Eugenio Bittasi, Yasser Abdalla e Carlo Chiavelli (3^B)
Vicecomandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa fu una delle principali figure delle istituzioni italiane nella lotta contro la mafia.
“Malavita” del nord, Brigate rosse e mafia siciliana furono i suoi nemici, che il generale combattè fino alla morte, sopraggiunta per mano della stessa mafia il 3 settembre 1982.
Piemontese, nato a Saluzzo nel 1920, Dalla Chiesa entrò a 22 anni nell’Arma dei Carabinieri.
Dopo l’8 settembre 1943 cominciò a collaborare con la resistenza marchigiana. Nel 1949, promosso capitano, chiese di essere trasferito a Corleone per entrare a far parte, con brillanti risultati, delle “Forze di Repressione del Banditismo”, operanti contro le bande di Salvatore Giuliano.
Dal 1966 fu di nuovo in Sicilia, col grado di colonnello, dove assunse il comando della Legione Carabinieri di Palermo: qui fronteggiò la cosiddetta “Prima Guerra di mafia” e fu organizzatore dei soccorsi in occasione del terremoto del Belice nel 1968.
Fu suo il "rapporto dei 114", una mappa dei nuovi e vecchi capimafia siciliani. Per la prima volta, nel documento stilato da Dalla Chiesa, apparivano nomi che sarebbero stati spesso protagonisti di fatti di mafia, anche negli anni a venire.
Richiamato nuovamente al nord, dove lo avrebbe atteso la lotta contro l'eversione terroristica di sinistra, Dalla Chiesa si impegnò nel contrasto alle temibili Brigare Rosse. Furono anni di tensione, culminati drammaticamente nella morte della prima moglie, Dora Fabbo, stroncata da un infarto nel febbraio del 1978. Per il generale il colpo fu durissimo, anche perché riteneva di avere una parte di responsabilità, avendo costretto la moglie a una vita di lontananze prolungate e attese angosciose.
Nominato vice comandante dell’Arma alla fine del 1981, di lì a breve andò a Palermo per contrastare la mafia in qualità di Prefetto. del capoluogo siciliano.
Il momento era drammatico: era in corso la cosiddetta “Seconda Guerra di mafia”. Pochi giorni prima dell’inizio dell’incarico venne assassinato Pio La Torre (30 aprile 1982), segretario regionale del Partito Comunista Italiano.
Arrivato a Palermo, l'azione di Dalla Chiesa contro Cosa nostra procedette su due piani.
Sotto l’aspetto investigativo, si interessò all’estensione del suo progetto di contrasto alla mafia allargando le indagini anche alla Sicilia orientale, ritenuta (erroneamente) tradizionalmente immune, con la formazione di un asse Palermo-Catania.
Da un punto di vista psicologico, il prefetto si rendeva conto che, in un contesto caratterizzato da sfiducia e rassegnazione, era fondamentale far sentire la presenza delle istituzioni e sensibilizzare l’opinione pubblica, spesso troppo vaga o assente.
Durante il suo periodo di 3 mesi in Sicilia, Carlo Alberto dalla Chiesa chiese al governo di concedergli poteri per contrastare la mafia, ma il governo glieli negò. L'ex generale si trovò da solo in questa lotta e ciò lo rese un facile bersaglio per la mafia, che lo assasinò il 3 settembre 1982.
La macchina su cui viaggiavano l'agente Domenico Russo, Carlo Alberto Dalla Chiesa e la sua seconda moglie, Emanuela Setti Carraro, venne affiancata in via Isidoro Carini, a Palermo, da una moto di grosso calibro con a bordo il killer di mafia Pino Greco, che aprì il fuoco ponendo fine alle loro vite.
A prova di ciò, al funerale del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa una folla inferocita sommerse di fischi, sputi, monetine e persino bottiglie i membri del governo presenti, in segno di protesta per aver abbandonato a se stesso il generale e tutti i rappresentanti delle istituzioni impegnate in quella fase nella lotta contro la mafia.
Il giudice Falcone in piazza San Domenico a Palermo, il giorno dei funerali
Omelia del cardinale Pappalardo, che accusa la politica italiana di fronte ai feretri di Dalla Chiesa e della moglie
Cartello affisso da un palermitano anonimo in via Isidoro Carini, nel luogo della strage