Lassú qualcuno mi ha sempre amato e continua ad amarmi
Delle vite che mi ha concesso ne ho giá consumate tredici
Saranno terminate?
PRIMA VITA: UN VESTITO NUOVO
"Leonardo, tu mi devi un vestito nuovo".
Silvio me lo ripeteva ogni volta che veniva a trovare suo figlio Paolo, mio compagno di giochi preferito sul pianerottolo del sesto piano nell'edificio di otto nel quale abitavamo.
Separato da sua moglie Vittoria, bella donna e attrice di terz'ordine, Silvio era un operatore cine al seguito degli Americani in Italia che il giorno prima avevano cacciato via a calci nel sedere i Tedeschi invasori.
Avevo solo un anno e mezzo, solo diciotto mesi ma ero già riuscito a prendermi una polmonite doppia per la quale i miei avevano ricevuto la sentenza di morte.
C'era anche Silvio il giorno della sentenza quando il medico aggiunse: "Se avessimo la Penicillina potremmo salvare Leonardo".
Eravamo nel 1945, la guerra stava finendo in tutto il mondo e in Italia c'era ben poco che si potesse trovare, men che mai la Penicillina.
Pioveva il giorno della sentenza, ma Silvio uscì ugualmente, di corsa, senza ombrello e senza impermeabile, diretto al comando alleato a Roma: gli americani sicuramente avevano questa benedetta Penicillina e a lui non avrebbero potuto negarla.
Nella corsa di ritorno scivolò malamente su una pozza d'acqua e cadde rovinando definitivamente il suo completo scuro ormai fradicio.
"Leonardo, tu mi devi un vestito nuovo".
Continuò a ripetermelo per sette anni dopo la mia guarigione, fin quando Paolo e Vittoria cambiarono casa e tutto finì.
Persi l'amico di tante corse con le automobiline di latta Schuco e il mio debito con Silvio svanì nel nulla.
Ancor oggi penso che sono vivo grazie alla fortuita presenza di un cineoperatore che veniva a trovare il figlio una volta ogni tanto proprio il giorno della sentenza e fantastico su quanto mi sarebbe piaciuto, una volta diventato grande, regalare a Silvio un vestito nuovo, se lui fosse stato meno benestante e non avesse avuto i soldi per comprare altrove una casa più bella per Vittoria e Paolo.
SECONDA VITA: UNA CORDA SINGOLA
"LEONARDOOOO !"
L'urlo di mia nonna Margherita mi raggiunge, stordito in mezzo all'erba alta con un sasso piantato nella schiena ed un masso a due dita dalla mia tempia sinistra.
Non so cosa diavolo sia successo e nemmeno perché mi trovi sdraiato in quel posto con un gran male per tutto il corpo. Passa un tempo indefinito e vedo la faccia larga di mia nonna che si abbassa su di me, poi tutto svanisce.
Non credo sia svenuto, semplicemente svaniscono i ricordi che ho di quella estate a Montopoli Sabina, in casa della sorella di mio nonno Leonardo, e della prima discesa a corda della mia vita, discesa, tra le tante e stavolta a corda doppia, con le quali avrei avuto di nuovo a che fare trent'anni dopo.
Nonna Margherita fu operata l'anno successivo ad un rene che doveva essere asportato, ma le asportarono per sbaglio quello sano. Si salvò dall'infarto vedendomi precipitare nel dirupo ma se ne andò via per sempre poco tempo dopo a causa dell'unico rene non funzionante rimastole. Mio nonno, grande invalido reduce dalle trincee della prima guerra mondiale, uomo che teneva una pistola a tamburo carica nel cassetto del comodino, giurò che avrebbe ucciso il chirurgo responsabile di quello scempio.
Ma questa è un'altra storia che non c'entra nulla con quella di un ragazzino di sei anni che scioglie una corda da bucato stesa tra due olivi, ne lega un capo ad un terzo olivo sul ciglio di un piccolo strapiombo e la usa per calarsi giù di lì una mano dopo l'altra.
Il peso di un bambino di sei anni, magro come un chiodo, è basso, ma la corda da bucato è in realtà uno spago sottile destinato tuttalpiù a sostenere qualche lenzuolo. Nessuno si preoccupa che possa spezzarsi, perché al massimo ci sarà da lavare di nuovo le lenzuola.
TERZA VITA: UNA BICLETTA SENZA FRENI
Avevo otto anni, abitavo al sesto piano di un condominio di otto ed avevo una sorella che potevo non aver mai avuto.
Mia madre, incinta di lei, un giorno era affacciata al balcone del nostro piccolo appartamento quando un corpo femminile le passò davanti. L'inquilina del piano di sopra aveva scelto quel momento per suicidarsi.
Mia madre non abortí per lo spavento e mia sorella nacque senza problemi.
Ci pensai io a tentare il colpo gobbo qualche tempo dopo, quando Enzo riportó a casa me e la mia bicicletta.
Erano gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e di soldi ne giravano pochi.
Cosí, quando mio padre volle regalarmi una bicicletta nuova, ne compró una che aveva il telaio spezzato per poche lire al mercatino di Porta Portese. Era una bicicletta senza ruota libera e senza freni; per frenare bisognava rallentare agendo sui pedali.
Fece saldare il telaio a Mariuccio, che aveva un negozietto di ascensorista nella nostra strada e possedeva un saldatore, e me la regaló con gli occhi lucidi di gioia.
Il nostro condominio di otto piani dava su una strada in leggera discesa, e cosí io scendevo con la bici rallentando coi pedali.
Ma un giorno volli prendere piú velocitá, e verso la fine della strada, che andava ad incrociarne una piú grande con buon traffico, le mie gambe magrissime non riuscirono piú a rallentare la velocitá e persi il controllo.
Enzo era un conducente di autobus, quelli di una volta: alto, robusto, con divisa, berretto con visiera e stivali da cavallerizzo, il tutto nero.
In sella alla mia bici lanciata a tutta velocitá verso un incrocio probabilmente mortale, con la coda dell'occhio destro vidi Enzo, che stava chiacchierando con Mariuccio sulla porta del suo negozietto, schizzare come un proiettile verso di me.
Una forza enorme mi sollevò dal sellino mentre la bici si accasciava in terra.
"Sora Dora" disse Enzo a mia madre sulla porta di casa, tenendo la mia mano destra con la sua sinistra e con la sua destra la mia bicicletta rossa col telaio saldato e senza freni. "Stavorta é annata bene, peró 'na bicicletta coi freni nun ce starebbe male. Se vole jeli famo mette a Mariuccio che ce capisce".
QUARTA VITA: ABBIAMO RISPARMIATO
In salita, alla guida della mia 500 lungo la via del Muro Torto, getto un'occhiata al rotolo di carta da lucido che, nonostante la pendenza sfavorevole, scivola davanti al sedile del passeggero.
Fammelo raccogliere.
Un botto terribile.
Un dolore penetrante alla tempia sinistra e al ginocchio sinistro.
Il parabrezza ridotto a ragnatela.
Visuale ridotta ad un ammasso di lamiere contorte.
Sono vivo.
Esco dall'auto senza nemmeno zoppicare nonostante il dolore.
Era il 1964, mi ero iscritto alla facoltá di Architettura da un paio di mesi e ancora non esistevano le cinture di sicurezza, men che mai gli airbags.
Per raccogliere quello stramaledetto rotolo di carta avevo sterzato involontariamente verso sinistra, scavalcato lo spartitraffico e impattato in pieno un'altra 500 che scendeva dalla corsia opposta a velocità di discesa.
Nell'impatto avevo, miracolosamente, solo sfiorato con la tempia sinistra il montante del tettuccio apribile, altrimenti mi sarei aperto il cranio come un melone.
L'urto frontale era stato talmente forte che il ginocchio, nel colpire il passaruota sinistro, aveva fatto schizzare fuori da sotto la copertura in gomma del mastice che si era appiccicato ai pantaloni.
Mio padre dovette gettare via la 500 perché irreparabile e comprarmene una nuova per poter frequentare l'università di Architettura non a portata di mezzi pubblici.
Così, per curiosità, mi chiese cosa mai ci facessi al Muro Torto ben distante da casa e dall'universita.
"A Via della Croce c'é un negozio dove fanno prezzi molto buoni sulla carta da disegno tecnico", dissi a quel sant'uomo sempre pronto con la mano sul portafogli per il figlio aspirante architetto.
"Bene, allora abbiamo risparmiato", rispose lui con un'ironia che non compresi perché non faceva parte del suo carattere.
QUINTA VITA: PNEUMATICI DI SCARTO
Il 747, volo tal dei tali della compagnia tal dei tali, stava per poggiare le ruote in terra quando, all'impatto col suolo, udii delle esplosioni e dei rumori terrificanti.
L'aereo sobbalzava e smise di procedere in linea retta; cominció ad ondeggiare mentre i rumori terrificanti aumentavano e del fumo saliva da sotto la carlinga.
Qualcuno urlava da lontano, la mia respirazione s'era azzerata.
L'hostess era terrea in volto e con voce concitata parlava in un inglese che io non capivo.
L'altoparlante di bordo urlava ordini in un inglese che io non capivo.
Per la veritá non capivo nulla, ero in uno stato di coma vigile.
Mia moglie accanto a me non capiva nulla e mi guardava, con la bocca aperta dalla quale non usciva alcun suono e con gli occhi sbarrati.
Col pensiero volai a El Capitan, la parete verticale di mille e duecento metri che mi ero proposto di scalare col mio amico Giorgio una volta raggiunta la California proveniendo da Londra.
Pensai che non l'avrei mai raggiunta, la California, e men che mai avrei raggiunto la mitica Yosemite Valley, dove da milioni di anni si ergeva orgogliosa quella parete immensa che mi aspettava per fare amicizia, percorrendola per il suo profilo somigliante a un grande naso.
C'eravamo preparati per un anno intero, Giorgio ed io. Tanta palestra, tante salite per le montagne di casa nostra che imitavano le difficoltá del gran capitano. Un anno fatto di sogni, dubbi, domande sul significato dell'esistenza e delle ragioni per le quali volevamo andare a rischiare la vita tanto lontano da casa. Quel profilo di gran naso c'era entrato nel cervello; lo vedevamo ad occhi chiusi e ad occhi aperti. Quel matrimonio s'aveva da fare e l'eventualitá che la promessa sposa ci rifiutasse non era neanche presa in considerazione.
Stava tutto andando in fumo? Anche le nostre vite?
Poi l'aereo rallentó, si fermó emettendo un rantolo di bestia che muore, mentre il fumo nel quale tutto avrebbe dovuto cessare di esistere mi parve d'improvviso non piú un fumo esistenziale ma un piú modesto fumo di cose bruciate.
Ci raggiunse un camion dei vigili del fuoco che cominció a spruzzare schiuma bianca sotto la carlinga.
I rumori cessarono, il fumo pian piano si disperse.
Il volto dell'hostess era ancora contratto nello stress, ma la sua voce era piú distesa.
L'altoparlante di bordo ci ordinó di non muoverci, ma senza urlare.
I venti pneumatici dei cinque carrelli del 747 erano esplosi all'impatto con la pista, e l'aereo era di fatto atterrato sulla pancia.
Lassú qualcuno mi amava e voleva che io raggiungessi la California per fare amicizia con El Capitan.
SESTA VITA: UNA CORDA DA 9
Mi muovevo su quella paretina di quinto grado leggero come un'ape che sfiora il suo fiore, in una splendida mattinata di primavera, con la brezza del mare che mi accarezzava la pelle.
Le mie mosse erano passi di danza, mi spostavo in automatico senza pensare, in armonia con la roccia che conoscevo bene ed era mia amica. Baryšnikov avrebbe sorriso se fosse stato li a osservarmi.
Mi sentivo invincibile, immortale.
E fu un attimo.
Mi trovai nel vuoto col casco di Lorenzo sotto i piedi che mi aveva raggiunto, scarrucolando nel mio volo di dieci metri piú dieci.
Alzai gli occhi e realizzai che le nostre vite erano appese ad un chiodo infisso in una fessura e a una corda giallina.
Una corda da 9 millimetri, sottile come il mio dito indice che non era omologata per essere utilizzata da sola; ce ne sarebbero volute due, ma noi ne avevamo una sola, vecchia e spelacchiata.
In quanto al chiodo era molto probabile che potesse avere una ventina di anni, vissuti tra dilatazioni e contrazioni del metallo e della fessura nella quale era incastrato.
Sarebbe stata una bella mattina per morire, ma non era ancora arrivato il mio momento magico.
E nemmeno quello di Lorenzo.
Tempo prima, avendolo conosciuto da poco, eravamo su una paretina simile, con lui che tirava la cordata.
Ad un certo punto ebbe un'esitazione che non avrebbe dovuto avere e disse: "manca il chiodo".
E io gli risposi: "é lí sulla destra, che sei guercio?"
E lui: "sí, so' guercio".
Ancora non sapevo che Lorenzo non vedeva da un occhio.
Dopo quarant'anni siamo ancora amici, come fratelli.