Il terzo episodio è uno dei più belli e complessi della drammaturgia euripidea.
Esso comprende tutte le forme drammaturgiche possibili nella tragedia:
dialogo lirico fra attore (solo voce) e coro
dialogo in recitativo fra attore (in presenza) e coro
sticomitìa fra un attore e un altro attore
logos anghelikòs del messaggero
rhesis monologica
L'episodio inizia con un dialogo fra il Coro e Dioniso. Il Coro invoca il dio e per la prima volta il dio si manifesta e parla alle sue adepte in modo diretto (ma non si fa vedere). Ma non sono tanto le parole ad avere significato, quanto la manifestazione della potenza del dio attraverso il terremoto e l'incendio che sconvolgono la scena. Il Coro ne ricava uno stato di forte paura, i coreuti si gettano a terra: non era questo che avevano sperato invocando il dio! La protezione che speravano di ricevere, la gioia e la guida non si concretizzano. Il Coro è destabilizzato, atterrito, frustrato.
Ora entra lo Straniero e il dialogo con il Coro prosegue: il dio non si presenta come colui che aveva parlato in precedenza, ma come lo Straniero. Conforta - seppure freddamente - il Coro e lo invita a rialzarsi. Lo Straniero racconta cosa accedeva dentro la casa di Penteo, mentre accedeva il terremoto e l'incendio. Sullo stesso avvenimento viene aquisita due volte l'informazione, da due punti di vista diversi: da fuori e da dentro. Il racconto dello Straniero è raccapricciante
➡️ Mentre fuori Dioniso appicca il fuoco ai resti della casa di Semele
➡️ Dentro, nelle stalle-carcere, Penteo cerca di legare il toro; poi vede le fiamme e non capisce da dove vengano
➡️ poi pensa che lo Straniero sia scappato, si arma
➡️ si reca fuori, in un cortile interno dove vede un finto straniero, un fantasma e cerca di colpirlo
➡️ Allora Dioniso, dentro, distrugge la casa.
A questo punto, il Coro viene messo in ombra e inizia una sezione dell'episodio tutta incentrata sul dialogo fra attori. Inizia con una breve sticomitìa fra Dioniso e Penteo
Entra il Messaggero e dopo un dialogo fra il Messaggero e Penteo, inizia una rhesis anghelikè del Messaggero: costui racconta il rapido volgere da un quadro di pace idilliaca in uno scenario paradisiaco (acqua, vino, latte e miele che sgorgano dalla terra e dagli alberi); di fusione con la natura vegetale e animale ad un quadro di violenza e conflitto. Le donne, già in preda a furore e sfrenatezza, si accorgono di essere osservate e spiate e si avventano contro una mandria, squartano gli animali, corrono in preda alla violenza dappertutto, poi si acquietano e si lavano via il sangue dal viso.
Segue una nuova sezione di dialogo, disticomitìa e successiva sticomitìa fra Penteo e lo Straniero a cui il Coro torna sporadicamente a parteicipare. Lo Straniero offre una soluzione a Penteo: architetta uno stratagemma affinché Penteo possa vedere, non visto, i riti delle baccanti e si offre di condurr Penteo, travestito da donna, nel luogo dove le baccanti stanno compiendo i loro riti.
È notevole il fatto che Euripide inserisca il tema dell'inganno, caratteristico delle tragedie ad intrigo - Ione, Ifigenia in Tauride, Elettra, Elena ed Eracle - ma con esito non di lieto fine. Questo tema ha come esito l'apparizione - grottesca - di Penteo travestito da donna. Il travestimento di Penteo ha un precedente diretto nelle Tesmoforiazuse di Aristofane, in cui il Parente di Euripide si traveste da donna per intrufolarsi alle Tesmoforie, festa femminile.
Il discorso del messaggero:
"Su in alto, lungo la pendice del monte conducevo al pascolo le mandrie dei miei buoi, esattamente quando il sole emette i suoi raggi e riscalda la terra; e allora vedo tre tiasi di cori femminili: di uno era a capo Autonoe, del secondo tua madre Agaue, del terzo coro Ino. Dormivano tutte, con i corpi allentati: alcune avevano appoggiato la schiena alla chioma di un abete, altre tra il fogliame di quercia avevano reclinato la testa giù a terra, come capitava, senza malizia, non - come tu dici - che esse, avvinazzate tra coppe e suono di flauto, ricercassero Cipride nel bosco, appartandosi.
E tua madre levatasi in mezzo alle baccanti lanciò il grido perché scuotessero il corpo dal sonno: proprio allora aveva sentito i muggiti delle mucche cornigere. E allora quelle rimossero dagli occhi il sonno profondo, e balzarono ritte in piedi - prodigio di compostezza a vedersi - giovani, vecchie, vergini ancora ignare del giogo. E per prima cosa lasciarono andare sulle spalle le chiome e si ricomposero le nebridi, quelle alle quali si fossero sciolti i vincoli dei nodi, e cinsero le punteggiate pelli con serpenti che leccavano loro la guancia. Altre tenevano tra le braccia chi un capriolo e chi cuccioli selvatici di lupi e davano loro bianco latte: erano le puerpere il cui seno era ancora gonfio e avevano lasciato i loro piccoli. E sul capo si misero ghirlande d'edera, di quercia, di smilace fiorito. Una, afferrato il tirso, lo batté sulla roccia e ne sgorgò un rugiadoso fiotto d'acqua; un'altra spinse dentro al suolo l'asta del tirso e lì il dio fece affiorare una polla di vino; quelle che sentivano desiderio della bianca bevanda, con la punta delle dita graffiavano la terra e si trovavano davanti fiotti di latte; dai tirsi adorni d'edera stillavano dolci flussi di miele: cosicché, se tu c'eri, a vedere tali cose, quel dio che ora tu rimproveri lo avresti ricercato con le tue preghiere.
Ci riunimmo, bovari e pastori, per fare gli uni con gli altri gara di discorsi in comune [come quelle donne po-tessero compiere cose straordinarie e degne di meraviglia]. E uno, frequentatore della città e furbo parlatore, fece giungere a tutti la sua voce: "O voi che abitate le venerande plaghe dei monti, volete che diamo la caccia ad Agaue, la madre di Penteo, portandola via dai riti bacchici, e così a nostro vantaggio facciamo una cosa gradita al sovrano?" A noi parve che parlasse bene, e ci appostammo tra le fronde dei cespugli, nascondendoci. Ed esse, all'ora stabilita, muovevano il tirso avviando il loro rito e ad una sola voce col nome di Iacco invocavano Bromio, figlio di Zeus; e tutto il monte era preso da agitazione bacchica, e anche le fiere, e nulla c'era che non fosse scosso da impeto di corsa.
Ed ecco Agaue che saltando capita accanto a me; ed io feci un balzo come volessi afferrarla, e lasciai il cespuglio dove ci nascondevamo. E lei gridò: "Mie cagne veloci, questi uomini ci danno la caccia; ma voi seguitemi, seguitemi, con le mani armate del tirso".
Noi allora fuggendo evitammo il dilaniamento bacchico, ed esse sulle giovenche che pascevano l'erba si avventarono senza alcun ferro nelle mani. E avresti visto allora una che tra le braccia aveva una giovenca dalle turgide mammelle che muggiva e la stirava in opposte direzioni; altre laceravano a pezzi le vitelle; avresti vi-sto fianchi e zoccoli biforcuti volteggiare in su e in giù: penduli dai rami degli abeti gocciolavano intrisi di sangue; e i tori, fino ad allora aggressivi e con le corna irose, venivano destabilizzati fino a cadere a terra con la massa del loro corpo, trascinati da miriadi di mani di fanciulle, e la carne che li vestiva veniva lacerata più rapidamente di un tuo congiunger ciglia su occhi regali. E poi esse si levavano in corsa come uccelli e spaziavanó sulle distese pianure che lungo le correnti dell'Asopo producono la spiga fruttifera dei Tebani: e su Isie ed Eritre, che nella bassura si insediano sulla falda del Citerone, come un esercito nemico si abbatterono e di su e di giù ogni cosa sconvolgevano. Rapivano i bimbi dalle loro case, e quante cose sulle spalle si ponevano re-stavano loro attaccate senza lacci, né cadevano sul nero suolo, non bronzo, non ferro. Sui loro riccioli portavano il fuoco, e non bruciava. Gli abitanti, furenti d'ira, saccheggiati dalle baccanti, correvano alle armi. E ci fu allora uno spettacolo straordinario a vedersi, signore".
Cratere apulo a figure rosse, Martin von Wagner Museum, Wurzburg con scena delle Tesmoforiazuse in cui il Parente di Euripide, travestito da donna (a destra) minaccia di sacrificare un bambino sottratto alla madre (a sinistra). ma il bambino si rivela essere un otre di vino!
TESMOFORIAZUSE (=donne che partecipano alle Tesmoforie)
Colpevole di misoginia, Euripide teme che le donne riunite per la festa delle Tesmofòrie, vogliano vendicarsi di lui; fa infiltrare quindi un suo Parente alla festa; l’uomo, depilato e travestito, prende parte alla vivace assemblea, durante la quale il poeta viene contestato in quanto ha rappresentato le donne come traditrici, ubriacone e fonte di rovina per gli uomini. Il Parente viene però smascherato e, per sfuggire alle donne, prende in ostaggio la figlia di una di esse (che si rivela essere in realtà un otre). Dopo la parabasi, in cui il Coro tesse l’elogio delle donne, Euripide sopraggiunge in aiuto del Parente incarcerato: il diretto intervento del poeta – che dà luogo a una diffusa parodia dei suoi stessi drammi – riesce infine a risolvere la vicenda.
La commedia è incentrata sulla polemica letteraria contro Euripide e il suo mondo poetico, un tema che tornerà anche nelle Rane. Il tragediografo è visto come l’esponente di una cultura ‘nuova’, caratterizzata da retorica di stampo sofstico e da un modo di argomentare socratico, che si riflette nello sua drammaturgia e nel suo stile, lontani dal modello eschileo.