L'esodo delle Baccanti tocca il vertice della tragedia: entra infatti in scena Agave che porta la testa del figlio Penteo, confitta nel tirso.
Il Coro si rivolge a lei in modo ironico, invitandola a mostrare la preda al pubblico e Agave si mostra orgogliosa della sua impresa. È Cadmo, padre di Agave, ad assumersi il triste compito di riportare la figlia alla realtà e farle comprendere l'accaduto. Quando Agave si rende conto a poco a poco dell'atroce crimine commesso e della punizione inflitta dal dio, può cominciare il compianto per Penteo.
A questo punto, c'è purtroppo una lacuna. Il testo doveva contenere il dolore di Agave e l'inizio del discorso di Dioniso.
Il dio, che finalmente compare, annuncia la sorte delle sorelle di Semele e di Cadmo (diventerà un drago) e poi sparisce.
La tragedia si conclude con un dialogo fra Cadmo e Agave.
Nell'esodo, si assiste alla conclusione del movimento di ritorno dei vari personaggi da quello spazio extrascenico continuamente evocato, verso cui si erano mossi tutti i personaggi del dramma: il Citerone. Tornano, nell'esodo Agave, Cadmo, Penteo a pezzi. Questo movimento di ritorno è molto più rapido del movimento di andata: tutto sempbra precipitare e gli avvnimenti si susseguono a ritmo incalzante.
La stocomitìa fra Cadmo e Agave è un pezzo straordinario: Cadmo cerca con domande e gradualmente di portare Agave al recupero della consapevolezza. Un tema particolarmente caro a Euripide, che spesso mette in scena la follia e la riacquisizione delle facoltà mentali. Il delirio di Agave tuttavia è molto più lungo rispetto ad analoghi accessi violenti e improvvisi di altri personaggi (Eracle e Oreste) e richiede un metodo - quello dell'interrogare - che ha il suo precedente nella maieutica socratica. Possiamo vedere in questo uso della sticomitìa una sorta di professione di fede nei confronti del dialogo come produttore di verità in contrapposizione al discorso lungo e retoricamente elaborato come caratteristico della persuasione (tema ripreso da Platone nel Protagora);
Il delirio di Agave ha a che fare con l'idea 'tormentosa' (Di Benedetto): uno stato emotivo che blocca l'individuo e che l'individuo non può modificare da solo, un'ossessione ch enon dà requie e che non può essere trattato con l'autorità ma deve essere disgregato introducendo altri riferimenti percettivi (il cielo). Agave viene invitata a "guardare" il cielo, a collegarsi cioè con la realtà, mutando punto di vista.
La connessione fra disturbo emotivo e problemi di vista è presente anche nel Corpus Hippocraticum e quello medico potrebbe essere uno dei riferimenti culturali di Euripide, che però pone il problema della follia/senno in termini esclusivamente psichici (i disturbi di Agave non sono disturbi della vista in senso organico).
Il rinsavimento di Agave non conduce ad una soluzione nel senso di una condanna netta di Dioniso e del dionismo, ma nemmeno ad un attacco frontale al dio per la sua crudeltà. In altre tragedie Euripide aveva sperimentato diversi finali: il desu ex machina, il 'lieto fine' (lo scioglimento dell'intrigo), il lamento funebre. Nessuno di questi viene usato nelle Baccanti: la tragedia resta aperta.
Nel lamento di Agave per Penteo, si è supposto a lungo che avvenisse una compositio membrorum, cioè che la madre ricomponesse il corpo con i pezzi dilaniati. Ma questa ipotesi è errata (Di Benedetto): Agave menziona le parti (come Ecuba nelle Troiane, quando si rivolge ad Astianatte menzionandone varie parti del corpo) ma non c'è nulla che lasci intendere che le ricomponga. È verosimile che, dopo la ricerca sul Citerone, il corpo arrivi in scena già ricomposto. Mentre sicuramente doveva essere lei a staccare la testa dal tirso e ricomporla insieme agli altri pezzi.
un ulteriore effetto sinistro, di ironia tragica doveva risiedere nel fatto che lo stesso attore impersonava sia Penteo che Agave (che infatti non si trovano mai sulla scena contemporaneamente): il pubblico poteva forse riconoscere, nella voce della madre, la voce del figlio
"Christus Paschon" (Il Cristo Sofferente) è un'opera attribuita a Gregorio di Nazianzo.
Questa "tragedia", composta da circa 2602 trimetri giambici tipici del teatro classico, fu pubblicata per la prima volta a Roma nel 1542 . Nonostante ciò, inizialmente non ricevette grande attenzione critica e solo nel 1969, con l'edizione curata da André Tuilier, l'opera fu rivalutata .
Il "Christus Paschon" si colloca all'incrocio tra la tragedia classica greca e la tradizione cristiana. L'opera riprende elementi formali e strutturali della tragedia greca, in particolare da Euripide, con echi da opere come l'Alcesti, l'Andromaca, l'Ecuba e le Troiane. Tuttavia, questi modelli classici vengono adattati ai contenuti cristiani incentrati sulla Passione di Cristo.
Il dramma si focalizza sulla Passione, presentando figure centrali come la Madre di Dio, Giovanni, Giuseppe d'Arimatea, Nicodemo, Pilato, un custode del sepolcro e Maddalena. Un elemento particolarmente toccante è la sofferenza della Madre. L'opera culmina con un deus ex machina che annuncia la Resurrezione.
La composizione del "Christus Paschon" si inserisce in un periodo del IV secolo caratterizzato da una "rinascita pagana", in cui intellettuali cristiani utilizzavano forme classiche per esprimere contenuti cristiani. Gregorio di Nazianzo, con quest'opera, intendeva rispondere a tentativi di censura anti-cristiana, dimostrando la capacità dei cristiani di comprendere e rielaborare i testi classici. L'opera viene anche vista come un'anticipazione del dialogo drammatico tra la Madre e il Figlio crocifisso, un tema poi sviluppato nella tradizione medievale.
Un aspetto significativo è l'enfasi posta sulla figura della Madre di Dio (Theotokos), il cui dolore e ruolo centrale nel dramma della Passione sono particolarmente evidenziati. Il testo mostra un chiaro debito nei confronti di Euripide, con riprese di versi euripidei. Questa ripresa non è una semplice imitazione, ma un tentativo di nobilitare il contenuto cristiano attraverso la forma tragica greca.
Il "Christus Paschon" è dunque un'opera che testimonia l'incontro tra due mondi culturali, la tragedia classica e il cristianesimo nascente, con un focus particolare sul dramma della Passione e sulla figura sofferente della Vergine Maria. L'opera ebbe una notevole influenza nella letteratura bizantina e, successivamente, nel Medioevo occidentale, contribuendo allo sviluppo di forme di rappresentazione della Passione
L'espressione del dolore materno nel "Christus Paschon" è affidata alle parole Gregorio fa pronunciare alla Theotokos (Madre di Dio), parole che ricordano Agave, la madre invasata presente nelle Baccanti che, accecata dal delirio dionisiaco, uccide il proprio figlio, Penteo, e in seguito ne lamenta il corpo fatto a pezzi.
In alto a sinistra: la deposizione di Rogier van der Weyden, olio su tavola (220×262 cm), databile al 1435-1440, considerata uno dei capolavori dell'artista. È conservata nel Museo del Prado a Madrid.
In alto a destra: di Michelangelo è una scultura fatta in marmo realizzata da Michelangelo Buonarroti e conservata nella basilica di San Pietro in Vaticano.
A sinistra: la Deposizione, dipinto a olio su tela realizzato, tra il 1602 ed il 1604, dal pittore italiano Michelangelo Merisi detto Caravaggio e conservato presso la Pinacoteca vaticana.
Nel Christus Patiens di Gregorio di Nazianzo, Nicodemo esorta Giuseppe d'Arimatea ad accomodare la testa del Cristo in modo conveniente in modo che il corpo sia ricomposto con cura: c'è un evidente richiamo alle Baccanti euripidee