Esiste una fantasia popolare, al pari di una fantasia infantile e di una fantasia colta. È una fantasia che si esprime in testi poetici improvvisati, in filastrocche quasi didattiche, in scioglilingua a volte mordaci, a volte privi di senso, in versi affiancati per il puro desiderio di giocare con la parola. Questa fantasia schietta e svincolata da esigenze letterarie non ci propone forse un dialetto originario, ma indubbiamente aiuta a ricostruire contesti, credenze ed abitudini, nonché, in qualche caso, a ricordare persone ed ambienti caratteristici, ai quali la comunità era legata per la funzione che ricoprivano.
Nelle filastrocche e nei giochi linguistici emerge, generalmente, la parte goliardica del dialetto, ma vi si trovano, tuttavia, pillole di saggezza più incisive delle riflessioni rinvenibili nei detti e nei proverbi. In particolare, accanto alle composizioni senza finalità precise ed in qualche caso prive di significato, sono interessanti i testi legati alle ricorrenze, al rapporto tra attività e clima, alla religiosità locale, ma anche quelle che sottolineano pregi e difetti di persone.
Quistióni de Cuntijànu...
Pizzu e pizzu agnelu...
Pizzu e pizzu agnelu
nne vengo dda sant'Agnelu,
sant'Agnelu e Micchèle
che Ddio ce manni bbene,
dde pane e dde vinu,
dde càciu pecorinu,
'a fonte dde Milano
che respónne a Cuntijanu.
Ce recànta 'u cuccuruccù,
pija 'a bella e vattene tu.
(Pizzo e pizzo angelo, vengo da Sant'Angelo,
Sant'Angelo e Michele che Dio ci invii del bene,
di pane e di vino, di formaggio pecorino,
l'acqua della fonte di Milano che corrisponde a Contigliano.
Canta ancora lo cuccurucù, prendi la bella e vai via tu)
È la filastrocca regina del dialetto contiglianese, della quale non si conosce l'origine. Forse rappresentava una rassegna delle bontà del territorio ad economia rurale ed al tempo stesso una richiesta di benedizione. In tal senso non si esclude che sia giunta a noi incompleta. La parte finale (ce recanta...) è certamente un'aggiunta successiva alla trasformazione del testo in una conta ad esclusione (... vattene tu) nei giochi infantili.
'U calènne
San Jacu e San Felippu che vié 'na vòrta a ll'anno,
sàppime di' se mòro o se campo;
se campo abbónna,
se mòro affónna.
(San Giacomo e San Filippo che venite una volta all'anno,
ditemi se morirò o se ancora vivrò;
se viene a galla vivrò, se va a fondo morirò)
Formula recitata in occasione del Calendimaggio, festa primaverile. Vengono invocati i santi Giacomo e Filippo, festeggiati il 3 maggio. La formula era associata al rituale, che si teneva il primo maggio e ormai disusato, di gettare uno spicchio del gheriglio di noce in un bicchiere di vino, nella speranza che galleggiasse. Alla prova dei fatti, la leggerezza del gheriglio faceva sì che il responso fosse sempre favorevole.
A céppe e co' ll'incénzu...
A céppe e co' ll'incénzu
San Micchéle e San Vincénzu;
Santu Toméo e San Giuànni
'u faóre tutti ll'anni.
(Campana a distesa e incenso per S. Michele e S. Vincenzo;
S. Tommaso e S. Giovanni il falò tutti gli anni).
Sintesi delle ricorrenze religiose molto sentite in passato. San Michele Arcangelo è il patrono di Contigliano. Condivide questo primato con San Vincenzo Ferreri, al quale è intitolata la prima cappella di sinistra nella Collegiata, la cui decorazione venne finanziata interamente dalla Comunità della terra di Contigliano. Rispetto ad oggi, alla festa del patrono (29 settembre) veniva dato grande rilievo, con campane a distesa (céppe = campana spinta dall'alto con i piedi) e messa solenne (L'incensazione è prevista nelle liturgie della grandi festività come il Natale). La festa di Santo Toméo (dal lat. Toma = Tommaso), cioè Tommaso Apostolo, è in realtà l'Ascensione, ma per i contiglianesi è da sempre associata alla scampagnata in località montana Fonte Cerro, dove è ubicata una chiesetta intitolata all'apostolo che esitò a credere nella resurrezione di Cristo, nella quale annualmente viene celebrata la messa. La sera precedente la festa dell'Ascensione (ma anche quella precdente la festa di San Giovanni Battista, il 24 giugno), veniva, acceso un grande fuoco (faóre).
A bella cospètta...
'A bella cospétta de Collebbaccaru,
San Felìppu ciommanicaru,
Cuntijanu puttaniéru.
(Il bel cespuglio di Collebaccaro,
le lumache di San Filippo,
le puttane di Contigliano).
Rassegna di elementi caratterizzanti e tre abitati principali del territorio contiglianese. Il testo rappresenta una sorta di presa in giro reciproca tra abitanti del centro urbano e le due più grandi frazioni. L'immagine dell'abitato di Contigliano vi risulta decisamente la meno edificante: se Collebaccaro si contraddistingue solo per dei bei cespugli e San Filippo solo per le lumache, Contigliano brilla per la leggerezza coniugale del gentil sesso!
Friddu e callu.
Sant'Antòniu gran freddùra,
San Lorénzu gran callùra,
l'unu e l'àntru pocu dura.
(Sant'Antonio grande freddo,
San Lorenzo grande caldo,
l'uno e l'altro durano poco)
Sintesi rimata della percezione climatica del mondo contadino. Nella piana reatina, normalmente, le temperature non eccedono i valori tipici delle zone cosiddette temperate. Il mese più freddo è in genere gennaio. I contadini prendevano come punto di riferimento la festa di S. Antonio Abate, che cade il 17 gennaio, per individuare il periodo più rigido dell'inverno. Quanto all'estate, la festa di S. Lorenzo, il 10 agosto, costituiva la data che introduceva un'estate più mite e temperature accettabili. Ovviamente, le considerazioni degli antenati non tenevano conto delle variazioni climatiche dovuta sia ai movimenti astronomici, sia all'intervento umano che ha modificato l'assetto dell'atmosfera attorno alla Terra.
Quistióni de trippa...
I gnócchi de mamma...
Mamma ha fattu i gnócchi
co 'o sugu dde i bacarózzi;
doppu ll'ha 'ncaciàti
e 'u mìciu se ll'ha magnàti.
(Mamma ha fatto gli gnocchi con un sugo di bacarozzi;
li ha conditi con il formaggio, poi li ha mangiati il gatto)
Inutile cercare il significato di questa filastrocca. Si desume tuttavia che sugo di bacarozzi stia per sugo dal sapore sgradevole che nemmeno una spolverata di formaggio riesce a mitigare, tanto che gli gnòcchi in questione finiscono nello stomaco del gatto, il quale non ha troppe pretese.
Pane, vinu e carne...
Oggi è festa,
mìtti 'o pane 'a nna canestra,
'o vinu 'a nnu picchére
e 'a carne 'a nnu tajére.
(Oggi è festa, mette il pane nel canestro,
il vino nel bicchiere e la carne nel tagliere)
Enunciazione sulla particolarità dei giorni festivi. Il cibo è da sempre una una caratteristica che permette di distinguere fra i periodi dell'anno e fra i gironi della settimana. Basti pensare ai prodotti alimentari commercializzati solo per il Natale e per la Pasqua, o a modi di dire quali: "giovedì gnocchi!". In passato, sulle tavole dei giorni speciali, come le feste, ed a volte la stessa domenica, gli alimenti discriminanti, rispetto alla ferialità, erano la carne ed i dolci, ai quali si associava l'incremento delle quantità di pane, pasta e vino. Questa sorta di differenziazione alimentare, ovviamente dettata dalla miseria di molte famiglie, era comunque rispettata sia dai contadini, che allevavano animali da carne, sia da coloro economicamente in grado di accedere ad una maggiore varietà alimentare. Il cibo veniva considerato segno e da esso dipendeva un diverso uso delle stoviglie e degli ambienti, nonché la gerarchia dei giorni nel calendario.
Beatu chi è beatu...
Beàtu chi è beàtu
a mmì non tòcca;
chi beve 'o vinu,
chi ll'acqua dde 'u pùzzu.
(Beato chi è beato e non sono io;
chi beve vino e chi l'acqua del pozzo)
Amara ed essenziale considerazione sulle fortune della vita. Chi nasce fortunato (beàtu) lo sarà per sempre, a differenza di chi non è toccato dalla buona sorte. Questa sorta di predestinazione è anche uno dei motivi delle disuguaglianze, della distanza che separa i ricchi dai poveri: i primi versano sempre vino dalle caraffe, i secondi debbono accontentarsi dell'acqua del pozzo.
Trippa méa
Trippa méa fatte capanna,
mejo crepàne che nne remànga.
(Pancia mia diventa larga,
meglio crepare che lasciare una buona pietanza).
Considerazione di un goloso o atteggiamento di prevenzione dello spreco? I due versi possono essere considerati tanto un modo di dire valido ogni volta che ci si trova dinanzi ad una pietanza gustosa, quanto un avvertimento per coloro sprecano il cibo. Del resto, il contesto socio-economico in cui nascono, ossia quello dei contadini, si presta ad accogliere entrambi le spiegazioni.
'A ricòtta de 'u signore
'U più signore 'e San Felippu
pe' lla fame non se règge rìttu.
Se sentìa de venì minu,
jéo 'a ricòtta jó a Catinu
e arriò pròpiu a puntìnu
che 'a ricòtta stéanu a fa'.
Je nne détteru 'na trocchétta,
un filàru e mézu ce sse fétta.
Fra siéru, ricòtta e pane
non se potéa resatollàne;
'ella trippa era rencréppa
e ogni crespa 'n bóttu fa.
(Il più ricco di S. Filippo, per la fame non si reggeva in piedi.
Si sentiva venir meno, andò a prendere la ricotta a Poggio Catino
e arrivò giusto al momento in cui la stavano facendo.
Gliene dettero una ciotola, ci inzuppò, affettato, un filone e mezzo di pane.
Fra siero, ricotta e pane non finiva di saziarsi;
la pancia aveva così tirata che ogni piega faceva un botto)
Testo quasi satirico nato come presa in giro degli abitanti della frazione di San Filippo. Il tema è l'ingordigia. L'uomo più in vista di San Filippo rappresenta qui tutta la popolazione della frazione, ritenuta insaziabile, al punto di eccedere fino all'estremo.
Quistióni de culu...
Ciuétta e palétta
Vàttene ciuétta,
che tte còcio 'u culu co' 'a palétta!
(Vattene civetta, altrimenti ti brucio il sedere con la paletta bollente del camino)
Rima che sintetizza la superstizione circa la natura delle civette. L'aspetto e la vita notturna non hanno aiutato la civetta a farsi una buona reputazione. Di fatto la presenza della civetta, con il suo verso inquietante, in prossimità di un'abitazione nella quale si trovava un moribondo è stata per lungo tempo ritenuta portatrice di sventura, al punto che, una volta catturato, non era infrequente che l'animale venisse inchiodato vivo alla porta di casa per allontanare i malefici. In realtà, il fiuto raffinato dei rapaci percepisce l'arrivo della morte molto prima degli umani e li spinge ad approssimarsi là dove potrebbe prepararsi il pranzo giornaliero.
Quanno 'u culu renne...
Quanno 'a bocca pija e 'u culu rènne
do' 'n culu 'a purga e a chi 'a vénne.
(Quando la bocca si riempie e il sedere evacua con piacere
non ho bisogno della purga e del farmacista che la vende)
Inno alla regolarità intestinale, alla faccia degli stitici. Si tratta in realtà della risposta data da un contiglianese al farmacista che gli aveva consigliato in malo di prendere una purga dopo averlo sentito emettere un sonoro peto. Questione di sopravvivenza!
'A pizza sotto a 'u culu
No' è ésto che tte nòce,
è 'a pizza sotto 'u culu che tte còce!
(Non è questo che ti da' fastidio,
è la pizza sotto il sedere che brucia)
Ammonimento per coloro che si giustificano sempre. Capita sovente che si adducano motivazioni senza fondamento per giustificare il personale malumore o atteggiamenti di risentimento, nascondendo reali motivi che potrebbero rivelare una mancanza e metterci in cattiva luce.
'Ndréa 'Ndreàja...
'Ndréa 'Ndreàja
porta 'u culu pienu 'e pàja.
'A pàja je ss'appiccia,
è 'Ndreàja che sculìcchia.
(Andrèa Andreaglia ha il sedere pieno di paglia.
La paglia prende fuoco e Andraglia agita il sedere per il bruciore).
Filastrocca per bambini senza significato. Da sottolineare il ricorrente suono ja che trasforma l'italiano gli.
'A vecchia e 'e pera
'A vecchia che magnò 'e pera còtte
tutta 'a notte non potéa cacà.
C'annete 'u prete co' 'e cianchi storte
je fece recacà 'e pera còtte.
(La vecchia che mangiò le pere cotte non poteva evacuare per tutta la notte.
Le fece visita un prete sciancato che le fece defecare le pere ingerite)
Il significato della filastrocca non è chiaro. Sembrerebbe una riflessione sul potere astringente delle pere, considerata la presenza di uno strano prete che con propri metodi riesce a liberare l'intestino di una vecchia, che per un'intera nottata aveva cercato di evacuare.
Fiòcca, fiòcca...
Fiòcca, fiòcca
'u culu s'appallòcca;
tte ss'appallòcca su ppe llu muru,
èsso màmmeta co 'u torturu.
(Nevica, nevica e il sedere si aggruma,
si aggruma lungo il muro, ecco tua madre con il bastone)
Filastrocca che i bambini recitavano come una sorta di presa in giro. Nasconde due realtà: in primo luogo che i bambini del passato vivevano e giocavano per molto tempo fuori di casa, anche in inverno; in secondo luogo che i genitori (màmmeta) esercitavano un controllo anche molto severo sull'infanzia.
Piove, pioviccica...
Piove, pioviccica,
'u culu te ss'appiccica,
te ss'appiccica su pe' llu muru,
èsso màmmeta co' 'u torturu.
(Piove, pioviggina, il culo ti si attacca,
ti si attacca al muro, ecco tua madre con il bastone).
Filastrocca recitata dai bambini. Si tratta di un semplice gioco linguistico che i bambini utilizzavano anche come forma di presa in giro verso i coetanei. Non vi è, infatti, alcun nesso tra i versi.
Scìnciu e rùnciu
Affacciate dda 'a finestra, culu scìnciu
'i stracci te li tàjo co' 'u rùnciu.
(Affacciati alla finestra, culo strappato,
gli stracci te li taglio con la roncola)
Gioco di assonanze senza significato. Il culo strappato (scìnciu) fa evidente riferimento a pantaloni lacerati. La metrica ricalca quella degli stornelli romani.
Sabbatu, pratu e mmerda...
Non ce sta sabbatu senza sòle,
non ce sta pràtu senza erba,
non ce sta camicia senza mmerda!
(Non c'è sabato senza sole,
non c'è prato senza erba,
non c'è camicia senza cacca!)
Filastrocca apparentemente senza significato. Si tratta in realtà di una costatazione legata ad un periodo di scarsa igiene, nel quale l'uso delle mutande non era diffuso. Dunque gli indumenti potevano facilmente sporcarsi di feci, tanto più che l'evacuazione avveniva sovente all'aperto e senza carta igienica
Quistióni de santi, santùcci...cristi e madonne...
Pasquarèlla Bifanìa...
Pasquarèlla Bifanìa
tutte 'e feste se porta via;
ma revè Sant'Antòniu barbone,
ne repòrta 'n saccoccióne.
(La piccola Pasqua dell'Epifania
tutte le feste si porta via;
ma arriva la festa di Sant'Antonio Abate
che ne riporta molte altre)
Esempio di sintesi sulle ricorrenze del calendario. Nella liturgia cristiana l'Epifania è considerata la prima Pasqua, perché costituisce la prima manifestazione della natura soprannaturale di Cristo e della sua missione salvifica. Chiude il ciclo del Natale ma dalla sua data dipendono le altre festività liturgiche. La festa di S. Antonio Abate prelude al carnevale, periodo di festa "laica", che, etimologicamente, fa riferimento alla carne da eliminare durante l'austera quaresima (Carnevale deriva dal latino carnem levare = togliere la carne, oppure carnem vale! = carne addio! riferito all'ultimo banchetto di carne prima della Quaresima).
Passu, passu...
Santa Locìa 'n pàssu 'e gallina,
Natale 'n passu 'e cane,
Pasquarella 'n passu 'e vitella,
Sant'Antoniu 'n passu 'e bòve.
(S. Lucia un passo di gallina, Natale un passo di cane,
Epifania un passo di vitella, S. Antonio Abate un passo di bue).
Promemoria sulla durata delle giornate dopo il solstizio d'inverno. Il componimento associa i giorni alle dimensioni del passo degli animali. Il giorno di Santa Lucia (13 dicembre) è generalmente noto per l'equa durata di giorno e notte, dunque, a ridosso del solstizio di inverno
Sant'Antoniu prutettore...
Sant'Antoniu dde 'a cellina,
sàrva 'u bbove e lla gallina.
(Sant'Antonio della cellina,
salva il bue e la gallina).
Breve scioglilingua che rappresenta forse una richiesta di protezione. S. Antonio della cellina è S. Antonio abate, festeggiato il 17 gennaio, considerato protettore degli animali e per questo raffigurato sempre con un porcellino.
Madonna dell'isola
Madonna méa dell'isola,
famme morì mójema
e famme campà l'àsena
(Madonna mia dell'isola,
fai morire mia moglie e fai campare la mia asina)
Sorta di modo di dire senza alcuna vena di malignità. Fa riferimento probabilmente al fatto che in periodi di grande miseria un'asina, che permetteva di lavorare e di spostarsi, per un uomo era paradossalmente più preziosa della stessa moglie.
Gesù Cristu e la Madonna...
Còppe e coppetéllu,
Gesù Cristu m'è fratéllu,
'a Madonna m'è commare,
bùttame qua 'n po' 'e caritàte.
(Coppe e coppetèllo, Gesù Cristo è mio fratello,
la Madonna è mia comare, fammi un po' di carità)
Formula di dubbia destinazione.
Il contenuto fa pensare ad una formula di questuanti, ma non si esclude che possa essere un modo goliardico di richiedere qualcosa ad un amico. Vi vengono nominati Cristo e la Madonna quali testimoni dell'onestà e della buona fede del richiedente. Còppe e coppetéllu potrebbero far riferimento al recipiente mostrato per l'elemosina.
Che Dio ve benedica...
Che Ddio ve benedica,
co' 'a crosta e lla mojìca,
co' i tizzùni e co' 'e séppe,
Crìstu, Maria e Giuseppe.
(Che Dio vi benedica, con la crosta e la mollica,
con i tizzoni e le zeppe, Cristo, Maria e Giuseppe).
Benedizione apparentemente canzonatoria. Un'anziana spiegava, tuttavia, che la filastrocca contiene gli elementi essenziali per la sopravvivenza della famiglia ( Cristo, Maria e Giuseppe): il pane ed il fuoco.
A léttu me nne vo'...
A léttu, a léttu me nne vo',
l'ànema méa a Ddio la do'.
A Ddio e a San Giuànni
che 'u diaùlu non ce 'nganni,
ne' dde notte ne dde dì,
finu a 'u giorno de morì.
Da capu a 'u lettu miu
ce sta l'angelu de Ddio.
Da piedi e da 'n latu
ce sta l'angelu beàtu.
Dde qua e de llà
'a Santissima Trinità.
Me butto in quistu lettu,
non so' se mme nne rìzzo.
Tre cóse a Cristu chiedo:
confissióne, communione, óju santu,
Padre, Fiju e Spiritu Santu.
(A letto a letto me ne vo', l’anima mia a Dio la do';
A Dio e a San Giovanni che il diavolo non ci inganni,
né de notte né de giorno, fino al giorno di morire.
Ai piedi ed a capo del letto c'è l'angelo beato.
Di qua e di là la Santissima Trinità.
Mi corico in questo letto e non so' se mi alzerò.
tre coso chiedo a Cristo: confessione, comunione ed olio santo,
Padre, Figlio e Spirito Santo)
Preghiera ottocentesca recitata prima del riposo. Il testo è la trasformazione di un'antica preghiera abruzzese, dalla quale sono state estromesse le invocazioni alla Vergine Maria. In genere erano i bambini che venivano indotti a recitarla prima di addormentarsi. L'accento è posto sulla Trinità.
Ho vìstu... Maria e Cristu...
Ho vìstu Maria,
stéa a piàgne pe' lla vìa,
ho vìstu Gesù Cristu,
co' 'a croce mutu e trìstu.
Llà 'n croce l'hàu 'nchioàtu,
'e mani j'hàu 'nfilatu.
A pié de 'a croce stéa
accoràta 'a mamma séa,
'a vèsta se strappava
e 'u còre je crepàva.
(Ho visto Maria, stava piangendo per la via;
ho visto Gesù Cristo, portare la croce, muto e sofferente.
Sulla croce l'hanno inchiodato, le mani gli hanno forato.
Ai piedi della croce stava addolorata sua madre,
la veste si strappava e il cuore le scoppiava).
Orazione recitata come sorta di lamentazione nella veglia del Venerdì Santo. Si tratta di un'antica lamentazione che nessuno ricorda più. La ripeteva a suo nipote la signora Fusacchia Maria, la quale riferiva che le ragazze la recitavano almeno fino agli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale. Dal contenuto e dalla metrica si può supporre che sia il frutto dell'adattamento di una lauda.
Quistióni de bestie e de bestiole...
Àsenu e ciùcciu
'Na bòtta de sella,
'na bòtta de schjna,
'na botta de groppa,
l'àsenu corre
e 'u ciùcciu galoppa.
(Una botta di sella, una botta di schiena, una botta di groppa,
l'asino corre e il ciuco galoppa)
Filastrocca senza un preciso significato. Forse il testo vuole dire che solo gesti energici e botte inducono a muoversi animali proverbialmente testardi come l'asino ed il ciuco.
'A sorgàccia
Una sorgàccia sucià
a casa mme rentrò;
innótte rosecàva
i cassìtti dde 'u commò.
(Una topaccia lurida dentro casa entrò;
questa notte rosicchiava i cassetti del comò)
Filastrocca senza significato. Una verità la rivela: un volta la presenza dei topi nelle case era del tutto normale.
'U pórcu de Sant'Andréa'
Sant'Andréa
'u pórcu pe lla ciànca tenéa.
Je disse San Tomàssu:
"Lascialu stà, che ancora nn'è gràssu!"
(S. Andrèa il maiale vicino alla gamba aveva.
Gli disse S. Tommaso: "Lascialo stare, perché ancora non è grasso)
Promemoria per l'uccisione del maiale. I nomi dei due santi, Andrea e Tommaso, fanno riferimento alle date ad essi associate nel calendario. S. Andrea è certamente Andrea apostolo, la cui festa cade il 3 novembre; S. Tommaso è probabilmente Tommaso d'Aquino, ricordato il 28 gennaio. Uccidere il maiale e lavorare la sua carne ai primi di dicembre, cioè a fine autunno, non è consigliabile: meglio provvedere il mese successivo.
Quistióni de témpu...
No' mme serve l'orològgiu!
'O vìdu tutti che sse fa notte,
'u vàlle canta a mezzanotte,
'a matìna te tè dde cacà,
de ll'orològgiu che tte nne fa'?
(Lo vendono tutti che si fa notte, il gallo canta a mezzanotte,
la mattina vai al bagno, cosa te ne fai dell'orologio?)
Constatazione di un contadino. Per coloro che svolgevano continui lavori nei campi il sole era un riferimento temporale costante. Nelle ore notturne c'era poco da fare. Senza luce elettrica, senza divagazioni "mediatiche" i contadini raggiungevano il letto molto prima di "carosello", specialmente in inverno, quando le coperte costituivano il riparo più efficace dal freddo. Quale utilità poteva avere l'orologio?
Allòggia e cammina
Allòggia quanno allòggia 'a gallina
e quànno canta 'u vàlle tu cammina.
(Coricati quando le galline rientrano nel pollaio
e mettiti in viaggio quando canta il gallo).
Filastrocca che puntualizza due momenti salienti della giornata. Prima dell'invenzione della luce elettrica, il tempo "vivibile" era decisamente inferiore a quello che l'impiego dell'illuminazione notturna avrebbe consentito e che oggi consente, tanto che possiamo parlare di "vita notturna". In ambito rurale, la dinamica dei pollai, dove galline e polli mostravano di avere una buona percezione dell'arrivo del buio, dava in qualche modo dei riferimenti per l'inizio del tempo di riposo e di quello delle attività.
Quanno succede?
Vo' sapé quanno succede?
Quanno Pasqua vè de maggiu,
quanno 'a fìcora fiorisce,
quanno a mula partorisce.
(Vuoi sapere quando accade? Quando la Pasqua cade nel mese di maggio,
quando i fico fiorisce, quando la mula partorisce).
Formula usata come risposta ad un interlocutore che chiede qualcosa di irrealizzabile. Gli elementi contenuti nei versi fanno riferimento ad eventi impossibili. La Pasqua viene determinata in base alle lunazioni e cade sempre in quella di marzo (quindi il massimo entro il mese di aprile), il fico non non ha fiori esterni perché la fioritura avviene all'interno della buccia e la mula, essendo un ibrido, è sterile e non partorirà mai.
Rizzate...
Rizzate dda 'u léttu,
mìttite assettàtu,
mìttite i cibùssi
e monta a' fóssu pe' lla lungarèlla.
'U falalànu ha scarmijatu i mataràssi
e 'a somàra sta' a recchie rìtte, ràja e vo' magnà.
(Alzati dal letto, mettiti seduto, infila gli scarponi
e risali il fossato lungo il suo corso.
Il lanaiolo ha pettinato la lana dei materassi
e l'asina ha alzato le orecchie, raglia e vuole mangiare).
Probabile sintesi della levata dell'allevatore. Mentre la prima parte del testo descrive una serie di azioni coerenti con le fasi del risveglio e lo spostamento verso il luogo dove si trovano gli animali al pascolo, il riferimento all'attività del lanaiolo appare priva di nesso anche con l'indicazione dell'atteggiamento dell'asina che attende il padrone che le porterà il cibo. Forse anche inizio del lavoro del lanaiolo è precoce e da riferimenti alla sveglia dell'allevatore.
Quistióni de parole...
Canti e sòni
Co' 'sti canti e co' 'sti sòni,
mm'éte rùttu 'i cojùni;
co' 'sti sòni e co' 'sti canti,
ll'éte rutti a tutti quanti.
(Con questi canti e con questi suoni, mi avete rotto i coglioni;
con questi suoni e con questi canti li avete rotti a tutti quanti)
Cantilena goliardica di ammonimento. Molte volte parole ed azioni sono fuori luogo e finiscono per irritare chi, in quel momento, vorrebbe occuparsi di altro.
Cióppu gallóppu...
Cióppu gallóppu
che vìnni le mela,
prèstame mójeta
pe' masséra.
(Zoppo galloppo che vendi le mele,
prestami tua moglie questa sera).
Filastrocca senza un preciso significato. Chissà per quale motivo la moglie del venditore di mele zoppo dovrà prestare sua moglie?
Tiritalla, tiritalla...
Tiritalla, tiritalla,
zì prete sòna e zì mòneca balla;
se revorda 'a carriola,
zì prete balla e zì mòneca sòna.
(Tiritalla, tiritalla, zio prete suona e zia monaca balla;
la carriola si ribalta, zio prete balla e zia monaca canta).
Filastrocca che nasconde un monito sull'incertezza della vita. La carriola che si ribalta indica in cambiamento di situazione che potrebbe coinvolge le persone, qui rappresentate dal prete e dalla monaca, le quali potrebbero essere costrette a subire un periodo di ristrettezze dopo aver vissuto un periodo di abbondanza, come espresso dall'inversione delle azioni compiute dai due religiosi.
Zucca pelata...
Zucca pelata co' céntu capìlli,
tutta 'a notte cantanu i rìlli
e je fàu 'a serenata,
zucca pelata, zucca pelata.
(Zucca pelata con cento capelli, tutta la notte cantano i grilli
e fanno loro la serenata, zucca pelata, zucca pelata)
Filastrocca per bambini senza significato.
'Ntòcca e non te tócca
Se ì 'ntìsu de 'ntoccà a tì 'n te tócca;
se dde 'ntoccà non ì sentìtu,
sì mórtu e seppellitu.
(Se ha sentito i rintocchi funebri della campana, vuol dire che a te non tocca morire;
se non hai sentito i rintocchi vuol dire che sei morto e seppellito).
Scioglilingua apparentemente banale e scontato. Si tratta in realtà di una riflessione legata esclusivamente agli abitanti del centro storico, i quali comprendevano dal tipo di rintocco quando la campana principale annunciava il decesso di un concittadino, ed anche se si trattasse di un maschio o di una femmina.
Amore, mùccu tintu...
Amore mio, mùccu tintu
ma come hì fattu
che tte ll'hì tintu tuttu!
(Amore mio, viso dipinto,
ma come hai fatto a tingertelo tutto!)
Bisticcio-allitterazione senza significato.
Eranu tre...
Eranu tre che jéanu a caccia:
becchinu, beccone e beccaccia.
Unu era sùrdu, unu era ciécu, unu era cióppu.
Disse 'u sùrdu: "Io sento 'n tùrdu".
Disse 'u ciécu: "Io 'u 'édo".
Disse 'u cióppu: "Jémo
sémo 'n tre che l'arrivémo!"
(Erano tre che andarono a caccia: becchino, beccone, beccaccia.
Uno era sordo, uno era cieco, uno era zoppo.
Disse il sordo: "Sento un tordo". Disse il cieco: "Lo vedo".
Disse lo zoppo: "Siamo in tre, dai che lo raggiungiamo").
Testo dal tono decisamente ironico. I tre rappresentano tutti coloro che pretendono di fare ciò per il quale non hanno attitudine e competenza. L'interpretazione è aperta, ma il tordo se la caverà!
'Ntigni e màgna...
'Ntigni e màgna,
'ntigni e màgna,
co' nguenguerenguè,
co' junturìllu...
Intraducibile. Testo senza significato. Si desumono solo intingere ('ntigni) e mangiare (màgna). Si tratta semplicemente di uno scherzoso gioco linguistico per riprodurre la cadenza del suono emesso dalle campane di Collebaccaro, frazione di Contigliano.
Èsso Maghella!
Èsso Maghella! Èsso Maghella!
Pòrta 'a barrózza càrga dde zélla,
sù ppe' lla Lanna 'a va' a scargà.
Èsso Maghella! Fàllu passà!
Passa Maghella! Passa Maghella!
'U reconùsci pe' lla fiatèlla.
Checca lu chiama, e issu che fa'?
Co' 'n sant'antoniu 'a fa' volà.
(Ecco Maghella! Ecco Maghella! Sopra il furgone pieno di immondizia,
in cima alla Lanna lo va a scaricare.
Ecco Maghella! Fallo passare!
Passa Maghella! Passa Maghella! Lo riconosci dall'alito alticcio.
Checca lo chiama, e lui che fa?
Con una bestemmia a S. Antonio la fa volare).
Filastrocca composta per gioco da un dodicenne di Contigliano Alta nel 1975. Il personaggio soprannominato Maghella è Giancarlo Pittoni, addetto alla raccolta dei rifiuti prima che venissero istituiti gli operatori ecologici, noto per la grande passione per il succo d'uva. Nel suo motocarro scorticàtu ammassava sacchi d'immondizia che depositava in due o tre discariche. Aveva adottato una cornacchia nera, alla quale aveva affibbiato il nome di Checca, ma non sempre la trattava bene perché l'animale aveva l'abitudine di entrare nelle case attraverso le finestre aperte e rubare oggetti di metallo.