Prefazione

di Lorenzo Dabove, in arte Kuaska

Gli X-files degli avvelenatori

Assaggio birre da quasi trent’anni, sempre con immutata passione e voglia di imparare e soprattutto con il dovuto rispetto per chi, ingenuo principiante con pentola o scaltro ed esperto professionista con impianto ad alta tecnologia, mi propone la sua creatura.

Ho dato un’occhiata in cantina e nel frigo, prima di scrivere questa prefazione, ed accanto a rarissime vintage impolverate che forse mai aprirò e a nuove luccicanti birre cui far la scheda degustativa per l’ansioso produttore, un ampio spazio è da sempre invaso da bottiglie nude dalle fogge più disparate e strane con un immancabile foglietto bianco con nome della pozione, data di imbottigliamento e a volte uno stile di riferimento più l’indirizzo e-mail dell’avvelenatore di turno. Io li chiamo X files e gli avvelenatori in questione, sono certo che l’avrete capito, sono loro, i deliziosi, maniacali, ossessivi homebrewers dai quali mi lascio torturare conscio che tra loro si celino tanti futuri bravi birrai professionisti. Così come accadde a Schumacher che iniziando dal go-kart finì in Formula Uno, sono certo che alcuni di loro iniziando da una pentola finiranno con l’affermarsi maneggiando impianti professionali.

Sebbene ricordi perfettamente la prima birra che assaggiai consapevolmente come si usa dire oggi (una Windsor Ale britannica, ora estinta) non riesco a ricordare la prima birra casalinga italiana che mi fu affidata. Ricordo però che già negli anni ottanta qualche X file di provenienza nostrana cominciava ad intrufolarsi nella mia cantina e ad attentare al mio fegato. Erano birre clandestine in quanto fino al 1995 era proibito fare birra in casa (!).

A partire dalla metà anni novanta dovetti incrementare il budget delle mance alla portiera in quanto con frequenza sempre più assidua, arrivavano decine e decine di bottiglie da tutta la penisola, isole comprese, come diceva un noto imbonitore televisivo.

Il fenomeno stava esplodendo grazie soprattutto all’avvento di internet che favorì in modo decisivo lo scambio di informazioni e la possibilità di creare una vivacissima community legata al newsgroup it.hobby.birra che creò sempre maggiori occasioni di incontri e ben presto portò alla realizzazione di concorsi di alto livello per i quali furono a volte ingaggiati anche giudici internazionali.

Da tutto questo mi aspettavo certo una crescita rapida di tutto il movimento hb, sia nei suoi aspetti qualitativi oltre che nell’aumento esponenziale di nuovi birrai casalinghi. Solo pochi anni, nel 2005, fa scrissi per il capitolo dedicato all’homebrewing del mio libro “le Birre” edito da Gribaudo:

In Italia sono “ufficialmente”già più di tremila (ma moltissimi non si sono ancora rivelati), nascosti in garage, cantine, ripostigli e altri pertugi come carbonari o rivoluzionari. Alcuni operano in remoti eremi mentre altri hanno nei vicini di casa dei nemici naturali. I più fortunati hanno mogli consenzienti che condividono la loro passione mentre altri furtivamente lasciano il talamo nuziale tre volte ogni notte per controllare lo stato della fermentazione. Ma chi sono questi pazzi? Sono gli homebrewers o birrai casalinghi che nei ritagli di tempo macinano il malto, fanno bollire il mosto, aggiungono luppolo, inoculano lievito e imbottigliano birre che a volte sono dei capolavori e a volte dei veri e propri intrugli ma che in entrambi i casi sono pur sempre le loro amate “creature”. Scherzi a parte questi tremila aspiranti birrai rappresentano un fenomeno emergente che, a livello europeo, pone il nostro paese in una posizione di grande rilievo.

Come già detto, mi sarei aspettato, a quei tempi, una crescita rapida ma non avrei mai immaginato, la supersonica ascesa che il mondo della birrificazione casalinga avrebbe compiuto nel nostro paese. L’homebrewing fu l’elemento-chiave della straordinaria ed esaltante Renaissance americana, e lo è stato e lo sta essendo, con le dovute proporzioni, per tutto il nostro movimento della birra artigianale, sia nei fondatori della metà degli anni novanta, sia soprattutto nei giovani leoni, protagonisti dell’attuale fase post-pionieristica. Non solo assistiamo a sempre più frequenti salti della barricata di ex-homebrewer che coronano il sogno di aprire un proprio birrificio ma sta affermandosi il nuovissimo fenomeno di imprenditori che cercano tra i più valenti homebrewers il birraio a cui affidare la produzione per la propria attività.

Nel bel mezzo di questa nuova ed esaltante scena, un libro in italiano sulla birrificazione casalinga, completo ed esaustivo come solo due padri come i carissimi amici Davide Bertinotti e Max Faraggi, possono garantire, arriva puntuale, deflagrante e oserei dire doveroso per colmare la sete di conoscenze, informazioni e nozioni che negli ultimi tempi è cresciuta a livello esponenziale.

Sono certissimo che questo libro, oltre a rappresentare uno strumento prezioso ed irrinunciabile per chi sta facendo birra nelle proprie case, servirà a far avvicinare a questa affascinante arte un numero impressionante di nuovi adepti che porterà ad un ampliamento della mia cantina e ad un incremento delle mance per la mia portiera.

Con affetto

Lorenzo Dabove in arte Kuaska

Genova, 17 giugno 2009