Film e censura
Cosa è il DDL Varchi e cosa causa?
di Di Filippi Jari 1E, gennaio 2026
Il partito Fratelli d’Italia, più precisamente Carolina Varchi, ha presentato un DDL (disegno di legge) che prevede l’estensione dell’articolo 416 bis del C.P. (che parla del contrasto alle organizzazioni di stampo mafioso come la Camorra e la Ndrangheta).
La proposta consiste nella censura o/ed eliminazione delle opere cinematografiche che mitizzano e apologizzano atti, fatti e organizzazioni a stampo mafioso, una sanzione con una multa fino a 10 mila euro e 3 anni di carcere. Potrebbe prevedere quindi la censura o direttamente l’eliminazione di film come Gomorra, Suburra e molti altri.
“100autori”, “Associazione italiana registi” e altre organizzazioni del mondo dello spettacolo affermano: «Nel rispetto dei principi costituzionali di libertà di espressione, crediamo necessario affermare una posizione chiara rispetto ad una proposta di legge che introduce una logica censoria, e legittima possibili forme di controllo editoriale sulle opere audiovisive. Riteniamo essenziale il diritto di cinema e audiovisivo di poter affrontare ogni aspetto, anche il più controverso, della realtà, per proporre agli spettatori una narrazione del passato e del presente del Paese il più possibile libera, diversificata, scomoda e plurale. Chiediamo quindi a tutte le forze politiche di opporsi a questo disegno di legge censorio e di improntare l’annunciata riforma del settore alla massima tutela della libertà di espressione».
Dall'altra parte, Carolina Varchi crede che queste opere cinematografiche possano istigare la criminalità nelle persone facilmente influenzabili. Ad esempio Gomorra, se presentato ad un minore, potrebbe farlo crescere con l’idea che i mafiosi sono i buoni, in un paese ove i crimini a stampo mafioso sono all’ordine del giorno.
Essere umano contro IA: "Chi vince?"
di Tommaso Ciaccini, 2E novembre 2025
“L'intelligenza artificiale sta diventando una presenza costante nella nostra vita. La troviamo in tantissimi settori, dai motori di ricerca online agli assistenti vocali, dalla guida autonoma alle diagnosi mediche. Ma mentre la tecnologia avanza, cresce anche il dibattito su quanto l’IA possa davvero competere con l’intelligenza umana. Le macchine sono sempre più capaci di eseguire compiti complessi in modo rapido e preciso, ma c’è una cosa che ancora manca: l’emozione, l'intuizione, la capacità di comprendere il mondo in modo profondo e soggettivo, come solo un essere umano sa fare.”
Bene, che voi ci crediate o no, questo testo è stato scritto proprio dall’intelligenza artificiale! E probabilmente non ve ne sarete nemmeno accorti perché l’IA, negli ultimi tempi, si sta perfezionando proprio grazie alle domande che tutti gli utenti le pongono ogni giorno. Questa tecnologia è chiamata machine learning e permette all’IA di raccogliere domande e risposte per migliorarsi senza l’ausilio degli sviluppatori.
Questa tecnica, se da una parte può sembrare fantastica perché permette il continuo miglioramento di questi servizi, dall'altra rende sempre più difficile distinguere un testo scritto dall’IA da uno scritto da un essere umano. Esistono diversi strumenti online che permettono di riconoscere i testi scritti da una persona e altri scritti da una macchina, ma potrebbero iniziare a sbagliare in futuro, dato che l’IA sta diventando quasi indistinguibile dall’essere umano.
Ad esempio: chiediamo all’IA di scrivere un testo in cui racconta che cos’è per lei la felicità, cosa che per un robot è molto difficile da spiegare, dato che non può “riflettere” come l’essere umano, ma si basa su domande “pronte all’uso”.
La richiesta è stata la seguente: “Scrivi un breve testo in cui racconti che cos'è per te la felicità. Il testo deve sembrare essere stato scritto da un essere umano”.
Il risultato è stato questo: “Per me la felicità non è un momento straordinario o un traguardo lontano, ma qualcosa che si nasconde nelle piccole cose di ogni giorno. È svegliarsi con il sole che entra dalla finestra, ridere di gusto con una persona cara, sentirsi leggeri dopo aver camminato a lungo. È la sensazione di essere presenti, di non avere fretta, di assaporare ciò che c’è senza pensare troppo a ciò che manca. La felicità, in fondo, è quando riesco a sentirmi in pace con me stesso e con il mondo che mi circonda.”
L’IA è riuscita a restituire un prodotto che è già incredibile da subito, ma, il fatto più impressionante è che, se inseriamo lo stesso testo in uno dei tanti strumenti che riconoscono gli elaborati dell’IA, ci viene detto che la percentuale di probabilità che quel testo sia stato scritto da un bot è pari al 42%; e ci viene esplicitamente detto che lo scritto è stato prodotto MOLTO probabilmente da un essere umano, e solo alcune parti di esso sono scritte dall’IA. Come se non bastasse, per eliminare quel 42% di probabilità, ci viene anche data la possibilità di “umanizzare” il testo, eliminando le parti che potrebbero essere state scritte dall’IA, sostituendole con altre che potrebbero rendere più difficile il riconoscimento. Infatti, umanizzando lo scritto, la percentuale si azzera completamente, facendoci capire che ciò che stiamo leggendo è stato sicuramente scritto da un essere umano, quando, invece, è vero tutto il contrario!
Tutto ciò sicuramente è e sarà molto utile e ci semplificherà la vita in futuro, ma ci deve anche far riflettere sulle difficoltà sempre maggiori che incontreremo nel riuscire a distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è… non solo con testi, ma anche con immagini e video.
di Rahad Sheikh, 1H - maggio 2025
Il Primo maggio si festeggia in Italia e in altri paesi la festa dei lavoratori per ricordare le lotte operaie e contadine: inoltre si ricordano la strage di Portella della Ginestra e altre violenze contro i manifestanti per i diritti dei lavoratori. Negli Stati Uniti il 4 maggio del 1887 quattro lavoratori che manifestavano per le otto ore lavorative, furono condannati a morte a Chicago perché erano stati accusati di aver lanciato una bomba contro degli agenti, anche se non lo avevano fatto; nella stessa piazza la polizia aveva risposto alla bomba con la violenza, sparando proiettili in mezzo alla folla degli scioperanti. Nel 1890 il governo accettò di celebrare il Primo maggio in memoria di questi quattro lavoratori uccisi ingiustamente e per le lotte combattute nella piazza di Haymarket. Dopo la prima guerra mondiale la festa dei lavoratori si diffuse in altri paesi.
In Italia questa festa ricorda un’altra tragedia: il 1 maggio del 1947 un gruppo di mafiosi sparò a dei lavoratori che stavano festeggiando a Portella della Ginestra, massacrando 14 persone. Oggi si celebra ogni anno la festa dei lavoratori con tanti eventi, tra cui un concertone a Roma; in alcuni paesi la data cambia per esempio in America cade il primo lunedì di settembre per volere del Presidente Grover Cleveland. Come spesso accade, questa festa segna la continuità con celebrazioni del passato: ha sostituito il Calendimaggio, che celebrava l’arrivo della bella stagione.
di Sara Bellini e Sara Ali Hassin, 2E e 2H - gennaio 2025
In cosa consiste la “Blue Whale Challenge”?
Un macabro gioco, ormai vietato in Italia, in cui i cosiddetti "curatori" (capi del gioco), o "tutor", portavano ragazzi tra i 9 e i 17 anni alla morte. La challenge si evolveva in 50 sfide, tutte molto terrificanti. Al giocatore veniva chiesto di autolesionarsi e svegliarsi durante la notte, cose che non fanno per niente bene alla propria sanità mentale e fisica. Mettere in pratica azioni del genere portava a non dormire bene e perdere il solito ritmo tra sonno e veglia. Tale stato rendeva la vittima ancora più indifesa, dando ancora più depressione. L'unica via d’uscita era, l'atto estremo, detto “eroico”, che prevedeva di togliersi la vita cadendo dal grattacielo più alto della propria città. Il premio consentito all’ultima e cinquantesima sfida, che era possibile ricevere solo dopo la morte, era il mito immortale. Tutte le sfide riguardavano farsi male da soli e altre cose pericolose.
A parlare di ciò è anche un film, “Blue Whale: Sfida mortale”, in cui la protagonista deve installare il gioco per poter trovare il responsabile del suicidio della sorella.
Come venne scoperta la Blue Whale Challenge?
In un'indagine, un quotidiano di Mosca collega almeno 80 delle 130 morti avvenute in Russia tra il novembre 2015 e l’aprile 2016, alla sfida della Blue Whale dove i ragazzi vengono spinti a togliersi la vita. La comparsa dell’app avvenne dopo la morte di una ragazza, Rina, diventata una specie di simbolo. L’unico accusato che risulta colpevole delle chat è uno dei primi amministratori cioè, Phillip Budeikin. 21enne, noto come “lis” (“volpe”): è ora incarcerato in Russia. Afferma, vantandosi pure, di aver portato alla morte 15 adolescenti in 10 diverse regioni della Russia tra il dicembre 2013 e il maggio 2016, dicendo di voler eliminare la “spazzatura biologica”, cioè, i teenagers deboli e depressi.
Come è nato il nome e com’è stato creato il “gioco”?
Il nome Blue Whale viene dall’inglese che tradotto sarebbe la balena blu (o azzurra). La sua origine è data proprio dal comportamento delle balenottere azzurre che, senza un puro motivo, ad un certo punto della loro vita si spiaggiano e muoiono. A farlo sono soprattutto esemplari che si sono persi esattamente come quegli adolescenti che, malgrado abbiano tutta una vita davanti, si sentono lontani, diversi, isolati e non sanno come uscirne se non con la morte.
La nascita di questa leggenda
Sembra che la Blue Whale Challenge si sia ispirata alla morte di Rina Palenkova che documentava il suo suicidio a soli 16 anni con foto e video. Da lì è nato un gruppo chiamato “f57” (in una delle sfide del gioco bisogna incidersi proprio f57): pare fosse un sito web contenente informazioni inquietanti. Accadde nel 2015, e da quel momento in Russia l’ondata di strani suicidi non si fermò più: almeno 1500 ragazzi ogni anno si toglievano la vita. La difficoltà nel documentare e provare tutti questi passaggi spinge alcuni a pensare che in realtà il fenomeno non esista, che sia una montatura. Quantomeno che il collegamento tra i suicidi reali e la non provata esistenza del gioco sia frutto di sensazionalismo mediatico.
La Blue Whale Challenge in Italia
Il giornalista Matteo Viviani de “Le Iene” andò in Russia a parlare con i genitori degli adolescenti morti per il gioco, per poi tornare in Italia e documentare il fenomeno. In Italia, un 15enne si è tolto la vita a Livorno buttandosi da un palazzo di 26 piani per seguire le regole della Blue Whale Challenge.
Le regole per i genitori
Imparate a dialogare con i vostri figli, soprattutto su questi argomenti. Parlate con loro e cercate di fargli esprimere una propria opinione sul mondo di internet di ora. Non sottovalutate ciò che hanno da dirvi e se avete il sospetto che vostro/a figlio/a frequenti spazi web sulla balena blu parlatene senza drammatizzare né sminuire: ciò che per gli adulti sembra per ragazzi, per i ragazzi è pericoloso.
di Vittoria Cianchetta, 3H
L'uso dei filtri fotografici, specialmente nelle piattaforme di social media come Instagram, Facebook, Tik Tok e Snapchat, ha avuto un impatto significativo sulla nostra quotidianità, influenzando la percezione di noi stessi, delle altre persone e del mondo che ci circonda. Questo impatto si estende su diversi aspetti della nostra vita, tra cui la nostra autostima, la nostra percezione della bellezza, le nostre relazioni sociali e persino il nostro benessere mentale.
Innanzitutto, i filtri hanno un impatto diretto sull'autostima e sull'immagine corporea delle persone. Le immagini ritoccate e filtrate che vediamo sui social media spesso presentano standard irrealistici di bellezza e perfezione, che possono portare molte persone a confrontarsi negativamente con il proprio aspetto fisico. Questo può alimentare sentimenti di insicurezza e bassa autostima, soprattutto tra i giovani e tra gli adolescenti che sono particolarmente influenzati dalle immagini viste online.
Con 4 ragazze su 5 che ammettono di paragonare il proprio aspetto fisico con quello di altre persone sui social media, postare il selfie perfetto può essere percepito come un obbligo piuttosto che un divertimento. I risultati di una recente ricerca evidenziano che le ragazze si scattano di media 14 selfie prima di postare foto di sé su social media, alla ricerca dello scatto perfetto.
I filtri possono anche influenzare le nostre relazioni sociali. Le persone tendono a pubblicare le loro foto migliori sui social media, spesso filtrate e ritoccate per apparire più attraenti o interessanti. Questo può creare un senso di invidia e rivalità tra gli utenti, portando a un clima di competizione e giudizio piuttosto che di supporto e solidarietà. Inoltre, l'uso eccessivo dei filtri può compromettere la nostra capacità di comunicare in modo autentico e genuino con gli altri, poiché tendiamo a presentare una versione idealizzata di noi stessi anziché essere veri e autentici.
Dal punto di vista del benessere mentale, l'uso eccessivo dei filtri può contribuire allo sviluppo di disturbi legati all'immagine corporea e all'ansia sociale. Le persone possono sentirsi costantemente sotto pressione per mantenere un certo standard di bellezza e perfezione, che può portare a sentimenti di stress, depressione e disforia corporea. Inoltre, l'ossessione per l'apparenza fisica e la ricerca di approvazione e validazione attraverso i social media possono avere conseguenze negative sulla salute mentale e sul benessere emotivo.
I filtri hanno un impatto significativo sulla nostra quotidianità, influenzando la nostra autostima, la nostra percezione della realtà, le nostre relazioni sociali e il nostro benessere mentale. È importante essere consapevoli di come utilizziamo i filtri e delle implicazioni che ciò può avere sulla nostra vita e sul nostro impatto con gli altri.
di Vittoria Cianchetta, 3H
Viviamo in una società in cui l’egoismo predomina in tutto, sembra che a nessuno interessi quanto stiamo male o quanto stiamo bene. Almeno una volta nella tua vita avrai visto il viso di una tua amica, amico, mamma, papà, fratello, sorella, zia, zio, nonna, nonno e renderti conto sin da subito dell’emozione che sta provando. Se ha gli occhi lucidi automaticamente sta per piangere, se invece i suoi occhi gridano gioia, allegria automaticamente è felice. Questa emozione viene definita empatia e ci permette di comprendere gli stati d’animo di chi abbiamo di fronte, immaginandoci nei loro pensieri e condividendo i loro sentimenti.
Di empatia si parlava già nell’antica Grecia. La parola deriva dal greco empatheia, da en, dentro, e pathos, sentimento. Significa quindi sentirsi dentro l’altro, percepire dall’interno i suoi sentimenti.
Tutti sembrano concordare sul fatto che l'unico problema con l'empatia è che non ne abbiamo abbastanza. Recente è la scelta di Camera e Senato di introdurre nelle scuole italiane secondarie di primo e secondo grado l’insegnamento sperimentale delle competenze emotive. La nostra capacità di immedesimarci nella mente dell’altro ha una base neurobiologica: i neuroni specchio. I neuroni sono cellule specializzate del nostro cervello, e hanno la funzionalità di ricevere, elaborare e trasmettere le informazioni ad altri neuroni attraverso segnali. I neuroni specchio furono scoperti dal gruppo del Dott. Rizzolatti negli anni Novanta del secolo scorso. Vennero identificati per la prima volta nelle scimmie, in particolare nella specie Macaca nemestrina, e localizzati nella corteccia premotoria, che si occupa di eseguire i movimenti. Vittorio Gallese, tra i padri della scoperta dei neuroni specchio, sostiene che alla base dell’empatia ci sia un processo di “simulazione incarnata”. Questi particolari neuroni sono anche il motivo per cui riusciamo a ripetere un’azione che abbiamo osservato oppure a capire e interpretare le mosse altrui. Per il nostro cervello è come se stessimo compiendo noi quella stessa azione: funzionano, appunto, come uno specchio. Noi passiamo la vita a imitare, apprendiamo fin da bambini attraverso l’imitazione e tendiamo a ripetere gli stessi gesti di comportamento. Questo è il motivo per cui, spesso, i comportamenti violenti o sbagliati dei bambini sono una conseguenza dell’ambiente familiare.
Dopo la scoperta dei neuroni specchio nelle scimmie, vennero eseguiti esperimenti sugli esseri umani. Nell’uomo sono stati localizzati nell’area che comprende il lobo frontale, il lobo parietale e il lobo dell’insula. Quest’ultimo è quello che rielabora le informazioni che provengono dal sistema limbico, il quale supporta le funzioni relative alle emozioni. In questo modo quindi, c’è il collegamento tra i neuroni specchio e il riconoscimento delle emozioni altrui: l’empatia.
Essere connessi agli altri è una delle fortune più grandi che abbiamo per capire che in realtà non siamo mai soli.
Nel corso di tutta la vita ci imbattiamo nel bisogno di condividere, di dialogare, di costruire rapporti. Ci troviamo in una società che ci spinge all’egoismo, alla competizione. Tutti noi dobbiamo imparare ad ascoltare gli altri. L'ascolto è la prima e più importante azione da imparare per poter migliorare la propria capacità di entrare in contatto con gli altri. “L'empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo può ricevere in dono.”
Charles Darwin
di Anna Mattei, 3H
L’empatia è la capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro.
Agli inizi degli anni ‘90 del secolo scorso si è rivelata una vera e propria problematica la comprensione dell’empatia che è diventata la protagonista dei dibattiti nella filosofia, nella psicologia e nella filosofia della mente. I neuroni a specchio sono dei particolari neuroni che si attivano sia quando si compie un movimento sia quando lo si osserva negli altri. Questi sono stati trovati nell’uomo in diverse aree cerebrali. Osserviamo in essi la capacità di elaborare informazioni, movimenti (o emozioni) dal mondo esterno per poi trasformare in atti motori: meccanismo a specchio. Secondo gli studi questi sono presenti in tutti gli animali anche se a livelli differenti e avrebbero svolto un ruolo chiave nell’evoluzione e nello sviluppo delle specie.
Gli psicologi distinguono due tipi di empatia: cognitiva, affettiva e motivazionale. L’empatia cognitiva è l’abilità di comprendere a livello concettuale e razionale un’emozione o un sentimento provato da un altro. L’empatia affettiva è il sentire quello che sente l’altro senza farsi travolgere dall'intensità delle emozioni. L’empatia motivazionale è quella che, sulla base della comprensione di ciò che prova l’altro, ci spinge ad agire.
Quando vediamo le azioni degli altri riusciamo a capirne anche l’intenzione e rispondiamo adeguatamente, lo stesso accade per le emozioni. L’empatia è alla base delle interazioni sociali ma questa è a sua volta influenzata da fattori che regolano la nostra crescita e la società in cui viviamo. Proviamo, infatti, più empatia perciò che è o riteniamo più simile a noi. Dipende dalle influenze e dai valori che riconosciamo come nostri.
Posso quindi concordare con le parole di un grande poeta russo e invitare chiunque a sviluppare la propria empatia perché “Tutti gli usignoli si capiscono l’un l’altro, ma noi uomini, riusciremo mai a capirci l’un l’altro?”- Evgenij Aleksandrovič Evtušenko.