“Mi piace il verbo «resistere». Resistere a ciò che ci imprigiona, ai pregiudizi, ai giudizi affrettati, alla voglia di giudicare, a tutta la cattiveria che è in ognuno di noi e che chiede solo di esprimersi, alla voglia di arrendersi, al vittimismo, al bisogno di parlare di sé.”
MARC LEVY
DATA DI NASCITA - DATA DI MORTE: 18/09/1915 - ?
LUOGO DI COMBATTIMENTO: Montagne della Val Sorina, Ticineto Po, Alessandria, Valenza e Torino
BRIGATA DI APPARTENENZA: 43ª Brigata "M. Talice"
RUOLO: Assaltatore e Difensore
Sfogliando i documenti ingialliti dell’archivio “fondazione di Vagno” di Conversano, sono riuscita a ricostruire la storia di Francesco Palmisano. Sappiamo che noto con il nome di battaglia “Franco”, nacque a Gioia del Colle il 18 settembre 1915. Figlio di Vito e Natalizia Vassurella, Francesco era un giovane impiegato celibe che viveva nel cuore del borgo pugliese, in Vico I Marte. La sua biografia, ricostruita attraverso i documenti dell’Archivio ANPI, ci restituisce l’immagine di un uomo che, nonostante le radici nel profondo Sud, si trovò a essere protagonista dei momenti più drammatici e gloriosi della storia nazionale nel Nord Italia.
La vita di Francesco subì una frattura dopo l’8 settembre 1943. Come riportato nel modulo d'iscrizione ANPI, la sua posizione militare a quella data fu di “Internato”. Questa parola, così fredda, nasconde un dettaglio significativo: catturato dai tedeschi dopo l’Armistizio, visse l’esperienza della prigionia prima di riuscire a unirsi alla lotta clandestina. È proprio qui che, secondo me, inizia la vera storia di Francesco: non si lascia schiacciare dal destino di vittima, ma sceglie la strada della reazione. Il 1° settembre 1944 segnò l'inizio della sua attività partigiana operativa in Piemonte. Francesco venne inquadrato nella 11ª Divisione Autonoma "Patria", operando specificamente nella 43ª Brigata "M. Talice". Le formazioni "Autonome", a differenza delle Garibaldi (di ispirazione comunista) o delle Matteotti (socialiste), erano composte prevalentemente da ex militari che combattevano in nome del patriottismo e della fedeltà allo Stato, senza una precisa bandiera di partito. Egli operò nelle impervie Montagne della Val Sorina, un territorio caratterizzato da un clima rigido e da una geografia che imponeva una logorante guerriglia fatta di imboscate e rapidi spostamenti. Successivamente la sua azione si spostò verso i centri nevralgici della pianura piemontese: Ticineto Po, Alessandria, Valenza e infine Torino. Il documento autografo del 13 agosto 1945 narra un episodio di eccezionale valore: il 25 aprile 1945, a Ticineto Po, Francesco e il compagno Pietro Moro respinsero tre camion tedeschi carichi di soldati. Appostati strategicamente in una cascina — Palmisano sul tetto e Moro alla finestra — riuscirono a disarmare il nemico catturando un ingente bottino: 21 mitragliatrici pesanti e diversi Panzerfaust. Questo successo fu il preludio alla sua partecipazione alla liberazione di Torino, dove combatté tra il 27 e il 29 aprile per sradicare gli ultimi nuclei nazifascisti. Essere riconosciuti ufficialmente come "Partigiano Combattente" (qualifica che Palmisano ottenne il 18 agosto 1945) non era solo un onore morale. Quel timbro sull'istanza ANPI significava, per un giovane che aveva perso anni di lavoro, poter ricostruire la propria vita. Nel dopoguerra, questo riconoscimento garantiva vantaggi giuridici e materiali: dava diritto a punti nei concorsi pubblici, alla computazione del servizio militare, a una legittimazione sociale necessaria per chi era stato "fuorilegge" per mesi agli occhi dei nazifascisti, la computazione degli anni di lotta ai fini della pensione, e, soprattutto, la tutela legale che distingueva chi aveva combattuto legittimamente per la libertà da chi aveva agito per fini personali.
Oggi, analizzando questi documenti e guardando le firme su quei moduli, mi sono chiesta cosa farei io oggi al posto di Francesco. La Resistenza non è solo un capitolo di storia che studiamo per l’esame di Stato; è il DNA della nostra democrazia. Spesso diamo per scontata la libertà, come se fosse l'aria che respiriamo, ma i documenti di Francesco ci ricordano che è stata pagata a caro prezzo. Oggi difendere la Costituzione non significa imbracciare un fucile, ma non voltarsi dall'altra parte davanti alle ingiustizie. La democrazia è un organismo vivo che ha bisogno della nostra partecipazione: ogni volta che facciamo valere un diritto, che studiamo con spirito critico o che proteggiamo un compagno più debole, stiamo continuando l'opera di quel ragazzo che salì su un tetto a Ticineto per permetterci di essere liberi. La nostra Costituzione è il suo testamento, e noi abbiamo il dovere di essere i suoi esecutori più fedeli. Studiare la biografia di un partigiano della nostra terra ci ricorda che la libertà dell'Italia è stata scritta con l'inchiostro del sacrificio di tutti, da Nord a Sud.
a cura di DIGREGORIO SIMONA VB