I sostenitori di Israele hanno capito qualcosa di essenziale alla politica moderna e che per ora è sfuggito agli arabi: vale a dire, che una politica della persuasione e del consenso che si serva dell'informazione e della comunicazione è, sul lungo periodo, assai più efficace di una propaganda insistente basata sulla menzogna e sull'esagerazione. [...] La nostra tragedia è che, come popolo e come cultura, non ci siamo liberati da un modello di potere rozzo, dimenticando che conoscenza, informazione e consenso contano assai più della forza bruta e degli agenti di polizia.
(E. Said, Fine del processo di pace, p. 47-49)
Said nacque nel 1935 a Gerusalemme da genitori entrambi di origini palestinesi e, pur avendo trascorso gran parte della sua gioventù a Il Cairo e poi la sua vita professionale a New York, egli sentì sempre forte il legame con la sua terra natale. Per quattordici anni, dal 1977 al 1991, fu membro indipendente del parlamento palestinese in esilio, il Palestine National Council, al quale aderì per contribuire dall'estero alla lotta dei palestinesi per la difesa dei loro diritti.
Said dedicò molti studi al conflitto israelo-palestinese. Nel 1979 scrisse la sua prima opera dedicata al tema, The Question of Palestine1, libro che pubblicò nuovamente nel 1992 aggiornandone il contenuto, dato che negli anni '80 erano accaduti eventi importanti come la guerra in Libano e il sorgere dell'Intifada. In quel periodo scrisse anche, in collaborazione con il fotografo Jean Mohr, After the Last Sky: Palestinian Lives2.
Specialmente negli anni successivi al 1987, cioè dopo il sorgere della prima Intifada, Said cominciò a entrare in contrasto con le politiche dell'Olp, da lui ritenute troppo accomodanti nei confronti delle pressioni israeliane e statunitensi. Scelse così di dimettersi dal Palestine National Council nel 1991, dopodiché, a due anni di distanza, criticò fortemente gli accordi di Oslo siglati tra il presidente dell'Olp Yasser Arafat e il primo ministro di Israele Yitzhak Rabin. Considerò i documenti redatti una resa per i palestinesi poiché non prevedevano né il ritiro degli israeliani dai territori occupati né soluzioni per i rifugiati.
Negli anni '90 Said, sebbene avesse abbandonato il suo incarico politico, continuò ad esprimere le sue opinioni e pubblicò due raccolte di saggi The Politics of Dispossession: The Struggle for Palestinian Self-Determination, 1969-19943 e Peace and Its Discontents: Essays on Palestine in the Middle East Peace Process4. Negli ultimi anni della sua vita scrisse con regolarità numerosi articoli sul conflitto israelo-palestinese, soprattutto destinati alla stampa araba, e la gran parte dei suoi testi furono poi raccolti in due libri, The End of the Peace Process: Oslo and After5 e From Oslo to Iraq and the Road Map6. Nel 2002, un anno prima della sua scomparsa, aderì al nascente partito Palestinian National Initiative guidato da Mustafa Barghouti, una formazione politica di ispirazione laica, democratica e riformista, che si proponeva alternativa ad Al Fatah e ad Hamas.
Said volle difendere i diritti dei palestinesi raccontando nei minimi dettagli gli eventi passati, in primo luogo per evitare che questi scompaiano dalla memoria. Considerò questo compito una necessità poiché era consapevole che la storia, se raccontata solamente dal potere, difficilmente può rendere giustizia alle tante vittime. Ritenne pertanto necessario svolgere un accurato lavoro di documentazione, affinché le cronache quotidiane sul conflitto israelo-palestinese potessero essere comprese nella loro complessità, senza riduttive semplificazioni ideologiche.
Riprendendo le osservazioni esposte in Orientalism e in Culture and Imperialism, evidenzia come in un contesto di guerra giochi un ruolo fondamentale il potere di descrivere gli eventi. Secondo Said infatti prevarranno sempre coloro che sanno meglio raccontare i fatti, rendendo così la loro versione della storia comprensibile e convincente per un maggior numero di persone. Attualmente, riguardo alla guerra israelo-palestinese sono infatti descritte due storie estremamente contrastanti (come scrisse il 10 gennaio 1999 nel suo articolo Truth and Reconciliation) dal momento che vi è
inconciliabilità tra la narrazione ufficiale sionista/israeliana e quella palestinese. Gli israeliani dicono che la loro è stata una guerra di liberazione e che grazie a essa hanno raggiunto l'indipendenza; i palestinesi affermano che la loro società è stata distrutta e che la maggior parte della loro gente è stata cacciata7.
Comparando queste due storie così diverse, Said critica la condotta di molte fazioni che si scontrano violentemente, incapaci di cogliere i legami sottostanti al conflitto. Se una parte rivendica un passato completamente diverso dall'altra, si innesca un pericoloso processo che contribuisce a inasprire la guerra. Secondo Said lottare per una “Palestina storica” è ormai una causa persa, come lo è per le stesse ragioni il difendere un ”Israele storico”. Se lo scontro è mosso da motivazioni ideologiche, la speranza di una via risolutiva pare lontana perché è precluso ogni dialogo. Condanna quindi tutti coloro che nel conflitto vogliono prevalere con la forza, sia l'esercito israeliano, sia le fazioni palestinesi eccessivamente cruente. Per Said la disputa non potrà mai essere risolta sul campo militare, pertanto invita a riflettere sul passato, cogliendo i legami tra gli israeliani e i palestinesi, senza imporre barriere.
Per Said le due storie non sono affatto inconciliabili, perché entrambe sono segnate dalle stesse sofferenze dell'esilio e dai drammi di guerre e persecuzioni. Nell'articolo Bases for Coexistence del 5 novembre 1997 scrisse che, poiché i due popoli hanno ormai le loro storie intrecciate,
bisogna aspirare dunque a un'idea di coesistenza che rispetti le differenze tra ebreo e palestinese, ma che – pur nella diversità e nella disparità – rispetti anche la comune storia di lotta e sopravvivenza che li lega. […] Chi, in coscienza, si sentirebbe di equiparare uno sterminio di massa con un'espropriazione di massa? Sarebbe folle anche solo tentare. Eppure essi sono connessi8.
Nell'intervento auspica quindi una politica della convivenza, che preveda un'unica nazione condivisa tra due popoli; conclude spiegando appunto che
l'esperienza degli ebrei e quella dei palestinesi sono storicamente, anzi organicamente, connesse: separarle equivale a falsificare ciò che ciascuna ha di autentico. Per quanto difficile possa essere, dobbiamo pensare insieme alle nostre storie, se vogliamo che ci sia un futuro comune. E tale futuro deve includere, gli uni accanto agli altri, arabi ed ebrei, senza esclusioni, senza schemi basati sul diniego e miranti a lasciar fuori l'una o l'altra parte, teoricamente o politicamente. La vera sfida è questa. Il resto è assai più facile9.
Pur sapendo quanto l'obiettivo sia arduo, e le condizioni sfavorevoli, Said specialmente negli ultimi dieci anni della sua vita considerò il progetto della coesistenza come l'unica soluzione possibile. Sostenne che un solo Stato debba includere entrambi i popoli, un progetto non nuovo dal momento che lui stesso ricordò che già nel periodo fra le due guerre mondiali importanti pensatori ebrei come Judah Magnes, Martin Buber e Hannah Arendt si pronunciarono a favore di uno Stato bi-nazionale10. Affinché ciò si realizzi, più volte ribadì la necessità di considerare il valore della cittadinanza, concetto laico capace di accomunare insieme persone di diversa lingua e religione.
Individuare nel passato i legami tra le diverse esperienze, seppur contrastanti, è per Said un compito fondamentale, capace di riconciliare i conflitti. Tale insegnamento dovrebbe essere appreso non solo dagli storici ma anche dai giornalisti, dal momento che è necessario raccontare gli eventi in maniera onesta, se non si vuol alimentare la guerra. Riconoscere la dignità alle vittime e le colpe agli assassini, di qualsiasi fronte essi siano, è un modo per iniziare a riportare giustizia in una terra dilaniata dalle ostilità.
Secondo Said invece la storia raccontata degli israeliani sionisti è piena di mistificazioni poiché oscura il trattamento ostile nei confronti dei palestinesi, e proprio per contestare tali ricostruzioni del passato nelle sue opere ricorda innumerevoli volte i drammi patiti dalle vittime. Il problema fondamentale che Said formula però non è rispondere alla domanda perché tutto ciò avvenga, piuttosto come sia possibile che i soprusi siano fatti e perpetuati per così tanto tempo, senza che nel mondo si sollevino considerevoli voci di protesta. Per poter risolvere un tale quesito Said si focalizza sul piano della conoscenza e dell'informazione.
Denuncia gli attacchi delle forze armate israeliane negli insediamenti palestinesi evidenziando, non solo l'efficienza dell'esercito, ma soprattutto la capacità dei governi israeliani di saperne giustificare le azioni agli occhi mondo. Le operazioni contro i palestinesi vengono sempre motivate come se fossero inevitabili, provvedimenti duri ma necessari per arginare la violenza degli arabi e per garantire la sicurezza degli israeliani. Ogni decisione è spiegata con nobili fini, in modo che il paese nell'immaginario comune possa essere considerato un baluardo della democrazia. Di conseguenza, la controparte viene considerata invece sempre mossa dall'odio fanatico, dall'intolleranza e dall'antisemitismo, cosicché i palestinesi e gli arabi sono giudicati fanatici e aggressivi. Queste motivazioni sono state ripetute così tante volte che attualmente l'opinione pubblica mondiale giudica in maniera positiva le politiche israeliane. Said analizza proprio questo aspetto, che è appunto una problematica costante nei suoi studi: quanto sia importante elaborare spiegazioni per poter mantenere il potere. Quel che contraddistingue Israele secondo Said non sono tanto le risorse economiche e belliche, ma è il possesso dell'“apparato propagandistico più imponente e temuto del mondo”11, come lo definisce nell'articolo What Has Israel Done? del 18 aprile 2002. L'arma più potente dei governi israeliani per Said è proprio la propaganda, la capacità di esporre e attribuire un senso accettabile a ogni loro operazione. Nei suoi saggi e articoli infatti Said pone spesso l'attenzione sugli sforzi israeliani di fornire continuamente idee e informazioni a giornalisti, intellettuali e opinionisti di tutti i paesi del mondo. Il 3 luglio 1996 in un articolo intitolato proprio Modernity, Information and Governance scrive che
la preminenza di Israele è innanzitutto la risultante di un lavoro e di un'organizzazione che si sono dati un unico compito: produrre, nel corso del tempo, consenso nei confronti di Israele non solo nelle menti dei suoi cittadini, ma anche di molti americani e arabi. […] Il loro metodo consiste nel tentare di sedurre i consumatori di notizie attraverso l'utilizzo di immagini semplificate e attraenti, fondate su realtà che conquistano l'approvazione con un minimo di resistenza da parte dei lettori di quotidiani e degli spettatori televisivi americani. In cinque decenni Israele ha consolidato la sua posizione di stato amante della pace accerchiato da nemici crudeli che vogliono sterminare gli ebrei12.
Said si focalizza dunque sulla capacità di Israele di ottenere approvazioni attorno alla sua causa poiché, proprio grazie a tale strategia, riesce a giustificare i suoi obiettivi, con qualsiasi mezzo siano perseguiti. Come scrive il 2 novembre 2000 nell'articolo American Zionism - The Real Problem, il consenso acquisito è così influente che
trasforma in vero e proprio merito la persistente punizione e disumanizzazione del popolo palestinese. Oggi quali altri esseri umani al mondo possono venire uccisi in diretta sugli schermi televisivi col beneplacito di gran parte degli spettatori americani, per i quali si tratta di una punizione meritata? È il caso dei palestinesi13.
L'immagine pubblica di Israele secondo Said deve assolutamente essere studiata con attenzione dagli arabi i quali non hanno ancora ben compreso che il paese è forte perché padroneggia gli strumenti della propaganda, in special modo nei media statunitensi ed europei. Rimprovera pertanto quelle fazioni palestinesi che ritengono necessaria la sola lotta armata, ricordando loro quanto sia insensato reagire violentemente, senza poi neanche saper spiegare i motivi delle rivolte. Spiega infatti nell'articolo The Price of Camp David del 19 luglio 2001 che
nemmeno una coraggiosa rivolta anticoloniale si spiega da sola e che ciò che noi (e gli altri arabi) vediamo come espressione del nostro diritto di resistenza all'oppressione può essere presentato da Israele come una forma di terrorismo o di violenza estranea a ogni principio. Nel frattempo, Israele ha persuaso il mondo a dimenticare la sua occupazione violenta e le sue azioni terroristiche di punizione collettiva contro il popolo palestinese14.
Sollecita pertanto a fronteggiare le politiche israeliane non nel campo militare, ma sul piano della diffusione della conoscenza, poiché in tale conflitto è centrale l'arte della retorica. Il 29 marzo 2001 intitolò un articolo proprio Time to Turn to the Other Front, che in italiano significa “È ora di occuparsi dell'altro fronte”, nel quale per “altro fronte” intende il settore dell'informazione. Invita i palestinesi e il mondo arabo a impiegare le energie su questo tema cruciale, dal momento che c'è un
nesso tra la propaganda che trasforma i palestinesi in terroristi orrendi e fanatici e la facilità con cui Israele, pur perpetrando ogni giorno orribili crimini di guerra, riesce a farsi considerare ancora un piccolo stato coraggioso che si batte contro lo sterminio, nonché a conservare il sostegno incondizionato degli Stati Uniti, finanziato totalmente dall'ignaro contribuente americano15.
Le politiche israeliane per Said traggono forza da questa triplice capacità: descrivere le proprie azioni come positive e costruttive, associare gli oppositori al terrorismo cieco e distruttivo, e mantenere il consenso negli Stati Uniti e in Europa. Nel suo articolo Propaganda and War del 30 agosto 2001 spiega proprio lo stretto legame tra il proseguimento della guerra e l'informazione che la sostiene. Ricorda appunto che
Israele ha già speso centinaia di milioni di dollari per quella che in ebraico si chiama hasbara, ovvero informazione diretta al mondo esterno (in altre parole, propaganda)16.
Tali investimenti riguardano una serie di attività ideate specialmente per i professionisti dell'informazione in tutto il mondo. Scrive Said che giornalisti, politici, professori e studenti sono invitati a partecipare a corsi e seminari dedicati all'attuale situazione di Israele, offrendo loro abbondante materiale informativo. Viene spiegato ai commentatori come parlare del paese attraverso i media, difendendolo dalle opinioni avversarie. Si cerca di indirizzare i fotografi e i cronisti operativi in Medio Oriente affinché presentino certe immagini e non altre. Vengono inoltre acquistati spazi pubblicitari sui giornali di ogni paese. Said considera questa loro strategia vincente poiché
il connubio attivo tra propaganda in Occidente e forza militare sul campo, messo a punto da Israele e dai suoi sostenitori, ha reso possibile il protrarsi della punizione collettiva dei palestinesi17.
Said si concentra dunque sugli effetti della propaganda israeliana nei media di tutto il mondo. È un aspetto cruciale poiché non è casuale che gran parte delle opinioni, specialmente negli Stati Uniti e in Europa, siano estremamente favorevoli alle politiche di Israele. Spiega quanto sia solido il consenso del paese mostrando ad esempio come viene di solito presentato in televisione, in particolar modo dalle personalità illustri. Quando vennero celebrati i cinquant'anni dalla fondazione dello Stato di Israele nel 1998, Said nel suo articolo Fifty Years of Dispossession scrisse che i festeggiamenti negli Stati Uniti furono accompagnati da commenti che esaltavano in maniera unanime i meriti della nazione, senza alcuna menzione ai drammi dei palestinesi. La Cbs trasmise in prima serata da Hollywood un programma di due ore, condotto da celebrità dello spettacolo (parteciparono gli attori Michael Douglas, Kevin Kostner, Arnold Schwarzenegger, Kathy Bates e Winona Ryder), durante il quale il presidente Bill Clinton apparve sullo schermo definendo Israele “una piccola oasi” che “ha saputo far fiorire quello che un tempo era deserto sterile” e “costruire una democrazia che cresce rigogliosa su un terreno ostile”18. Said riporta questo evento, e molti altri casi simili, poiché ritiene importante riflettere su come Israele viene definito nei media, dal momento che il consenso si acquisisce proprio grazie a un accurato utilizzo della comunicazione.
Per analizzare quanto la propaganda israeliana sia egemonica, in molti testi Said commenta come viene generalmente rappresentato il conflitto israelo-palestinese in televisione e sui giornali più famosi. Nell'articolo American Zionism - The Real Problem scrive di aver passato in rassegna la stampa statunitense per dimostrare come i fatti vengono raccontati il più delle volte in accordo con gli interessi israeliani. Spiega infatti:
Ho svolto un'indagine sulle principali testate nordamericane. A partire dal 28 settembre [2000], «The New York Times», «The Washington Post», «The Wall Street Journal», «The Los Angeles Times», «The Boston Globe», hanno pubblicato in media uno/tre articoli di commento al giorno. Fatta eccezione per non più di tre articoli di «The Los Angeles Times» scritti da un punto di vista filopalestinese e per due (…) del «The New York Times», tutti gli articoli (…) sostengono Israele, il processo di pace sponsorizzato dagli Stati Uniti e l'idea che la violenza palestinese, la scarsa cooperazione di Arafat e il fondamentalismo islamico siano da biasimare19.
Il mese successivo, il 14 dicembre 2000, nell'intervento Palestinians Under Siege, riporta poi un paio di sondaggi analoghi, ricordando che
il 25 Ottobre [2000] «Ha'aretz», citando un'analisi condotta dall'Anti-Defamation League sugli articoli di fondo pubblicati dai principali giornali statunitensi, affermava che c'era “una tendenza a sostenere Israele simpatizzando con la sua condizione”, con diciannove giornali che appoggiavano Israele, diciassette che fornivano “un'analisi equilibrata” e soltanto nove “critici nei confronti dei leader israeliani”. Il 3 Novembre [2000] Fairness and Accuracy in Media (FAIR) riferiva che i tre principali network americani avevano trasmesso novantanove servizi sull'Intifada tra il 28 settembre e il 2 novembre, ma che solo in quattro di questi si menzionavano i “territori occupati”20.
Nelle stesso testo sostiene inoltre che, secondo quest'ultima indagine,
il più autorevole quotidiano americano, il «New York Times», ha ospitato solo una volta un opinionista palestinese o arabo (che tra l'altro è un fautore di Oslo) in mezzo a una vera e propria valanga di editoriali sostanzialmente favorevoli alle posizioni americane e israeliane; il «Wall Street Journal» e il «Washington Post» non hanno fatto neanche questo21.
Said non si limita a riportare la grande quantità delle opinioni sostenitrici di Israele, indaga anche la costruzione delle notizie, facendo notare come vengano selezionati determinati fatti a discapito di altri. Denuncia che la gran parte dei media ripeta frequentemente le notizie degli attentati palestinesi, ponendo tanta enfasi sulla brutalità dei gesti, trascurando però gli attacchi dell'esercito israeliano, annunciati in modo più distaccato. Riferisce che molte volte l'informazione è strutturata in tal modo, ad esempio nell'articolo del 14 marzo 2002 What Price Oslo? ricorda che
l'8 marzo [2002], finora il giorno più cruento per i palestinesi dall'inizio – sedici mesi fa – dell'Intifada, il notiziario serale della Cnn ha riferito che erano morte quaranta “persone”, senza neppure spiegare che tra loro c'erano diversi operatori della Mezzaluna rossa, uccisi quando i carri armati israeliani hanno crudelmente impedito alle ambulanze di raggiungere i feriti. Solo “persone”, e nessuna immagine dell'inferno in cui vivevano in questo trentacinquesimo anno di occupazione militare22.
Molte volte denuncia la scarsa obiettività della maggior parte dei giornalisti, sempre disposti a giustificare le politiche israeliane e a condannare i palestinesi. Critica soprattutto la stampa americana poiché racconta i fatti con una visione fortemente ideologica, senza menzionare la storia e il contesto entro il quale avvengono i drammi dei palestinesi. Nell'articolo Time to Turn to the Other Front scrive appunto che negli Stati Uniti
le testate e i giornalisti più importanti di solito non ammettono opinioni filopalestinesi. Il «New York Times» ha dato spazio due o tre volte a posizioni di questo tipo, contro un'infinità di articoli “neutrali” o filoisraeliani, e lo stesso vale per tutti i principali quotidiani americani. Così il lettore medio viene sommerso da decine di articoli sulla “violenza”, come se tale violenza fosse peggiore degli attacchi israeliani condotti con elicotteri, carri armati e missili. Se è tristemente vero che sul campo un morto israeliano pare valere quanto molti palestinesi, è vero anche che i palestinesi nei media, nonostante le loro sofferenze reali e le loro umiliazioni quotidiane, non sembrano molto più umani degli scarafaggi e dei terroristi ai quali vengono paragonati23.
Nei suoi articoli Said spesso accusa il «New York Times» di essere troppo benevolo nei confronti di Israele, specialmente quando il celebre quotidiano pubblica gli interventi di Thomas Friedman, noto editorialista che non ammette mai le nefandezze commesse contro i palestinesi. Said rimprovera frequentemente molti opinionisti, anche i più celebri negli Stati Uniti e in Europa, giudicandoli negativamente perché sempre pronti a elogiare le ragioni del potere. Nell'opera The Question of Palestine afferma appunto che
gli intellettuali occidentali e israeliani per trent'anni hanno esaltato Israele e il sionismo. Essi hanno impersonato perfettamente il ruolo di “esperti di legittimazione” di cui parlava Gramsci, disonesti e irrazionali nonostante le loro pretese di saggezza e di umanità. […] Qualunque intellettuale che si rispetti è disponibile oggi a levare la sua voce contro gli abusi dei diritti umani in Argentina, Cile, Sudafrica, eppure nulla viene detto nel caso di Israele24.
Analizzando la diffusione e il contenuto delle notizie sul conflitto israelo-palestinese, Said dedica particolare attenzione al linguaggio che viene utilizzato nei discorsi e nei testi. In American Zionism - The Real Problem sostiene che, soprattutto nei principali media statunitensi, è presente una distorsione di stampo orwelliano poiché le parole sembrano aver perduto i loro veri significati25. Un'informazione spiegata con abusi verbali non è corretta, è solamente un modo per assolvere le azioni illegali; nell'articolo Propaganda and War scrive appunto che
per designare questo genere di disinformazione George Orwell utilizzava due termini, “neolingua” (newspeak) e “doppio pensiero” (doublethink) che servono a coprire azioni criminali, come l'uccisione ingiustificata di persone, con una patina di razionalità26.
Said sottolinea dunque quanto siano frequenti le espressioni che intendono disumanizzare i nemici, come denuncia in What Has Israel Done? dal momento che
“smantellare la rete terroristica”, “distruggere l'infrastruttura del terrore”, “attaccate i covi dei terroristi”: simili slogan sono stati ripetuti così spesso che hanno conferito a Israele il diritto di fare ciò che vuole, ovvero, in sostanza, di distruggere la vita civile palestinese27.
I palestinesi e gli arabi sono definiti tramite la denigrazione, associando alle persone parole come “militante” o “presunto terrorista”. Come spiega il 19 dicembre 2002 in Immediate Imperatives, tali termini servono a giustificare la guerra e gli attacchi mirati, cosicché
Israele se la cava impunemente perché i giornalisti usano espressioni come “presunto” o “secondo fonti ufficiose” per coprire la maniera irresponsabile in cui svolgono il loro lavoro di cronisti. Sul «New York Times» in particolare queste espressioni ricorrono talmente spesso nelle cronache dal Medio Oriente (Iraq incluso) che la testata potrebbe ormai chiamarsi “Secondo fonti ufficiose”28.
Nell'articolo Israel, Iraq and the United States del 10 ottobre 2002 scrive appunto che “la formuletta 'sospetto terrorista' funge da giustificazione per qualunque uccisione decisa da Sharon e nel contempo da epitaffio per la vittima”29. Said mostra dunque che certe espressioni sono capaci di nascondere la realtà e il contesto; la parola “terrorista”, ad esempio, è molto utilizzata proprio perché priva di significato le azioni e di umanità le persone. Nello stesso articolo precisa infatti che
vale la pena ricordare che Israele cominciò a ricorrere sistematicamente al termine “terrorista” a metà degli anni settanta, per definire qualunque atto di resistenza palestinese. Da allora, e soprattutto durante la prima Intifada, dal 1987 al 1993, si è regolarmente mirato a eliminare la distinzione tra resistenza e terrore e a spoliticizzare di fatto le motivazioni della lotta armata30.
La scelta del linguaggio è una questione cruciale, poiché da tale processo deriva la capacità di attribuire senso alla realtà, accentuando determinati aspetti e offuscandone altri. In One-Way Street dell'11 luglio 2002 scrive appunto anche che
è come se i palestinesi non esistessero, se non quando viene commesso un attentato terroristico: allora l'apparato mediatico mondiale arriva di corsa a gettare un'enorme coperta soffocante con la scritta “terrorista” sulla loro esistenza di esseri senzienti dotati di una storia e di una società reali31.
Ascoltando i notiziari televisivi inoltre, nell'articolo What Price Oslo? Said osserva che la Cnn
non parla mai di territori “occupati” (ma sempre di “violenza in Israele”, come se i campi di battaglia principali fossero le sale da concerto e i caffè di Tel Aviv e non i ghetti e i campi profughi assediati della Palestina, già circondati da almeno centocinquanta insediamenti israeliani illegali)32.
Per Said infatti i media americani raramente spiegano correttamente i dettagli geografici, ad esempio distinguono tra arabi israeliani e palestinesi, quando in realtà sono lo stesso popolo.
Secondo Said stampa e televisioni, in particolar modo negli Stati Uniti, quando trattano il conflitto israelo-palestinese forniscono discorsi che mascherano la realtà e gli squilibri, cosicché inevitabilmente coloro che ricevono le notizie acquisiscono una conoscenza distorta. In The Only Alternative dell'1 marzo 2001 afferma che, poiché le informazioni generalmente concordano con le politiche israeliane,
oggi la maggior parte degli spettatori televisivi non sa nulla delle politiche fondiarie razziste di Israele, delle sue spoliazioni, delle torture, della discriminazione sistematica dei palestinesi soltanto perché non sono ebrei33.
Nell'articolo Propaganda and War Said pone attenzione proprio sul problema dell'opinione pubblica, in quanto nota che “l'americano medio non ha la più pallida idea del fatto che esiste una storia di sofferenze ed espropriazioni palestinesi vecchia almeno quanto Israele”34. Nello stesso testo illustra i risultati di una ricerca commissionata dall'American-Arab Anti-Discrimination Committee su come il conflitto israelo-palestinese sia giudicato negli Stati Uniti. Said è impressionato dalle risposte dei suoi concittadini poiché la maggior parte considera Israele un paese all'avanguardia nella democrazia. Durante il sondaggio meno del 3-4% degli intervistati dichiarava infatti di essere al corrente della presenza di un'occupazione illegale, e quasi tutti invece associavano i palestinesi alla violenza e al terrorismo, giudicandoli intransigenti e aggressivi. Esaminata questa indagine di opinione, Said afferma che
la propaganda israeliana ha avuto un tale successo che i palestinesi sembrano davvero possedere poche connotazioni positive, o nessuna. Sono quasi del tutto disumanizzati. Cinquant'anni di propaganda israeliana incontrastata in America ci ha portato a questo punto: noi perdiamo migliaia di vite umane e di ettari di terra senza che alcuna coscienza ne sia turbata, perché non ci opponiamo, non contestiamo seriamente queste terribili falsificazioni con immagini e messaggi nostri35.
Said è dunque fortemente preoccupato della scarsa conoscenza sul conflitto presente tra i cittadini statunitensi. Giudicando tale ignoranza l'effetto di un'informazione costantemente distorta, sostiene la necessità di divulgare notizie più obiettive, per raccontare quanto siano gravi le sofferenze dei palestinesi. Cambiare l'opinione pubblica negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo è un compito fondamentale poiché la partita più importante si gioca nel settore della conoscenza, non nel campo militare, come ha dimostrato la vittoria del movimento sudafricano contro l'apartheid.
Nel 1991 e nel 1999 Said visitò il Sud Africa e da entrambi i viaggi trasse insegnamenti che gli consentirono di capire meglio il conflitto israelo-palestinese e di intravedere una possibile soluzione. Innanzitutto cominciò a considerare un obiettivo sbagliato la creazione di due entità statali indipendenti, una per gli ebrei e l'altra per i palestinesi. Vide una stretta somiglianza tra i bantustan sudafricani, ideati in regime di apartheid, e i territori autonomi progettati negli accordi di Oslo, intesi come aree da destinare ai palestinesi all'interno di Israele. Comprese inoltre quanto sia importante la funzione di un'organizzazione che promuova la lotta in maniera coordinata, con pratiche non violente di disobbedienza civile, affinché la rabbia non sfoci in attacchi cruenti, azioni isolate che non portano a nessun risultato. Nell'articolo The Tragedy Deepens del 7 dicembre 2000 scrive infatti che
soltanto un movimento di massa dotato di una tattica e di una strategia che esaltino l'elemento popolare può mettere in difficoltà l'occupante o l'oppressore. In secondo luogo soltanto un movimento di massa politicizzato, permeato dall'idea di una partecipazione diretta a un futuro che contribuisce a creare, ha storicamente una possibilità di liberarsi dall'oppressione e dall'occupazione militare. […] Un gran numero di palestinesi deve interferire nei processi di insediamento, bloccando le strade, impedendo l'arrivo dei materiali da costruzione, in altre parole isolando le colonie invece di permettere che queste, con un numero di abitanti molto inferiore, isolino e accerchino i palestinesi come avviene oggi36.
Affinché tali strategie si possano realizzare, è fondamentale avere l'appoggio dell'opinione pubblica mondiale, ottenibile solamente avviando molte campagne di informazione negli Stati Uniti, in Europa e anche in Medio Oriente, per favorire il dialogo e la comprensione reciproca tra palestinesi e israeliani.
Parlando con i membri dell'African National Congress (Anc) che condussero la lotta per i diritti dei neri, Said apprese appunto come possa essere pianificato un movimento di liberazione all'estero. Durante gli anni '80, in una situazione fortemente svantaggiosa per l'Anc e con molti leader in carcere, i militanti contro l'apartheid capirono che l'unica arma che avevano a disposizione era far condannare il governo sudafricano sul piano morale, ponendo in risalto la dimensione umana e universale della loro causa. Walter Sisulu, personalità di prestigio dell'Anc, nel 1991 così gli raccontò la lotta:
Capimmo che la nostra sola speranza era concentrarsi sull'arena internazionale e lì delegittimare l'apartheid. Ci organizzammo in tutte le principali città occidentali: avviammo comitati, pungolammo i media, tenemmo incontri e manifestazioni, non una o due, bensì migliaia di volte. Organizzammo campus universitari e chiese, sindacati dei lavoratori, uomini d'affari e gruppi professionali. […] Ogni vittoria che registravamo a Londra o a Glasgow, a Iowa City, Tolosa, Berlino o Stoccolma, dava un senso di speranza alla nostra gente in patria, e rinnovava la sua determinazione a non abbandonare la lotta37.
Said ricorda tale discorso nel articolo Strategies of Hope del 25 settembre 1997, poiché da allora comprese quanto sia importante l'attività di propaganda, unico modo per ottenere il consenso dell'opinione pubblica. Ritenne tale strategia necessaria per la lotta dei palestinesi, dal momento che negli Stati Uniti e in Europa è diffusa una pessima conoscenza riguardo al conflitto. Invitò dunque a controbattere l'informazione israeliana organizzando campagne di sensibilizzazione all'estero, specialmente in Occidente, poiché in questi paesi
media, accademie, istituti di ricerca, università, sindacati, chiese, associazioni, e le altre organizzazioni della società civile, giocano nella vita politica un ruolo altrettanto importante a quello del governo centrale38.
Seguendo l'esempio del Sudafrica, nella speranza che partecipazione civile e conoscenza possano alimentare la democrazia, Said propose di isolare moralmente le politiche segregazioniste di Israele, affinché possa realizzarsi una nazione unita che rispetti ugualmente i diritti dei cittadini ebrei e palestinesi. Auspicando questo obiettivo, afferma inoltre il 3 agosto 2000 in One More Chance che “sarebbe un'ottima idea dare vita a una Commissione per la verità e la riconciliazione costituita da israeliani e palestinesi”39.
Condurre iniziative nel settore dell'informazione è dunque un compito fondamentale, tuttavia trascurato per troppo tempo dai palestinesi. Secondo Said solamente una volta in passato fu preso seriamente in considerazione il potenziale delle comunicazioni, evento riportato nell'articolo Time to Turn to the Other Front, quando ricorda che durante la guerra in Libano
nel 1982 si riunì a Londra un consistente numero di uomini d'affari e intellettuali palestinesi. L'idea era di contribuire ad alleviare le sofferenze dei palestinesi e organizzare una campagna d'informazione negli Stati Uniti: la resistenza dei palestinesi sul campo e l'immagine dei palestinesi erano considerate due fronti di uguale importanza. Con l'andar del tempo, però, il secondo fronte è stato del tutto abbandonato per ragioni che continuo a non capire40.
Said si rammarica dunque che stessi palestinesi non abbiano saputo catturare l'immaginazione mondiale, e critica in primo luogo i leader arabi di non essersi mai impegnati al riguardo. Denunciò in One-Way Street che questa incapacità è uno dei motivi delle tante sconfitte poiché
insieme, la propaganda israeliana, il disprezzo antiarabo degli Stati Uniti e l'incapacità degli stessi arabi (e dei palestinesi) di formulare e rappresentare gli interessi del proprio popolo hanno condotto a una disumanizzazione generalizzata dei palestinesi41.
Dal momento che le condizioni sono sfavorevoli per i palestinesi, propose come unica strategia plausibile di rivolgersi alla società civile di tutto il mondo, in primo luogo ebraica, dentro e fuori di Israele. Nell'articolo These Are the Realities del 19 aprile 2001 invita infatti a dialogare con i settori migliori del paese, con le “centinaia di riservisti che hanno rifiutato di prestare servizio miliare durante l'Intifada”42 e con gli “individui e gruppi eroici come i Rabbis for Human Rights e il movimento contro le demolizioni di case guidato da Jeff Halper”43.
È importante, nella visione prospettata da Said, non considerare Israele come un'entità monolitica, in quanto il paese è composto da realtà disparate, anche disponibili al confronto. Said insiste affinché i palestinesi instaurino legami con gli ebrei, i cittadini israeliani e la società civile nel mondo, poiché il dialogo e la conoscenza reciproca sono il primo passo verso il riconoscimento dei diritti. Nel 1996, durante un suo viaggio in Palestina, volle appunto conoscere meglio le organizzazioni dedite alla diffusione delle notizie. Incontrò Ghassan Khatib, fondatore del Jerusalem Media and Communications Center, un ente palestinese che offre informazioni al giornalisti stranieri, e Michael Warschawski, direttore dell'Alternative Information Center, un'organizzazione israeliana che insieme ai palestinesi intende praticare un giornalismo schierato contro le discriminazioni44. Conobbe anche esponenti della società civile palestinese come Hassan Barghouti, segretario del sindacato Democracy and Workers Rights Center45, e Raja Shehadeh, fondatore di Al Haq, un'organizzazione palestinese per la difesa dei diritti umani46.
Seguendo l'esempio della lotta sudafricana, invita dunque coloro che intendono migliorare il paese a mobilitare la società civile e gli intellettuali in tutto il mondo, in modo che un numero crescente di persone possa comprendere la drammaticità della situazione. Molte volte Said nei suoi articoli elogia il coraggio di quei giornalisti che raccontano all'estero le sofferenze dei palestinesi. Apprezza Robert Fisk, corrispondente dal Medio Oriente dell'«Independent», e sullo stesso quotidiano gli interventi di Phil Reeves, invece sul «Guardian» ammira quelli di David Hirst47. Reputa ottimi gli articoli di John Pilger e la partecipazione attiva dell'italiana Luisa Morgantini, ma più di tutti elogia la giornalista Amira Hass del quotidiano israeliano «Ha'aretz», per il quale descrive la cronaca delle città palestinesi e dei territori occupati.
Alla fine degli anni '90, negli ultimi anni della sua vita, Said conobbe anche il crescere della diffusione di Internet nel mondo delle comunicazioni. Ne apprezzò le potenzialità poiché offre la possibilità a un gran numero di persone di ottenere molte informazioni, grazie alla facilità con cui si possono trasmettere, riprodurre e conservare. Scrive infatti in Palestinians Under Siege che, sebbene vi siano un
controllo paralizzante dei media negli Stati Uniti e (in minor misura) in Europa e la pesante censura vigente nel mondo arabo, ora su Internet è disponibile un'enorme quantità di informazione alternativa. Cyberattivisti e hackers hanno reso accessibile una gran copia di materiale a chiunque sia minimamente alfabetizzato in campo informatico48.
La possibilità di ricevere notizie slegate dagli interessi dei governi aiuterà a conoscere meglio il conflitto israelo-palestinese. Nell'articolo What Has Israel Done? infatti ricorda che
nonostante i tentativi di Israele di limitare la copertura mediatica della sua invasione devastante delle città e dei campi profughi palestinesi in Cisgiordania, informazioni e immagini sono ugualmente circolate. Centinaia di testimonianze dirette, verbali e visive, sono state diffuse via internet, ma sono comparse anche nelle tv arabe ed europee, mentre non sono state diffuse dai media americani principali49.
Said esalta anche il potenziale liberatorio di internet, specialmente riflettendo sull'introduzione delle connessioni in Palestina. Giudicò infatti positivamente la realizzazione di un laboratorio informatico in Cisgiordania nell'Ibdaa Center, uno strumento utile per far comunicare tra loro i rifugiati palestinesi50.
Divulgare un'informazione onesta e instaurare ponti tra persone e culture sono compiti importanti, capaci di favorire la convivenza pacifica, e passi di un cammino che potrà condurre, si augura Said, verso uno stato bi-nazionale. Solamente coltivando i legami tra le differenze, tra ebrei e palestinesi, sarà possibile raggiungere questo arduo obiettivo, come afferma al termine di un'intervista rilasciata nel 2000 al giornalista dell'«Ha'aretz» Ari Shavit.
Edward Said: Adorno sostiene che nel XX secolo l'idea di casa sia passata di moda. Credo che parte della mia critica al sionismo sia rivolta proprio a quel suo attribuire troppa importanza alla casa. Quell'affermare “noi abbiamo bisogno di una casa” e “faremo qualsiasi cosa per ottenerla anche se questo significa toglierla ad altri”. Perché crede che io sia così interessato allo stato bi-nazionale? Perché desidero un qualche tessuto sociale talmente ricco che nessuno possa interamente comprendere e nessuno possa del tutto possedere. Non ho mai capito l'idea del “questo è il posto mio e tu restane fuori”. Non amo tornare all'origine, alla purezza. Penso che i maggiori disastri politici e intellettuali siano stati provocati da movimenti riduttivi che tentano di semplificare e purificare. Che dicevano: “Dobbiamo piantare tende o kibbutz o eserciti e cominciare da zero”. Non credo in tutto questo. Non lo desidererei per me stesso. Anche se fossi ebreo, mi ci opporrei. E non durerà. Mi creda, Ari. Mi prenda in parola. Sono più anziano di lei. Non ne resterà memoria.
Ari Shavit: Sembra molto ebraico quello che dice.
Edward Said: Certamente. Io sono l’ultimo intellettuale ebreo. Non ne conosco altri. Tutti i vostri altri intellettuali ebrei oggigiorno sono dei gretti signorotti di provincia. Da Amos Oz a tutti questi qui in America. Dunque sono l’ultimo. L’unico vero continuatore di Adorno. Mettiamola così: sono un ebreo-palestinese51.
1Edward Said, 1992, The Question of Palestine, New York, Vintage Books; trad. it. 1995, La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime, Roma, Gamberetti.
2Edward Said, 1986, After the Last Sky: Palestinian Lives, New York, Pantheon Books.
3Edward Said, 1994, The Politics of Dispossession: The Struggle for Palestinian Self-Determination, 1969-1994, New York, Pantheon Books.
4Edward Said, 1995, Peace and Its Discontents: Essays on Palestine in the Middle East Peace Process, London, Vintage Books.
5Edward Said, 2000, The end of the peace process. Oslo and after, New York, Pantheon Books; trad. It. 2002, Fine del processo di pace: Palestina/Israele dopo Oslo, Milano, Feltrinelli.
6Edward Said, 2004, From Oslo to Iraq and the Road Map, New York, Pantheon Books; trad. it. 2005, La pace possibile, Milano, Il Saggiatore.
7Edward Said, Truth and Reconciliation, «The New York Times Magazine», 10 gennaio 1999, in Fine del processo di pace, cit., p. 147.
8Edward Said, Bases for Coexistence, «Al-Hayat», 5 novembre 1997, in Fine del processo di pace, cit., p. 102.
9Ivi, p. 103.
10Edward Said, Truth and Reconciliation, cit., in Fine del processo di pace, cit., p. 147-148.
11Edward Said, What Has Israel Done?, «Al-Ahram Weekly», 18-24 aprile 2002, in La Pace Possibile, cit., p. 202.
12Edward Said, Modernity, Information and Governance, «Al-Hayat», 3 luglio 1996, in Fine del processo di pace, cit., p. 47-48.
13Edward Said, American Zionism - The Real Problem (3), «Al-Ahram Weekly», 7 dicembre 2000, in Fine del processo di pace, cit., p. 187.
14Edward Said, The Price of Camp David, «Al-Ahram Weekly», 19-25 luglio 2001, in La Pace Possibile, cit. p. 115.
15Edward Said, Time to Turn to the Other Front, «Al-Ahram Weekly», 26 marzo-4 aprile 2001, in La Pace Possibile, cit. p. 86.
16Edward Said, Propaganda and War, «Al-Ahram Weekly», 30 agosto-5 settembre 2001, in La Pace Possibile, cit., p. 124.
17Ivi, p. 129.
18Edward Said, Fifty Years od Dispossession, «The Guardian», 2 maggio 1998, in Fine del processo di pace, cit., p. 134.
19Edward Said, American Zionism - The Real Problem (3), cit., in Fine del processo di pace, cit., p. 185-186.
20Edward Said, Palestinians Under Siege, «London Review of Books», 14 dicembre 2000, in La Pace Possibile, cit., p. 33.
21Ivi, p. 34.
22Edward Said, What Price Oslo?, «Al-Ahram Weekly», 14-20 marzo 2002, in La Pace Possibile, cit., p. 191.
23Edward Said, Time to Turn to the Other Front, cit., in La Pace Possibile, cit. p. 85.
24Edward Said, La questione palestinese, cit. p. 118-119.
25Edward Said, American Zionism - The Real Problem (3), cit., in Fine del processo di pace: Palestina/Israele dopo Oslo, cit., p. 186. Said si riferisce alla lingua descritta nel romanzo di fantascienza scritto da George Orwell: 1949, 1984, London, Harvill Secker, trad. it. 1973, 1984, Milano, Mondadori.
26Edward Said, Propaganda and War, cit., in La Pace Possibile, cit., p. 125.
27Edward Said, What Has Israel Done?, cit., in La Pace Possibile, cit., p. 201.
28Edward Said, Immediate Imperatives, «Al-Ahram Weekly», 19-25 dicembre 2002, in La Pace Possibile, cit., p. 268.
29Edward Said, Israel, Iraq and the United States, «Al-Ahram Weekly», 10-16 ottobre 2002, in La Pace Possibile, cit., p. 254.
30Ivi, p. 245.
31Edward Said, One-Way Street, «Al-Ahram Weekly», 11-17 luglio 2002, in La Pace Possibile, cit., p. 221.
32Edward Said, What Price Oslo?, cit., in La Pace Possibile, cit., p. 190-191.
33Edward Said, The Only Alternative, «Al-Ahram Weekly», 1-7 marzo 2001, in La Pace Possibile, cit., p. 75.
34Edward Said, Propaganda and War, cit., in La Pace Possibile, cit., p. 125.
35Ivi, p. 128.
36Edward Said, The Tragedy Deepens, «Al-Ahram Weekly», 7-13 dicembre 2000, in La Pace Possibile, cit., p. 54.
37Edward Said, Strategies of Hope, «Al-Hayat», 25 settembre 1997, cit., p. 94-95.
38Edward Said, La questione palestinese, cit., p. 239. La Truth and Reconciliation Commission fu istituita in Sud Africa nel 1995, dopo la fine dell'apartheid. Fu un tribunale straordinario costituito per registrare le testimonianze delle vittime, prevedendo la possibilità di concedere l'amnistia a coloro che ammettevano le colpe.
39Edward Said, One More Chance, «Al-Ahram Weekly», 3-9 dicembre 2000, in Fine del processo di pace, cit., p. 179.
40Edward Said, Time to Turn to the Other Front, cit., in La Pace Possibile, cit., p. 86.
41Edward Said, One-Way Street, cit., in La Pace Possibile, cit., p. 221.
42Edward Said, These Are the Realities, «Al-Ahram Weekly», 19-25 aprile 2001, in La Pace Possibile, cit., p. 89.
43Ivi, p. 90
44Edward Said, Perduti tra guerrra e pace, “The London Review of Books”, settembre 1996, in 1998, Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina-Israele, Milano, Feltrinelli, p. 69-75
45Ivi, p. 66-68.
46Ivi, p. 83.84.
47Edward Said, Palestinians Under Siege, cit., in La Pace Possibile, cit., p. 48.
48Ibid.
49Edward Said, What Has Israel Done?, cit., in La Pace Possibile, cit. p. 201.
50Edward Said, Umanesimo e critica democratica, cit., p. 154-155. Purtroppo l'iniziativa, costruita nell'ambito del progetto Across Borders, dopo poche settimane nell'agosto del 2000 fu distrutta da un attacco vandalico, evento estremamente negativo che fece tornare i residenti nell'isolamento.
51Edward Said, My Right of Return, «Ha'aretz Magazine», 18 agosto 2000, pubblicato in: Edward Said, 2004, Power, Politics and Culture, London, Bloomsbury Publishing, p. 457-458. Articolo tradotto in italiano, 2007, Il mio diritto al ritorno. Intervista con Ari Shavit, Ha'aretz Magazine, Tel Aviv 2000, Roma, Nottetempo, p. 47-48.