Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares
Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares
LA SENTENZA
Quella notte, all’ora del Topo, l’imperatore sognò di essere uscito dal suo palazzo e di passeggiare nell’oscurità del giardino, sotto gli alberi in fiore, quando qualcosa si inginocchiava ai suoi piedi e gli chiedeva protezione. L’imperatore gliela accordava. Il postulante diceva di essere un drago e che gli astri gli avevano rivelato che il giorno seguente, prima di notte, Wei Ch’eng, ministro dell’imperatore, gli avrebbe tagliato la testa. Nel sogno, l’imperatore giurava di proteggerlo. Al risveglio, l’imperatore chiese di Wei Ch’eng. Gli dissero che non era a palazzo; l’imperatore lo fece cercare e lo tenne occupato tutto il giorno affinché non uccidesse il drago, e verso l’imbrunire gli propose di giocare a scacchi. La partita si protraeva, il ministro era stanco e si addormentò. Un boato scosse la terra. Poco dopo irruppero due capitani che trascinavano un’immensa testa di drago intrisa di sangue. La gettarono ai piedi dell’imperatore e gridarono: « È caduta dal cielo ». Wei Ch’eng, che si era svegliato, la guardò per plesso e disse: « Che strano, ho appena sognato di uccidere un drago come questo ».
STORIA DI CECILIA
Ho sentito raccontare da Lucio Flacco, sommo sacerdote di Marte, questa storia: Cecilia, moglie di Metello, volendo cercare marito per la figlia di sua sorella, si recò in un tempietto per ricevere, secondo l’uso degli antichi, un presagio. La ragazza stava in piedi e Cecilia era seduta. A lungo non si udì parola. La nipote, stanca, disse alla zia: « Lascia che mi sieda un momento ».
« Ma certo, cara, » rispose Cecilia « ti lascio il mio posto ». Queste parole erano il presagio; infatti Cecilia morì di lì a poco, e la nipote ne sposò il vedovo.
Cicerone,
De divinatione, I, xlvi
Anna Boccuti
Letteratura argentina Da Adelphi «Racconti brevi e straordinari», del 1955. In uscita i saggi di «Storia dell’eternità», pubblicati da Borges nel '36
Se c’è un concetto matematico che ben si presta a descrivere una qualità dell’opera di Borges è quello di «frattale»: per quanto minima sia la sua estensione, questo oggetto geometrico possiede la stessa struttura dell’unità superiore, e la ripete dunque su diverse scale. L’opera di Borges esibisce difatti insistenze tematiche e strategie retoriche ricorrenti, tali da poter ravvisare similitudini anche tra volumi distanti cronologicamente, e ai quali è toccata diversa fortuna: è il caso degli ultimi due titoli riproposti da Adelphi nell’ambito della riedizione delle opere di Borges a cura di Tommaso Scarano, i saggi di Storia dell’eternità, del 1936 (pp. 116, € 9,50, in uscita il 22 ottobre) e l’antologia Racconti brevi e straordinari (pp. 204, € 15,00) che Borges compilò insieme ad Adolfo Bioy Casares, e pubblicò nel 1955.
Nei vent’anni che separano questi volumi, Borges torna più volte sul tempo, «mistero metafisico, naturale, che deve precedere l’eternità, la quale è figlia degli uomini». Il paradosso intrinseco al titolo, Storia dell’eternità, denuncia l’atteggiamento ludico e irriverente del ragionare borgesiano, che assimila le speculazioni filosofiche e le invenzioni della letteratura per discutere lo scorrere del tempo e così dimostrarne l’illusorietà. Il catalogo di riferimenti – Plotino, Platone, Sant’Agostino, Nietzsche – è ampio ed erudito: Borges è infatti affascinato dal pensiero astratto e dai misteri della metafisica, i cui postulati trasforma in inesauribile fonte di meraviglia, come si può apprezzare in Racconti brevi e straordinari e nel libro che ne è senz’altro il modello ispiratore, l’Antologia della letteratura fantastica, altro frutto del sodalizio con Bioy, cui collaborò anche Silvina Ocampo.
L’idea della letteratura come artificio, della continuità tra la realtà e la finzione, tra il mondo e il libro – ambedue ciclici e inesauribili, unici e molteplici come il tempo – sottesa alla peculiare nozione di fantastico metafisico di quella prima antologia, è anche la cifra dei Racconti brevi e straordinari. Il volume raccoglie 110 tra fiabe, parabole, aneddoti – «a condizione che siano brevi», come recita la nota preliminare – giustapponendo tradizioni e leggende di latitudini ed epoche diverse. Dalle saghe norrene a quelle indiane, l’esotico si rivela anche straordinario, cioè magico, sede di prodigi inattesi o spaventosi.
Lo slittamento nel sogno, le manifestazioni dell’illusorietà dei sensi o i paradossi temporali provocano quella smarginatura del reale che è il tema consueto dell’opera dei due argentini e anche il leit-motiv dei testi qui riuniti, i quali illustrano, come precisano gli autori, «l’essenziale di ciò che è narrazione». Nel loro segreto e costante intervento sui testi, con cui reinventano forma e funzione dell’antologia, sta l’originalità del volume, il «segno d’autore» di Borges e Bioy. La brevità, ad esempio, è il risultato dei tagli su testi di lunghezza canonica: molti dei racconti antologizzati, infatti, non esistono in forma autonoma se non in queste pagine, e acquistano senso solo tramite l’uso sapiente di titoli creati ad hoc e l’accostamento con i testi contigui.
Il gioco degli apocrifi e delle false attribuzioni – caro a Borges – svuota d’esemplarità questi racconti, aprendoli invece alle allusioni ironiche, che implicano un certo patto col lettore, riassumendo la quintessenza di quello che sarebbe poi stato definito «lo statuto borgesiano», che si andò affinando grazie al dialogo ininterrotto e felice con l’amico Bioy, come le pagine di questo prezioso volume senz’altro dimostrano.
UN GUASTAFESTE
Nella Vita di Apollonio, Filostrato racconta che un giovane di venticinque anni, Menippo Licio, mentre era in viaggio verso Corinto, incontrò una bella donna che lo prese per mano e lo condusse a casa sua; gli disse d’essere fenicia per nascita e che se fosse rimasto con lei l’avrebbe vista ballare e cantare, e avrebbero bevuto un vino senza uguali e nessuno avrebbe disturbato il loro amore. E gli disse anche che, essendo lei bella e desiderabile, com’era lui, sarebbero vissuti e morti insieme. Il giovane, che era un $losofo, sapeva moderare le passioni ma non quella dell’amore, e così rimase con la fenicia e alla $ne la sposò. Fra gli invitati alle nozze c’era Apollonio di Tiana, che capì subito che la donna era un serpente, una lamia, e che il suo palazzo e i mobili non erano altro che illusione. Quando lei si vide scoperta, pianse e pregò Apollonio di non svelare il segreto. Apollonio parlò. Lei e il palazzo svanirono.
Robert Burton,
The Anatomy of Melancholy
(1621)