La città di Pavia, protagonista al tempo degli ultimi duchi Visconti di una luminosa stagione gotica, giunge nelle mani dei nuovi signori da metà Quattrocento come un simbolo del potere passato, potentemente incarnato nel castello cittadino, che Francesco e Galeazzo Maria Sforza ristrutturano e attualizzano in senso rinascimentale. I lavori sono affidati a imprese costituite da gruppi di artisti riuniti in società, attivi contemporaneamente anche a Milano, capeggiate da personalità come Bonifacio Bembo, Vincenzo Foppa, Zanetto Bugatto, Costantino da Vaprio, Giacomino Vismara.
Gli stessi operano a Pavia anche per altri importanti committenti cittadini, come i Beccaria nel perduto ciclo decorativo nella chiesa francescana di San Giacomo della Vernavola, o il vescovo di Como Branda Castiglioni nella cappella dell'omonimo collegio. La presenza di questo vivace ambiente stimola non poco le botteghe locali, particolarmente influenzate dalla presenza del bresciano Vincenzo Foppa, che lascia proprio a Pavia, in San Tommaso, uno dei suoi capolavori: la Pala Bottigella, esposta nella prima sala.
Negli anni di Ludovico il Moro, complice l'attrazione del vicino cantiere della Certosa di Pavia e l'allinearsi della committenza nobiliare al gusto in voga presso la corte di Milano, penetrano in città gli stimoli della cultura bramantesca, destinati a segnare a fondo la generazione di artisti in formazione.
Nell'opera, originariamente su tavola, una processione di certosini segue il Cristo portacroce, allontanandosi da un'altura su cui simbolicamente campeggia la Certosa di Pavia. Da qui proviene la tavola, che ornava forse il Colloquio o il Capitolo, generando il coinvolgimento dei monaci riguardanti: il taglio della croce ai limiti dello spazio dipinto suggerisce la prosecuzione del cammino di Cristo nello spazio reale, mentre sul cartiglio un versetto evangelico (Matteo 16,24) invita a seguirne l'esempio, prendendo la propria croce.
Nello sfondo il pittore ritrae, forse anticipandone gli esiti, i lavori di rivestimento della facciata della Certosa, riavviati a inizio anni Novanta, quando si può datare l'opera, ancora stilisticamente vicina a dipinti come la Madonna col Bambino, santa Caterina da Siena e un certosino di Brera, esposta qui accanto in mostra.
Le due opere fanno parte di una serie di dipinti affini per dimensioni, tecnica e stile, con episodi della Passione di Cristo, di cui sono stati individuati anche un Compianto su Cristo morto (dipinto anche al verso), una Resurrezione di Cristo e un'Andata al Calvario, andati dispersi.
L'imponente altare o tramezzo per il quale furono realizzati, che probabilmente aveva al centro una Crocifissione, doveva trovarsi in una chiesa francescana dell'Osservanza, non identificata. L'autore, detto Maestro della Deposizione di Pavia proprio per il dipinto conservato presso i Musei Civici, mostra influenze da Bergognone, Dürer e Foppa, cui peraltro la tavola era anticamente attribuita sulla base della firma apocrifa, graffita e dorata sul lato del sarcofago.