Si tratta di un episodio molto breve che serve a introdurre l'Esodo. Esso segna una frattura fra la parte di tragedia precedente e il finale in cui a dominare è il dolore dispiegato, il lamento, la sollecitazione della pietà nello spettatore.
L'episodio è affidato al Secondo Messaggero che ha come interlocutore il solo Coro e che racconta la fine di Penteo. Il quale da personaggio sgradevole e condannato, quando gestiva il potere e ne faceva un uso palesemente errato, diventa degno di commiserazione e pietà quando perde quel potere e su di lui incombe la rovina: un modulo di evoluzione del personaggio che ha tratti 'romantici' e infatti piacque a Manzoni (Don Rodrigo, Napoleone).
L'episodio è incentrato sul motivo tragico del nesso colpa/espiazione: Penteo sconta la colpa di non aver creduto in Dioniso, nella divinità del dio e averne osteggiato il culto
Penteo muore senza aver capito fino in fondo l'inganno di cui è vittima, senza conoscere la vera identità dello Straniero e senza recuperare le sue facoltà mentali. L'inganno non viene né scoperto né demistificato, mentre invece si commiserano le vittime segno che l'intrigo e la ricerca/scoperta della verità non interessavano Euripide in questa tragedia, né gli interessava contrapporre il positivo al negativo, la polarizzazione fra seguaci e oppositori di Dioniso.
Lo 'sparagmos' di Penteo: dipinto murale, Pompei, Casa dei Vettii; Pixis del Pittore di Meidias, 440-430 a.C. Parigi, Museo del Louvre
Vedi iconografia di Penteo in ICONOS