Nel terzo stasimo, il Coro esprime il desiderio di partecipare ad un rito bacchico, servendosi di una similitudine che sviluppa per tutto lo stasimo. Il Coro si immagina come una cerbiatta in fuga da un cacciatore, che riesce a salvarsi giungendo in una pianura vicina ad un luogo boscoso.
Il Coro sviluppa anche alcune considerazioni di ordine generale. Ma l'articolazione dello stasimo lascia intravedere due voci discordanti, due (tre) linee di pensiero:
la salvezza agguantata dal Coro che si vede come timida cerbiatta inseguita da cacciatori, in extremis, ma comunque precaria,
il desiderio di scontro e di conflitto, di calcare la mano sulla testa del nemico ("ritornello sinistro", Di Benedetto)
intervallata fra le immagini di scontro e di conflitto, c'è l'enunciazione di una volontà di attenersi alla tradizione, all'uso comune, senza voler scoprire cose nuove, o nutrire speranza e attesa, o volere una felicità che vada oltre il singolo giorno da vivere.
La critica non è concorde su come interpretare queste due differenti linee di pensiero.
Una possibile ipotesi sarebbe in connessione con la preveggenza di cui il Coro darà dimostrazione anche nello stasimo successivo: il ritornello sinistro potrebbe essere il presentimento dell'opera di distruzione che Dioniso sta portando a compimento ai danni del suo nemico Penteo; mentre il trovarsi fuori pericolo potrebbe essere in riferimento al Coro, nella sua vera identità (un po' come accade nella parabasi comica) che si chiede se mai vivrà nella realtà ciò che le Baccanti sul Citerone vivranno nella finzione scenica. Il sollievo di chi si ritrova fuori dalle acque tempestose sarebbe allora il sollievo dello spettatore, che esce incolume - per quel giorno, il giorno dello spettacolo teatrale - dalla sciagura e dalla rovina che invece ha colpito Penteo, Cadmo, Tebe e Agave.