vizio e dei suoi effetti peggiori finché, nel 1839, venne assassinato e lo scrittore risentì dolorosamente di questo dramma familiare per tutta la vita.
Quando avvennero questi fatti, Dostoevskij era con il fratello a Pietroburgo dove vagò a lungo, andando alla scoperta del mistero della città che, in seguito, diventerà uno dei protagonisti dei suoi libri. In effetti di fronte a un’apparente bellezza di palazzi, chiese, musei e monumenti, in realtà essa nascondeva in ogni via, angolo tanta miseria e sofferenza.
Tra il 1841 e il 1842 venne ammesso al corso per ufficiali, tuttavia la sua carriera militare ebbe vita breve: nel 1844 rassegnò le proprie dimissioni. Affermò che egli desiderava fortemente “studiare la vita degli uomini” perché l'uomo è un mistero.
Da questo momento la sua vita e la sua attività furono dedicate ad arte e letteratura.
Nel 1845 Dostoevskij ultimò la stesura del suo primo racconto Povera Gente che fu visionato dal critico Belinskij, uno dei più temuti del tempo. Fu un successo. Il critico lo descrisse come un capolavoro e affermò che avendolo scritto solamente all’età di venticinque anni, l’autore poteva essere semplicemente un genio.
Nel frattempo Dostoevskij faceva parte attiva alle riunioni del circolo di Petrascevskij, circolo progressista che sosteneva delle idee socialiste in netta contrapposizione al sistema politico rappresentato dallo Zar. In particolare i membri di questo circolo chiedevano la libertà di stampa, la liberazione dei servi della gleba. Tuttavia lo scrittore era ben lontano dall’essere un rivoluzionario ma aspirava ad un cambiamento dell’animo della persona. Nel 1849 Fedor durante un raduno del circolo lesse in pubblico la “Lettera di Belinskij a Gogol’” proibita dalla censura per le espressioni blasfeme; per questo motivo, pochi giorni dopo, venne arrestato e, dopo un breve processo, venne condannato a morte. Il 22 dicembre 1849 fu condotto davanti al plotone di esecuzione ma all’ultimo istante la sentenza non venne eseguita. Infatti lo zar aveva concesso la grazia e la pena di morte fu commutata in una condanna ai lavori forzati. Questo avvenimento sconvolse la vita dello scrittore e gli fece scoprire tutto il senso della vita e lo portò ad abbracciare un incondizionato amore verso Gesù Cristo. Dopo aver trascorso oltre dieci anni in Siberia svolgendo lavori forzati nel 1855 riprese la sua vita di scrittore. Da questo momento in poi, tra mille difficoltà economiche dovute anche alla sua ossessione per il gioco, una vita sentimentale piuttosto travagliata, una salute sempre precaria a causa dei frequenti attacchi di epilessia, fino alla sua morte (1881) Dostoevskij scrisse alcune delle opere più importanti della storia della letteratura mondiale. Tra queste spiccano Delitto e castigo (1866), L’Idiota (1868), I Demoni (1870), L’adolescente (1875) ed infine nel 1880 la sua opera più importante e la summa di tutta la sua poetica
I fratelli Karamazov.
I personaggi dei romanzi rappresentano le varie sfaccettature dei sentimenti, delle passioni, delle ragioni, degli ideali, delle paure, delle gioie dell’animo umano. Loro è come se camminassero su una sottilissima lama: tutto dipende dall’opzione di un istante e per questo, la trama dei racconti si svolge sempre in una grande tensione. Il problema dell’uomo e del suo destino è il problema della libertà, del bene e del male come ugualmente possibile. Dio esiste proprio perché esistono il dolore e il male del mondo. L’esistenza del male è una prova dell’esistenza di Dio per Dostoevskij. Se il mondo fosse esclusivamente buono e giusto Dio non sarebbe più necessario.
Dostoevskij può essere definito come un profeta perché ha visto la profonda crisi del mondo moderno e ne ha colto le sue ragioni. Egli nella sua esperienza personale ha compreso che soltanto l’amore e la grazia di Gesù possono dare senso e significato anche alle sofferenze più atroci. Afferma che “la bellezza salverà il mondo”, quella interiore dell'animo, poiché di fronte ai drammi della vita la morte non è l'ultima parola.
Il grande pensiero di Dostoevskij può essere così riassunto: “Satana lotta sempre con Dio e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini”.
23 maggio 2021 - n. 4
di Giulia Breban e Lucrezia Gatti, 3H
Il 17 maggio gli alunni di 3°H e 2°H hanno avuto la fortuna di incontrare virtualmente, tramite videoconferenza, la signora Tina Montinaro, moglie del capo scorta Antonio Montinaro, che ha raccontato agli studenti la vita di Antonio partendo da quando si sono incontrati. La loro era una bellissima storia d’amore: due giovani ragazzi, una vita perfetta, due bambini, lui aveva un buon lavoro e non gli mancava nulla; erano entrambi molto giovani quando si sono conosciuti, la signora Montinaro ha rivelato agli alunni il sentimento che provava per il capo scorta con testuali parole: ‘’Io mi sono innamorata di Antonio, ma soprattutto delle sue scelte’’. Il signor Montinaro ha avuto il coraggio di fare da capo scorta all’uomo, all’epoca, più a rischio d’Italia, Giovanni Falcone. Ma questa scelta lo ha reso vittima della strage di Capaci, un attentato voluto dalla mafia, il 23 maggio 1992. Quel giorno in realtà Antonio Montinaro non avrebbe dovuto scortare Giovanni Falcone, ma un cambio di turno lo ha portato alla morte. Sull’autostrada A29 c’è stata l’esplosione ormai nota a tutti: una bomba da 500 kg di tritolo ha causato una vera e propria strage. I feriti in totale sono stati 23, i morti invece 5, tra i quali Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre ragazzi della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. L’esplosione, racconta Tina, ha fatto arrivare la macchina dall’altra parte dell’autostrada, capovolta, ridotta a un cumulo di lamiere; anche a prima vista si capiva che non potevano esserci sopravvissuti, l’automobile era accartocciata come un foglio di carta. Uno scempio agli occhi della gente, eppure Antonio sapeva benissimo a cosa andava incontro, ma si era armato di così tanto coraggio da non arrendersi. Insieme al coraggio però c’era anche la paura, ebbene sì, del resto, chi non avrebbe paura? Dalla testimonianza di Tina Montinaro gli alunni hanno scoperto che nel momento del riconoscimento delle vittime, delle quali erano rimasti solo alcuni resti, di Antonio era rimasto un braccio, un braccio che però aveva un qualcosa di particolare: teneva le dita della mano incrociate, come un segno di portafortuna nella speranza di potercela fare. Questo ci dice che anche i più coraggiosi eroi hanno paura, ma sanno semplicemente nasconderla. Questa paura, ognuno a suo modo, l’avevano tutti, perché la mafia era, ed è tuttora, una cosa bruttissima, che fa venire i brividi, infatti in quel periodo Palermo contava circa 5.000 morti per mano di Cosa Nostra. I mafiosi uccisero 108 ragazzini perché erano ‘’nel posto sbagliato al momento sbagliato’’. Nascoste nella città c’erano persino delle ‘’stanze della morte’’ nelle quali le persone venivano immerse nell’acido.
In quegli anni, per colpa della mafia, ai funerali dei poliziotti non andava più molta gente, si aveva paura, eppure dopo quel giorno fuori casa Montinaro si erano presentati quasi tutti i palermitani. Questo ci fa capire che la mafia non ha sconfitto Palermo, non sono riusciti a vincere, e Tina vuole dimostrarlo. Non hanno vinto loro perché fuori dalla chiesa il giorno del funerale c’erano più di 40.000 persone, non hanno vinto loro perché i ragazzi ora possono uscire liberamente, non hanno vinto loro perché Palermo e i palermitani stanno tenendo la testa alta.
La battaglia che Tina Montinaro sta portando avanti quotidianamente è quella di raccontare e far conoscere la storia di queste persone, in modo da abbattere Cosa Nostra. Ma qual è il modo migliore per sconfiggere la mafia? ‘’Per sconfiggere la mafia bisogna eliminare il consenso. E il consenso è anche quando nella cabina elettorale si vota per un amico. Ricordatevi sempre di camminare con le vostre gambe, e ragionare con la vostra testa prendendo esempio da persone come: Antonio Montinaro, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino.”
E Roberto Antiochia, aggiungiamo noi.
di Giulia Breban e Izabella Busila, 3H
Venerdì 21 maggio, gli alunni della 3°H hanno avuto la possibilità di incontrare Giulio Rapetti, in arte Mogol, attraverso un collegamento virtuale. Gli alunni, molto interessati, hanno fatto delle domande al signor Mogol che ha risposto con entusiasmo e chiarezza, raccontando anche l’inizio della sua carriera: ha iniziato a scrivere brani per poter guadagnare più soldi. Per lui non era difficile visto che si era dedicato talmente tanto alla sua passione di scrivere, che era diventata un automatismo. Da piccolo era un bambino iperattivo e non molto bravo a scuola, perciò lo spaventava il futuro: lo spaventava il fatto di non riuscire a trovare un buon lavoro e fare una vita normale. Oltre a raccontare della sua vita, Mogol ha dato ai ragazzi delle lezioni di vita. Ha spiegato in modo molto chiaro che “la vita è una prova della quale si deve essere degni e nessuno può immaginare cosa potrebbe diventare, perché non si sa cosa il domani ha in serbo per noi.” Inoltre ha sottolineato che la vita si deve vivere con onestà perché è un “metodo di giustizia”, e che per essere forti si devono aiutare gli altri. L’autore, inoltre, rispondendo a una delle tante domande, ha affermato di non aver mai avuto il blocco dello scrittore e ha rivelato ai ragazzi il suo modo di scrivere e da cosa trae ispirazione per farlo. Solitamente per scrivere Mogol ha bisogno di assorbire del tutto la musica e successivamente aggiunge ciò che essa non riesce trasmettere: le parole. Queste parole, che compongono il brano, devono essere vere, devono raccontare la realtà, l’accaduto, il vero della vita e delle esperienze. Un po’ come nel testo “Il mio canto libero”, nel quale lui racconta del suo divorzio, un momento molto particolare della sua vita. Così per raccontare la situazione, inserisce la sua rabbia, il suo pensiero, le sue considerazioni, la sua liberazione. Questo brano è stato modificato da lui recentemente e dedicato a tutti i medici che in tempo di Covid lavorano e si sacrificano.
Mogol poi ha spiegato anche che non si è mai ispirato alla poesia, ma la ama e i suoi autori preferiti sono Dante Alighieri, Shakespeare e Leopardi. Giulio Rapetti, non tutti lo sanno, ha fondato una scuola: il CET. Ormai è un’università dove gli studenti possono laurearsi e imparare a vivere nel mondo della musica e quest’anno si inaugurano i 30 anni dalla sua fondazione. Mogol definisce questa scuola come un regalo al suo paese ed è per questo che non ne ha mai tratto alcun guadagno. Per gli studenti Giulio Rapetti è… un poeta, un artista, un uomo simpatico, intelligente, divertente, colto, saggio. Giulio Rapetti è… Mogol.
Un ringraziamento speciale va alla prof.ssa Antonella Marziali per aver reso possibile l'incontro con Mogol.
Foto di Gerd Altmann da Pixabay
di Letizia Lenarduzzi, 2H
Letizia: "Buongiorno Tina, la ringrazio di essere con noi e per il tempo che ci dedica."
Tina: "Buongiorno"
Letizia: “Inizio subito con una domanda diretta: lei che cosa pensa della mafia?”
Tina: “La mafia è un'associazione di persone che fanno delle cose spregevoli, cose che non possono avere delle giustificazioni. Negli anni '80/'90 la mafia “comandava”, gli era stata data la possibilità di farlo.”
Letizia: “Era preoccupata per il lavoro che faceva suo marito?”
Tina: “Di certo lo ero, ma ero anche molto orgogliosa di lui.
Letizia: “Quando ha conosciuto suo marito, lavorava già con Falcone?”
Tina: “Sì, ma da poco tempo. Lavoravano insieme da poco ed avevano un rapporto di fiducia.”
Letizia: “Cosa pensa di Falcone?”
Tina: “Falcone era un grande uomo ed era quello più a rischio. Di sicuro è stato importante per la “Lotta” contro la mafia.”
Letizia: “Lei lavora da anni con gli studenti. Perché ha deciso di lavorare con le scuole e mettersi a disposizione?”
Tina: “Perché credo che ognuno debba fare la sua parte per sconfiggere la mafia ed io racconto l'esperienza di mio marito affinché se ne sappia di più”.
Letizia: “Qual è l'eredità morale che ci ha lasciato l'esperienza di Falcone?”
Tina: “Di eredità ce ne ha lasciate tante, ci ha insegnato ad essere più cauti e ci ha fatto capire cosa faceva la mafia.”
Letizia: “Cosa pensa delle nuove generazioni?”
Tina: “Credo che voi siate molto più informati di come eravamo noi al tempo, ad esempio potete cercare le notizie e le informazioni su internet, cosa che noi non potevamo fare. I giovani di oggi sono quelli che scendono in strada e gridano mentre ai miei tempi non si parlava della mafia, né a casa, né a scuola.”
Letizia: “Quale messaggio vorrebbe lasciare agli studenti, ai giovani?”
Tina: Vorrei dire che dovreste essere sempre attenti, guardarvi attorno e conoscere i fatti accaduti nel passato in modo che non si ripetano.”
Letizia: "Grazie".
aprile - maggio 2021 - n. 3
di Carla Brizzi e Giorgia Grasselli, 1H
Dalle fresche e frizzanti idee della giovane Alessia Epifani nasce a Torino il brand Epique. Alessia, figlia e nipote di ottici, si avvicina molto presto al mondo dell'ottica mostrando, fin da bambina, uno spiccato senso creativo di ricerca del nuovo, del particolare e dell'eleganza.
Per il giornale De Filis Times, l’intervista all’artista.
Come è nata la sua passione?
Probabilmente per gioco, senza pensarci troppo su.
Perché ha scelto di disegnare occhiali?
Perché sono figlia e nipote di ottici da cui ho ereditato la passione e non ho esitato a iscrivermi alla scuola di ottica di Torino.
Quanti anni aveva quando ha iniziato a disegnare il primo modello di occhiali?
Quando ho disegnato il mio primo schizzo avevo solo 12 anni.
Ha avuto subito successo?
No, non ho avuto subito successo, all’inizio giravo io con il mio campionario e proponevo agli ottici i miei prodotti ma ho ricevuto parecchie porte in faccia… Purtroppo molti vedevano in me soltanto una “ragazzina’’ e si facevano dei pregiudizi.
Pian piano, però, tutto è venuto da sé: fortunatamente da una produzione di 2000 occhiali siamo oggi a 120.000 circa.
Chi le ha dato fiducia per iniziare questa nuova esperienza?
Ho sempre avuto i miei genitori dalla mia parte. All’inizio non potevamo permettercelo economicamente perché avevamo altri progetti. Solo più tardi abbiamo deciso di fare questo grande passo.
Ha mai avuto momenti difficili nel suo percorso? Come li ha superati?
Di momenti difficili ne ho avuti molti, soprattutto all’inizio perché i miei occhiali venivano spesso criticati, considerati troppo strani. Ma non ho mai perso la strada, mi sono fatta forza e ho superato ogni pensiero negativo.
Quale consiglio darebbe a chi vorrebbe intraprendere un'attività come la sua?
Bisogna avere sempre un motivo per non mollare!!!!
Il mio consiglio è crederci!
febbraio 2021 - n. 2
foto di Tibor Janosi Mozes da Pixabay
di Matilde Plini, 1E
Conoscete Greta Thunberg? La ragazza che a soli 15 anni è andata a manifestare davanti al Riksdag da sola? Nessuno credeva in lei e nei suoi ideali ma Greta non si è data per vinta e ha continuato a manifestare.
Greta Tintin Eleonora Ernman Thunberg è nata a Stoccolma in il 3 Gennaio 2003. A 13 anni le è stata diagnosticata la sindrome di Asperger che costringeva Greta a rimuginare sulle cose a lungo, infatti, quando in classe hanno trattato per la prima volta il cambiamento climatico, i suoi compagni lo hanno subito dimenticato, ma non Greta. Per sostenere il pianeta Greta ha deciso di diventare vegana ovvero di non mangiare più carne, latte, uova e tutto ciò che è di derivazione animale. La madre, una famosa cantante, viaggiava spesso in aereo ma Greta le ha spiegato l'impatto che l'aereo aveva sull'ambiente così sua madre ha iniziato a viaggiare in treno.
Ha convinto tutta la famiglia a diventare vegana. Ma questo a Greta non bastava; un giorno si è fatta due trecce, ha indossato un impermeabile giallo, ha preso la sua bici e è andata davanti al Rikstag, il parlamento svedese. Era sola. Da quel giorno è iniziato il suo sciopero. Greta è tornata ogni giorno con il suo cartello mettendo le foto su Instagram, e riunendo attorno a sé tanti giovani e tanti adulti. E' stata candidata al Premio Nobel per la pace nel 2019 e ha incontrato politici importanti, anche Papa Francesco. Ora è molto famosa in tutto il mondo, grazie alla sua forza di volontà e alla sua determinazione.
È veramente unico l'impegno che ha messo per raggiungere il suo obiettivo: generare nelle persone la consapevolezza del disastro che stanno combinando sul pianeta. Inoltre Greta è autrice di due libri: “La nostra casa è in fiamme” e “Nessuno è troppo piccolo per fare la differenza”.
foto di Markus Spiske da Pexel
di Ricci Lucilla, 1E
“Fridays for Future” (venerdì per il futuro), noto anche come “Youth for Climate”, “School Strike 4 Climate” o anche “sciopero scolastico per il clima”, è il movimento fondato da Greta Thunberg il 20 agosto 2018; è un movimento ambientalista che ha lo scopo di sensibilizzare l’intero pianeta terra sul tema del cambiamento climatico. Studenti di tutto il mondo, ispirati da Greta, hanno fatto sciopero per il clima. Le scuole di Australia, Austria, Belgio, Italia, Canada, Paesi Bassi, Germania, Finlandia, Danimarca, Giappone, Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti, nel dicembre del 2019 hanno scioperato.
Anche nella primavera del 2020, con il problema del Coronavirus, Greta non si è fermata; si è tenuto il 5° sciopero scolastico interamente online, chiamato "Digital Strike”. E voi, cosa ne dite? Non sarebbe bello aiutare il pianeta con piccole azioni fondamentali? Anche un piccolo gesto può fare la differenza, quindi vi invito a rifletterci e pensare a come salvare la Terra, il nostro pianeta.
gennaio 2021 - n. 1
di Lucia Bisceglia, 2H
gennaio 2021
GIORNALISTA: Ave signor Bulla Felix, oggi le sottoporrò una breve intervista per conoscerla meglio.
BULLA FELIX: Si certo, volentieri.
GIORNALISTA: Molti la chiamano “the Roman Robin Hood” perché il suo modo di rubare è molto simile a quello di Robin Hood, colui che rubava ai ricchi per dare ai poveri.
BULLA FELIX: Si, io rubo solo ai ricchi e parte delle mie rapine le dono ai più bisognosi. Una parte la tengo per me e per i miei uomini.
GIORNALISTA: Bene. Si dice che lei sia un bandito gentiluomo; ci parli allora del suo modo di rubare.
BULLA FELIX: Iniziamo dicendo che ho una banda di oltre 600 uomini formata da schiavi fuggiaschi, liberti imperiali ed ex pretoriani, cioè coloro che facevano le guardie del corpo dell'imperatore. Tra questi ci sono confidenti e fiancheggiatori che mi informano su tutti coloro che escono da Roma e giungono a Brindisi; in questo modo posso sapere quante ricchezze porta ogni persona che percorre la via Appia. Inoltre, a differenza degli altri briganti, io non uccido chi rapino, anzi, dopo aver catturato e derubato la persona interessata, la lascio libera.
GIORNALISTA: Cambiamo un po' argomento signor Bulla. Ci vuole spiegare il significato del suo nome?
BULLA FELIX: Certamente. “Bulla” deriva dalla bulla, un amuleto che quando ero bambino veniva fatto indossare a tutti i figli maschi a nove giorni dalla nascita fino ai 16 anni. Serviva a proteggerci dalle disgrazie e dalle forze malefiche, come l'invidia da parte di altri ragazzi. “Felix”, invece, significa essere un capo fortunato che porta felicità non solo a se stesso, ma anche a chi lo circonda e così è: io e la mia banda derubiamo i più ricchi per sfamare noi poveri.
GIORNALISTA: Che belle origini ha il suo nome! E ora l'ultima domanda: lei è sempre in viaggio, non si ferma mai, perciò vorrei chiederle quali sono le sue vere origini e in quale parte d'Italia è nato.
BULLA FELIX: Io ho origini liguri e sono stato educato da un sacerdote che mi ha avviato alla conoscenza della filosofia e del diritto romano.
GIORNALISTA: Grazie mille signor Bulla Felix. L'intervista si conclude qui. Vale!!
BULLA FELIX: Grazie a lei domina! Ora ho un appuntamento importante con la mia banda. Vale!