C’era una volta, nella terra del ferro, un piccolo seme di vita che, cullato nel suo giaciglio, cresceva scaldato dal sole e dissetato dalla rugiada.
Un giorno però il mondo improvvisamente diventò piccolo piccolo, chiuso e cupo. Il seme era stato circondato da una corazza di metallo: un’armatura veniva abbandonata proprio lì, intorno alla sua vita. Da allora la luce e la pioggia potevano filtrare solo attraverso le fessure dell’elmo. Addio alle carezze del vento, addio all’orizzonte aperto, addio al tepore del sole nascente. Dentro l’armatura faceva un gran freddo durante la notte mentre, di giorno, più il sole saliva e più il calore diventava infernale.
Caddero le foglie, e poi la neve. Spuntarono fiori e tornarono a cinguettare gli uccelli. Suoni e colori si alternarono ripetutamente e intanto l’armatura rimaneva lì, immobile, coi piedi piantati nel campo.
I prati erano di nuovo verdi di grano quando, da un piccolo villaggio non molto lontano, partì all’avventura un gruppetto di bambini per una breve esplorazione dei dintorni. Ad un tratto giunsero nei pressi della corazza.
«Shhh! Tutti a terra! Pericolo!» disse quello che era in capo al gruppo.
I bimbi si acquattarono in fretta.
«Dove? Che pericolo?» gli chiese un altro, allarmato.
«Là, guardate! C’è un guerriero!» rispose il primo puntando l’indice verso la minaccia.
Gli altri due seguirono la direzione con lo sguardo: «Ma non vedi che è tutto arrugginito? Deve essere una vecchia armatura abbandonata!» esclamò il terzo, a voce talmente alta che, se quello fosse stato davvero un guerriero, li avrebbe sicuramente individuati in un batter d’occhio senza lasciar loro via di scampo. Invece rimase immobile, dunque gli altri due capirono che il terzo aveva avuto ragione a dire che non c’era da aver paura. Così si alzarono e cominciarono a correre per andare a vedere da vicino.
«Ehi, guardate! Che bell’elmo!»
«Chissà se aveva anche una spada?»
Uno di loro tese il braccio verso il metallo fino a toccare la corazza anchilosata. Ma, proprio in quell’istante, essa cominciò a cigolare ruotando lentamente una mano.
«AAAHHH!» i bambini se la diedero a gambe mentre l’armatura strideva tutta nel tentativo di articolare movimenti.
Piano piano un braccio prese a piegarsi, il busto lentamente ruotava facendo perno sul bacino. La testa oscillava. Quando fu il turno delle gambe l’armatura si abbassò flettendo le ginocchia ma non c’era verso di muovere i piedi. Era come se il metallo avesse attecchito al suolo. Si sbilanciò a sinistra per sollevare prima la gamba destra. Allo scricchiolio delle giunzioni si aggiungeva un suono simile a quello di tanti fili che si rompono uno dopo l’altro, quasi scoppiettando: l’armatura strappava il proprio piede alla terra spezzando radici ad una ad una. Fece lo stesso con la sinistra, sradicandosi completamente. Mosse i primi passi incerti su quelle gambe intorpidite, quasi che l’una trascinasse l’altra, proseguì a fatica finché trovò la sua andatura.
Sul campo pianeggiante avanzava in linea retta, in direzione dei boschi. Quando li raggiunse attraversò un varco tra due alti fusti le cui chiome si con-fondevano con le nuvole. Quindi si scontrò con un albero. Era sulla sua traiettoria, l’impatto fu inevitabile. E così accadde ogni volta. Procedeva alla cieca in quello spazio scandito dai tronchi, su un terreno attraversato da radici talvolta sporgenti. Inciampava e cadeva ancora e ancora. Vagava nel bosco ormai da tempo, cambiava direzione e riprendeva a muoversi fino allo scontro con l’ostacolo successivo. Ad ogni urto il metallo diventava più fragile. Pareva sfogliasse in strati sottili che finivano poi con lo sgretolarsi. Frammento dopo frammento, l’armatura si assottigliava perdendo resistenza, fino a bucarsi in più punti.
La pioggia, poi, contribuiva a rendere vivo il metallo, che emanava l’odore acre della ruggine.
Arrivò il momento in cui l’armatura si disintegrò, ma la sua figura continuava ad aggirarsi per il bosco. Quella corazza non era stata altro che un calco per lei che, crescendo, ne aveva necessariamente assunto la forma. Era materia in movimento, un corpo plasmato dal metallo, la testa a forma di elmo non avendo occhi non poteva vedere, non avendo orecchie non poteva sentire, non avendo naso non poteva annusare, non avendo bocca non poteva gustare. Ma ogni sua parte poteva ancora sentire il calore e l’umidità, perciò si muoveva a tentoni cercandone il contatto.
Quel guscio all’interno del quale era stata costretta a crescere fino ad assumerne la forma, prendendo a muoversi l’aveva persino strappata alla terra conducendola verso un’esistenza che, ora che si era disintegrato, era diventata puramente vulnerabile.
Ormai penetrabile e raminga, precipitò infine in una voragine apertasi nel folto del bosco.
L’impatto fu deformante. Si trovava all’interno di una grotta. In quelle cavità argillose, tra radici e muschi, vivevano le ninfe. La raccolsero e la posero in una vasca d’oro come a volerla lavare. Poi tre di loro si avvicinarono, cingevano con le mani delle brocche finemente ornate dalle quali le versarono addosso acqua cristallina. Fu allora che quella carne prese ad assumere una consistenza plastica. Levitando si compattò dando forma a una sorta di grande uovo.
«Di cosa hai bisogno?», per la prima volta la voce delle ninfe vibrò nell’aria interpellando quell’embrione luminescente.
«Del calore del sole, delle carezze del vento, di camminare sui prati e nuotare nelle limpide acque del fiume», rispose.
«E così ti chiamerai Nausicaa» dissero le ninfe, e in un turbinio di luce, la carne prese a tras-formarsi, allungandosi in cinque direzioni, come una stella. Ancora splendente, con una piroetta girò su stessa e, mentre la luce si affievoliva, una fanciulla dai lunghi capelli color di castagna, leggiadra, posò finalmente i suoi piedi sulla nuda terra.