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Lavoro estivo ITALIANO classe 3^E
Allegato - Tema. Tipologia C 1
Allegato - Tema. Tipologia C 2
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Modelli per lo svolgimento del tema
La lingua occitana (patois) sopravvive nelle valli piemontesi a cavallo con la Francia. La sua lunga storia condivide l'origine della poesia trobadorica e delle letteratura europea. Incrociatasi con quella delle comunità protestanti valdesi, è giunta viva fino a noi ed è una delle caratteristiche folkloriche più tipiche del Piemonte.
Nella passaggio dal latino alle diverse lingue volgari europee si formano le lingue cosiddette "romanze", cioè derivate dalla lingua di Roma (latino romanice loqui> francese antico romanz). Alcune si sono evolute nelle lingue nazionali moderne (Italiano, Francese, Spagnolo/Catalano, Portoghese, Rumeno); molte altre invece sono sopravvissute nella forma di dialetti regionali.
Una di queste, la cosiddetta langue d'oc, dialetto del sud della Francia in Provenza (da cui Occitania o regione occitana) nel XII secolo divenne la lingua della poesia trobadorica, prima di essere soppiantata, anche in maniera violenta in conseguenza della crociata contro gli eretici Albigesi (1208-...), dalla lingua del nord e della regione di Parigi, la langue d'oïl, da cui deriverà il francese moderno.
Il testo che segue è una delle tante testimonianze artistiche di questa lingua. Viene proposto in traduzione e nella lingua originale d'oc; una lingua che, come si può vedere, sembra stare a cavallo tra il latino, il francese e lo spagnolo/catalano.
È la poesia più famosa di Sordello da Goito, autore italiano che visse anche in Francia e che pure, secondo la moda del tempo, scrisse in langue d'oc. Si tratta di un lamento funebre per la morte di un nobile, messer Blacatz. Il testo si sviluppa come una ripetuta metafora che invita i potenti del tempo a nutrirsi del cuore di Blacatz, per ereditarne il coraggio e la grandezza d'animo.
Un elogio delle virtù del signore quindi, ma al contempo una critica ai grandi personaggi della sua epoca e alla loro pochezza.
Planher vuelh en Blacatz en aquest leugier so,
ab cor trist e marrit; et ai en be razo,
qu’en luy ai mescabat senhor et amic bo,
4 e quar tug l’ayp valent en sa mort perdut so;
tant es mortals lo dans qu’ieu non ai sospeisso
que jamais si revenha, s’en aital guiza no;
qu’om li traga lo cor e que·n manio·l baro
8 que vivon descorat, pueys auran de cor pro.
Premiers manje del cor, per so que grans ops l’es
l’emperaire de Roma, s’elh vol los Milanes
per forsa conquistar, quar luy tenon conques
12 e viu deseretatz, malgrat de sos Ties;
e deseguentre lui manje·n lo reys frances:
pueys cobrara Castella que pert per nescies;
mas, si pez’a sa maire, elh no·n manjara ges,
16 quar ben par, a son pretz, qu’elh non fai ren que·l pes.
Del rey engles me platz, quar es pauc coratjos,
que manje pro del cor; pueys er valens e bos,
e cobrara la terra, per que viu de pretz blos,
20 que·l tol lo reys de Fransa, quar lo sap nualhos;
e lo reys castelas tanh qu’en manje per dos,
quar dos regismes ten, e per l’un non es pros;
mas, s’elh en vol manjar, tanh qu’en manj’a rescos,
24 que, si·l mair’o sabia, batria·l ab bastos.
Del rey d’Arago vuelh del cor deia manjar,
que aisso lo fara de l’anta descarguar
que pren sai de Marcella e d’Amilau; qu’onrar
28 no·s pot estiers per ren que puesca dir ni far;
et apres vuelh del cor don hom al rey navar,
que valia mais coms que reys, so aug comtar;
tortz es, quan Dieus fai home en gran ricor poiar,
32 pus sofracha de cor lo fai de pretz bayssar.
Al comte de Toloza a ops qu’en manje be,
si·l membra so que sol tener ni so que te;
quar, si ab autre cor sa perda non reve,
36 no·m par que la revenha ab aquel qu’a en se;
e·l coms proensals tanh qu’en manje, si·l sove
c’oms que deseretatz viu guaire non val re;
e, si tot ab esfors si defen ni·s chapte,
40 ops l’es mange del cor pel greu fais qu’el soste.
Li baro·m volran mal de so que ieu dic be,
mas ben sapchan qu’ie·ls pretz aitan pauc quon ilh me.
Belh Restaur, sol qu’ab vos puesca trobar merce,
44 a mon dan met quascun que per amic no·m te.
Voglio piangere il signor Blacatz su questa leggera melodia,
con il cuore triste e affranto, e ne ho ben ragione,
perché in lui ho perso un signore e un amico buono,
e perché tutte le nobili qualità sono andate perdute con la sua morte;
tanto mortale è il danno che io non ho speranza
che si ripara, se non in tal guisa
che gli si tragga il cuore e che ne mangino i baroni
che vivono senza cuore, [così] del cuore [di Blacatz] avranno beneficio.
Per primo mangi il cuore, poiché ne ha grande bisogno,
l’imperatore di Roma, se vuole i Milanesi
conquistare con la forza, perché lo tengono soggiogato
e vive diseredato, malgrado i suoi Tedeschi.
E dopo di lui ne mangi il re francese:
così che recupererà la Castiglia, che perde per stoltezza.
Ma se spiace a sua madre, egli non ne mangerà affatto,
poiché ben sembra, con suo merito, che egli non faccia nulla che le dispiaccia.
Quanto al re inglese voglio, poiché è poco coraggioso,
che mangi molto del cuore; dopo sarà valente e giusto
e recupererà la terra - a causa della quale vive privo di pregio –
che gli toglie il re di Francia, poiché lo sa incapace.
E il re castigliano conviene che ne mangi per due,
poiché tiene due regni, e non è buono per uno.
Ma se egli ne vuol mangiare, conviene che lo faccia di nascosto,
che, se la madre lo sapesse, lo batterebbe col bastone.
Quanto al re d’Aragona voglio che debba mangiar il cuore,
poiché ciò lo libererà dell’onta
che riceve qui per Marsiglia e per Millau, poiché onore
non può esserci per alcuna cosa che si possa dire o fare.
E appresso voglio che [una parte] del cuore si dia al re di Navarra,
che valeva più come conte che come re (così sento raccontare).
È peccato, quando Dio pone un uomo a grande potere,
che la mancanza di cuore lo faccia poi cadere di valore.
Al conte di Tolosa è necessario che ne mangi molto,
se rimembra ciò che soleva possedere e ciò che possiede,
poiché, se con un altro cuore la sua perdita non recupera,
non mi pare che la recuperi con quello che ha in sé.
E il conte di Provenza conviene che ne mangi, se gli sovviene
che un uomo che vive completamente diseredato non vale nulla,
e, sebbene con sforzo si difende e si sostiene,
è necessario che mangi il cuore per il grave peso che sostiene.
I baroni mi vorranno male per ciò che io ben dico,
ma sappiano bene che io li stimo tanto poco quanto essi me.
Bel Ristoro, solo che presso di voi possa trovar mercé,
io disprezzo chiunque non mi tiene per amico.
Il testo, con una completa analisi e interpretazione, è disponibile in a questo indirizzo nelle pagine del sito Rialto. Repertorio informatizzato dell’antica letteratura trobadorica e occitana dell'università di Napoli, oltre che nella pagina di L'Italia dei trovatori.
Per i più curiosi è anche disponibile in rete un Dizionario Online per l'OCcitano Medievale (DOC) a cura dell'Università di Salerno.
Come già detto la lingua occitana non è scomparsa; in Italia ad esempio è sopravvissuta come dialetto nelle valli alpine a cavallo tra Francia e Piemonte, dove si rifugiarono anche i profughi scampati alle persecuzioni contro gli eretici Valdesi (XII secolo). Questi mantennero viva la loro lingua e cultura che è giunta fino ai giorni nostri: dal lato religioso con le comunità della chiesa cristiana Valdese, dal lato linguistico con i dialetti occitani, comunemente chiamato patois (in francese "dialetto").
Il testo è quello di una famosa canzone tradizionale, comunemente considerata come l'inno "nazionale" delle comunità occitane. Si può notare ancora una certa similarità con la lingua di Sordello, più antica di ottocento anni.
Il testo, che presenta numerose varianti locali, è proposto nella lingua delle valli occitane cuneesi, così come interpretato dal gruppo musicale piemontese Lou Dalfin.
La saga di Artù e dei suoi cavalieri è passata attraverso i secoli entrando nell'immaginario collettivo come solo forse gli eroi omerici e la storia della guerra di Troia e Ulisse. In questo contributo un consiglio sulle due opere che, in tempi moderni, forse meglio hanno rappresentato lo spirito dell'epopea arturiana.
La saga di Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda è stata narrata per primo da Geoffrey of Monmouth nella sua Historia Regum Britanniae, un'opera in verità molto poco attendibile da un punto di vista storiografico, ricca di biografie di semileggendari sovrani dell'isola nell'alto medioevo. Il tema è anche il nucleo centrale delle opere di Chrétien De Troyes, che compose una serie di romanzi ogni volta incentrati sui diversi personaggi della leggenda.
La saga di Artù, nelle sue numerose versioni e varianti, avrà comunque un successo che attraverserà i secoli e lo farà diventare un classico che ispirerà moltissime altre opere successive che avranno protagonisti gli eroi e i temi del ciclo arturiano: i maghi Merlino e Morgana (sorellastra di Artù), Ginevra (moglie di Artù) e il suo amore per Lancillotto (il più valente dei cavalieri della Tavola), Parsifal e la ricerca del Sacro Graal, il cui potere potrà salvare Artù e il regno di Camelot dalla distruzione.
I diversi episodi della saga, spesso tramandati come storie indipendenti, saranno raccordati in maniera coerente in quella che rimane l'opera più completa e illustre dedicata al ciclo arturiano, La morte di Artù di sir Thomas Malory pubblicato postumo nel 1485.
In tempi a noi molto più vicini posso consigliare almeno un film e un libro di particolare pregio sull'argomento.
Questo film, per quanto ormai un po' datato, rimane probabilmente la migliore trasposizione cinematografica della saga di Artù. L'ambientazione non è realistica, i costumi e le ambientazioni riflettono il mondo del XII secolo (epoca dell'opera di Monmouth) piuttosto che l'ipotetica epoca del "vero" Artù, persa nelle nebbie del medioevo più oscuro. Il film però in questo modo restituisce efficacemente l'aura mitica ed epica, magica e fantastica, con cui la storia veniva recepita nel XII secolo, piuttosto che il realismo della rappresentazione verosimile dell'alto medioevo, che sarebbe stata comunque poco credibile.
Risalta soprattutto la figura di Merlino, il mago custode dei segreti che permettono di dominare il potere della natura (l'alito del drago), ma già cosciente di come la sua sapienza (pagana quindi anticristiana) sia destinata a perdersi con l'avanzare del nuovo mondo "degli uomini" rappresentato da Artù e dal cristianesimo.
Parsifal, con la ricerca del Santo Graal, simboleggia proprio questo, il passaggio del mondo pagano (celtico e barbaro) a quello cristiano; un mondo che potrà salvarsi e prosperare solo con il il massimo simbolo del cristianesimo, il Graal appunto, la coppa dell'ultima cena di Gesù in cui, secondo la leggenda, Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue di Cristo crocefisso (dal lat. mediev. gradalis "recipiente").
Il libro (tit. orig. The mists of Avalon) è il secondo di una serie di romanzi ispirati al ciclo arturiano; ebbe un grande successo al momento dell'uscita, tanto che ne seguirono numerosi altri volumi. Questo (il secondo della serie) è quasi unanimemente riconosciuto come il migliore della saga.
Il romanzo è fortemente incentrato sui personaggi femminili e presenta una versione diversa di Morgana (sorellastra di Artù) che non è più la strega malvagia che trama contro il fratellastro e il mondo di pace da lui creato. Nelle pagine della Bradley infatti appartiene a una casta di sacerdotesse pagane e maghe; da questa casta è stata esclusa la sorella minore e malvagia Morgause. Morgana sarà schiacciata dal conflitto (interiore e reale) tra la antica religione pagana che lei rappresenta e il nuovo mondo cristiano che sta prendendo il sopravvento, conflitto di cui si ritrova ad essere anche vittima e causa inconsapevole del dramma che travolgerà il regno, i complotti di suo figlio Mordred e della sorella Morgause.
Dal libro è stata realizzata anche una trasposizione televisiva, Le nebbie di avalon (Uli Edel - USA 2001), un film per la tv che, pur concedendosi molte libertà rispetto al romanzo, ha un suo pregio e in cui si segnala la presenza dell'attrice Anjelica Huston - Viviana (la grande sacerdotessa di Avalon).
A lezione abbiamo accennato al cosiddetto Indovinello Veronese. Quella che segue è la storia della sua scoperta e comprensione, avvenuta in maniera del tutto casuale, grazie al "coraggio" di una giovane studentessa che, superando la propria timidezza, ha svelato il mistero dell'interpretazione di questo testo. Troverete anche l'immagine della pagina manoscritta e l'ingrandimento del testo nell'originale scrittura corsiva in uso nel tempo, a cavallo tra l'VIII e il IX secolo.
Capita a volte nella storia, della cultura così come della scienza, che alcune importanti scoperte vengano realizzate in modo fortuito. È questo anche il caso del cosiddetto Indovinello Veronese. Questo breve testo fu scoperto nel 1924 da Luigi Schiaparelli sul recto della pag. 3 (in alto a destra nella foto) del codice LXXXIX della Biblioteca Capitolare di Verona. Il manoscritto è datato all'inizio dell'VIII secolo, ma alcune righe, in volgare e in latino, sono state aggiunte successivamente sul margine superiore della pagina, al più tardi poco dopo l'anno 800.
Nelle prime due righe si può leggere quanto segue:
se pareba boves
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et nigro semen seminaba
La semplice lettura del testo non era certamente difficoltosa, ma sfuggiva il reale significato; sembrava una sorta di cantilena riferita all'agricoltura, ma il senso esatto di quelle parole rimaneva oscuro.
Due anni dopo la scoperta, nel 1926, Vincenzo de Bartholomaeis affrontò l'argomento durante un suo corso all'università di Bologna e trovò, del tutto casualmente, la soluzione. Infatti un'allieva del primo anno, una tale Liana Calza, riconobbe in quei versi un indovinello popolare che lei stessa aveva imparato da bambina. Secondo la testimonianza dello stesso de Bartholomaeis, ne parlò al professore, anche se con la paura di dire una sciocchezza e di fare una brutta figura con l'insegnante. De Bartholomaeis invece intuì quanto prezioso fosse quell'indizio e comprese che proprio quella era la soluzione dell'enigma.
"Orbene: il mistero non tardò a svelarsi, e ciò fu nella scuola stessa. Infatti, ecco che, un giorno, una giovane studentessa di primo anno, la signorina Liana Calza da Borgo S.Donnino [oggi Fidenza] viene a confidarmi che que' versi non le riescivano affatto nuovi. Gliene ronzavano per il capo di altri simiglianti, tra le reminiscenze della sua infanzia, ne' quali era ugualmente questione di prato bianco e di seme nero. Si trattava, diceva, di un umile indovinello, in cui il prato bianco significava nient'altro che la carta da scrivere e il seme nero l'inchiostro. Non era la stessa cosa con il 'ritmo di Verona'? La giovane si mostrava tutta timorosa di aver detto 'una sciocchezza': ella invece aveva colto nettamente nel segno".
Si tratta quindi di un indovinello, una serie di metafore che alludono alla scrittura, o meglio all'attività e al gesto dello scrittore, del copista. Il testo va dunque così interpretato, e forse corretto per restituire la rima:
spingeva davanti a sé i buoi (= le dita)
arava campi bianchi (= i fogli)
e reggeva un aratro bianco (= la penna d'oca)
e piantava un seme nero (= l'inchiostro)
Giovanni Pascoli, nella poesia Il piccolo aratore (dalla raccolta Myricae, 1903 ) sembra ricalcare questa stessa immagine, chissà se in maniera originale e inconsapevole oppure anch'egli, romagnolo come pure era emiliana la Calza, per memoria della stessa antico indovinello.
Scrive... (la nonna ammira): ara bel bello,
guida l’aratro con la mano lenta;
semina col suo piccolo marrello;
il campo è bianco, nera la sementa.
D’inverno egli ara: la sementa nera
d’inverno spunta, sfronza a primavera;
fiorisce, ed ecco il primo tuon di Marzo
rotola in aria, e il serpe esce dal balzo.
Per quel che riguarda la studentessa che ha contribuito a svelare l'enigma, supererà brillantemente l'esame con il suo professore per poi laurearsi nel 1930 con una tesi sulla poesia realistica del XIV secolo. Di lei poi null'altro si sa.