In tutte le comunità avvengono fatti o si verificano situazioni che per comicità o paradossalità finiscono per rimanere nella memoria, divenendo dei veri e propri aneddoti. Di seguito, divise per argomento, sono raccolte alcune storielle che hanno coinvolto persone di Contigliano, delle quali, in qualche caso viene riferito il nome per ricordare con affetto la spontaneità e l'ironia che li contraddistingueva. Nel volume Cuntijaneide di Gilberto Rocchi gli aneddoti si trovano sovente all'interno delle spiegazioni terminologiche e vengono interamente narrati in forma dialettale. Quelli riportati in questo contesto, presentano la parte narrativa trascritta in lingua italiana, e propongono in dialetto soltanto i dialoghi e le descrizioni fatte dai protagonisti degli episodi.
CRISTIANI E CRISTIANUCCI...
'U pranzu de 'u prefèttu
Un benestante di Contigliano aveva sposato una donna ricca ma cafonotta. I due furono invitati ad un pranzo dal prefetto di Rieti e l'uomo, per prevenire inopportune figuracce, fece alla moglie una raccomandazione:
- Màgna e bìvi 'ello che tte pare, ma non parlàssi mai, sennò tu redìci i soliti sfonnùni e me fai fa' brutta figura - .
La donna rimase muta fino al termine del pranzo, ma quando il cameriere le si avvicinò per chiederle se volesse di nuovo del dolce, dimenticò la raccomandazione del marito ed esclamò, suscitando una risata collettiva:
- Grazzie, fiju meu, no' nne vòjo più. Pe' quantu hàjo magnatu me so' abbottàta come 'na cécca!1 -.
Nota
1. La cecca è la femmina del tacchino, il quale veniva ingrassato per il pranzo di Natale.
'U mórtu de stravizzi
Al funerale di un contiglianese, molto conosciuto negli anni '60 del XX sec., parteciparono numerose persone. La sera prima delle esequie, nella camera ardente allestita nella casa del defunto, si trovavano, fra gli altri, due compaesane note per la reciproca antipatia. Una delle due, che aveva fama di essere eccessivamente chiacchierona e di sproloquiare fuori contesto in ogni situazione, iniziò ad interloquire, dinanzi alla bara ancora aperta, con un figlio della salma, visibilmente provato.
- Tante condojànze - disse, sedendosi vicino al congiunto.
- Grazie - rispose l'uomo, chiamato in causa.
Quella continuò:
- Se nn'è ìtu cocì, all'impruvisu... Pure papà se nn'è itu all'impruvisu... Ma issu non facéa i stravizzi -.
L'uomo la guardò perplesso e l'altra donna, avvedendosene, cominciò ad emettere colpi di tosse, intuendo dove la pettegola volesse andare a parare.
Ma quella continuò senza batter ciglio:
- Dàje oggi e dàje dimà ... Un brau cristianu, eh... Ma quanno te llo caggiùni... E fuma de qua e bìvi de llà... Doppu co' chi te lla pìji, ... co' Gesù Cristu? ... Illi che so' sani e libberi pure pure... -.
A questo punto l'uomo la interruppe a voce alta, decisamente irritato:
- Signò, ma ssi venutà a vedé papà o a róppe i cojùni? -
Visibilmente colpita, la chiacchierona si guardò attorno ed incrociò lo sguardo soddisfatto dell'odiata compaesana, la quale, fissandola, sentenziò:
- E bbe! 'L'avrìa dìttu pure 'u mórtu! -
L'armi da fócu...
Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale vennero affissi degli avvisi che intimavano a tutti i cittadini di consegnare alle forze dell'ordine tutte le armi da fuoco in loro possesso. Un contiglianese, conosciuto come un burlone, si presentò dai carabinieri con un para-cenere, due alari, un attizzatoio ed una paletta di ferro. Il maresciallo, meravigliato, chiese spiegazioni e l'uomo dichiarò:
- Éte chiestu de consegnà ll'armi da fócu e io éste ce tèngo; anzi, rèto a 'u camminu, ce tèngo pure 'n sassu, se volete ve porto pure illu! -.
Tèh, commà!
Subito dopo la seconda guerra mondiale, agli inizi degli anni Cinquanta del XX sec., la povertà rendeva precaria la situazione sanitaria. In varie case del centro storico di Contigliano i servizi igienici non esistevano ed i membri delle famiglie evacuavano in recipienti (orinàli) che ogni mattina venivano svuotati. Ma spesso provvedevano in altro modo.
All'albeggiare di un giorno d'estate, una donna aprì le imposte della finestra su via Covour e vide avanzare, a passo sostenuto, una compaesana conosciuta come Cella Turchina. Costei, del cui soprannome si può congetturare, non aveva l'abitudine di levarsi al sorgere del sole e per questo la sua presenza in strada suscitò la curiosità della donna alla finestra, la quale chiese:
- Cella Turchì, te sì arzàta de bonòra! -
- Tèngo da fa', commà! - rispose Cella Turchina accelerando.
- E che dìvi da fa' che ancora è scuru? - insistette la donna con tono malizioso.
- E a tì che tte frega? - replicò sgarbatamente la passante, tenendosi l'addome.
- A mì no' mme frega cósa, ma non t'àjo mai vìstu jì cocì dde prèscia 'a matina prestu - rincarò l'affacciata.
Spazientita dall'insistente interlocutrice, Cella Turchina sbottò:
- 'O vó sapé perché sò scappata cocì prestu? Stamatina me ss'è 'mpìta prima! Tèh, commà! -.
E allargando le gambe sotto la lunga gonna, urinò copiosamente con un sospiro liberatorio.
Che jì datu oggi a Lilla?
A Contigliano Alta, in via Cavour, poco prima di piazza XX settembre, viveva Artemisia, donna molto particolare che, dopo la morte del marito, si era circondata di cani. Aveva una certa predilezione per Lilla, cagna tarchiata e abbondantemente sovrappeso. L'animale era diventato l'oggetto di scherno di un compaesano, il quale, ogni volta che lo incontrava con la padrona se ne usciva con commenti fuori luogo:
- Artemì, che jì datu oggi a Lilla, un mataràssu? -.
La donna spesso ignorava, ma talvolta rispondeva piccata:
- Hì ruttu ì cojùni! Lasciala pèrde Lilla! -.
Un giorno, dinanzi all'entrata di un negozio, in presenza di molte persone, l'inopportuno concittadino oltrepassò il limite di sopportazione della donna, ironizzando sui genitali della cagna:
- Artemì, ssa càna porta 'na trippa che je ll'ha nascosta! -.
Senza alterarsi Artemisia rispose:
- Hì raggione! Ma mójeta, che 'a trippa no' 'a porta, ll'ha nnascosta a tì e ll'ha scopèrta a ll'àntri! -.
Ci rimise la cagna, colpita da un calcio dell'uomo che se ne andò imprecando. Artemisia aveva forse colto nel segno?
A teatru...
Un contiglianese onesto e riservato, a suo agio solo in casa con la sua famiglia e con il lavoro di contadino, nel terreno lasciatogli dal padre, fu convinto ad andare a Rieti al teatro Vespasiano. Fatalità volle che proprio la sera dello spettacolo teatrale, una sera di dicembre, si abbattesse sulla città un uragano, che causò molti danni. L'energia elettrica saltò e gli spettatori del teatro furono costretti ad andarsene fra le molte difficoltà causate dal vento e dalla pioggia copiosa. Mentre ritornava al paese, il contiglianese imprecava contro quelli che lo avevano convinto ad uscire di casa:
- Ve pòzza pijà un córbo a vu' e llu teatru. Ésto è succéssu perché c'ete portatu a mmì! Ve doverìanu mette a tutti 'n galera! Un'àndra vòte che mme reroppéte i cojùni v'ammazzo de bòtte! -.
È sicuro che l'uomo non andò più a teatro!
È fredda!
Un signore stava mangiando in un ristorante di Terminillo e fece notare al cameriere:
- Mi ha portato una bistecca fredda! -.
Il cameriere, che era di Contigliano, disse:
- È fredda! Ma se non te sbrighi a magnàlla te sse tàrma!1 -.
Nota
1. tàrma = diventa ghiaccio.
'O latte nell'acqua...
Un giovanotto della frazione del Piano stava per sposare una ragazza, ma all'ultimo momento ebbe un ripensamento:
- Mo' butto un sìcchiu de latte llà 'nnu fòssu. Se ll'acqua se 'ntorvera me lla sposo, se non se 'ntorvera 'a lascio via -. Come naturale, la corrente dell'acqua portò via il latte. Da ragazzo coerente, lui davvero non sposò la ragazza. Furbo o sciocco?
So' Bennà...
Quando a Contigliano venne introdotta l'energia elettrica la prima centralina di smistamento fu collocata in prossimità di alcune abitazioni. Era in funzione continuamente e produceva un rumore assordante, al punto da smuovere i letti in cui riposavano coloro che avevano avuto la sfortuna di abitare vicino a quell'arnese. Una povera contadina che aveva la centralina a due passi, un giorno incontrò il responsabile Bernardo Solidati Tiburzi e gli disse, con un dialetto tra il contiglianese ed il reatino:
- So' Bennà, se io benìsse da lei e tte 'ncominciassi e trettecà1 lu liettu, tu poqué2 me 'iceristi: brutta ijàcca!3 -.
Un po' per scherzo, un po' sul serio l'ingegnere Solidati promise che avrebbe provveduto. E mantenne la promessa.
Note
1. trettecà = smuovere.
2. poqué = cosa.
3. ijàcca = vigliacca.
Che t'opponghi!
Durante un infuocato consiglio comunale, il capo dell'opposizione sanzionava i provvedimenti in discussione con ripetuti "Mi oppongo!". Il sindaco democristiano intervenne, spazientito:
- Che t'opponghi! Che t'opponghi! Jémo a casa méa: quattro sargicce, 'n fiascu de vinu e appianamo tuttu! -. Inciucio o buon senso?
Te pozzi sbramà!
Una madre, dalla finestra di casa, chiamava con insistenza la figlia, ma quella evitava di rispondere. Stanca dei richiami la ragazza alla fine grido sgarbatamente:
- Che vo'?! -.
Con tono altrettanto sgraziato la madre chiese:
- Che stai a ffa' che no' respunni? -.
E quella: - Sto' a cacà! -.
La madre dunque la benedisse pubblicamente dicendo:
- Te pózzi sbramà!1 -.
Alla faccia della privacy e delle buone maniere!
Nota
1. sbramà = evacuare anche l'intestino.
So' Maria...
Una donna riferì in questo modo la testimonianza di una defunta evocata da un medium durante una seduta spiritica:
- So' Maria (...), sò nata a Cuntijànu 'u venardì santu dell'anno (...) e so' morta de pèsta sempre 'u venardì santu dell'anno (...). Pàtremu éa vennùtu una vitella e io, pe' paura che 'i désse a fràtemu, me je so' rubbati i sòrdi e l'hajo sotterrati sotto a una pianta a (...). Pe' non fa' reconosce 'a terra smossa, l'hajo recoperta co' 'n po' de fraschi e sópre c'hajo stisu, a rasciuccà, certi fazzolìtti ch'éo lavàtu prima. Dóppu 'n po' de témpu me so' ammalata e me so' morta prima de poté raccontà a chiùnu 'ello ch'éo fattu. Ormai 'illi sòrdi so' póca cosa e non convè mancu de ìlli a cercà. Pregate piuttóstu pe' ll'anima méa! -.
Nota
(...) = omissione.
Tu che hì fattu e scòle arde...
Una vecchina, che aveva alle spalle solo qualche anno di istruzione elementare, sentendo parlare di veicoli spaziali che a più riprese stavano tentando di arrivare sulla luna, chiese ad una persona che lei riteneva sapesse molte cose:
- Tu che hì fattu 'e scòle àrde1, levame 'na curiosità. Tutti 'isti madonni che vau su nn 'a luna, quanno è piena sicùru 'u póstu pe' appusasse'u tròanu, ma quanno ce nne sta sólu 'n pezzettillu, come fàu? -. Non sappiamo come rispose l'interlocutore, ma, se aveva fatto le scòle àrde, avrà di sicuro dato una spiegazione!
Nota
1. scòle àrde = avere studiato.
Grandottè...
Una donna, alla presenza del marito, raccontava ad un'amica:
- Illu delinquente, doppu che ha ccisu 'a móje, ha renchiùsu i fiji ne ll'orfanatrofiu pe' sta' tranquillu co' ll'amante! -.
L'amica chiese allarmata:
- Madonna mea, ma ddo' è succéssu! No n'ha parlatu niciùnu! -.
- No' è succéssu da niciùna parte, l'hajo léttu su grandottè1 -. Precisò la donna.
A quella risposta il marito intervenne:
- Te pòzza pijà 'n córbo a tì, grandottè, chi 'u vénne e io che t'hajo datu 'i sòrdi pe' comprallu! -.
Nota
1. grandottè = Grand'Hotel, rivista di fotoromanzi.
Se tte 'ncazzi...
Un bambino che frequentava la scuola elementare così rispose alla maestra che lo rimproverava energicamente per una malefatta:
- Se tte 'ncazzi e po' te scazzi, è quantu 'n cazzu che tte 'ncazzi! -. Creativo il pargoletto!
...AMMALATI...
Te recòjo 'a pàtta..
Una donna di Collebaccaro, incinta di tre mesi, sposò un uomo pe' copérchiu1. Quando stava per partorire, il marito, in verità molto ingenuo, si rese conto che il parto sarebbe avvenuto a sei mesi ed andò dal medico del paese per avere spiegazioni. Questo, per buona pace della famiglia, disse all'uomo:
- Stàtte tranquillu! Mo' te recòjo 'a patta2 e vedrai che sta tuttu a posto -.
Quindi, saputo che il matrimonio tra lo sventurato e la furbacchiona era avvenuto i primi giorni di marzo, cominciò a contare:
- Marzu, marzìttu, marzóccu; aprile, aprilìttu , aprilóccu; màju, majìttu, majóccu... 'O vìdi che so' nove, babbalóccu! -.
Nota
1. ricoprire per rimediare al fattaccio!
2. pàtta = contare le settimane dal concepimento per stabilire la presunta data del parto.
'A pèsta...
Un contiglianese si recò dal medico lamentandosi:
- Me sènto tantu male, dottó! -.
Dopo averlo visitato il medico gli disse:
- Te sénti male perché te sì raccòta 'a pèsta1 -.
Perplesso, l'uomo commentò:
- Ma come sarìa? Io vado a léttu solu co' mójema! -.
Il sanitario replicò, fissando il paziente:
- Tu vai a léttu solu co' mójeta, ma mójeta non va' a léttu solu co' tì! -.
Nota
1. pèsta = sifilide.
...MUSICANTI...
Sì sùrdu!
Quando negli '70 del XX sec. venne ricostituita la banda musicale "Enrico Romagnoli" di Contigliano, tornarono ad imbracciare gli strumenti musicali diversi appartenenti del gruppo bandistico del periodo precedente, tra essi Galloni Orlando e Pettinella Luigi. Il primo, riposto nella custodia l'amato flicornino, prese pieno possesso della grancassa ed il secondo gli si affiancò armato di piatti: uno frenetico e l'altro remissivo. Durante la prova di una marcia da eseguire per la festa di Sant'Antonio, tra i due nacque un diverbio che si trasformò in una vera e propria scenetta da cabaret.
Il maestro Carotti, con una sonora bestemmia, interruppe l'esecuzione della marcia, segnalando un'entrata fuori tempo delle percussioni. Galloni, quindi, prese ad ammaestrare Pettinella, assestando alla grancassa energici colpi di mazza:
- Sì surdu! ... In levare! ... Ndu, ndu, ndu, ndu, ndu, ndu, ndu e ndu -.
Il piattista si difese percuotendo, a sua volta, fra loro i cimbali:
- E io che ho fattu? Za, za, za, za, za, za, za... -
- Ce nne manca unu, porca matò! - replicò Galloni alterato.
- Ma guarda che tte sbaji... E ppo io te 'èngo appressu - sostenne convinto Pettinella.
- Tu tte sbaji... 'A cassa sòna in battere e i piatti vàu in levare... Ndu za, ndu za, ndu za... Hi capitu? -
La prova riprese con Galloni che, preoccupato che il compagno non lo seguisse, percuoteva la grancassa con eccessiva veemenza. Giunti al punto della marcia che era stato oggetto di discussione, si ripresentò l'anomalia e Galloni sbottò:
- None, none! 'A cassa batte e i piatti vàu in levare! -
E giù colpi sempre più forti della mazza:
- Ndu za, ndu za, ndu za... Sì surdu, sì surdu! -
Al secondo "sì surdu!" la pelle della grancassa si aprì, ingoiando insieme la mazza ed il braccio di Galloni. Tra le risate collettive, Pettinella esternò tutta la sua soddisfazione:
- Èsso fattu! Io so' surdu ma tu sì scemu! -.
Ma tu sòni 'u pifferu?
La banda musicale E. Romagnoli, ricostituita da qualche anno, si trovava ad Ornaro per un servizio, in occasione di una festa religiosa. Un bambino, logorroico e fastidioso, cominciò ad interrogare i componenti del complesso, proprio mentre eseguivano una marcia. Il maestro tentò di allontanare il bambino anche con qualche irriferibile vocabolo, ma per tutta risposta quello si mise alle calcagna di un musicante, noto per essere un assiduo seguace di Bacco, domandandogli con insistenza, quasi cantilenando:
- Ma tu sòni 'u pifferu? -
E mentre teneva il petulante interrogatorio, il piccolo si divertiva ad ostruire i fori del clarinetto che l'uomo stava suonando. L'indimenticato Luciano Passarani asservava la scena spazientito, smise di suonare, si avvicinò al moccioso e, mostrandogli la campana della tuba, gli urlò in faccia:
- Scì, sòna 'u pifferu! Ma quanno sòna 'u fiàscu e 'u mottatùru1 se 'ncazza e te schiàffa ècco 'entru! -.
Il bambino fissò Passarani, guardò dentro la campana della tuba e, per nulla intimorito, replicò:
- Ècco 'entru? Ma non ce càpo! -.
Nota
1. mottatùru = imbuto.
...METETURI...
'O rànu s'è sarvàtu...
Durante gli anni '50 del XX sec., subito dopo una mietitura un gruppo di operai e la proprietaria del terreno stavano sistemando il grano in covoni per poterlo caricare su un carro. Il caso volle che nel terreno riaffiorasse un ordigno della guerra da poco terminata, sulla cui traiettoria si stava dirigendo il carro che doveva trasportare il raccolto. Fortunatamente la ruota del veicolo sfiorò solamente la bomba ed i presenti presero subito a commentare lo scampato pericolo. Tra essi la proprietaria del terreno che, forse ingenuamente, esclamò:
- Fortuna che 'u carru no' j'è passatu sópre, ché se scoppàva me sse potéa abbrucià tuttu 'o rànu! -.
In tempo di carestia il grano è come una vita umana!
Ddio non càrria!
Durante la mietitura una ragazza trasportava covoni di grano dal campo ad un carro1, posto ad una considerevole distanza. Ad un certo punto, stanchissima, cominciò a lagnarsi ed a piagnucolare, richiamando l'attenzione di uno fra i mietitori che, per consolarla le disse:
- Abbi pacenzia fija mea che Ddio vede e provvede! - La ragazza smise di lagnarsi e rispose seccata: - Ddio vede e provvede, però non càrria!2 -.
Note
1. la ragazza carriàva, cioè caricava sul carro.
2. càrria = trasporta.
'U serricchiu
Una donna di Contigliano, per sua ammissione fedifraga, il cui marito svolgeva lavori stagionali nei campi, spesso lontano da casa, raccontava:
"Marìtemu, l'istàte, jéa sempre, 'n opera, a mète nne 'a campagna romana. Io, ogni tantu, 'che scampuléttu1 me llu facéo, ma ìssu, poràcciu, dovéa laorà e no' je cce scappàva gnènte. Un giorno io stéo a ffa 'a pasta, quantu all'impruvvisu se roprì 'a porta e rentrò marìtemu che, fenìta a staggióne, era revenùtu a casa. Locì affamatu, non perse témpu! Me pijò, me corgò sópre a 'u taulìnu ddo stéo a ffa 'a stésa e 'ncominciò l'operazzione!2 A 'n certu puntu sentéi 'n gran dolore llà 'n culu e 'ncominciai a strillà: - Férmate, marìtu meu, 'ché cco 'u serrìcchiu3 me stajùzzi tuttu 'u culu! -.
Note
1. scampuléttu = scappatella.
2. amplesso.
3. serrìcchiu = falcetto.