"Tu non sai le colline | dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo | tutti quanti gettammo |l'arma e il nome [...]"
(Cesare Pavese)
DATA DI NASCITA - DATA DI MORTE: 24 dicembre 1923 - ?
LUOGO DI COMBATTIMENTO: BICAI (ALBANIA), GIACOVA E PRIZREN (KOSSOVO), MEGIANA (CROAZIA)
BRIGATA DI APPARTENENZA: 5° BRIGATA D'ASSALTO ALBANESE E DAL 1 APRILE 1945 DIVISIONE GRAMSCI
RUOLO: SOLDATO
Donato Spinelli nacque il 24 dicembre 1923 a Castellaneta, provincia di Taranto, da Giovanni Spinelli e Anna Girardi. Questi fu carabiniere e al tempo dell’armistizio dell’8 settembre del 1943 risultava essere di stanza nella Divisione Ferrara. La 23ª Divisione fanteria "Ferrara" fu una grande unità del Regio Esercito, operativa durante la seconda guerra mondiale. Nata dalla ridenominazione della 23ª Divisione fanteria "Murge", era in particolare una divisione di fanteria da montagna, che si distingueva dalle analoghe unità di fanteria ordinarie per la trazione del Reggimento di artiglieria divisionale, che risultava composto da due gruppi someggiati e di uno carrellato, invece che di due ippotrainati ed uno someggiato e per l'utilizzo di salmerie invece che del classico carreggio (essendo però Spinelli probabilmente un semplice brigadiere, data l’età di circa 20-22 anni nel corso del conflitto e analizzando gli ordini di battaglia della Divisione, è probabile che facesse parte del 48º Reggimento fanteria "Ferrara" giacché improbabile l’appartenenza a organi “specialistici”, che non è da escludere considerando la cultura di Spinelli tale da rendergli possibile una scrittura chiara e corretta in italiano osservabile dalle numerose lettere conservate).
Con il progredire della guerra e la progressiva motorizzazione di una parte considerevole delle artiglierie divisionali, le divisioni da montagna divennero sostanzialmente indistinguibili dalle normali divisioni di fanteria, e la denominazione specifica andò progressivamente in disuso. Durante la seconda guerra mondiale, la divisione prende parte alla campagna italiana di Grecia, dislocandosi nell'alta valle della Vojussa, area montuosa dell’Epiro caratterizzata da rilievi impervi e difficili vie di comunicazione, con il compito di attaccare le difese greche in Epiro sulla direttrice Argirocastro-Kalibaki-Janina. Al tempo dell’armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943, la divisione era impegnata in attività di anti-partigianeria in Bosnia Erzegovina, regione balcanica caratterizzata da territori montuosi e da una forte presenza di movimenti partigiani, sciogliendosi il 25 settembre dello stesso anno con un ritardo di oltre due settimane facilmente spiegabile dal ritardo nella comunicazione agli eserciti di stanza all’estero del trattato.
Spinelli si trovò quindi di fronte a un bivio, come migliaia di italiani come lui all’estero in quel periodo, dovendo scegliere tra l’arrendersi ai tedeschi e il darsi alla macchia: scelse la lotta armata. Dai documenti emerge che Spinelli entrò nella 5ª Brigata d'Assalto Albanese a partire dal 4 settembre 1944, lasciando un vuoto tra il 25 settembre 1943 e la data appena citata, in cui possiamo ipotizzare abbia militato in formazioni autonome non dichiarate.
La 5ª Brigata d'Assalto Albanese (in albanese Brigada e V-të Sulmuese) fu una formazione molto attiva dell'Esercito di Liberazione Nazionale albanese. Per quanto riguarda la storia e genesi di questa, secondo un ordine del Comando e Stato Maggiore dell'Armata Nazionale, il 28 novembre 1943, nel villaggio di Gumenica, a Valona, nella casa di Manjar Fejzo Deraj, venne formata la 5ª Brigata d'Assalto. Di conseguenza, gli invasori tedeschi, informati da alcuni traditori Ballist, incendiarono la casa di Manjar Fejzo Deraj per rappresaglia contro la formazione di questa brigata. La base per la formazione di questa brigata fu l'unione dei battaglioni "Halim Xhelo" e "Ismail Qemali", con un effettivo di oltre 500 uomini. Il comandante di questa unità fu nominato Abaz Shehu e il commissario Hysni Kapo.
Ci troviamo di fronte a un fenomeno molto comune quando parliamo “Resistenza Italiana all’estero”, quello di passare da oppressore a lavorare assieme ai partigiani locali per la liberazione. Il caso dell'Albania e dei Balcani è storicamente eccezionale per un motivo preciso: ricordando infatti che in quei territori si trovavano circa 130000 soldati del Regio Esercito, con Cassibile questi passarono in pochissime ore dall'essere la forza occupante a combattere fianco a fianco con la popolazione contro il nuovo nemico comune, il nazifascismo.
L'Esercito di Liberazione Nazionale albanese (così come quello jugoslavo) accolse i militari italiani per due motivi fondamentali e molto pragmatici: in primis, gli italiani costituivano una fonte di personale specializzato come medici e strateghi e, in secundis, gli italiani che scelsero la montagna portarono in dote alla Resistenza albanese un'enorme quantità di fucili, munizioni, mitragliatrici, muli e pezzi d'artiglieria sottratti ai magazzini militari prima che cadessero in mano tedesca.
Spinelli dichiara di aver partecipato con essi alle azioni di liberazione di Bicai in Albania, area montuosa del nord del paese strategica per i collegamenti interni, Giacova e Prizren in Kossovo, importanti centri urbani e nodi logistici della regione, e Megiana in Croazia, territorio anch’esso caratterizzato da rilievi e ambienti favorevoli alla guerriglia partigiana (quest’ultima con la Battaglione Italiano Palumbo, della stessa brigata). Ricordiamo infatti che la Divisione Ferrara alla quale appartenne Spinelli era specializzata nei conflitti in montagna, ambiente che caratterizzava i luoghi in cui stava in quel momento combattendo dal fronte opposto.
Dopo aver ricevuto ordine di rientro in Italia dall’Albania, si reca a Durazzo, importante porto sull’Adriatico e principale punto di collegamento tra Albania e Italia, entrando a far parte del 1° Battaglione della 2° Brigata Antonio Gramsci l’1 aprile del 1945, con il quale sarebbe rientrato in italia il 5 maggio dello stesso anno terminando la sua attività di partigiano il 15 maggio (si deduce essere sbagliata una nota integrativa del 20 dicembre 1946 che “terminava” l’attività di Spinelli il 15 marzo giacché incompatibile con gli eventi).
Una volta tornato in Italia questo ragazzo di appena 22 anni (senza ferite, mutilazioni o invalidità, come riportato nei documenti) torna a lavorare come carabiniere, venendo assegnato al comune di Gioia del Colle. Rispetto alla sua permanenza sono fornite poche informazioni, in particolare informazioni relative alla sua dimora in Via Caputo 37 (prima Via Noci Sezione 16 Numero 12, come riportata in un documento) registrata sulla tessera da partigiano rilasciata l’11 novembre 1947.
Rispetto al rapporto con l’ANPI, Spinelli si iscrisse all’associazione il 4 aprile 1947.
Questi inoltre richiese una “concessione di premi di solidarietà ai patrioti combattenti e alle loro famiglie”, approvatagli il 30 aprile 1947 per un ammontare di 5000 lire (equivalente oggi circa a 110 euro).
L’ultima notizia nota di Spinelli è il suo trasferimento a Caserta avvenuto il 9 giugno del 1948 riportato sul fascicolo.
Dal punto di vista storico, la storia di Spinelli fa emergere dettagli interessanti relativamente a come gli italiani all’estero reagirono all’armistizio di Cassibile. La Resistenza Italiana all’estero si caratterizzò sia per la formazione di bande autonome e sia di ex corpi regi accolti dagli eserciti locali, in passaggi di posizione poco chiari. Se ne deducono un periodo e un contesto locale estremamente complessi e, per certi versi, paradossali dal fatto stesso che una Divisione come la Ferrara che si era specializzata nel conflitto con i partigiani della penisola balcanica dopo l’8 settembre si potesse trovare ad essere accolta e, addirittura, integrata nei ranghi degli stessi.
E’ interessante notare come nei documenti non siano esplicitate azioni specifiche compiute da Spinelli, ma solo luoghi di combattimento: ciò era molto comune per i soldati semplici professionisti, che richiedevano il permesso dei loro superiori per poter dichiarare le loro azioni in battaglia.
Al di là di ciò, tuttavia, analizzare una figura come quella di Spinelli mi ha, personalmente, dato modo di riflettere sul come la macrostoria che appare nei manuali abbia sortito effetti su individui “semplici” e non grandi condottieri o capi di Stato (coloro che Hegel avrebbe chiamato “personaggi cosmico-storici”). Spinelli era un brigadiere appena ventenne, come tanti ne ho incontrati nel corso della vita, che si è trovato a dover andare di stanza in Albania, vedere i fronti ribaltarsi per trovarsi a collaborare con coloro contro i quali fino a qualche mese prima conduceva incursioni. Figure come queste sono eroiche non per le alte imprese, ma perché sono state disposte a mettere tutto in gioco anche andando contro tutto ciò in cui fino a un certo punto avevano creduto.
La nostra Costituzione è, come disse Piero Calamandrei in un celebre discorso agli studenti, un “manifesto di centomila morti”, un documento scritto con il sangue di tutti quegli italiani che si sono trovati nella stessa situazione di Spinelli e che hanno dato la vita per la patria. Il poeta latino Orazio nell’ode III, 2 diceva: “Dulcem et decorum est pro patria mori”, ma mi permetterei, con estrema umiltà, di sostituire il termine “patria” con “natio”, nazione, ovvero l’insieme degli individui che condividono lingua, storia, cultura, tradizioni e origini comuni, sviluppando una coscienza di unità e che, soprattutto, condividono un’identità. L’identità degli italiani trova il suo fondamento in particolar modo nella storia di tutte quelle persone che si sono sacrificate per essa stessa, trovando sintesi in una Carta Costituente che mette per iscritto la responsabilità di ogni cittadino di rendere onore a queste vittime del destino. Il grande lascito della Resistenza è proprio in quelle pagine che chiedono, supplicano noi che ci definiamo italiani di fare qualcosa per il nostro Paese, o meglio, per i nostri concittadini, attraverso il lavoro in primis (già posto a fondamento della nostra repubblica nell’articolo 1 e definito nell’articolo 4 come “una attivita o funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”) e successivamente con la partecipazione alla vita politica interessata alla tutela delle garanzie democratiche.
A cura di DARIO ANGELILLO VB
Residenza di Donato Spinelli tra il 1946 e il 1948