Accade spesso che uomini malvagi perseguano i loro fini malevoli e prosperino, mentre quelli giusti siano ostacolati nelle loro occupazioni.
C'era una volta un re molto giusto e gentile il cui grande desiderio era che il suo popolo prosperasse in ogni modo. Un giorno scoprì improvvisamente che il numero degli abitanti del suo regno stava diminuendo sempre più.
Come spiegarlo egli non lo sapeva. Le leggi erano giuste e buone, le tasse erano molto leggere e i raccolti abbondanti. Perché allora questo spopolamento?
Al fine di indagarne la causa, il re si travesti da fachiro e andò in giro per il paese. Apprese in questo modo che un grande jinn costantemente visitava paesi e città depredando ovunque arrivasse. Nel corso delle sue peregrinazioni il re incrociò questo mostro sebbene non lo riconobbe perché appariva come un uomo ordinario.
Sua Maestà aveva appena raggiunto un luogo brullo e desolato ad una certa distanza dalla città, quando vide un uomo inginocchiato a terra con gli occhi chiusi e le dita nelle orecchie, che batteva la sua testa sul terreno.
«Ehi uomo» disse il re, «che stai facendo? Sei matto?»
«No, no» replicò quello, «sono venuto qui per meditare. Tengo chiusi gli occhi perché io non veda ciò che gli occhi non dovrebbero vedere; tengo chiuse le orecchie perché io non senta qualcosa di sbagliato; e batto la terra con la testa in modo che gli insetti si spaventino e vadano via, per evitare che io ne calpesti uno e diventi colpevole di avergli tolto la vita».
«Oh, sant'uomo» disse il re, «dove vivi?»
«Laggiù» replicò, «vieni come me e rimani per la notte, se non hai di meglio da fare. Sento che anche tu sei un uomo i cui pensieri non sono totalmente occupati dalle cose di questo mondo».
Il re accettò e così insieme si recarono a casa di quel sant'uomo, che ordinò subito alla moglie di preparare acqua calda in modo che il loro ospite potesse lavarsi i piedi, mentre egli andò fuori per qualche minuto. La donna si riempi di profonda pietà verso quello sconosciuto e, mentre gli lavava i piedi, gli disse che suo marito era un kimyagar (un mago ingannatore) che voleva ammazzarlo così come aveva fatto ultimamente, ne aveva ammazzati centinaia. Ella lo consigliò di prendere con sé tre kulicha (pani) e di andar via immediatamente. Suo marito sarebbe tornato presto e, al suo ritorno, avrebbe chiesto di lui e, non trovandolo, lo avrebbe fatto inseguire da un cane da caccia.
Ella lo esortò a non aver paura perché se avesse gettato una delle kulicha al cane, il cane l'avrebbe mangiata e sarebbe tornato a casa. Il kimyagar avrebbe allora mandato un altro cane ma egli gli avrebbe gettato la seconda kulicha. Poi un terzo cane lo avrebbe raggiunto, quando egli avesse buttato la terza kulicha. Ma a quel punto avrebbe raggiunto la città dove i cani non avrebbero potuto seguirlo.
Il re ringraziò la donna e partì. Corse più veloce che poteva. Un cane subito lo rincorse e poi un altro e poi un altro ancora - grandi, feroci belve che lo avrebbero fatto a pezzi se egli non avesse distolto la loro attenzione con le kulicha.
Appena giunto in città, il re si recò al palazzo e, indossando di nuovo il suo abbigliamento reale, senza perdere tempo, assoldò una compagnia di soldati ordinandogli di andare dal kimyagar e ucciderlo e di condurre da lui la moglie.
Così il kimyagar morì, alla moglie fu affidata la zanana del re ( gli appartamenti delle donne del re) e da allora in poi nel paese ci furono pace e prosperità.