Spesso il termine favola viene utilizzato per identificare equivalentemente le favole e le fiabe (viceversa la parola fiaba non indica mai una favola). Ma esse non sono la stessa cosa, anzi sono profondamente diverse. Potremmo star qui a parlare della terminologia e della sua origine ma per adesso l'importante è attribuire a ciascuna di queste parole il diverso significato che hanno in modo da provare ad utilizzarle più propriamente.
La FAVOLA è un racconto breve i cui protagonisti sono spesso animali e soprattutto alla fine viene esplicitata una morale che ha lo scopo di identificare cosa è giusto e cosa è sbagliato in termini "assoluti" per così dire. Troviamo quindi un giudizio moralistico palesemente espresso.
Un esempio?
Eccolo qui:
Favola n.351 di Esopo
La tartaruga e l’aquila
Una tartaruga pregava un’aquila di insegnarle a volare. E siccome quella l’ammoniva che ciò non le era consentito dalla sua natura, essa ancora più insisteva nella sua preghiera. Infine l’aquila, afferratala con gli artigli e portatala in alto, a un tratto la lasciò andare. Così, caduta su delle rocce, la tartaruga andò in pezzi.
La favola dimostra che molti, nella loro ambizione di gareggiare con gli altri, non danno retta ai consigli di chi è più saggio e portano se stessi alla rovina.
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Vi sembra forse una fiaba? Sicuramente no. Questo perché appunto avete appena letto una favola.
La FIABA è invece quello di cui ci occupiamo noi. Ha altre caratteristiche - che stiamo scoprendo post dopo post - e non contiene un giudizio moralistico, anzi, mostra come ogni strada possa essere quella "giusta" o "sbagliata", ovvero che conduce all'integrità o alla disintegrazione a seconda delle circostanze.
Vi imbatterete spesso nel termine favola a sostituzione del termine fiaba, anche in ambiti autorevoli. Ma, essendo due cose così diverse, ed avendo a disposizione parole specifiche, possiamo iniziare ad utilizzarle con più precisione ☺️
Una curiosità: in inglese fiaba si dice fairy-tales mentre favola si dice fable.
In inglese fable non viene mai usato per indicare una fairy-tale.
Le fiabe popolari anche dette fiabe classiche sono quelle che sono state tramandate oralmente per centinaia e centinaia di anni, diventando patrimonio collettivo.
Alcune fiabe popolari sono simili tra loro. Gli studiosi le hanno accomunate studiandone i motivi ed etichettandole per tipi. Pertanto in questo sito e nelle pubblicazioni de "La biblioteca delle fiabe" potrete trovare riferimenti a riguardo. Nella sezione "fiabe da leggere", ad esempio, vi sono alcune fiabe raggruppate per tipo.
Le fiabe d’autore sono invece quelle che sono state direttamente scritte e pertanto immortalate in volumi sempre uguali a se stessi, non sono passate nel setaccio della narrazione orale e pertanto rispecchiano il mondo interno di chi le ha scritte.
Paola Santagostino scrive: “In questi anni sono accadute alcune cose su cui vorrei soffermarmi. Prima fra tutte: in alcuni circoli didattici è girata una circolare che suggeriva gli insegnanti di non raccontare fiabe ai bambini perché proporrebbero dei modelli di ruolo maschile e femminile troppo rigidi e anacronistici. Permettete, ma questa è ignoranza bella e buona! I personaggi femminili nelle fiabe non rappresentano delle donne, ma dei simboli dell’Energia Recettiva, come quelli maschili non rappresentano gli uomini, ma dei simboli dell’Energia Attiva. Queste due diverse forme di energia, ben distinte e complementari, sono alla base dell’intero funzionamento del nostro corpo (inspirazione/espirazione, sistole/diasistole) e di tutti i cicli della natura (giorno/notte, estate/inverno). E non è ‘più moderno’ cercare di espirare mentre si inspira.
Nella realtà tutti gli esseri umani hanno dentro di sé entrambe queste forme di energia. E utilizzano quella Attiva per le operazioni dirette verso l’esterno (come parlare, agire, muoversi), e quella Recettiva per le operazioni dirette verso l’interno (come ascoltare, imparare, mangiare, ricaricarsi). Questo del tutto indipendentemente dal genere e dall’orientamento sessuale!”
Ricordiamo che il mondo delle fiabe è fatto di immagini e le narrazioni iniziano con delle formule che ci portano in quell’atmosfera che non rispecchia il tangibile e il visibile, non parla il linguaggio diurno, ma quello dei sogni. Pertanto tutto ciò che viene detto in una fiaba si muove in quel contesto e non in quello della logica razionale di altri tipi di narrazioni. L’ascolto di una fiaba presuppone l’uso di altri strumenti di connessione e comprensione.
Tendiamo a classificare la realtà, studiare le caratteristiche dei singoli "oggetti" separandoli e identificandone i tratti che li identificano. Poi tutto questo studio diventa "un modello semplificato" che ci consente di cogliere - prevalentemente con la razionalità - ciò di cui stiamo parlando, come se tutto fosse limpido e chiaro.
Ma da quel modello torniamo mai alla realtà? A ciò che si può cogliere rimanendo in contatto con la sua totalità?
Da ingegnere rispondo che è raro.
Le fiabe vengono spesso studiate a mezzo degli schemi utilizzati per classificarle. Vengono inquadrate. All'epoca in cui questo studio cominciò si aveva la pretesa di poter creare una classificazione vera e propria secondo i criteri già utilizzati in botanica.
Qualcuno è poi tornato a leggere e ad ascoltare le fiabe? O siamo rimasti a parlare di quegli schemi non esaustivi e, riduttivi come qualunque schema è, approssimati?
Il mio invito è di tornare a rapportarci con la realtà, non rinunciamo agli schemi ma almeno ricordiamoci che essi sono strumenti e possiamo usarli per essere più consapevoli o per intrappolare noi stessi, come le fiabe insegnano.
Allora potremmo chiederci come possiamo capire qualcosa di complesso e sfuggente se non attraverso una schematizzazione. Riscoprire in noi altri linguaggi potrebbe essere una delle risposte poiché la stessa intelligenza umana spesso viene ridotta, inquadrata, definita solamente come capacità di separare, analizzare e schematizzare.