Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere. (Bertolt Brecht)
NICOLA DARESTA
L’ombra del bersagliere: l’odissea silenziosa di Nicola Daresta
L’autunno del 1943 non era un tempo per i cuori incerti. Mentre l’Italia si spaccava sotto il peso di un armistizio che somigliava a un naufragio, per Nicola Daresta il destino bussò con il fragore di un ordine mancato.
Nato tra i mandorli di San Michele di Bari il 14 novembre 1921, Nicola era un giovane di ventidue anni, con lo sguardo fiero e le piume nere dei Bersaglieri che ancora danzavano sul suo cappello.
Era un Sottotenente di complemento in forza al 2° Reggimento (23° Comando Mortai), figlio di Francesco e Angela Dormito. Quando l’8 settembre il mondo sembrò finire, Nicola si trovò nudo davanti alla Storia: poteva gettare la divisa o piegare la testa. Scelse, invece, la via più difficile: quella dell’ombra.
DATA DI NASCITA - DATA DI MORTE 14 novembre 1921
LUOGO DI COMBATTIMENTO 2° Reggimento (23° Comando Mortai)
BRIGATA DI APPARTENENZA BERSAGLIERE
Il fantasma di Roma occupata
Il 10 dicembre 1943, mentre un freddo umido fasciava i vicoli della Capitale, Nicola varcò la soglia dell’invisibilità.
Non divenne un fante tra i tanti, ma mise il suo acume da ufficiale al servizio della “Banda Napoli”. In una Roma ferita e sorvegliata, il suo campo di battaglia divenne il Servizio Informativo.
Era una guerra fatta di silenzi, messaggi cifrati e appuntamenti clandestini dietro l’angolo di palazzi barocchi. Mentre i pattugliamenti tedeschi risuonavano sui sampietrini, Nicola osservava, contava i carri, decifrava i movimenti delle truppe occupanti.
Ogni suo appunto era un tassello vitale per i sabotaggi della Resistenza. Fu un’estenuante guerra di nervi che durò fino all’alba del 5 giugno 1944, quando l’ingresso dei carri armati alleati a Roma sciolse finalmente il suo giuramento clandestino.
Il ritorno e il labirinto di carta
Finita la tempesta, Nicola tornò nella sua Puglia, stabilendosi a Gioia del Colle.
Al numero 51 di Via Roma, la sua vita sembrava aver trovato un porto calmo: ogni mattina indossava i panni dell’impiegato presso l’ospedale della Croce Rossa. Ma quella divisa invisibile da combattente non poteva restare chiusa in un cassetto.
Tra la fine del 1946 e l’inizio del 1947 iniziò per lui una nuova battaglia, stavolta combattuta con inchiostro e protocolli. Nicola voleva che lo Stato riconoscesse la verità: lui era stato un partigiano combattente. Ma la burocrazia del dopoguerra si rivelò un labirinto più insidioso dei vicoli occupati.
Il percorso si sporcò subito di polvere burocratica. Nonostante la sezione locale dell’ANPI, guidata da Pasquale Donvito, gli avesse già rilasciato una dichiarazione provvisoria, da Bari arrivò una nota gelida.
Il segretario provinciale, il dottor Raffaele Conte, sollevò un dubbio atroce: dai suoi “accurati accertamenti”, il nome di Nicola non risultava nei registri centrali. Non c’era traccia della domanda, non c’era un numero di protocollo. Nicola rischiava di diventare un fantasma per la seconda volta.
Fu allora che scese in campo una figura d’altri tempi: il tenente colonnello Duvia, suo parente. Con l’autorità del grado e la forza del legame, Duvia si fece portavoce presso gli uffici, ricordando che il valore di un uomo non si misura dai timbri, ma dal coraggio dimostrato sotto il fuoco nemico.
Nacque così il fascicolo degli “schiarimenti”, un passaggio ufficiale in cui la sede centrale pretese con urgenza le prove di quella vita clandestina. Gli uffici locali, riesaminando i trascorsi del giovane bersagliere e incrociando le testimonianze, non ebbero più dubbi.
Sebbene la sua pratica fosse stata inizialmente etichettata con la dicitura più sfumata di “patriota”, il verdetto finale fu unanime: Nicola Daresta (che alcuni documenti dell’epoca trascrivevano per errore come Danza) ottenne la qualifica più alta, quella di partigiano combattente.
L’ultima immagine
Le carte d’archivio oggi ci restituiscono il ritratto definitivo di Nicola: un uomo che, smessa la divisa di velluto e piume, ha saputo combattere una guerra silenziosa e rischiosa.
Quella casa in Via Roma 51 non era solo l’abitazione di un impiegato della Croce Rossa, ma il rifugio di un veterano della libertà che, nel buio di Roma, aveva aiutato l’Italia a ritrovare la parola.
A CURA DI DESANTIS ANNA 3A Cl.