C’era una volta un regno attraversato da un grande fiume scintillante che dalle montagne scorreva placido fino a tuffarsi nel mare. In molti scendevano a valle cullati dalle sue dolci acque, profonde e limpide, per poi recarsi al castello reale.
«Questo palazzo è aperto a tutti. Mai si possa dire di me d'avermi visto usare il mio potere contro qualcuno. Per non dare adito ad equivoci sono disarmato io stesso, nel mio regno impera la pace!» dichiarava il sovrano a ogni nuovo arrivato; teneva molto a mostrare di non aver mai perso il dono dell’accoglienza nonostante talvolta fossero capitati anche episodi spiacevoli tra le mura della sua mansueta dimora. Come quando qualcuno, fingendosi mercante, entrò a palazzo con mercanzie di falso pregio e ne uscì con le tasche piene di monete d’oro e d’argento. I reali scoprirono l’inganno troppo tardi per scovare l’impostore. Un’altra volta accadde che un tale elemosinò di poter lavorare nelle cucine ottenendo l’incarico senza difficoltà, salvo poi rivelare le sue vere intenzioni nell’avvelenare un cameriere sul quale voleva vendicarsi per il fatto che in passato, nelle Terre dei Desideri, quello l’aveva gloriosamente battuto a cavallo. E appunto da quelle terre, in una primavera di festa, partirono molte imbarcazioni cariche di omaggi per il re e la regina, scrigni luminosi, le cui pietre incastonate volevano onorare il prezioso dono che la coppia regale aveva ricevuto dalla vita: due neonati principini.
Fu proprio a pochi giorni dalla nascita che la regina, entrando nella penombra della loro stanza, emise un incontrollabile e straziante grido intravedendo, accanto alle culle, la tetra figura di un uomo di spalle. All’urlo quell’ombra sparì d’improvviso. La regina corse subito verso i figli, e, nonostante tutto, li trovò ancora dormienti. Sembrava che lo sconosciuto non avesse torto loro neppure un capello. Nessuno sapeva chi fosse, chi l’avesse fatto entrare, o perché si trovasse lì, dove fosse finito, né se avesse preso qualcosa.
Fino ad allora il re e la regina avevano superato indenni ogni sciagura solo grazie alla buona sorte. Ma non c’era più da soprassedere dopo un evento così angosciante. Il sovrano cominciò a chiedersi se tra gli episodi sgradevoli che avevano vissuto vi fosse un collegamento. Per altro, di lì a poco, le visite dalle Terre dei Desideri cessarono improvvisamente. Il re diventava di giorno in giorno più sospettoso ma teneva segrete le sue ricerche per non spaventare i suoi figli. Loro, intanto, crescevano convinti di avere un padre ansioso per natura, ignari com’erano di quanto avvenuto in passato nel regno.
Il sovrano, col tempo, aveva intuito che i malaugurati episodi sui quali indagava da anni non erano altro che tentativi architettati da un potente mago oscuro, regnante delle Terre dell’Ombra, per sondare la vulnerabilità del suo palazzo.
Ma fu solo nel giorno in cui un Desiderio navigante arrivò di nuovo a corte che il re comprese davvero la gravità della situazione.
«Benvenuto! Come mai voi altri non vi eravate più fatti vedere?» gli chiese il re, sorpreso.
«Maestà, il mago ha invaso e saccheggiato le nostre terre. Non avevamo più nulla, neppure le barche. Ecco il motivo della nostra assenza! Abbiamo avuto bisogno di tempo per ricostruire!» rispose.
Così il re ebbe la conferma della ferocia del mago. Ora temeva che quel farabutto potesse sferrare un attacco definitivo al suo regno.
Il sovrano ritenne opportuno provvedere a rendere più sicuro il fiume, principale via di accesso. Fino all’ultimo aveva tentato di lasciare tutto com’era, di mostrarsi ancora sguarnito per acclarare la non-belligeranza del suo governo, ma a questo punto era necessario porre dei limiti.
«Che dicano pure che non sono più un sovrano magnanimo e accogliente, non importa. Il mio senso di responsabilità impone che io prenda provvedimenti, sono costretto, devo difendere questa valle!» dichiarò ai suoi figli, ormai non più bambini.
«Siete cresciuti. Di anno in anno si avvicina il momento in cui sarete voi a dover regnare, perciò oggi vi assegnerò un primo importante incarico. Voi sarete le Sentinelle del fiume!» disse il re guardandoli con fierezza.
«Vi disporrete l’uno sulla riva destra e l’altro sulla sinistra, all’altezza dell’ansa che si tinge di rosa al tramonto, laddove il fiume si strozza;» continuò «attenzione a chi farete passare! Da voi dipende ora il futuro di tutto il regno».
I due fratelli furono onorati di ricevere questo incarico dal padre. Si prepararono e partirono per raggiungere le rive del fiume dove si posizionarono rivolgendo le spalle alla montagna e lo sguardo verso il mare.
Da quel momento in poi, qualunque imbarcazione scendesse a valle, una volta arrivata all’ansa, si imbatteva senza via di scampo in due mostri raccapriccianti. Spietati guardiani, l’uno da una riva agitava le acque creando flutti vorticosi nei quali l’imbarcazione veniva risucchiata e l’altro, dalla riva opposta, si fletteva con le sue molteplici teste sugli sfortunati naviganti, divorandoli.
Intanto i due fratelli restavano ignari di quanto accadeva proprio alle loro spalle e continuavano a guardare verso il mare. Non di rado esprimevano perplessità: «Fratello, non passa mai nessuno su questo fiume, possibile?» disse un giorno uno dei due senza distogliere lo sguardo dalle acque.
«Meglio così, avresti preferito dover fermare qualcuno e verificare se fosse un malintenzionato?» rispose l’altro.
«Dici che ci avrebbe attaccati?» chiese il primo, timoroso.
Già, i fratelli non vedevano mai nessuno provenire da valle, né alcuna imbarcazione scendere da monte poiché in quel caso tutte finivano il loro viaggio nell’orrido manifestarsi dei mostri.
Arrivò il giorno in cui le sentinelle avvistarono per la prima volta qualcuno che, a bordo di una piccola barchetta, risaliva la corrente.
«Altolà!» intimò uno dei fratelli, cercando di apparire minaccioso.
Avvicinandosi una voce femminile rispose: «Miei nobili signori, ho da riempire quest’otre d’acqua sorgiva per mia madre che è ammalata, vi prego, lasciatemi passare».
Era una fanciulla. I due fratelli la guardarono e si scambiarono un cenno d’intesa. Sicuri che fosse innocua, le accordarono il permesso di continuare a risalire il fiume. Ella proseguì, ma, proprio quando stava per oltrepassare i due giovani a intravederne le spalle, si accorse che erano per metà umani e per metà mostri! Ancora qualche colpo di remi e le due tremende creature l’avrebbero avvistata e per lei sarebbe arrivata la fine. La giovane, che in realtà era una fata, capì che i due fratelli erano stati incantesimati dal potente mago oscuro che li aveva resi bifronti, perciò recitò subito un contro-incantesimo e quei due abomini, con uno scossone, uscirono vibrando ciascuno dal corpo di uno dei due fratelli che tornarono interamente umani. I principi, come precipitati d’improvviso in un incubo, si guardarono sgomenti. Chi erano mai quelle orribili creature comparse dal nulla?
«Lei, fratello! Deve essere stata lei!»
«Ci siamo fatti ingannare!»
I demoni li attaccavano, volevano rientrare nei corpi dove avevano abitato, indisturbati, per tutti quegli anni.
«Strega!» gridò alla fanciulla il giovane che tentava di pararsi dall’assedio del mostro dalle molte teste. Lei non se ne curò, invece chiese al fiume di aprirsi. Le acque si separarono e la fata comandò ad una voragine di spalancarsi nella terra, sul letto del fiume. L’abisso, come un grande sbadiglio, s’ingoiò i demoni prima che essi potessero tornare a stregare i due fratelli.
I principi erano confusi. La fanciulla li aveva aiutati, ma allora non era una strega? La fata raccontò loro del mago. Li mise al corrente della malia che evidentemente avevano subito.
«Vi prego, salite in barca» li supplicò infine la fata; e continuò: «In realtà sto cercando di raggiungere la sorgente nella speranza di trovarvi due fanciulle fuggite dalle Terre dei Desideri all’epoca del saccheggio del mago».
I principi accolsero la sua richiesta e insieme remarono fino ai monti. Lì, dove le acque erano fredde e pure, le fanciulle si erano nascoste. Le trovarono e le portarono al castello.
I due principi e le due principesse si sposarono, e nel regno ancora adesso si festeggia il giorno felice che fu.
Da allora lì, sulle rive del fiume, all’altezza dell’ansa che si tinge di rosa al tramonto, svettano due marmoree sentinelle. Come una porta aperta sulle acque, lasciano la corrente scorrere trasportando serenamente i Desideri naviganti. Maestose e immobili, riposano vigili, pronte a individuare demoni e sciacalli ai quali non esitano a interdire l’accesso al regno.