I nostri scrittori Alessandro, Maria Giulia e Samanta, hanno realizzato un sondaggio tra le classi dell'Istituto per capire su quale genere letterario cimentarsi. Dall'indagine è risultato che l'horror è il genere sul quale avrebbero dovuto cimentarsi, così è nato:
(La parte in rosso è quella già pubblicata nell'edizione cartacea)
Sessantuno giorni. Sessantuno giorni da quando Abigail non c'è più. Mi ha lasciato nel momento peggiore, mi ha lasciato completamente da solo. La mia gemella, con cui ho condiviso mille momenti, felici e disperati, è morta. E io? Io a stento riesco a sopravvivere. Mi sveglio, faccio colazione, pranzo, ceno e dormo. Sempre gli stessi gesti, una routine che mi soffoca. Non esco più, ho perso la forza di esprimermi, l’unica via di fuga è dipingere. Dipingere è l'unico respiro che mi fa stare bene, l'unico appiglio che mi sprona a provarci ancora, ad andare avanti.
Mi sveglio in un bagno di sudore: ho sognato Abigail, un'altra volta. Il solito incubo mi tormenta e io non riesco in alcun modo a liberarmene.
Mi alzo, meccanicamente, e mi preparo per andare a comprare una nuova tela. Tiro su il cappuccio per coprirmi il viso il più possibile, per scomparire e non farmi riconoscere da nessuno. Appena varco la soglia di casa, però, mi sento travolgere da una sensazione strana, un brivido che non provavo ormai da troppo tempo. Ogni singola ragazza che incrocio mi ricorda Abigail. Abbasso lo sguardo e mi impongo di continuare a camminare, senza rallentare nemmeno un secondo, dritto fino al negozio Paint store Salem. Esattamente. Proprio quella Salem: la città che tutti conoscono per la sua macabra storia.
In fretta e furia prendo ciò che mi serve e torno a casa.
Mi fiondo nella mia camera, piazzo la tela nuova sul cavalletto e, a quel punto, perdo ogni controllo su quello che faccio. Cambio pennelli, mescolo colori, traccio linee frenetiche. Appena mi risveglio da quella sorta di trance, quello che vedo mi gela il sangue: senza accorgermene, ho dipinto mia sorella. È ritratta di spalle, i suoi capelli sono sciolti e scuri, proprio come l’ultima volta che l’ho vista. Intorno a lei tutto è cupo, morto, e davanti ai suoi passi un sentiero che sembra non avere fine la attira a sé, spingendola a percorrerlo.
Il mio labbro inferiore inizia a tremare e le lacrime cominciano a rigarmi il viso, scorrendo silenziose e senza alcun ritegno. Crollo addormentato, ed è l'unico modo per riuscire a calmarmi.
I giorni si trascinano e alla fine decido di appendere quel quadro sulla parete del corridoio di casa mia, nel disperato tentativo di esorcizzare il mio trauma. I raggi del sole mi colpiscono il viso, facendomi capire che è ora di svegliarmi. Esco dalla stanza e mi dirigo verso la cucina per mettere qualcosa sotto i denti. Appena attraverso il corridoio, un bagliore fortissimo mi acceca; immagino proprio che oggi sia una giornata sfolgorante. Seguo quel fascio di luce con lo sguardo e arrivo a fissare, immobile, quel quadro.
Resto a fissarlo a lungo, e il mondo intero intorno a me sembra improvvisamente perdere di senso. All’improvviso, lo squillo stridulo del telefono mi fa sobbalzare.
<<Pronto, chi è?>> rispondo al cellulare. Immagino già siano i miei genitori: le uniche persone con cui parlo, le uniche a cui importi ancora qualcosa di me.
<<Pronto, tesoro mio, sono la mamma. Come stai? Ti stanno aiutando le medicine? In questi giorni sei mai uscito di casa?>>
Emetto un sospiro pesante. Ecco che ricomincia a soffocarmi con le solite domande da madre ansiosa.
<<Sì mamma, tutto a posto. Ho vent’anni, so badare a me stesso,>> le rispondo, secco.
<<Non mi sembra proprio che sia così, tra qualche giorno io e tuo padre verremo di nuovo a trovarti,>> mi incalza lei.
<<Ora devo andare, ciao.>>
<<Ma...>> Non le lascio nemmeno finire la frase: le chiudo il telefono in faccia. Le sue inutili paranoie può tenersele per sé.
Rimasto solo nel silenzio dei miei pensieri, mi accorgo di un dettaglio. Il quadro... mi sembra diverso da ieri. Sarà solo colpa di tutte quelle medicine che sono costretto a ingoiare ogni giorno… Sì, deve essere per forza così. Eppure…
I giorni successivi si consumano tra il letto e il divano. Pesco qualcosa dal frigo giusto per non morire di fame, logorandomi su cosa ne farò della mia vita, se mai riuscirò ad andare avanti, a sentirmi di nuovo bene con me stesso. Ma a tutto questo non c'è risposta.
Cerco disperatamente di sembrare normale, di seppellire i miei sentimenti in un abisso così profondo e oscuro che nessuno potrà mai raggiungere. Faccio appena in tempo a rendere la casa vagamente presentabile prima che arrivino i miei. Sento la voce di mia madre da dietro la porta, che confabula a bassa voce con mio padre. Resto immobile nel soggiorno, tendendo l'orecchio per capire cosa si dicono, ma riesco a captare solo la pesantezza della loro preoccupazione. Trattengo il respiro, in attesa che suonino il campanello.
Din don...
Vado ad aprire. Eccoli lì, ritti davanti a me. <<Ciao mamma. Ciao papà,>> dico, sforzandomi di sembrare accogliente, ma i loro sorrisi tirati non mi aiutano per niente.
<<Ehi tesoro, come stai? Ti abbiamo portato la tua torta preferita. L’ho preparata apposta per te,>> esordisce mia madre, mostrandomi il dolce con finta allegria. Intanto mio padre se ne sta lì con un mazzo di fiori tra le mani, rivolgendomi uno sguardo carico di pena.
<<Dai, lo sapete che non dovevate. Ora entriamo e mangiamo questa torta.>>
Li faccio accomodare a tavola e vado in cucina a prendere i piatti. Sto tornando indietro, ma con la coda dell'occhio colgo un dettaglio. Il mio sguardo cade su quella cosa.
Crac.
Sento i miei genitori scattare in piedi dalla tavola e fiondarsi verso di me. I piatti si schiantano a terra, alcuni cocci mi feriscono le caviglie, ma non sento alcun dolore.
<<Jasper! Che succede, cosa hai fatto?!>> grida mia madre, ma io non riesco a distogliere lo sguardo da quel punto preciso della parete.
È letteralmente impossibile. Mia sorella mi sta guardando. È voltata di profilo, e il suo unico occhio visibile punta dritto nella mia direzione. Lei era di spalle, è così che l’avevo dipinta. Come diavolo fa ad essersi girata? La stanza inizia a vorticare, tutto traballa, finché una presa ferma sulle spalle non mi strappa a quell'incubo e mi riporta alla realtà.
<<Ehi, figliolo, è tutto a posto, tranquillo.>>
<<Mamma, papà, lo vedete anche voi… com’è per voi il quadro?!>>
Mi guardano smarriti, confusi, senza sapere cosa dire. <<Tesoro... in che senso? Noi vediamo solo una ragazza di spalle.>>
Le mie mani iniziano a tremare senza sosta, coperte di sudore freddo. <<Come? Non vedete anche voi che ci sta guardando?>>
<<È meglio che ti siedi un attimo, vado a prenderti un bicchiere d’acqua,>> mormora mio padre, nel vano tentativo di rassicurarmi.
Mi trascinano di peso verso il salotto, e per tutto il tempo mi sento estraneo, scollegato dal mio stesso corpo.
<<Non è possibile,>> sussurro a fil di voce.
Mio padre tira un respiro profondo, pesante, e prende la parola: <<Tesoro ascolta, ne abbiamo discusso a lungo tra noi. Abbiamo pensato che la cosa migliore sia portarti in un centro psichiatrico, dove potrai iniziare un percorso…>>
Rimango in un silenzio di tomba.
<<Amore, che ne pensi?>> mi implora mia madre. Dalla mia bocca non esce un solo fiato. Sono pietrificato.
<<Insomma! Dicci qualcosa!>> sbotta mio padre, perdendo la pazienza.
Uno... due... tre... quattro... Provo a forzare dei respiri regolari, li conto nella mia testa. Ma quando mio padre mi afferra per il braccio, la vista mi si annebbia. Non ci vedo più.
<<NON TOCCARMI!>> sbraito, spingendolo via con violenza. <<NON SONO PAZZO! NON ANDRÒ DA NESSUNA PARTE, NON HO BISOGNO DI NESSUNO!>>
Li respingo, mentre con la coda dell'occhio vedo mia madre tremare, sconvolta, con gli occhi lucidi di terrore.
<<È proprio per questo che vogliamo portarti lì! Tutto questo non è normale!>> urla mia madre, prima di scoppiare in un pianto disperato.
Mi avvento sul tavolo, afferro la torta e la scaravento a terra, spazzando via anche il vaso con quegli stupidi fiori che mi hanno portato. Calpesto tutto, riducendo ogni cosa in poltiglia sotto le mie scarpe.
<<NON SONO PAZZO! ANDATEVENE VIA! NON VOGLIO NULLA DA VOI, NESSUNA TORTA, NESSUN FIORE, NIENTE DI NIENTE!>> urlo ancora, incapace di arginare la furia che mi divora.
I miei genitori mi fissano, svuotati, senza più la forza di dire o fare nulla. E alla fine, anche loro si arrendono e mi abbandonano. Adesso sono definitivamente, assolutamente solo. Li guardo mentre si allontanano. Ho ancora stampata nella retina l’immagine di mia madre che mi lancia un ultimo sguardo supplichevole prima di uscire dalla porta, ma io rimango di ghiaccio, impassibile. Rifiuto sistematicamente ogni chiamata; so che sono loro. Ormai non so più se quello che vedo intorno a me sia reale o meno. L'unica certezza è lo sguardo di mia sorella nel quadro che, giorno dopo giorno, si volta sempre di più nella mia direzione. La notte sfioro la follia: nel buio più totale, sento dei sussurri striscianti che mi chiamano per nome.
Come ogni mattina mi trascino fuori dal letto e vado a fissare il quadro, ossessionato dall'idea che qualcosa sia cambiato. E sì, ormai quegli occhi, gli occhi morti e penetranti di mia sorella, sono piantati dritti su di me. Cosa vuole da me? Che diavolo sta succedendo? Non capisco più nulla.
Mi barrico nella mia stanza per tutto il resto della giornata. Sto finalmente per cedere al sonno quando un tonfo sordo mi fa gelare il sangue, come di qualcosa di pesante che si schianta e si rompe. Esito, paralizzato dal terrore all'idea di uscire. Faccio un respiro profondo, tremante, e decido di andare a controllare.
Afferro una torcia che funziona a malapena e socchiudo la porta, lasciandomi inghiottire dall'oscurità. Il pavimento di legno geme sotto il mio peso con uno scricchiolio sinistro. Raggiungo il corridoio e punto il raggio tremolante di luce dritto sul quadro, illuminandolo a chiazze. Rimango pietrificato. Non posso credere ai miei occhi.
Lei non c’è più. È rimasto tutto il resto: il paesaggio livido e quel sentiero lugubre e infinito... ma lei è letteralmente sparita dalla tela.
Faccio saettare la luce della torcia in ogni angolo buio intorno a me. Un brivido gelido mi trapassa la spina dorsale quando vedo un’ombra sfrecciare via con la coda dell'occhio. La sagoma inequivocabile di una figura femminile.
Devo tornare in camera. È la mia mente che si sta sgretolando, mi sta giocando dei brutti scherzi, sono state le troppe medicine. Mi lancio di scatto contro la porta, spingendo e tirando disperatamente per aprirla, ma non cede. È bloccata. Strattono il pomello in preda al panico, finché l'aria intorno a me si fa di ghiaccio e percepisco una presenza, dolorosamente familiare, proprio dietro la mia nuca.
<<Jasper…>> sussurra una voce esile ma cavernosa, a un soffio dalle mie spalle. Per un istante infinito, il mio cuore smette di battere.
So perfettamente di chi è questa voce.
Mi volto.
<<Abigail... sei tu?>> mi avvicino con passi incerti e punto il fascio tremolante della torcia verso l'angolo da cui proveniva la voce.
Spalanco gli occhi, inorridito. Questa non può essere Abigail. I suoi lunghi capelli neri le incorniciano il viso di un pallore cadaverico. I suoi occhi, sprofondati in occhiaie livide, mi fissano vuoti, senza il minimo briciolo di luce o di umanità. Le sue labbra sono incurvate in un sorriso distorto, agghiacciante. Indossa gli stessi, identici vestiti di quando è morta.
<<Fratellino mio, è da un po' che non ci vediamo. Quanti giorni sono passati?>>
Inizio a tremare, scosso da un brivido incontrollabile. <<Novantuno…>> sussurro, a malapena padrone della mia stessa voce.
Non so più cosa sto provando. È sollievo quello che sento nel rivederla? Oppure nudo terrore? Lei sa cosa ho fatto. Ma tutto questo sta succedendo davvero?
<<Sei... sei veramente qui? O sto solo perdendo la testa?>>
Lei ridacchia. Un suono raschiante, crudele, che mi gela il sangue. <<Novantuno giorni da quando hai fatto quella cosa,>> sibila, ignorando del tutto la mia domanda.
<<C-cosa? Non capisco,>> balbetto, schiacciato dalla paura.
Fa un passo verso di me. La distanza tra noi si accorcia, inesorabile, soffocante.
<<Ammettilo!>> ringhia all'improvviso, scattando in avanti e afferrandomi il polso con una morsa d'acciaio.
<<Lasciami! Mi stai facendo male, Abigail!>> urlo, divincolandomi disperatamente nel tentativo di staccarmi da quella presa gelida.
Non è reale. Tutto questo non sta succedendo veramente.
<<Ammetti le tue colpe! Ammetti che novantuno giorni fa mi hai spinto giù da quelle scale e mi hai uccisa. AMMETTILO!>> grida, con una voce che mi graffia i timpani.
Crollo, scoppiando in un pianto disperato. <<Non l’ho fatto apposta, non volevo ucciderti! Da novantuno giorni non riesco più a vivere!>> singhiozzo. Le lacrime scendono a dirotto, bruciandomi il viso.
Lei mi rivolge un ghigno spietato, terrificante. <<Mi hai uccisa, ma non ti sei mai preso la responsabilità di ciò che hai fatto. Hai continuato a mentire, dicendo a tutti che ero caduta accidentalmente. Tu sei colpevole.>>
Un lampo mi squarcia la mente: la scena mi investe in pieno. Io che la spingo con rabbia, lei che inciampa e precipita rotolando giù, fino allo schianto sordo del cranio contro lo spigolo. E poi sangue. Sangue dappertutto.
<<ABIGAIL! ABIGAIL!>> Le mie stesse urla di puro terrore, alla vista del suo corpo spezzato, mi rimbombano nel cranio come un'eco impazzita.
<<Sono passati tre mesi e tu sei soltanto peggiorato. Non andrai mai avanti, perché io non ti perdonerò mai,>> sibila, spietata. <<Stai solo trascinando mamma e papà nel tuo stesso abisso di dolore.>>
<<No... no, io un giorno mi sentirò libero!>> cerco di sputare fuori, rantolando.
<<Se non riconoscerai di essere colpevole, non cambierà mai niente. Devi accettarlo.>>
Un nodo asfissiante mi serra la gola. Devo davvero accettarlo? Basterà questo a farmi sentire finalmente in pace? Faccio un respiro profondo, disperato.
<<Sono colpevole,>> sussurro con un filo di voce.
5 giorni dopo...
<<Amore? Abbiamo trovato la porta spalancata, sei in casa? Che cosa è successo?>>
I genitori si inoltrano con esitazione nella casa e vengono subito investiti da un odore nauseabondo, dolciastro. Sussultano. Macchie di sangue scuro imbrattano il pavimento.
Girano l’angolo del corridoio e ciò che si para davanti ai loro occhi è agghiacciante. La madre crolla a terra, devastata e senza fiato, mentre il padre si pietrifica, incapace di muovere un solo muscolo.
Jasper giace accasciato sul pavimento, annegato in un lago di sangue ormai rappreso. Nella sua mano destra, la lama di un coltello non lascia spazio ad alcun dubbio. È morto. Uno sciame di mosche gli ronza attorno, e il corpo ha già inesorabilmente iniziato a decomporsi.
Nel pieno del suo strazio, la madre volta lo sguardo e il quadro cattura la sua attenzione. La figura della ragazza è lì, ma la tela è brutalmente squarciata al centro.
Le colpe che non confessiamo non svaniscono; diventano il piombo che ci trascina a fondo quando cerchiamo disperatamente di restare a galla.
Scritto da Samanta Siragusa, Alessandro Chilò e Maria Giulia Romano.
“Sentiamo, su cosa vorresti ficcanasare questa volta?” mi chiese mio figlio, un po’ seccato.
Mi urtava il mondo in cui, a volte, si rivolgeva a me, ma non ci facevo mai troppo caso.
Sfilai dalla borsa un paio di occhiali turchesi con le rifiniture dorate, e me li infilai: “Il caso di Benedicte Anderson. Ho letto dalla bacheca all’ingresso che non ci sono indizi da cui iniziare un’indagine”.
Sebastian sbuffò: “Mamma, lo sai che non puoi piombare qui, nel mio posto di lavoro, e fare come ti pare, ci sono delle regole sai?”.
“Regole e regole…io ero venuta qui solo per far visita al mio figlioletto” risposi ruffiana, avvicinandomi a lui, con l’intento di abbracciarlo.
Lui mi scostò scuotendo le spalle: “Mamma, te l’ho già detto un milione di volte che non ti devi mettere in mezzo ai casi della polizia, potrebbe essere pericoloso!”.
Corrugai la fronte e, indignata, esclamai: “Guai a come mi parli signorino, e poi chi ti dice che questa volta io voglia ficcanasare?”.
Sebastian sospirò, massaggiandosi le tempie arrossate: “Sei prevedibile; per non parlare degli occhiali!”.
Lo guardai seriamente confusa, chiedendogli che c’entrassero in quel momento.
In risposta ricevetti una spiegazione molto dettagliata in cui Sebastian faceva presente come, il paio di occhiali che portavo, avessero le astine più leggere, di conseguenza erano più comodi da portare in giro se si voleva stare fuori casa tutto il giorno.
In conclusione arrivò ad affermare che prevedevo di indagare su un caso.
Un po’ mi aveva colpito il modo rapido con cui era arrivato alla soluzione.
Il bello era anche che non non aveva tutti i torti.
“Sì, va bene, hai ragione, però giuro che non faccio nulla di male!”.
Sebastian stava per controbattere, quando un omone che aveva tutta l’aria di una palla da bowling si avvicinò a noi, un po’ traballante.
“Allora, avete finito di litigare voi due?” tuonò, per poi calmarsi: “Halvorsen, il capo ti vuole nel suo ufficio, ora”.
Mio figlio annuì, sistemandosi la divisa bluastra facendo tintinnare tra loro i distintivi che portava sul cuore.
prima di uscire dalla stanza mi lanciò un’occhiata lacerante: “Non combinare altri guai; fai in modo che ti ritrovi qui al mio ritorno” si raccomandò, per poi avviarsi dove era stato richiesto.
Tirai un sospiro di sollievo e l’omone, che era rimasto a guardare la scena, rise di gusto: “A volte l’agente Halvorsen è troppo rigido, mi chiedo da chi abbia preso!”.
Trattenni a stento una risatina colpevole e l’uomo se ne accorse: “Non si preoccupi signora Halvorsen, suo figlio è un bravo ragazzo; vado a continuare il mio lavoro, arrivederci!”.
Stavo per ricambiare il saluto quando, d’impulso, lo fermai: “Aspetti! cosa sa dirmi sul caso Anderson?”.
L’uomo si bloccò all’improvviso: “Anderson ha detto?” chiese, volgendo gli occhi al cielo, come in cerca di risposte: “Mhh…non molto in realtà: la poveretta è morta nel sonno, non ha sofferto”.
“Allora perché il suo nome è stato scritto nella lista delle morti sospette, nella bacheca all’ingresso?”.
“Beh…” cominciò l’omone: “In realtà grazie all’autopsia abbiamo scoperto che ha avuto un’ostruzione delle vie respiratorie a causa di un veleno fatto in casa”.
“Pensate al suicidio?” chiesi, ancora più intrigata dalla faccenda.
L’uomo scosse la testa: “Impossibile, quel genere di veleno agisce pochi minuti dopo essere stato ingerito”.
“E con questo? La donna potrebbe benissimo essersi avvelenata e poi essere andata a coricarsi” affermai, poco convinta della spiegazione che mi era stata data.
L’omone sbuffò: “E’ qui che sorge il dilemma che non ci permette di risolvere il caso”.
“Ovvero?”.
“Benedicte Anderson era paralitica! Dal collo fino alla punta dei piedi, riusciva solo a muovere la bocca per parlare; non sarebbe riuscita a mettere tutto in atto da sola!”.
Ora, nella mia testa, la faccenda si fece più chiara: “Chi aiutava la signora in casa?”.
L’uomo si grattò la nuca: “Aveva una domestica che, però, al momento della morte, era in visita ai suoi genitori fuori città; aveva pure un figlio che l’aiutava, ma si trovava a scuola”.
“Quindi, Benedicte Anderson, sarebbe dovuta trovarsi da sola in casa al momento dell’omicidio?”.
L’omone annuì, per poi guardarmi con occhi sospetti: “Posso chiederle perché le interessa tanto questo caso?”.
Inizialmente sentii una goccia di sudore percorrermi la schiena, ma non mi lasciai prendere dall’ansia: con noncuranza tirai indietro le spalle e risposi di averlo letto sul quotidiano quella mattina e di essermi incuriosita.
In effetti era vero.
Dopo un attimo, aprii di nuovo la bocca per chiedergli del figlio della signora Anderson di cui mi aveva accennato poco prima: “Potrei parlargli? sa, mi piacciono molto i bambini…” aggiunsi, cercando di risultare convincente.
L’uomo si guardò intorno un attimo: “Non lo so signora, l’agente Halvorsen le ha detto di rimanere qui e…”.
“La prego! Non lo verrà a sapere nessuno che lei è stato coinvolto nella mia piccola indagine”.
L’omone indietreggiò leggermente, probabilmente colpito dalla mia insistenza.
Non sembrava volesse aiutarmi, tuttavia, dopo qualche sospiro si lasciò abbindolare dalle mie suppliche e mi portò in una stanzetta con i muri crepati.
Lì, seduto su una panchina metallica, c’era un bambino di circa nove anni, con i tratti somatici tipici norvegesi e i pantaloni bucati all’altezza del ginocchio.
I suoi occhi scorrevano veloci tra le pagine di una copia alquanto ingiallita de “La divina commedia” (libro insolito per la sua età).
“Sia cauta, è orfano di padre e ora anche di madre” si raccomandò l’omone, prima di lasciarmi sola con il figlio di Benedicte Anderson.
Dopo un attimo di esitazione, decisi di avvicinarmi alla panchina.
“Posso sedermi qui?” chiesi.
Il bambino alzò la testa di scatto, quasi spaventato e, con occhi tristi, annuì, mettendo da parte il libro.
Sebbene avessi già in testa le domande da porgli, non sapevo come iniziare la conversazione.
Inspirai per farmi coraggio, poi iniziai a parlargli: “Dovrebbero ristrutturare questo posto, cade a pezzi!”.
“Già, a scuola mi hanno insegnato che è bene avere la casa ben coperta se non vogliamo che entrino gli spifferi”.
Aveva parlato.
Era già un buon inizio.
“Devi essere bravissimo a scuola per sapere queste cose” commentai sorridendo.
Il bambino sembrava essersi già ripreso dalla tristezza che lo assaliva poco prima: “Io sono quello con i voti più alti!”.
Mi complimentai con lui, per poi chiedergli come si chiamasse.
“Kristopher, Kristopher Anderson”.
“Che bel nome, io invece mi chiamo Johanne Halvorsen; e dimmi, Kristopher, ti piace andare a scuola?”.
Il bambino sembrava un po’ incerto su cosa rispondere; “Non molto in realtà”.
Lo guardai stupita: “Come mai? non ti piace vedere i tuoi amici?”.
“Non ho molti amici, in realtà nessuno...ci vado soprattutto per far contenta mia mamma” all’improvviso si rabbuiò e per un attimo mi sentii tremendamente in colpa: “Tua madre deve proprio essere una donna per bene” cercai di risollevare l’atmosfera.
“Mia madre è morta” mi rispose, trafiggendomi come con una pugnalata.
Per un attimo non sapevo più che dire.
“Oh cielo! è terribile” continuai con compassione: “Devi essere davvero distrutto dalla faccenda”.
Il bambino alzò le spalle: “in realtà non molto”.
Rimasi perplessa dalla risposta e Kristopher se ne accorse: “Non mi fraintenda signora Halvorsen” cercò di giustificarsi: “Io volevo bene a mia madre, ma l’unica cosa che faceva tutto il giorno era lamentarsi e chiedersi perché la vita era stata così ingiusta con lei; diciamo che me lo aspettavo”.
“Ti aspettavi che venisse uccisa?”.
Kristopher annuì: “Sì, e so anche chi è stato”.
Per un attimo mi venne un tuffo al cuore: “Lo hai detto agli agenti?”.
“Sì, poco prima che lei arrivasse sono venuti due poliziotti a chiedermi se sapessi qualcosa e gli ho detto di aver colto l’assassino con le mani nel sacco!”.
Chiesi chi era stato secondo lui e sembrò esitare prima di rispondere, ma poi cedette: “Ieri, mentre giocavo con i miei amici, ho visto una persona alquanto sospetta uscire da un negozio con in mano una boccetta di ginestra triturata; ho letto su un libro che è tossica e, guarda caso, mia madre è stata avvelenata!”.
Lo guardai poco convinta: “Tanta gente si compra la ginestra. e poi questa persona potrebbe perfino non conoscere l’esistenza di tua madre”.
Il bambino volse maleducatamente gli occhi al cielo: “Invece sì, perché si trattava della nostra domestica!”.
La spiegazione non mi convinceva ancora: “Perché avrebbe dovuto ucciderla?”.
Kristopher sorrise: “Semplice, l’ha sempre odiata, voleva togliersi il fardello”.
Ora era tutto chiaro.
E invece no, c’era ancora qualcosa che non mi tornava.
Continuai a rimuginare sull’intera faccenda, finché…
“Ho trovato!” esclamai tirandomi in piedi, sotto lo sguardo confuso del bambino: “Scusami ora devo andare!” dissi, camminando a passo spedito verso la porta.
Kristopher cercò di fermarmi: “Aspetta! ma come faceva a sapere che mia madre è stata uccisa? Io non gliel’avevo detto…”.
Decisi di ignorare prontamente la domanda e di continuare nella mia direzione.
Che stupida che ero stata!
Mi ero lasciata trasportare dal mio spirito investigativo e avevo dimenticato la mia “copertura”.
Lasciai perdere i rimproveri a me stessa, vedendo la sagoma furiosa di Sebastian venire nella mia direzione.
Era proprio lui che cercavo.
Appena fummo a pochi metri di distanza lui si mise ad urlarmi contro, ma io lo zittii: “Non sono del tutto sicura, ma credo di aver scoperto chi è l’assassino”.
Mio figlio mi rispose, con una risatina deridente: “Pensi che non ci siamo ancora arrivati? E’ stata Elin Reinhart, la domestica; grazie alla dichiarazione di Kristopher Anderson, il figlio, abbiamo trovato della ginestra nella sua borsa, in più il suo alibi era falso e…”.
“Certo che voi della polizia non avete proprio capito niente” sospirai, interrompendolo: “Io so chi è il VERO assassino di Benedicte Anderson”.
Ci fu un attimo troppo lungo di silenzio in cui mio figlio mi guardò ad occhi sbarrati.
Io risi tra me e me compiaciuta: “Ora hai intenzione di ascoltarmi Sebastian?”.
Mio figlio deglutì forte, per poi riassumere la sua espressione burbera: “Mamma, ti avevo detto di non immischiarti e qualunque cosa tu stia cercando di dirmi, sappi che non ti ascolterò”.
Sospirai irritata: “Sei proprio irragionevole Sebastian, possibile che non ti rendi conto di aver arrestato la persona sbagliata?”.
Il ragazzo scosse la testa e incrociò le braccia: “Smettila di insistere e vai a casa, quando dico no è…”.
“Eddai Halvorsen! Non mi sembra il modo di rivolgersi alla propria madre!” esclamò qualcuno che proveniva dalle mie spalle.
Voltandomi, mi resi conto che si trattava dell’uomo che sembrava una palla da bowling.
“I-ispettore! Non aveva detto che avrebbe staccato prima oggi?” chiese mio figlio con voce tremante, assumendo improvvisamente una posa molto più formale.
L’uomo rise a gran voce: “Lo stavo per fare! Ma poi ho udito per la seconda volta in questa giornata madre e figlio discutere, e ho deciso di venire a controllare che stesse succedendo”.
Abbassai la testa, mortificata: “Mi dispiace averla disturbata signor…”.
“Hansen! Non ci siamo mai presentati formalmente…Ora, signora Halvorsen, ci vuole rivelare quello che ha scoperto sul caso Anderson?”.
Annuii lievemente con la testa, mentre Sebastian guardava la scena esterrefatto: “Il capo non sarebbe molto contento”.
“Beh,” iniziò l’ispettore Hansen facendomi un’occhiolino “Il capo non lo deve per forza venire a sapere”.
Bergen, una settimana dopo…
“Oggi, è stato chiuso il caso sull’assassinio di Benedicte Anderson: gli agenti hanno affermato che la sua morte improvvisa è stata tutta un’incidente, dovuto probabilmente alla quantità elevata di medicine che doveva prendere giornalmente, tutta Bergen si è stretta intorno alla sua famiglia per confortarla; ora linea al meteo…” annunciò lo speaker alla radio mentre io ero intenta a ricamare un centrotavola.
“Chi se lo aspettava che alla fine saresti stata proprio tu, mamma, a scovare il colpevole!” esclamò Hanna, ultimogenita dei miei tre figli, facendo capolino nella stanza.
Io sorrisi: “Sai che mi riescono sempre bene queste cose…non riesco proprio a capire come Sebastian e gli altri agenti si siano potuti bere la storiella di un moccioso”.
“Più che moccioso, da come ne hai parlato tu, lui sembra proprio un piccolo genio del male: pensare che ha messo in scena tutto questo da solo...”.
“Già” esclamai " ma la sua storia faceva acqua da tutte le parti: prima di tutto mi dice che non andava d’accordo con nessuno in classe e poi che quando aveva visto il presunto assassino era insieme ai suoi amici; poi racconta che a uccidere sua madre era stata la domestica, ma dopo un breve interrogatorio si è venuto a sapere che la poveretta aveva mentito sul suo alibi, solo perché era andata ad un appuntamento con il suo amante, il quale ha confermato di essere stato in sua compagnia per tutta la giornata, e che Kristopher sarebbe rimasto a casa a badare sua madre al suo posto. Invece il moccioso aveva dichiarato di trovarsi a scuola durante l’assassinio; ma la cosa che, più di tutti, lo ha incastrato, è stato dirmi di aver letto su un libro che la ginestra serve a fare veleni: ci avrei scommesso che su quel libro c’era tutta la ricetta!”.
“Immagino la faccia di Sebastian quando gli hai dato questa spiegazione” rise Hanna: “Conoscendolo avrà storto il naso appena l'ha sentita”.
Appoggiai sul tavolino di fianco a me il centrotavola e, espirando, mi lasciai andare sulla sedia a dondolo: “Diciamo che non solo lui ha storto il naso, ma si sono dovuti ricredere quanto ho fatto confessare Kristopher con un interrogatorio degno del miglior detective!”.
“Tipico da te mamma” commentò la ragazza e io risposi: “Un bambino che legge la Divina commedia non è di sicuro uno stupido, ma è comunque un bambino…I superiori di Sebastian tuttavia hanno dovuto nascondere il caso ai giornali perché non se la sentivano di mettere alla gogna un bambino, ma io mi chiedo: cosa deve aver passato quel moccioso per aver deciso di uccidere la propria madre?”.
Hanna sospirò, mettendosi a sedere davanti a me: “E’ come hai detto tu mamma” cominciò scrocchiandosi le dita: “E’ pur sempre un bambino, e chi li capisce?”.
“Già” concordai sorridendo: “ma tutto bene quel che finisce bene: Kristopher ora seguirà un percorso di rieducazione in un carcere per minorenni, e per la povera Benedicte Anderson è stata fatta giustizia!”.
Ilenia Sambri
In un paesino sperduto del centro Italia si era da poco trasferita una coppia di coniugi, i signori Volpi. La signora Volpi era uscita di casa per fare le sue commissioni e quando tornò, trovò il marito steso a terra con un coltello da cucina conficcato nel petto.
“Venite! Venite! Mio marito è stato assassinato!” disse la donna quando chiamò la polizia.
Poco dopo arrivò a casa il signor Landi, l’investigatore.
Dato che la moglie non aveva idea di chi potesse essere l’assassino, Landi aveva bisogno di informazioni, perciò contattò due persone:
il signor Carati che era anche un abilissimo orafo, oltre che un fidatissimo amico di famiglia che viveva nello stesso paese di provenienza della coppia, e la persona che più di tutti conosceva i pettegolezzi del paese, la signorina Barbara, la parrucchiera.
“Signore, lei sa chi può aver fatto ciò al signor Volpi?” disse Landi.
“No. Non ne ho veramente idea” rispose Carati “Ma… cos’ha là dentro?” disse indicando il sacchettino di plastica ermetico in mano all’investigatore.
“Oh, qui? E’ un anello che ho trovato accanto al cadavere. Perché, le fa venire in mente qualcosa?”
“Sì, ho prodotto io quell’anello. Lo aveva acquistato un’anziana signora che mi disse che quando sarebbe morta lo avrebbe dato in eredità a sua figlia che fa la pasticciera qui.”
“Sì, è vero!” intervenne Barbara, la parrucchiera “E’ della signorina Amelia, me lo mostrò una volta. So tutto di lei: viene da me spesso e una volta mi raccontò che da più giovane un uomo la mise incinta rovinandole la vita e lei si trasferì qui per cambiare vita. Ma sapete qual è il fatto più sconcertante? Quell’uomo era proprio il signor Volpi.”
Landi guardò con la coda dell’occhio la signora Volpi: era impassibile, come se sapesse già tutto.
Tutti gli indizi conducevano ad Amelia, la pasticciera, per questo Landi si diresse verso la sua bottega.
Aprì la porta ed entrò:
“Signorina Amelia?”
La donna annuì.
“Lei è in arresto per l’omicidio del signor Volpi.”
“Non so di cosa parla, signore.”
“Avanti signora, non menta! Sappiamo tutto della sua storia con il signor Volpi: quando l’ha messa incinta, rovinandole la vita, lei per cambiare vita è venuta qui, ma il rancore verso di lui non si è indebolito con gli anni e, una volta saputo che il signor Volpi si era trasferito qui, lei ha avuto la possibilità di vendicarsi. E’ andata a casa sua e lo ha accoltellato. In più abbiamo trovato il suo anello al lato del cadavere; deve averlo perso mentre lo accoltellava!” disse mostrandole l’anello.
“No! Il mio anello è qui, sulla mensola: è la prima volta che lo tolgo oggi, me lo aveva consigliato una persona.”
Landi guardò sulla mensola, niente anello, solo vasi con zucchero e farina.
“Per cortesia, signora” disse Landi “Arrestatela!” continuò rivolgendosi a due agenti.
Prima di uscire dalla bottega, Landi, preso dalla tentazione, afferrò uno dei pasticcini esposti, lo avvicinò alla bocca, lo morse e… per poco non si ruppe un dente!
“Aspettate!” esclamò.
Si diresse poi verso la casa dei Volpi. Quando entrò in casa non fu molto sorpreso di trovare lì oltre che la signora Volpi, anche Carati.
“Allora investigatore, ha arrestato quell’assassina?” disse in modo spregevole la signora Volpi.
“Basta fingere! Non era necessario uccidere un uomo per stare insieme” disse Landi “Ho capito tutto, la vostra relazione, l’anello.”
“Si sbaglia” disse Carati.
“Ah sì? E questo come lo spiega?” disse Landi mostrando due anelli. “Sono perfettamente identici, uno l’ho trovato sulla scena del crimine, l’altro invece in un pasticcino della signorina Amelia.
Lo ha anche detto, ha prodotto lei il primo anello e solo lei sarebbe stato in grado di farne una copia. Giusto Carati?” continuò “In quanto a lei, signora Volpi, sappiamo tutti dov’è andata la mattina del delitto: nella bottega della signorina Amelia! Lì le ha consigliato di togliersi l’anello e lo ha buttato nell’impasto dei pasticcini per incastrarla, sperando che io non lo trovassi.”
“Non è vero!” negarono entrambi.
“Conoscevate benissimo la storia della signorina Amelia e volevate sfruttarla per mettervi finalmente insieme.
Il signor Volpi non avrebbe mai accettato di divorziare, vero? Quindi avete preferito collaborare per farlo fuori! E’ andata così: mentre lei, signora Volpi, era fuori, il suo amato signor Carati uccise suo marito, giusto?”. Landi non ottenne risposta. “Bene, un altro caso risolto, arrestateli!” concluse rivolgendosi ai due agenti.