Negli anni che seguono la caduta di Ludovico il Moro (1499) e il passaggio del ducato di Milano nelle mani dei francesi, Pavia conosce una fioritura artistica di sorprendente vivacità. A incentivare questo fermento non sono però i nuovi signori del ducato, quanto piuttosto le iniziative di committenza che animano molti edifici di culto cittadini, da San Salvatore a San Teodoro, da San Francesco a Santa Maria del Carmine, a San Marino.
La fitta sequenza di imprese decorative allestite in questi contesti favorisce l'affermarsi di una vera e propria scuola pittorica pavese, capeggiata da Bartolomeo Bonone, Bernardino Lanzani e dall'estroso Maestro delle Storie di sant'Agnese, così chiamato dagli episodi affrescati nel transetto della chiesa di San Teodoro, forse da identificare con Ziliolo Mezzano.
In parallelo la città diventa luogo di attività privilegiato per Giovan Angelo del Maino, interprete della scultura lignea tra i più raffinati del suo tempo, come documenta in mostra l'altarolo dal Victoria and Albert Museum di Londra.
I riverberi di questa felice congiuntura si colgono anche nella produzione di libri illustrati e nell'ideazione di grandi complessi per l'arredo sacro, tra i quali spicca lo straordinario, e pressoché sconosciuto, coro ligneo della chiesa di San Marino, restaurato per l'occasione e autentica rivelazione della mostra, esposto per motivi di spazio all'inizio del percorso, nella seconda sala.
Non è ancora certo il nome di battesimo del Maestro delle Storie di Sant'Agnese, forse da riconoscere in Ziliolo Mezzano - pittore documentato dal 1490 nella bottega di Bernardino Lanzani. Nonostante la probabile formazione presso quest'ultimo, è facile accorgersi come il Maestro abbia completato la sua crescita professionale distaccandosi dagli stilemi tipici dell'ultimo Quattrocento per abbracciare elementi di gusto pienamente cinquecentesco. Alla regia statica dei dipinti del Lanzani, il Maestro contrappone scorci prospettici di ispirazione bramantiniana, una gestualità quasi espressionista e un frizzante ritmo compositivo, esito di una personale rilettura del protoclassicismo centroitaliano.
La quinta architettonica in entrambe le tavole - una grande arcata sorretta da colonne binate - ha una diretta corrispondenza con il portale della Certosa, non a caso realizzato pochi anni prima.
L'attività pavese del Lanzani è ascrivibile ai primi due decenni del XVI secolo, ossia il periodo che intercorre tra le due opere qui esposte. Il San Nicola da Tolentino era parte di un polittico commissionato da Benedetto Berzio, membro di una famiglia di mercanti di lana e di tessuti, nel 1503 per una cappella in San Pietro in Ciel d'Oro e consegnato entro il 1506. La tavola è un esempio del progressivo abbandono da parte del pittore degli echi della formazione milanese e del parallelo avvicinamento al protoclassicismo che il Perugino aveva portato alla Certosa. Il risultato è un amalgama tra i modi del tardo Bergognone e di Zenale da un lato, e quelli perugineschi dall'altro, come si nota nella struttura delle composizioni, in alcuni tipi umani e nelle relative posture garbate, visibili nell'Adorazione dei Magi, databile al 1515-1520 per confronto con altre contemporanee produzioni pavesi dell'autore.
La maestosa tavola costituiva la pala d'altare della cappella maggiore della chiesa di San Marino (da dove proviene anche il coro ligneo nella seconda sala).
L'iscrizione sulla base della cornice, originale, trasmette la data e la committenza dell'opera: Ludovica Colletti e il figlio Autonico, per rispettare le volontà testamentarie del defunto marito e padre Giovanni Simone Fornari, cavaliere gerosolimitano vissuto tra il 1466 circa e il 1506, ingaggiarono nel 1521 Giovan Pietro Rizzoli detto Giampietrino. Allievo di Leonardo, il pittore imposta una composizione ricca di elementi di carattere archeologico, che riflette, oltre che l'ispirazione al maestro, l'influenza di un altro leonardesco, Cesare da Sesto, profondo conoscitore delle antichità di Roma. Il motivo della tenda verde sorretta da putti in volo ricorda l'opera coeva di Lorenzo Lotto in San Bernardino a Bergamo.