La mattina del 30 ottobre mi svegliai prima del previsto, prima della sveglia che non sentivo mai. Mi alzai dal letto e misi le ciabatte per scendere a fare colazione. Come sempre mia madre non c’era mai quando mi alzavo, quindi facevo da sola colazione, anzi con il mio cane Bobby, ma comunque da sola perché mi evitava sempre come se non esistessi. Mi vestii e presi lo zaino per la scuola e uscii. Ci andai con la bici tra le strade di Port Lawrence, per fare prima cercai una scorciatoia che mi facesse arrivare direttamente a scuola perché, anche essendomi svegliata presto, ero comunque in ritardo, come sempre. Presi la strada più corta ma non arrivai a scuola, “Penso di essermi persa”, dissi tra me e me. Vidi una casa mai vista prima, era grande e da fuori era buia con le serrande chiuse come se non ci abitasse nessuno. Stavo scrutando da cima a fondo quella casa malridotta che si trovava, stranamente, su quella strada poco illuminata, quando qualcuno mi toccò sulla spalla. Sobbalzai per lo spavento: era una signora che portava un vestito rosa, come i vestiti degli anni Quaranta, e un’acconciatura sempre di quei tempi. «Oh scusami, ti ho spaventata?», disse la signora in modo gentile e pacato. «No, si figuri, ero solo di passaggio», dissi io ancora scossa dallo spavento. «In questa casa ci abita qualcuno? È messa davvero male, sembra che sia abbandonata da anni», dissi guardandola ancora un po’. «Beh sì, in questa casa abita una signora alla moda con dei bei capelli», disse lui, ed entrambe scoppiammo in una risata fragorosa, «Di sicuro sta parlando di lei, ho indovinato, vero?», chiesi alla signora. «Hai indovinato, brava», rispose lei, con un sorriso a trentadue denti, si voltò ancora sorridendo e aprì la casa «Vieni entra», mi invitò. Era carina all’interno, mentre da fuori sembrava abbandonata «Vuoi dei biscotti? Me li ha portati un’amica di famiglia», disse porgendomi un biscotto alla cannella, io adoravo quel tipo di biscotti. «Sono buonissimi», dissi alla signora cercando di sedermi su una delle poltrone, che sembravano crollare con un tocco «Non vai a scuola?», mi chiese. Le risposi che ormai avevo perso troppo tempo, le lezioni erano ormai iniziate. «È stato bello conoscerla», dissi alla signora che mi stava, stranamente, ascoltando. Mi disse più tardi di tornare a casa, per non far preoccupare mia madre. «Allora tornerò domani», le promisi uscendo; feci un cenno di saluto e ripresi la bici per tornare a casa, ma prima di partire mi voltai: «Come si chiama?», domandai alla signora ancora sulla soglia. «Marilyn, e tu cara?», mi rispose la donna. Le dissi il mio nome, Kate, e mi congedai. Alzando lo sguardo per avviarmi mi resi conto che ero all’inizio della strada. “Ma come è possibile, un attimo fa ero alla casa e ora sono qui!”, mi dissi. C’era qualcosa che mi puzzava, e non perché ero vicino ad un secchio, ma perché c’era qualcosa di strano che non mi convinceva. Tornai a casa ancora pensierosa, misi la bici nel garage, entrai e presi una lattina dal frigo, “Domani devo andare a scuola, sennò mia madre mi uccide”, pensai abbassando la testa sul tavolo in segno di disperazione. La mattina seguente mi svegliai sempre prima della sveglia, presi la bici e andai a scuola, Tatum mi stava aspettando all’ingresso impaziente di dirmi qualcosa «Ti devo dire una cosa pazzesca», mi disse. «Cosa, Tatum?», le chiesi con un tono che faceva capire che non mi interessava. «Stasera ci sarà una festa pazzesca in una casa abbandonata sulla vecchia scorciatoia che portava a scuola», mi disse lei facendo i salti di gioia. «Sì, pazzesco … io non vengo», dissi iniziando a camminare. Tatum cercava di convincermi: «Dai, sarà divertente», «No, ho detto che non vengo, quella strada stasera sarà piena di scemi che si travestono», dissi aprendo l’armadietto; Tatum se ne andò scocciata, pensavo che da quel momento in poi non mi avrebbe mai più parlato perché ad ogni festa che organizzavano non andavo, ma c’era una sola cosa che amavo fare il giorno di Halloween con lei: rimanere a casa a guardare dei film horror come Scream, Halloween ed altri. Chiusi l’armadietto e andai a lezione. Finita la scuola passai dalla signora che avevo incontrato il giorno prima. «Signora Mary, è in casa?», chiesi bussando alla porta; scrutai all’interno della casa ma la vidi all’interno. «Ehi ragazzina, che stai facendo?», disse un uomo lì vicino, «Non c’è nessuno in quella casa, cosa cerchi?». «Sto cercando una signora di nome Mary, non so il cognome, so solo come si chiama», dissi girandomi e andando verso l’uomo. «Mary? … Sì, ci viveva qualcuno di nome Mary, ma ora non c’è più nessuno», disse l’uomo. Volevo rispondere che ero entrata nella casa solo il giorno prima, ma evitai pensando che, se era come diceva il signore, non avrei potuto perché quella era proprietà privata. Lui però disse «Non dirò nulla, tranquilla». Ringraziai, salutati e andai via. Era sera ed ero seduta sul divano di casa, stavo vedendo un film e mangiavo pop corn, con l’intenzione di non aprire a nessuno che avesse suonato al campanello. Mi alzai per andare a fare rifornimento, posai la ciotola sul piano della cucina e presi i pop corn dalla credenza per metterli dentro la pentola, ma quando accesi il fornello suonarono al campanello ed io non risposi, come avevo deciso. Suonarono di nuovo e stavolta in modo insistente. Mi avvicinai alla porta e smisero, aprii per vedere chi suonasse ma non c’era nessuno: il porticato era vuoto come sempre, richiusi velocemente la porta mettendo ogni blocco possibile immaginabile, tornai verso la cucina per vedere se i pop corn fossero pronti ma suonarono alla porta ancora una volta. Andai verso la porta, aprii come prima e di nuovo non c’era nessuno. Spensi il fornello, presi la giacca e il telefono, e andai a casa di Tatum. Le chiesi di restare da lei quella notte, Tatum accettò perché ero ancora la sua migliore amica. Accendemmo la TV e, come avevo fatto a casa mia, andammo a preparare i pop corn in cucina. Successe la stessa cosa: suonarono il campanello, Tatum andò ad aprire la porta, come avevo fatto io, ma non c’era nessuno. Tatum richiuse la porta e si girò verso di me, appena fece un passo suonò il campanello ma allo stesso tempo squillò il telefono, risposi e lei chiuse la porta a chiave. «Pronto?», dissi ansiosa. «Sì, scusa, sono il vicino, a me è saltata la corrente non so se a voi è capitato». Riportai a Tatum la telefonata, lei andò a controllare, si affacciò alla finestra e scostò le tende, ma la luce della casa vicina era accesa. «Ma la luce è accesa», disse Tatum verso di me. «Ah, ora mi funziona il contatore e mi si è accesa la luce», disse l’uomo. Riattaccai il telefono avvicinandomi a Tatum che stava ancora guardando fuori dalla finestra: la luce si accendeva e si spegneva, vedemmo dalla finestra un uomo incappucciato con una lunga veste nera, come quella di un monaco. «Ma chi è?», chiesi a Tatum, lei si girò verso di me: «Non lo so, di certo non è il mio vicino» disse lei impaurita. Si rigirò verso la finestra: si vide qualcosa avvicinarsi, era una cosa tondeggiante che si dirigeva a tutta velocità contro la nostra finestra, spaccò il vetro cadendo a terra e continuando a rotolare. Tatum si avvicinò alla cosa schifata, poi cacciò un urlo e svenne per l’orrore.
R.P.