C’era una volta un castello fatto di specchi. Mura esterne, torri, pareti interne, pavimenti, qualsiasi sua superficie rifletteva la luce del sole o quella ri-emanata dalle cose.
Così il maniero era mimetizzato eppure si percepiva lo strano effetto della sua presenza nascosta allo sguardo. C’era come una deformazione inattesa dello spazio: ogni parte del castello specchiava ciò che aveva di fronte turbando la continuità che ci si aspetta da un paesaggio. Si scorgevano alberi o nuvole laddove non era logico trovarli, per di più nettamente troncati. Mezzo ramo, un quarto di cespuglio, la cima di un albero, quante ingannevoli visioni erano frutto delle immagini riflesse!
La regina abitava in una stanza del castello dalla quale non usciva mai. Diceva che gradiva essere specchiata solamente da quelle pareti e da quel soffitto. Ma il vero motivo era un altro: sul pavimento teneva dei tappeti stando ben attenta che non si spostassero per niente al mondo, dovevano oscurare per bene ogni centimetro calpestato dai suoi piedi in modo da non scoprire gli specchi sottostanti.
I tappeti erano lì da prima che lei nascesse. Era stata sua madre a farli tessere a mano da una certa signora che viveva in un bosco. Il filato era particolare, qualcuno raccontava che una delle fibre che lo componevano fosse tela di ragno.
La madre aveva detto alla piccola reginetta di non sollevare mai i tappeti, che gli specchi sul pavimento erano diversi dagli altri e che era bene non ricevessero mai la luce. Il motivo? Non le era stato spiegato, quel divieto era assoluto. E tanta era stata la paura inculcata in lei, che da subito aveva obbedito senza mai cedere alla tentazione di sbirciare. Anzi, a dire il vero, non ricordava neppure di aver osato pensare di disubbidire all’autorità di sua madre.
Da quando poi la sovrana era morta, la nuova regina l’aveva sostituita e da quel momento non aveva più lasciato la stanza dei tappeti nemmeno per un secondo, così da poter essere assolutamente certa che nessuno si azzardasse a sollevarne alcuno.
Il principe, suo figlio, fin da piccolo era abituato a vedere dappertutto nel castello la propria immagine riflessa nei modi più svariati: appariva più pienotto davanti a una torre curva piuttosto che specchiato dalle pareti del salone, così come più slanciato se guardava al soffitto invece che al pavimento.
Ma nella stanza di sua madre, dove egli doveva recarsi se voleva vederla, si stupiva, ogni volta come fosse la prima, di sembrare molto più bello che altrove.
Il principe si chiedeva se ciò fosse normale: succedeva a chiunque? Oh ma non poteva di certo verificarlo con i propri occhi! Infatti gli specchi del castello erano magici: tutto ciò che ogni cosa animata poteva scorgervi era null’altro che il proprio riflesso. Così se il principe e la madre guardavano entrambi verso uno stesso specchio, lei poteva vedere solo la propria immagine e non quella del figlio, e viceversa.
A nessuno era concesso di fare raffronti.
Il principe provava comunque a raccapezzarsi: «Madre, ma voi vi vedete più bella qui?»
E lei gli rispondeva: «Sono anni che non esco, non ricordo quasi più nulla del resto del castello e poi sono così invecchiata…»
Fin da bambino egli era tormentato anche dalla curiosità di scoprire cosa si celasse sotto i tappeti della stanza della madre. Non era neppure sicuro che vi fossero degli specchi ma dopotutto il castello era fatto interamente così, perché allora quella stanza avrebbe dovuto essere diversa? Era anche vero però che di tappeti altrove non vi era neppure l’ombra.
Il principe stava diventando un uomo ormai e un giorno decise che davvero era arrivato il momento trovare la risposta alle sue domande. Approfittando così della stanchezza della madre, ormai avvezza a riposare più volte al giorno, il principe al tramonto entrò di soppiatto nella sua stanza mentre lei russava. Si accucciò e con la mano afferrò l’angolino di uno dei tappeti. Lo sollevò e non appena il suo sguardo ricevette la luce del proprio riflesso, glomp!, fu come se il vetro tornasse al suo stato originale risucchiando il principe in sabbie mobili di quarzo.
Si ritrovò in una strana casa. Attraverso la finestra scorgeva degli alberi, gli sembrò fosse immersa in un bosco. C’erano tappeti dappertutto, persino appesi alle pareti. Sul pavimento ve n’erano diversi, sovrapposti, pile e pile di tappeti. Una figura femminile, come quella di una anziana signora, era girata di schiena. Vestita di viola, con uno scialle sulle spalle e un fazzolo nero sul capo, era seduta, stava filando. Accanto a lei c’era un grosso telaio con un tappeto ancora in corso d’opera.
«Finalmente!» esclamò la donna senza girarsi. «Ahah! Sapevo che prima o poi qualcuno ci sarebbe cascato!»
Il principe era completamente spaesato.
«Quella sciocca regina pensava di poter nascondere per sempre tutto ciò che non le piaceva di sé sotto al tappeto?» continuò portando la voce ad una frequenza più alta.
In quale inferno sono finito? Si chiedeva quel povero diavolo.
La signora si alzò lentamente dalla sedia: «Dopo tutti questi anni qui sotto a tessere tappeti ecco come sono diventata!». E di scatto si voltò mostrando il suo orribile volto: quattro sfere nere al posto degli occhi, due protuberanze pelose simili a piccoli corni sostituivano la bocca, era una donna-ragno! Dall’addome, attraverso numerosi fori, spruzzava fili di seta che evidentemente accompagnava con le sue molteplici braccia per produrre il filato. Ma in quel momento invece li lasciava liberi di schizzare verso di lui per poterlo avvolgere. Era chiaramente diventato la sua preda, il ragno era determinato ad incapsularlo in una tela stretta, come a trasformarlo in uno sfortunato baco che non sarebbe mai divenuto farfalla.
«Non sai quanto veleno ho accumulato da allora…» urlò e in men che non si dica con un balzo gli fu addosso e ingaggiò con lui una lotta all’ultimo sangue.
Egli, stordito, lanciò un gemito «Auuu».
Provò a difendersi graffiando. Lasciò dei solchi profondi ma non decisivi.
«…te lo restituirò tutto in una volta sola, tutto il disprezzo nascosto sotto i tappeti!» gli sbraitava contro, intanto lo mordeva e nelle ferite iniettava il veleno per mandare il corpo in necrosi.
Il principe allora, reagendo d’istinto, azzannò la donna-ragno alla gola e strinse più forte che poté. Quella cadde sui tappeti agonizzante mentre un liquido verde sgorgava dalle sue ferite.
Tramortito e dolorante, con le poche energie che gli rimanevano, uscì in cerca della strada di casa. Tutto gli appariva anomalo, diverso, come se si trovasse molto più vicino a terra, non riusciva a coordinarsi e gli sembrava che suoni e odori fossero amplificati all’inverosimile. Sentiva cose che non aveva mai percepito prima. Era l’effetto del veleno? Stava morendo? Ad un tratto vide davanti a sé una figura ancora molto lontana per essere definita ma sembrava senz’altro quella di un pericoloso animale che stava camminando come a venirgli incontro. Che fare? Non sarebbe mai arrivato a casa allungando la strada ma non aveva neppure la forza di lottare. Provò ad avvicinarsi un po’ al bordo del sentiero sperando di non essere visto da quella creatura. Magari nel frattempo sarebbe sparita nel bosco in cerca di prede e infatti di lì a breve non la vide più. Così tornò sul sentiero per potersi muovere più agevolmente, ma ecco che la figura apparve di nuovo davanti a lui, stavolta più vicina. Come diavolo aveva fatto a materializzarsi praticamente dal nulla? Eppure sembrava essersene andata. Il principe non aveva altra strategia che tornare a camminare sulle sponde alberate del sentiero. E mentre avanzava non c’era più l’ombra del nemico. In compenso si accorse che il castello era finalmente molto vicino: i suoi famigliari “riflessi spezzati” erano davanti ai suoi occhi. Ne era certo, era casa. Così tornò al centro del sentiero e quasi gli venne un colpo: si trovò faccia a faccia con un grosso lupo nero! Per un attimo aveva perso il controllo ma poi tornò lucido: Aspetta, ma non è possibile! Questo è sicuramente il castello, questo è uno specchio…
Capì. Era lui il lupo.
Non era di certo pericoloso, pieno di ferite, tutto sporco di sangue e con la lingua penzoloni. Evidentemente inerme, non avrebbe avuto la forza necessaria per far del male a qualcuno nemmeno se avesse voluto. Ma per gli umani questo non avrebbe fatto differenza, lui lo sapeva. Sua madre poi, se avesse saputo che un lupo era entrato nel castello, lo avrebbe fatto stanare e uccidere immediatamente.
Si diresse allora verso il bosco ma perse conoscenza prima di riuscire a raggiungerlo.
Non era ancora il tramonto quando una ragazza vide l’animale e, impietosita, gli si avvicinò, cauta. Allungò una mano, accarezzò il pelo sotto il muso del lupo e pian piano lo risvegliò quel tanto che bastava per riuscire a condurlo a stento fino a casa sua. Era cresciuta insieme a un cane che da qualche mese era morto. Perciò in casa c’era un giaciglio adatto alla bestia. La ragazza vi sistemò il lupo come meglio poteva, gli portò una ciotola con dell’acqua e cercò di medicarlo. L’animale, ancora tramortito, accolse le insperate cure e, anche se le ferite bruciavano a contatto con le misture medicinali, piombò in un sonno profondo.
Al risveglio si sentiva meglio: Ero ferito, c’era una ragazza…
Guardandosi intorno si rese conto di trovarsi in una casa immersa in un bosco. C’erano drappi dappertutto appesi alle pareti. Ve n’erano anche sul pavimento, alcuni invece coprivano tavoli, sedie e altri elementi del mobilio. Scorse poi una figura femminile seduta di spalle. Indossava una specie di mantello rosso sgargiante con un cappuccio dal quale fuoriuscivano ciocche di lunghi capelli setosi. Il ritmo del telaio ne accompagnava il lavoro di tessitura.
Un lampo improvviso gli riportò alla mente la casa dei tappeti dove l’orrenda donna-ragno che filava voleva ucciderlo. Fu violentemente scosso da un brivido. Voleva alzarsi e scappare prima che la giovane tessitrice si voltasse e, come l’altra, gli iniettasse del veleno. Non era pronto per un’altra battaglia, sapeva di essere stremato, non sarebbe mai sopravvissuto. Provò a muoversi ma una delle ferite si riaprì e gli sfuggì un impercettibile guaito.
Lei lo udì, fermò il lavoro di tessitura e si alzò.
«Ti prego non uccidermi!» provò a dire lui prima che lei si voltasse, ma era un lupo perciò riuscì solo ad uggiolare.
Allora chiuse gli occhi come a voler sparire evitando così di partecipare alla propria imminente morte.
Pochi passi e lei gli fu abbastanza vicino. Ma non accadde niente di ciò che lui ad occhi chiusi, tremante, aspettava. Si sentì avvolgere in un mantello e come d’incanto si ritrovarono alla Fonte. Il lupo udì la voce della ragazza che lo invitava a bere e rinfrescarsi. Sbalordito per non essere stato aggredito aprì gli occhi e si ritrovò a guardare la propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua, un laghetto limpido che riposava vicino alla sorgente. E straordinariamente il suo non era il solo riflesso, accanto vi era quello di lei. Si guardarono per la prima volta, attraverso le acque fresche.
Il manto del lupo era caduto, il mantello della ragazza l’aveva liberato dal sortilegio.
Non si era mai visto così, nemmeno nella stanza di sua madre dove appariva sempre molto più bello che altrove. Era regale e luminoso, egli ri-conobbe sé stesso per la prima volta, lei gli sorrise. Istintivamente entrambi lasciarono che lo sguardo abbandonasse quei riflessi limpidi per posarsi negli occhi l’uno dell’altra e non furono sorpresi nel trovarsi esattamente identici a come si erano specchiati.
Quanto al castello degli specchi, egli non vi fece mai ritorno. Dopo la morte della regina madre quel luogo rimase abbandonato e fu ricoperto da piante rampicanti grazie alle quali, anche da molto lontano, si riusciva a scorgerne l’inconfondibile forma che ne segnalava la presenza.
Il principe sposò la fanciulla e insieme regnarono felici nella Valle dei Laghi.