Il gruppo del Laocoonte immortala il tentativo disperato del padre e dei due figli di liberarsi dai serpenti. La posa dei personaggi, le espressioni dei volti, l’atteggiamento dei corpi: tutto contribuisce alla resa di un pathos estremo e toccante. Che l’episodio raffigurato dall’enorme scultura fosse proprio quello narrato da Virgilio, lo riconobbero subito anche i primi che la videro: Michelangelo e Giuliano da Sangallo.
La scena raffigurata viene narrata da diverse fonti antiche ma è Virgilio, nel II libro dell’Eneide, a darcene la versione più estesa. È il decimo anno della guerra di Troia e i Greci hanno deciso di tentare la via dell’inganno suggerita da Ulisse. Fingono quindi la resa e abbandonano l’accampamento, lasciando solo sulla spiaggia un enorme cavallo di legno. Alla sua vista, i Troiani sono confusi e indecisi sul da farsi. Non così Laocoonte, sacerdote di Nettuno, che subito ammonisce i suoi concittadini sulla nota meschinità dei nemici e sui pericoli che il cavallo nasconde:
“<<Qualunque cosa sia, temo i Danai (i greci, ndr), soprattutto se portano doni>>.
Dopo aver così parlato, lanciò con tutte le forze la grande asta nel fianco del cavallo e nel ventre ricurvo con solida armatura”.
(Eneide, II, vv. 49-53)
Poco dopo, dall’isola di Tenedo spuntano due enormi serpenti che con “occhi ardenti iniettati di sangue e di fuoco” e “bocche sibilanti” raggiungono i figli di Laocoonte, Antifate e Timbreo, stritolandoli e divorandoli. Inutilmente Laocoonte corre in loro aiuto: preso anch’egli tra le spire dei due mostri, viene ugualmente massacrato. Terminata l’orribile carneficina, i due serpenti si rifugiano presso il tempio di Atena. I Troiani non hanno più dubbi: Laocoonte è stato punito dalla dea per aver violato, con la sua lancia, il legno sacro del cavallo che deve quindi essere accolto come dono all’interno delle mura cittadine.