Dai primi kolossal al manuale sulle idee metodi del cinema americano, passando per i problemi italiani.
Per la corretta interpretazioni delle analisi elaborate dall'Associazione, va sempre tenuto presente il periodo in cui Spagnol scrisse sul cinema, ovviamente ambiente e organizzazione molto diversa rispetto ad oggi...
Leggendo il comunicato di redazione posto alla fine dell’articolo si viene a sapere che Spagnol lo ha inviato agli uffici del giornale una settimana prima, per cui è presumibile che sia stato scritto verso la metà di maggio del 1930: Spagnol doveva ancora iniziare la sua collaborazione alla Columbia Pictures con Frank Capra, ma alla luce della sua esperienza a Roma con la Camagni Films e tenuto conto del mondo di Hollywood che ha iniziato a frequentare, scrive un articolo in difesa dell’Italia e del cinema come veicolo per poter dare lustro all’immagine del nostro Paese che in America già allora era tratteggiato, a suo avviso, con diversi stereotipi.
Negli Stati Uniti pochi conoscono bene l’Italia, eccetto quelli che ci sono stati. Per ovviare a tale lacuna, “il cinematografo è uno strumento di divulgazione e di persuasione superiore ad ogni altro….ciò che si è visto si dimentica meno facilmente di ciò che si è letto.” Anche se capitano errori, come quelli che lui stesso cita riferendosi ad immagini in varie proiezzioni con gondole in giro per il golfo di Napoli.
Si sofferma però su errori più gravi della cinematografia americana: ad esempio, l’italiano è di norma sinonimo e immagine del misfatto o della mala azione; le scene poi che rappresentano l’Italia sono spesso “un letamaio, ogni strada un chiasso di suburra, trasudante dai muri lebbrosi il vizio, il delitto e la miseria.”
Invece, a suo parere, l’Italia sta conseguendo diversi primati: le nascite progrediscono, la ricchezza aumenta, i reati di sangue diminuiscono. “Quasi il cento per cento dei reati vengono puniti”. Gli Italiani allora sono dei “signori” nel senso che sanno vivere.
Anche per questo, forse, i produttori americani non fanno vedere i loro film in Italia. Gli italiani in America invece vedono e “patiscono”. Ci vorrebbe allora qualche iniziativa di rivendicazione, magari proprio partendo da Los Angeles, e occorre anche che i produttori si assicurino delle persone competenti sulle lingue e caratteristiche dei vari Paesi.
…………………………….
Cpn riferimento a quanto sopra, in una chiosa posta subito dopo la firma di Spagnol, il giornale (la redazione), attestando di condividerne appieno i contenuti, da una parte stimola il Vice console italiano a Los Angeles ad attivarsi per difendere l’immagina dell’Italia, dall’altra decide di dare vita dal numero successivo del giornale all’ “Istituto Enciclopedico Italiano” per mettere a disposizione di tutti, mondo del cinema compreso, le informazioni corrette sul nostro Paese.
..................................
L'Istituto Enciclopedico Italiano è stato effettivamente fondato nel 1930 dal giornale "L'Italo Americano" con l'obiettivo di preservare e promuovere la cultura italiana negli Stati Uniti, in particolare tra gli italiani emigrati. Il progetto si propose di essere una sorta di "ponte culturale" che permettesse agli italiani all'estero di mantenere il legame con la loro lingua, le tradizioni e la cultura d'origine.
L'iniziativa era anche legata al ruolo del giornale stesso, che a partire dal 1908 aveva avuto un'importante funzione di aggregazione per gli italiani di Los Angeles, ma più in generale per quelli di tutta la California, ed era uno dei principali strumenti di comunicazione per la comunità italiana negli Stati Uniti.
Il numero 27 della rivista Kines presenta in copertina una fotografia dell’attrice Evelyn Brent e vuole attirare l’attenzione dei lettori sui pensieri relativamente all'avvento del sonoro di due attori famosi del tempo come Douglas Fairbanks e Gloria Swanson.
L’articolo di Spagnol a pagina 4 è datato giugno 1930 perché descrive la “prima” del film di Howard Hughes “Hell’s Angels” avvenuta in effetti il 27 maggio di quell’anno.
All’inizio Spagnol descrive le soluzioni predisposte a Hollywood per il lancio pubblicitario del film, proiettato al Chinese Theater, dopo aver ricordato il lieto ritorno a Los Angeles del suo proprietario Sid Grauman che ha vissuto un brutto periodo a causa del crollo della borsa americana del 1929.
Si sofferma in particolare sulla scelta di illuminare con grandi riflettori la zona dell’Hollywood Boulevard e l’incredibile esibizione di alcuni aerei sopra il pubblico in attesa (in effetti il film è tutto centrato su duelli aerei di vario tipo).
Con non poca fatica, riesce ad entrare nel cinema, trovandosi fianco a fianco con i principali divi di allora, ed assiste allo spettacolo che lo colpisce soprattutto per gli effetti, tanto che ne illustra i dettagli: 160.000 chilometri di voli di aerei fatti da 117 aviatori su 87 aerei, per un totale di 950.000 metri di pellicola girati da 35 operatori, coordinati da un italiano (Gaetano Gaudio).
Molti dettagli del film si trovano on line.
E’ la chiusura della recensione che merita una lettura più attenta e segna lo stile che si verà anche più avanti degli scritti di Spagnol, attento alle emozioni, sentimenti e destini delle persone: "Sul boulevard la folla di curiosi aspetta la nostra uscita, ma c'è anche un'altra folla che non ci aspettavamo. I proiettori hanno attirato col loro chiarore tutte le farfalle da molte miglia lontano, e una vera nube di queste bestiole vola e turbina all'intorno. La strada è coperta da tutte quelle che, ormai le ali bruciate, sono cadute. Sono molte. Mai tante però quanta l'altra specie di farfalle umane che sono venute e che verranno a bruciarsi le ali dell'illusione sull' "Hollywood Boulevard", il boulevard dei sospiri, come qui è chiamato."
In agosto esce sul numero 33 di Kines (17/8/1930) un suo articolo datato "Hollywood, luglio 1930" e dedicato a "La produzione italiana in America".
L’articolo si trova alla pag. 5, ma è richiamato all’attenzione già dalla copertina della rivista.
La parte iniziale tratta le questioni emergenti del cinema americano, dove l’avvento del sonoro sta creando non pochi problemi, cui le case cinematografiche stanno cercando di ovviare anche con versioni in varie lingue dei film fatti.
Ciò comporta un importante aumento dei costi: “Un film parlato costa in una sola versione il doppio di un film muto…e rende poco più del suo costo”.
Sullo sfondo, registra una scarsa attenzione da parte dei produttori americani ai film in italiano, partendo dalla scelta degli sceneggiatori: “Solo Pirandello è stato ingaggiato dalla Paramount per scrivere degli scenari. Ma Pirandello ha un nome internazionale e forse soltanto per ciò egli è stato preso.”
Un altro problema è che c’è stata una seria leggerezza da parte dei produttori americani nella scelta di collaboratori per produzioni in italiano, avvalendosi ora di attori italo-americani che parlano male l’italiano, ora di scrittori o sceneggiatori che spesso non sono all’altezza della situazione e commettono diversi errori anche di ortografia nei dialoghi.
A fine ottobre 1930, Spagnol pubblica per il giornale "Il Tevere" l'articolo "La morte lenta del talckie vista da un italiano in America" datato "Hollywood, ottobre".
Spagnol riporta il momento di crisi che sta avendo il film sonoro, da poco avviato in America (di solito si indica come data di inizio del film sonoro la rappresentazione de “The jazz singer” di Alan Croslan del 1927). Il dato che più spaventa i produttori è che “gli incassi si assottigliano sempre di più” forse perché “le parole e i suoni non hanno aggiunto nulla al potere emotivo dei films. Nessun film parlato ha ancora fatto piangere gli spettatori. Piuttosto li fa sbadigliare. La ragione dell’insuccesso è generalmente attribuibile all’impossibilità di stabilire un compromesso tra due forme d’arte ingannevolmente vicine, ma effettivamente lontane fra di loro”.
In effetti, in alcuni testi sulla storia del cinema si rileva che all'inizio, l’introduzione del sonoro fece regredire il linguaggio cinematografico: si tornò a riprese statiche e senza cambi di inquadratura. Vi erano infatti numerosi problemi tecnici: i primi microfoni non erano direzionali e dunque captavano qualsiasi rumore intorno, compreso quello della cinepresa (che fu chiusa dentro una pesante cabina, il che impediva movimenti di camera e angolazioni significative). Inoltre non era possibile mixare le piste sonore, per cui per riprendere diverse inquadrature di una stessa scena si dovevano utilizzare più cineprese. Gli attori dovevano stare attenti a quando si muovevano e la musica era registrata dal vivo: un'intera orchestra doveva suonare a pochi metri dalla ripresa. Data la proiezione internazionale del cinema USA, un grosso problema fu rappresentato dalla lingua (prima bastava sostituire le didascalie). All’inizio si realizzarono dello stesso film versioni in lingue diverse (anche cambiando gli attori), poi il pubblico si adeguò ai sottotitoli, mentre il mixaggio permise per le grandi produzioni di realizzare versioni doppiate. (ndr)
Spagnol ricorda il regista Frank Capra, con cui ha collaborato, secondo il quale il successo di un film sonoro dipende dai soggetti trattati che attirano comunque il pubblico nelle sale, anche se spera che ci siano delle novità anche tecniche.
Infatti nel giro di pochi anni si trovarono soluzioni tecniche ai problemi posti dal sonoro che permisero ai film di Hollywood di tornare alla consueta fluidità di linguaggio. Uno spesso involucro di metallo intorno alla cinepresa eliminò la cabina, l’utilizzo della giraffa permise di seguire fonti di suono in movimento, e dal 1931 fu possibile il mixaggio: si poteva registrare su diverse piste -musica, effetti sonori, voci- anche in momenti diversi per poi mixare tutto su un'unica pista. (ndr)
Ricordando alcuni esempi di attenzione al sonoro anche in lingue diverse dall’inglese (“Lo studio All Roch ha eseguito una versione italiana di un film comico con Hardy e Laurel”) e con un riferimenti anche se non espliciti alla sua esperienza nel cinema italiano con la Camagni degli anni Venti, evidenzia che ad ogni buon conto per fare i film come li sanno fare a Hollywood bisogna studiare i metodi e sistemi in presa diretta per imparare, a differenza di quanto fatto in Italia, che “un film non è fatto da un uomo, ma dalla collaborazione di diversi uomini, ognuno dei quali deve saper assolvere esattamente il suo compito particolare.”
La data non è certa, alla fine dell'articolo viene riportato solo l'anno (1931). L'archivio Spagnol al momento ha a disposizione solo la prima parte di questa riflessione riportata all'interno della Rivista Italiana di Cinetecnica intitolato "La produzione cinematografica in America" dove descrive le modalità di preparazione dei film negli Stati Uniti che conosce bene visto che sono il "frutto di un anno di osservazione di lavoro negli studi di Hollywood". Il fatto che l'articolo sia del 1931 pone qualche questione sull'effettivo girovagare di Spagnol tra Messico, Brasile e Alaska in quell'anno, come da lui raccontato.
Se da una parte è sicuramente interessante il contesto in cui è inserito l'articolo di Spagnol (la Rivista contiene diverse parti molto specialistiche e tecniche come, ad esempio, descrizioni di proiettori per cinema o particolari lampade per le riprese, dall'altra sono interessanti le sue argomentazioni per differenziare il mondo del cinema hollywodiano rispetto a quello italiano o europeo.
La prima osservazione è di tipo generale e riguarda l' "homo americanus": "Appena può, l'americano non fa niente. Quando fa qualche cosa cerca di farla il più rapidamente possibile e con la minore fatica. L'americano tende ad ottenere tutto con il minimo sforzo e con il minimo costo."
Si sofferma quindi sui tre principali aspetti che danno il senso e la forza del cinema americano: gli scenari (anche se scrive "i scenari", da intendersi come somma di sceneggiatura, dialoghi, costumi, scenografia,...), gli attori e la fotografia. Sullo scenario, il cinema americano dedica una cura ed un'attenzione "che si può dire siano quasi completamente ignorate in Europa, dove prevalgomo ancora criteri dilettantistici, o peggio."
Citando i compensi dei più abili sceneggiatori del tempo (ricorda ad esempio Frances Marion) illustra in dettaglio il percorso che dal soggetto (o story) porta allo scenario definitivo, passando per varie scritture, valutazioni, analisi ad opera degli "scenaristi" che "devono tessere tutta una serie di episodi, di trovate e di situazioni che sviluppino, accentuino e diano vita al soggetto." Il tutto passa anche attraverso le mani del "sequenzista", cioè lo specialista che divide il tutto in scene, inquadrature e successione dei quadri. Per tutto questo lavoro, gli uffici degli studios di Hollywood sono grandissimi, al contrario delle "due o tre stanzucce in cui è relegato questo dipartimento (quando ci sia) negli studi europei."
Pubblicata su "L'Italia letteraria" è la descrizione non tanto dei luoghi quanto del clima che Spagnol “respira” girando per Los Angeles e Hollywood: “…scavalcando per il Sunset Boulevard le disfatte mammelle di terra rossa sulla quale si sparpaglia il quartiere messicano della città, si imbocca l’Hollywood Boulevard, nulla avverte che si è già in Movieland, nel paese delle ombre e delle finzioni, in quella che gli americani dicono sia la “most talked of city in the world.”
Descrive la città de cinema con immagini che vanno dalla magia al definirla come “un caso patologico collettivo, anche se ancora nei trattati non c’è menzione, di una sindrome cinematografica.”
Come in altre occasioni, per spiegare il suo pensiero si aiuta con dei dati quantitativi ed in questo caso spiega che sui centottantamila abitanti di Los Angeles dell’ultimo censimento, trentamila sono attori, altrettanti sono i direttori, scenografi, tecnici più o meno specializzati, tutti a far parte a vario titolo della popolazione di questo paese dove si fabbrica lo spasso serale di mezza umanità.
Spagnol descrive bene i luoghi, il clima, il movimento di persone di Hollywood, quasi un formicaio di gente che ci lavora anche “perché, indefinibile e non manifesto, l’incanto di questa terra ha una forza straordinaria e non è facile sottrarsene…tutti qui vivono assorti e rapiti in quella morbida ed esclusiva passione per l’arte che contiene ogni turbolenza e ogni vivacità di temperamento.”
Tra il 19 luglio e il 16 agosto Spagnol pubblica, ancora su "Italia Letteraria" cinque articoli rubricati come "Questioni cinematografiche - Idee e metodi americani" dove riporta con dovizia di particolari quanto visto e condiviso durante la sua permanenza a Hollywood:
- Prima parte (19/7/1931): Il primo di cinque articoli dedicati al cinema americano, in cui vengono descritti principalmente i metodi, l’organizzazione e le risorse umane e professionali impiegate.
Ciò che distingue il cinema americano (di allora, è bene ricordarlo) è “il raziocinio geniale che guida e indirizza la presa e l’agilissima organizzazione della produzione, e la disciplinata e intelligente e il quasi mistico fervore con cui dal poliziotto in funzione di portiere al boss tutti lavorano.”
È un tratto comune delle varie società di produzione, che si distinguono ovviamente per i capitali a disposizione, ma tra di loro la competizione “non degenera mai in quella bassa gelosia di mestiere che negli stessi ambienti in Europa si sfoga nei pettegolezzi.”
Per dare conto del sistema organizzativo, ribadisce il fatto che la macchina amministrativa, che in Italia è molto burocratica e lenta (“bizantina e mediterranea”), negli USA è veloce e anche senza tanti filtri, tanto che “se poi scrivi, magari a Joseph Lashy o a G.B. Mayer in persona… non passano quarantottore che la loro risposta arriva…”
Arricchisce le sue osservazioni con qualche dato, anche se macroscopico, sui costi di produzione ripartiti tra sceneggiature (che per tanti articoli e anni indicherà con il termine “scenario”), attori e altro.
Evidenzia già in questa prima parte l’importanza dello “scenario” che invece nel mondo europeo è ritenuto di importanza secondaria.
Il pezzo si chiude con le tre parole chiave sul cinema che Spagnol riprenderà anche in altre occasioni e che sono i requisiti che un soggetto cinematografico deve avere per poter diventare un buon film: “situation, suspense and climax” citando come testimone Frank Borzage (pseudonimo di Francesco Borzaga, Salt Lake City, 23 aprile 1894 – Los Angeles, 19 giugno 1962), regista, attore e produttore cinematografico statunitense di origine italiana, vincitore di due premi Oscar.
Seconda parte (26/7/1931): La seconda parte dettaglia in modo particolare il sistema organizzativo che sta alla base della preparazione di un film negli Stati Uniti. Spagnol presenta e descrive i vari profili professionali e presenta una sorta di diagramma di flusso dell’intera produzione cinematografica, soffermando su vari momenti di valutazione e validazione. Sono così citati gli “scenaristi” (sceneggiatori), dialoghisti, sequenzisti (che dividono le scene, dettagliano le inquadrature,…). E soprattutto, l’intera filiera di produzione “non si improvvisa né si compie alla garibaldina, come è in uso fra noi, dove i produttori esigono sovente da un solo individuo che in un paio di mesi metta giù di corsa due o trecento cartelle dattiloscritte.” Particolare il fatto che “film” sia una parola coniugata al femminile. Anche in questo articolo è lo scenario (sceneggiatura) che sta a cuore a Spagnol: “Lo scenario in cinematografia sta a ciò che è il progetto in architettura. Un buon scenario equivale ad un buon progetto, ed entrambi sono garanzia di perfezione e di economia di lavoro.” Si segnala che sulla stessa pagina dell’articolo di Spagnol c’è il pezzo “Un nuovo scrittore di tragedie” di Anton Giulio Bragaglia (Frosinone, 11 febbraio 1890 – Roma, 15 luglio 1960) regista, critico cinematografico e saggista italiano ed è presente, tra le novità librarie del periodo, il libro “Il paese del vento” di Grazia Deledda.
Terza parte (2/8/1931): Spagnol si sofferma su soggetto e sceneggiatura proponendo una versione alternativa a quella di “suspense, situation e climax” che gli sarebbe stata fornita “dal povero Murnau: a central idea…a reason for the action…and love interest.”
Spiega che la parola idea è utilizzata nel mondo anglosassone nel senso di trovata.
Friedrich Wilhelm Murnau, pseudonimo di Friedrich Wilhelm Plumpe (Bielefeld, 28 dicembre 1888 – Santa Barbara, 11 marzo 1931), è stato un regista e sceneggiatore tedesco, noto talvolta con l'ulteriore pseudonimo Murglie. Era mancato da poco, da qui il termine “povero” utilizzato da Spagnol.
Murnau fu tra i massimi esponenti dell'Espressionismo e del Kammerspiel, che si svilupparono in Germania negli anni venti. Solo pochi tra i suoi film sono stati conservati e sono oggi reperibili; gli altri sono andati purtroppo perduti. Le pellicole sopravvissute sono considerate da critici e studiosi di storia del cinema come capolavori assoluti.
Quarta parte (9/8/1931): Nella quarta parte della sua analisi sul cinema americano, Spagnol si addentra negli uffici del “direttore”, che per lui di fatto è il regista. Ne descrive lo staff ed evidenzia che al regista “è lasciata la più illimitata libertà di azione nella realizzazione della film (al femminile, ndr) per quanto riguarda la messa in scena; però egli ha l’obbligo di seguire fedelmente lo scenario, senza cambiare una scena o tralasciare un particolare.” Cita ad esempio di queste indicazioni il lavoro fatto dal regista W.S Van Dyke (pseudonimo di Woodbridge Strong Van Dyke II - San Diego, 21/3/1889 – Brentwood, 5/2/1943, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense) che invece sembrò avere un colpo di fortuna nella sua carriera proprio per aver modificato di sana pianta l’idea originaria del film che si trovò a dirigere.
Spagnol poi sottolinea l’importanza del montaggio, che definisce con il linguaggio dell’epoca di “taglio”, segnalando che nel mondo del cinema americano esiste allo scopo uno specialista dedicato: il cutter.
In chiusura, forse anche memore dei suoi trascorsi di regia a Roma con la Camagni Films chiosa come segue sulla figura del regista: “Direttori si nasce soltanto, lo si è d’istinto, ma non lo si diventa con lo studio né lo si apprende con la pratica. Questa al massimo può raffinare una disposizione, renderla sicura e chiara, come lo studio e il confronto degli scrittori può servire ad uno scrittore per formare il suo stile.”
Quinta parte (16/8/1931): Nell’ultima parte, collegandosi al lavoro del regista (direttore), Spagnol si sofferma sugli attori, precisando il legame tra queste figure: “è il direttore che fa l’attore; e la regola è ormai pacifica e ammessa da tutti, che non avrei toccato questo argomento se non per stabilire il confronto con quanto accade da noi (Italia, ndr), dove si riesce a vederla applicata dai nostri direttori.”
Direttamente collegato al lavoro degli attori, per Spagnol, è quello del trucco, citando Max Factor come il maestro acclamato di Hollywood in questo frangente.
E fa un esempio decisamente importante: “La Greta Garbo che si incontra alla premiere del Grauman’s Chinese Theatre alla sera o al mattino in giro per le spese nei magazzini della Seventh Street di Los Angeles o dell’Hollywood Boulevard non somiglia fisicamente che molto da lontano alla donna che si vede sullo schermo, e al pari di lei sono quasi tutte le altre e gli altri.”
Sempre sulla Garbo si sofferma più avanti, anticipando alcune affermazioni che riprenderà in altri articoli scritti sulla sua esperienza a Losa Angeles, descrivendola così: “vista con gli occhi in naturalezza è insignificante e per nulla attraente: una donnetta abbastanza brutta e discretamente mal fatta, che per la strada farebbe voltare nessuno a gardarla.”
L’articolo è inserito nella rubrica “Questioni cinematografiche” di "L'Italia Letteraria" e con esso Spagnol vuole fare un’analisi dell’importanza nel cinema, anzi nelle films, al femminile, come le chiama lui, del soggetto, a partire dall’ “usanza – tutta italiana – di non accordare al soggettista il diritto e la piena soddisfazione di far apparire il proprio nome sul cartellone.”
Si sofferma quindi sui pregi e difetti dei soggetti cinematografici che spesso devono tenere conto non tanto della qualità del prodotto, ma del piacere del pubblico a cui il film è destinato: “Cosa diverta, cosa commuova, cosa interessi i centomila, è la domanda che il produttore si pone quando deve scegliere un soggetto, e non quale sia il gusto dei cento.”
Porta come esempio l’alta qualità di un film di Ernst Lubitsh tratto da un rimando di Oscar Wilde, di grande spessore, ma di scarso successo di pubblico.
Anche prendendo spunto da questo fatto, Spagnol afferma che “..riconosciuta la necessità di concedere la prevalenza al criterio pratico del produttore nella scelta dei soggetti, le films non devono essere giudicate alla stregua del valore artistico di questi, perché l’arte cinematografica risiede in altro: e cioè nell’effetto e nel gioco degli effetti, nella tecnica del montaggio,…nella trasfigurazione della realtà, della vita e della natura, nella realtà irreale dello schermo…”
Per questo, a suo avviso, il cinematografo ha poco a che vedere con la letteratura e col teatro “alle quali deve solo le croste e le piaghe.”
All’inizio dell’articolo, Spagnol cita il critico di cinema del Corriere della Sera “effeesse” che ha evidenziato il lavoro pregevole dei tecnici della Cines che però nasconde una scarsa qualità artistica.
Tramite ricerche sul web è stato rilevato che Effeesse era lo pseudonimo di Fernaldo Di Giammatteo, un noto critico cinematografico italiano che scriveva per il Corriere della Sera. Le sue recensioni e articoli erano apprezzati per il loro rigore critico e per la capacità di coniugare analisi approfondite con un linguaggio accessibile al pubblico. Oltre alla sua attività giornalistica, Di Giammatteo è stato anche autore di diversi saggi sul cinema e ha contribuito significativamente alla cultura cinematografica italiana. (ndr)
Così Spagnol argomenta vari aspetti che a suo avviso costituiscono la particolare debolezza del cinema in Italia a partire dall’interesse della cultura per tale nuova forma d’arte: “Il cinematografo non ha mai interessato gli uomini di cervello, a cominciare dagli scrittori per finire ai giornalisti.”
Serve una nuova dedizione complessiva al cinema, con nuovi scrittori, nuovi direttori (traduzione letterale di Spagnol dall’inglese, in luogo di regista) e attori capaci.
Usa poi una frase molto particolare: “Il matamoro non si può fare in cinematografo”.
Da ricerche sul web si può dire che la frase "Il matamoro non si può fare in cinematografo" va probabilmente interpretata nel quadro del dibattito critico e culturale sul cinema dell'epoca. Ecco una possibile spiegazione:
1. Critica al cinema come arte giovane: Nel 1930, il cinema era ancora una forma d'arte relativamente nuova e stava cercando di affermarsi accanto a letteratura, teatro e arti figurative. Spagnol potrebbe voler dire che il cinema, a causa dei suoi limiti tecnici o narrativi, non era ancora in grado di rappresentare certi archetipi o figure eroiche con la stessa efficacia delle arti tradizionali.
2. Il "matamoro" come figura teatrale esagerata: "Matamoro" potrebbe qui essere usato per indicare un personaggio o un gesto troppo teatrale, enfatico o retorico, che nel cinema non risulta credibile. Questo rifletteva una tensione tra il realismo cinematografico e la teatralità, una questione molto dibattuta nei primi decenni del XX secolo.
3. Valore del realismo nel cinema: Spagnol potrebbe sottolineare che il cinema, per sua natura visiva e dinamica, eccelle nel rappresentare situazioni realistiche o naturali, ma fatica a trasmettere simbolismi astratti o personaggi grandiosi senza scadere nell'artificio.
In sintesi, Spagnol sembrerebbe sottolineare che il cinema, almeno nel contesto del 1930, non era il mezzo più adatto per rappresentare certi gesti o personaggi altamente idealizzati, eroici o teatrali. Questo riflette una riflessione critica sull'evoluzione del linguaggio cinematografico e sulle sue potenzialità rispetto alle altre forme d'arte. (ndr)
A suo avviso manca negli scrittori italiani di cinema la fantasia, che Spagnol definisce “non solo come originalità di intreccio e di ambiente, ma anche di esposizione e di stile.”
Dopo aver evidenziato che in Italia mancano anche gli “scenaristi” (sceneggiatori), si sofferma sulla carenza di registi (direttori). Quelli che ci sono, anche se bravi, sono “scarsamente dotati di sensibilità, di personalità e di temperamento.”
Vari spezzoni, quasi come “Spilli”, uno dei suoi primi articoli, in cui racconti degli incontri a Hollywood con personaggi di quel mondo, tra cui il regista russo Eisenstein, o Eugene de Verdi, la controfigura di Charlie Chaplin ai tempi di “Charlot”. Il pezzo, con alcune modifiche (alcuni cognomi scritti per esteso mentre qui sono indicati solo con le iniziali) è inserito in “Memoriette marziali e veneree” da pag. 164. C’è una descrizione molto particolare del ristorante da “Simon’s” che appare in varie novelle di Spagnol.
Vari personaggi del periodo in cui Spagnol rimase a Roma (da Mario Casciani a Bianca Virginia Camagni fino ad alcuni giornalisti de “Il Tempo”). Il pezzo è stato ripreso in “Memoriette marziali e veneree" da pag. 143; qui i vari spezzoni sono identificati anche con date precise, mentre ciò non accade nel testo autobiografico.
Così sembra che sia stato assunto al “Tempo” il 6/5/1920, che già il 13/5 è uscita la sua prima colonna e che, poi, il 21/6/1920 è stato assunto dalla Camagni come direttore artistico.
Il Gazzettino dedica una pagina centrale al mondo del cinema e nel suo articolo Spagnol critica l'andamento del cinema italiano, e non tanto per la differenza di risorse a disposizione con quello americano, quanto piuttosto per la carenza di innovazione, idee, soggetti. Richiama nel testo un suo precedente scritto pubblicato poco tempo prima sul giornale "Il Tevere" e cita come unica reale novità del cinema italiano il regista Giovanni Pastrone, famoso per "Cabiria". E ancora una volta, come fatto in altri suoi scritti, e come poi si ritroverà nella autobiografia, non manda il riferimento a Tony Gaudio, il primo italiano a vincere un Oscar.
In forma di dialogo con un amico durante un giro in macchina per quelle parti, Spagnol descrive dei tratti e scorci di Hollywood, ricordando che amministrativamente parlando “Hollywood non è che un sobborgo di Los Angeles, la quale a sua volta è una città che non ha né capo né coda: non si sa bene dove cominci e dove finisca.”
Articolo di Spagnol nelle pagine centrali.
E’ un articolo sulla bellezza e sulla bruttezza nel mondo del cinema, partendo dalla considerazione che a Hollywood esistono addirittura dei brutti professionali. Si aiuta nell’articolo citando alcuni esempi, partendo incredibilmente da Greta Garbo, che dice di aver incontrato per caso in un negozio di scarpe, dimessa, senza trucco. “Da quel giorno ho capito la segreta tragedia della sua esistenza…il segreto sta tutto qui: il segreto del suo amore per la solitudine, per l’isolamento, la sua scontrosità, la sua selvatichezza non hanno altra origine. Compiangetela con me. Essa è una grande infelice.” Poi cita come esempio Dolores Del Rio o Katherine Hepburn, dalla bellezza spigolosa.. E tanti altri nomi, anche maschili. Ma alla fine è la macchina da presa che detiene il segreto di tante false apparenze che incantano sullo schermo. “E poi c’è ancora chi afferma che il cinematografo è lo specchio delle verità.”.
Articolo biografico su una delle icone del cinema muto americano.
In un racconto successivo, Spagnol tornerà sul tema della peritonite, causa della morte di Valentino.
Dopo aver citato Greta Garbo solo nelle prime righe, Spagnol scrive praticamente la storia (e la trama) della vita (e film).
La data è stimata in base all'uscita del film.
L’articolo inizia con un ricordo di Giovanni Comisso che nel 1920 gli aveva fatto leggere una lettera di una casa di produzione cinematografica centrata sull’importanza dello scenario (sceneggiatura).
Cita anche un articolo sul tema di Mario Pannunzio, e di seguito Frank Borzage che a Hollywood gli aveva procurato diverse sceneggiature per le sue riflessioni.
Si sofferma poi sulla differenza tra i copioni americani e le 20 paginette che a Roma nel 1920 scriveva anche lui (vedi anche i suoi due copioni del 1928).
“Da un ottimo scenario qualche volta s’è visto uscire un pessimo film, però il contrario non s’è mai veduto.”
Cita poi i più grandi sceneggiatori di Hollywood con particolare menzione di Marion Frances.
“A Hollywood, la voce scenario incide con un 20% sul costo unitario di un film, mentre la voce cast (attori) incide con 7%. L’elaborazione di uno scenario dura dai tre ai sei mesi.”
Ribadisce che confrontare il cinema italiano con quello di Hollywood è “come confrontare il topo con l’elefante.”
Poi descrive in dettaglio il processo dalla definizione della sceneggiatura fino alla realizzazione del film.
L’articolo parte dal fatto che a Hollywood si inizia a incentivare la scrittura di soggetti e sceneggiature originali e non più di riduzioni di opere note.
Spagnol discute su questo fatto tenendo anche conto che l’originalità ha un costo, ma è sicuramente importante, soffermandosi poi sulla differenza tra il soggetto e la sceneggiatura.
Descrive quini le tre regole che dovrebbero avere i vari soggetti, secondo Frank Borzage, Clarence Brown e Edmund Goulding: Situation, suspense e climax, che Spagnol traduce in “Intrigo, sospensione, culmine”.
Conclude affermando che tale sequenza è del tutto sconosciuta al cinema italiano.
Nelle prime pagine si dà rilievo al fatto che Vittorio Mussolini è stato nominato direttore del periodico, assieme ad un suo articolo di presentazione.
Spagnol inizia citando la crisi del cinema americano del 1927 che a suo avviso è stata risolta grazie ai fratelli Warner e il loro primo film sonoro.
Ma a suo avviso anche questo ciclo è ora in crisi e ci sarà così una terza fase determinata dall’avvento del colore. Segnala che i laboratori di ricerca su questo aspetto non sono a Hollywood, ma in Nevada e in Arizona.
Constata che l’Italia è anche su questo aspetto in tremendo ritardo.
“Hollywood non è irraggiungibile né inaccettabile, e costerà meno mandarci laggiù qualcuno a scuola, che sciupare qualche dozzina di film.”
L’articolo si sofferma sulle diverse modalità del cinema italiano e quello americano per la scelta degli interpreti, in particolare non tanto le star, quanto i vari personaggi che girano attorno e le comparse.
“La scelta degli interpreti si presenta come un problema arduo e difficoltoso nel nostro paese…oltre una assoluta mancanza di organizzazione.”
Racconta quindi come il tutto si svolge a Hollywood, aiutandosi con esempi e individuando un sistema specifico (quello del casting bureau) e una nuova professionale (quella del casting director) che aiuta sceneggiatori e regista nella ricerca del “tipo” adatto a scene, trame, etc.
“Il mestiere del casting director..richiede intuizione, memoria fisionomica e colpo d’occhio, unitamente ad abilità diplomatica e a sveltezza.”
Cita un solo esempio in Italia, quello di Domenico Gismano e del suo giornale “L’Argante”, “nome che molti attori italiani ricordano con riconoscenza.”
Per tutto questo, alla fine dell’articolo suggerisce un’ipotesi di sviluppo: “forse riuscirebbe giovevole il sorgere di una seria iniziativa sul tipo delle agenzie americane che affiancasse e completasse l’opera dell’ufficio di collocamento. Si otterrebbe forse di scoprire qualche cosa di più che non attraverso i soliti concorsi di giornale, specialmente nel campo degli ignoti….che girano per le piccole compagnie, e molto dalle nostre filodrammatiche, ricche di buona volontà e di elementi da non trascurarsi.”
Racconta la sue disavventure da giornalista a Roma nel 1920, più ben descritte poi nelle sue "Memoriette..."e il successivo incontro con Bianca Virginia Camagni. di cui traccia un breve profilo. Si treova con le a studiare il cinema guardando in particolare regia e scene del film "La donna perduta" di Guglielmo Zorzi. Vista la sua esperienza hollywodiana, Spagnol dice che il suo prfilo poteva essere quello di produttore associato, ma a tanto lustro faceva riscontro il fatto che gli uffici della Camagni Films si trovavano nell'appartamento dell'attrice - regista - produttrice.
Verso la fine dell'articolo, descrive l'emozione, l'agitazione, la "febbre" per la presentazione del film della Camagni.
Descrizione, con diversi aneddoti e simpatici personaggi, della preparazione del film “Sconosciuta” che venne presentata al Cinema Corso di Roma per otto giorni, come pellicole di altre case produttrici più famose. Visto il successo, anche di critica, la Camagni inizia “Fantasia” e grazie a Spagnol: “sopra uno scenario ch’io ricavai da un romanzo di Matilde Serao, “Fantasia”.
La pellicola ebbe un buon successo, ma nessuna accoglienza sul mercato estero. Spagnol conclude l’articolo scrivendo:
“Per la cronaca, credo che SCONOSCIUTA sia stato il primo film immaginato, interpretato e diretto da una donna, e gli storici del cinema possono prenderne appunto.”
Il numero di “Cinema” su cui è pubblicato l’articolo inizia con un bando di un “referendum a premi” rivolto ai lettori e lettrici, con un monte premi di 50.000 lire.
Bisognava compilare una scheda rispondendo alle seguenti domande:
Quale film italiano vi è piaciuto di più?
Quale dei nostri registi considerate il migliore?
Quale fra le nostre attrici considerate la migliore?
Quale fra i nostri attori considerate il migliore?
I risultati del referendum sono stati resi disponibili nel numero 87 del 15/2/1940 con i seguenti risultati:
Miglior film: Luciano Serra, pilota (tra i vincitori anche Michelangelo Antonioni!!)
Miglior regista: Amleto Palermi
Miglior attrice: Assia Noris
Miglior attore: Amedeo Nazzari
L’estrazione avviene a cura di Vittorio Mussolini, direttore della rivista (e anche supervisore del film vincitore...)
Torna su un tema a lui caro, ossia l'importanza della sceneggiatira, o "scenario" come indicava negli articoli scritti da Hollywood. Critica la scuola di sceneggiatura italiana che ha "poco equilibrio, la mancanza di una organica struttura" assieme a "scarsa inventiva e freschezza di fantasia". Cita invece come buon esempio il film "Batticuore" di Mario Camerini, e suggerisce alcune possibili attenzioni e migliorie, su tutte lo sforzo di evitare la fretta nella preparazione della sceneggiatura di un film.
Segnala come stia emergendo nel mondo del cinema la figura del produttore, non ancora in Italia, però, dove su di essa c'è ancora confusione e si collega il produttore al mero finanziatore della pellicola. Secondo Spagnol non basta il denaro per essere definito come tale. Il cinema è ben altro, infatti: la produzione di un film è un lavoro necessariamente collettivo e il produttore deve essere piuttosto il coordinatore del sistema e non l'impresario più facoltoso.
Da segnalare la presenza nel nuemro della rivista della scheda e regolamento per parrtecipare ad un referendum tra i lettodi sul miglior film, migliore regista e migliori attrice e attore.
1942
Una serata al cinema - Cinema - 25/7/1942
Resonto della visione del film "Turbamento" con opinione entusiasta sull'attrice Mariella Lotti.
1943
La solita zuppa - Cinema - 25/3/1943
"In nessun paese, credo, si è tanto scritto sul cinematografo da parte degli incompetenti come in Italia."
Articolo dedicato a Hollywood e a quello che Spagnol definisce come il “morbo di Hollywood” che sembra colpire tutti quelli che ci hanno a che fare e che differenza tale luogo da altri contesti in cui si prova a fare cinema, come New York.
Il primo sintomo si rivela come una forma di rispetto verso il cinema, tanto che tutti quelli che lavorano nel mondo del cinema hanno la percezione di fare qualcosa di serio e rispettabile.
La descrizione entra anche nei particolari, visto che “chi scrive queste righe ha vissuto, prima di trovare la sua chance, fra la folla di questi concorrenti invasati da un’idea o da un progetto o da una ambizione…”
Perché “tutto dunque è chance, tutto a Hollywood si riduce a questo termine, che è il più allettevole che possa suonare per un orecchio di laggiù.”