Quando mia madre cominciò davvero ad invecchiare, un sentimento di protezione nei suoi confronti si infiltró nella mia anima.
Mia madre, donna minuta di quarantacinque chili e quasi invisibile nella sua riservatezza, viveva con me, mia moglie e mia figlia.
Se a tavola, sovrappensiero, chiedevo se ci fosse del prosciutto, la rimproveravo quando lei, come obbedendo ad un istinto riflesso, si alzava per andarlo a prendere.
Ma io non volevo essere servito e questo mi stizziva.
"Mamma non devi alzarti. Vado io".
Mia madre zoppicava, a causa della rottura del ginocchio destro che non fu mai rimesso completamente a posto.
Non volevo che faticasse in nessuna maniera, e la rimproveravo per uscire a fare la sua piccola spesa quotidiana nei negozi sotto casa.
E questo mi stizziva.
"Mamma, ci penso io una volta a settimana al supermercato".
Col senno degli ottanta anni di oggi, penso che non sarebbe stato difficile capire che quell'alzarsi a tavola era l'istinto primordiale di protezione di una madre nei confronti del figlio. Che quel piccolo rituale della spesina giornaliera col suo carrellino era per lei un modo di rendersi utile e di mantenere dei contatti sociali.
Non sarebbe stato difficile capire che per una donna mitragliata dagli Stukas tedeschi mentre in bicicletta girava le campagne attorno a Roma alla ricerca di cibo, il procurare cibo per la sua famiglia era un istinto scritto nel Dna.
Non sarebbe stato difficile capire che cruciverba e televisione, pur se utili, non bastavano a riempirle la giornata.
Ma non capii, tant'è.
E oggi che faccio la spesa ogni giorno, mi rendo conto che questo piccolo dolore per la mia inadeguatezza di allora me lo porterò nella tomba.