C’era una volta, su una ripida altura, un enorme palazzo reale di fredda pietra. Il sovrano che lo abitava non cambiava mai espressione. Era scostante e col suo viso tondo e pallido non potè che guadagnarsi un soprannome: Faccia-di-luna lo chiamavano tutti... di certo senza farglielo sapere.
Egli, ahimè, non era però così innocuo come il suo viso poteva indurre a pensare. Presunti ladri e sfortunati viandanti fatalmente comparsi al suo cospetto finivano col non far ritorno a casa. Venivano infatti trascinati seduta stante nelle segrete del castello, così che il re potesse disporne le pene secondo il suo capriccio.
Col passare del tempo Faccia-di-luna diventava sempre più assetato di dolore. Frattanto i casi di persone scomparse nel borgo aumentavano a dismisura. Così gli abitanti, sempre più turbati e increduli, organizzarono delle ronde per la caccia al colpevole: probabilmente una bestia o un mago oscuro.
La regina, madre del sovrano, era l’unica, oltre a lui, ai suoi servi e ai poveri malcapitati, a conoscere la verità.
Nel borgo l’agitazione continuò a crescere a dismisura, la popolazione era sempre più spaventata dalle frequenti sparizioni. I bambini non volevano più uscire di casa per paura di essere rapiti dal mostro. L’isteria si diffuse come un rapido contagio. Non vi era alcuno in grado di rassicurare quelle persone, anche i più coraggiosi vivevano ormai in preda al panico, dal momento che nessuno è in grado di sconfiggere quel che non conosce.
La regina presagì che il terribile segreto del figlio fosse in pericolo. Pensava che prima o poi sarebbe stato rivelato: i servitori avrebbero ceduto, lasciando uscire la verità dalle loro bocche per porre fine alla disperazione della gente del borgo. Presto avrebbero tradito il sovrano. Così, prima che fosse troppo tardi, ella li radunò e li avvelenò tutti. Ricorse quindi alla magia nera, l’unica in grado di plasmare delle mostruose creature, nuovi servitori, che non avevano nemmeno bisogno di respirare. Erano capaci di assumere sembianze umane in modo da non destare sospetti, avrebbero sostituito più che degnamente i loro predecessori. Inoltre non rappresentavano un pericolo per il sovrano: nessuno avrebbe potuto impietosire chi non è animato dal respiro.
Tuttavia l’aver rimpiazzato le potenziali spie non era sufficiente; la madre aveva capito che il popolo era ormai vocato alla caccia ai fantasmi, gli uomini volevano proteggere le loro famiglie e non si sarebbero fermati prima di scoprire la verità. Così la donna convocò un giullare: riteneva infatti necessario cercare di placare gli istinti del re, dopotutto un buffone di corte ha il compito di far divertire un sovrano. E un re che si diverte ha meno voglia di nuocere alla gente… In tal modo la madre prevedeva che le sparizioni sarebbero diminuite al punto che ciascuno sarebbe tornato a pensare che tutto fosse opera di un’ordinaria malasorte.
Di lì a breve il giullare, ignaro malcapitato, mise piede a corte. Si presentò con il suo solito entusiasmo, pronto per la nuova avventura. Pensava di dover svolgere il suo lavoro come aveva sempre fatto. Ma ben presto si rese conto che questo sovrano non rideva. Anzi in realtà il suo viso era del tutto impassibile, non cambiava mai espressione, con quella forma tonda e la carnagione pallida sembrava proprio una faccia di luna. Quel giullare dal talento istrionico aveva fama di riuscire a far ridere anche le pietre con il suo umorismo, ma su quel re le sue burle non sortivano effetti. Ricorse ai pezzi migliori del suo repertorio, assi nella manica che avevano sempre divertito sovrani e commensali. Nulla.
Il giullare si sentiva impotente, ma non era tipo da arrendersi e perciò non si perse d’animo. Prese a inventare storie sempre più ridicole. Ancora niente, nessuna reazione.
Così, dopo una innumerevole serie di fallimenti sopraggiunta nonostante il suo crescente impegno, fu assalito da un inevitabile sconforto. Ormai vacillava, non più convinto delle sue capacità. Serviva dell’altro se niente era bastato.
E se avesse messo in mostra i propri bitorzoli, i purulenti foruncoli e le verruche?
Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di far ridere il re! Ed effettivamente così facendo riuscì a intravedere come nella derisione il sovrano trovasse qualcosa di stimolante. Un occhio sensibile poteva infatti cogliere nella sua immobile espressione una leggera flessione delle labbra a formare due piccole rughette ai lati della bocca, leggerissimi sorrisi appena accennati, movimenti microscopici su quel viso imperturbabile come fosse ritratto su tela. Il giullare fu rincuorato da queste minuscole reazioni.
Aveva forse trovato la chiave? Rendersi disgustoso, tirar fuori la propria intimità senza pudore…che colpo da maestro!
Dopotutto egli non trovava difficoltà a mostrarsi per quello che era. Anche lui, come chiunque altro, si trovava alle prese con la pulizia e la sporcizia, con il profumo e il tanfo, con ciò che per gli altri animali è del tutto naturale ma che effettivamente l’umanità tramuta in un torbido segreto per il quale provare vergogna. E se questo era il genere di argomenti che aggradava il re, allora finalmente il giullare aveva trovato la strada per adempiere al compito affidatogli dalla regina madre. Per aumentare l’ilarità del sovrano, il giullare si spinse sempre più in là finchè un giorno arrivò addirittura a rimanere completamente nudo dinanzi a Faccia-di-luna.
“Maestà, maestà, guardatemi” - rideva il giullare - “sono rimasto nudo! Si, nudo come un verme!”
Fu proprio allora che il sovrano scoppiò a ridere. Il suo viso si era tramutato in un fuoco, rosso come il sole. Egli trasalì, profondamente turbato dalla fragorosa risata che gli era scappata di bocca. Stava ancora echeggiando acuta e libera tra le pareti della sua fredda dimora quando, in un batter d’occhi, il re si ricompose e tuonò ai suoi scagnozzi di afferrare il giullare, sguarnito com’era, perché lo gettassero nelle segrete del castello. Così fecero, rinchiudendolo per sempre in un’umida cella buia.
Quel povero diavolo, incredulo, non si capacitava dell’ira del re. Era finalmente riuscito a farlo ridere! Non doveva essere quello il momento del suo trionfo? E allora perché era stato trattato così? Punito.
La regina fu come attraversata da una scossa elettrica: l’effetto sortito era stato tutto l’opposto di quello che ella aveva supposto. Far ridere il re, quale terribile idea aveva avuto! La situazione si era solo aggravata. Mossa dalla compassione per il buffone, che dopotutto non aveva fatto altro che adempiere con successo al compito che lei stessa gli aveva assegnato, si diresse verso le segrete per liberarlo. Scendeva le scale come se portasse un macigno sulle spalle, un gradino alla volta si avvicinava sempre più alle insalubri prigioni assorta nella sua colpa, quando sentì quel disperato singhiozzare nella vuota oscurità della sua prigione: “Perché sono stato punito? Sono rimasto nudo, cos’altro avrei potuto togliermi?”
All’udire queste parole la regina rialzò la testa, impettita, tornando immediatamente ad abitare la propria freddezza: “Ha buttato in pasto al re tutto quanto avrebbe dovuto proteggere e si interroga su cos’altro avrebbe dovuto dare!”
Detestò quel buffone e, tornando con fierezza sui suoi passi, esclamò: “Ah, se il giullare avesse fallito, se non fosse riuscito a far ridere il re, tutto questo non sarebbe successo!”