Nella parodo delle Baccanti, il Coro formula un makarismos nei confronti del/della baccante: "beato chi risolve il suo io nel tiaso, si monti, ormai baccante... servo di Dioniso". I rituali di Dioniso erano ritenuti la strada verso una forma di sapienza diversa rispetto a quella raggiungibile con la ragione.
La follia per i Greci aveva una doppia valenza: corruzione e sofferenza ma anche esperienza conoscitiva. E così il culto di Dioniso era nello stesso tempo danza felice e furia omicida. Non solo malattia, ma fenomeno complesso e ambiguo.
Tuttavia, si può affermare che siano stati i Greci a 'inventare' la follia, nel senso di distinguere una serie di manifestazioni di alterazione mentale e farne oggetto di conoscenza in quanto patologia. Prima di questa separazione, non esisteva confine netto fra patologico e normale, ma le due prospettive si completavano e si integravano, all'interno del "pensiero mitico" (Lévi Strauss).
Verso la fine del V sec. a.C. l'Autore del trattato Sulla malattia sacra incluso nel Corpus Hippocraticum (De morbo sacro) è il primo a condurre una analisi sulle malattie mentali, a partire dallo studio dell'epilessia, che per i Greci era una forma di possessione. Il trattato infatti prende in esame i fenomeni della mente nel loro complesso e si distacca nettamente dalla concezione tradizionale, dei guaritori e degli esorcisti.
La follia è ricondotta a cause naturali, comparata a tutte le altre malattie, rispetto alla quali non né più né meno sacra. Non esiste una malattia 'sacra': il malato mentale è un essere sofferente, non sacro e non posseduto. Si tratta di un notevole mutamento di paradigma, di una posizione laica e razionale che rivendica alla medicina e non alla religione la sfera dei disturbi del comportamento
La causa delle malattie mentali sono gli umori: la pazzia che porta a inebetimento e tranquillità è provocata dal flegma; quella furiosa e agitata, dalla bile. La sede della malattia mentale non è il cuore, né l'utero, né il diaframma (φρήν)
La parola che comincia ad essere usata per descrivere queste malattie è μανία, mentre φόβος è l'angoscia che sembra essere il sintomo più comune alle manifestazioni della follia. Altri tratti tipici sono lo sguardo assente e fisso, l'irrequietezza, l'insonnia e gli incubi. Molte descrizioni di episodi di follia che si trovano nei testi antichi sono in effetti descrizioni di attacchi di panico (da Pan il dio pastorale invocato come causa di queste fobie improvvise)
Agorafobia, nosofobia, gefirofobia sono frequentemente descritte nel Corpus Hippocraticum, ma si trovano anche descritti nella tragedia, che è piena di personaggi folli o resi folli: Fedra, Io, Oreste, Edipo, Eracle, Penteo.
(bibliografia: G. Guidorizzi, Ai confini dell'anima. I Greci e la follia, Raffaello Cortina Editore 2010)
I folli erano esclusi dalla vita della polis, dal momento che essi erano sentiti e si sentivano diversi rispetto ai cittadini (uguali, per definizione), ciò tuttavia non comportava alcuna forma di reclusione o restrizione (si avrà soltanto dopo il Rinascimento, nel '600 quella che Foucault chiama la "grande reclusione"). I folli erano affidati alla custodia dei familiari, ma non potevano portare armi e avevano alcuni restrizioni: non potevano per esempio fare testamento.
Solo Platone, nelle Leggi, immagina un'istituzione di tipo manicomiale, un Sofronisterio, cioè un istituto di moderazione e di rieducazione per chi si ostinasse a rifiutare la religione. L'idea di Platone è che la follia si identifichi con il rifiuto dell'integrazione, dei valori e della leggi della società.
Nella realtà storica, questo tipo di istituzione non fu mai realizzato.
Le cure per la pazzia
Tradizionalmente esistevano tre tipi di cure:
esorcistica
musicale
iniziatica
La cura esorcistica si basava sul principio della purificazione, che veniva svolta in modo molto semplice con formule, oggetti sacri e con acqua da specialisti purificatori che cercavano di fare uscire dal corpo del malato l'entità da cui egli era posseduto (entità non necessariamente appartenente alla sfera del male). Questi riti avevano effetto non tanto per il loro contenuto, quanto perché placavano la vergogna, il senso di colpa del malato e della sua famiglia che si sentivano in tal modo accolti e integrati nella società.
Un tipo di cura praticata era quella della musicoterapia: cantilene e danze che si riteneva avessero il potere di placare il demone che si era impossessato del folle. Tipica di questo rituale di guarigione era la cura dei Coribanti.