Mentre un secolo fa la cultura europea era associata alla presenza dell'uomo bianco, a un dominio diretto esercitato di persona (a cui era dunque possibile resistere), oggi abbiamo anche una presenza internazionale dei media che si insinua nelle menti, restando spesso al disotto della consapevolezza razionale, e con un raggio d'azione incredibilmente ampio.
(E. Said, Cultura e Imperialismo, p. 320)
La nostra visione del mondo prende forma non solo grazie alla conoscenza diretta, ma deriva in gran parte anche dai contenuti che televisioni, radio, giornali, riviste, libri e film ci offrono quotidianamente. Apprendiamo molte nozioni per via mediata e siamo influenzati da quel che ci viene descritto, cioè dalle rappresentazioni elaborate in genere da chi ha ottenuto l'autorità per esprimere un discorso. In pratica usufruiamo di immagini in senso lato, e solamente di queste possiamo discutere poiché la realtà assoluta non esiste.
Non soltanto gli studi, la letteratura e il cinema quando trattano degli arabi e dell'oriente utilizzano immagini stereotipate ma, in maniera analoga, anche il mondo del giornalismo è dominato dal medesimo repertorio. La presenza di tale condotta interessa particolarmente Said poiché sostiene che attualmente l'informazione prodotta dai media occidentali ha un ruolo predominante in tutto il mondo. Nell'opera Culture and Imperialism, oltre ad analizzare i testi letterari prodotti in Europa durante i secoli del colonialismo, Said commenta ampiamente il campo degli attuali media e dell'informazione, e afferma di volersi occupare di questo argomento in quanto ritiene che, nonostante il colonialismo diretto sia in gran parte finito,
l'imperialismo (…) resiste invece dove è sempre stato, una sorta di sfera culturale generale così come in specifiche pratiche politiche, ideologiche, economiche e sociali1.
La sua convinzione, dunque, è che oggi per imperialismo si debba intendere l'industria culturale predominante, attualmente di provenienza in gran parte statunitense. Le immagini televisive, il cinema e giornali, in maniera più ampia tutto ciò che ruota attorno al campo dell'informazione, secondo Said trasmettono come in passato valori imperiali, cioè legittimano la sovranità di una minoranza della popolazione mondiale, americana ed europea, sul resto dei continenti.
Said si focalizza sul ruolo predominante che pochi canali di informazione hanno assunto negli ultimi decenni. Ritiene valida una ricerca condotta dal sociologo americano Herbert I. Schiller, Culture Inc2, nella quale viene denunciato l'accentramento di un grande potere in un numero limitato di canali mediatici. Poche multinazionali infatti detengono il controllo della produzione e della distribuzione delle notizie cosicché, specialmente negli Stati Uniti, le rappresentazioni giornalistiche provengono da un numero ristretto di fonti, perlopiù gestite da imprese private che possiedono la capacità di influenzare notevolmente la conoscenza sul mondo.
Tale controllo favorisce la persistenza di una “cupola di ortodossia”, legata strettamente al potere, contro la quale è difficile opporsi. Con queste analisi Said vuol mettere in evidenza il grande potere che possiedono le maggiori agenzie di informazione occidentali e l'ampia visibilità di pochi giornalisti televisivi internazionali di lingua inglese. Questi centri di informazione raccolgono, selezionano e rimandano in onda immagini e parole in tutto il mondo, con una forza persuasiva che non ha precedenti3.
Quando esprime giudizi sulla rete internazionale delle notizie, Said condivide le opinioni di Noam Chomsky e le sue teorie sulla “fabbrica del consenso”4. Secondo il noto linguista americano vi è una forte sovrapposizione tra i principali media e i poteri politici ed economici per cui, secondo le sue analisi, le comunicazioni sono improntante sul modello della propaganda, nel quale l'emittente tende a indurre l'ascoltatore ad accettare le posizioni espresse. Ciò comporta un'omologazione delle notizie e l'esclusione delle possibili alternative. Nel mondo contemporaneo siamo circondati dalle informazioni che riceviamo dai media e, secondo Said, tali fonti hanno un potere pervasivo nelle nostre vite. Scrive infatti che "siamo bombardati da rappresentazioni preconfezionate e reificate del mondo"5 e nelle nostre strutture di pensiero domina un'informazione piena di argomentazioni ideologiche, plasmata dai media, dalla pubblicità e dalle dichiarazioni ufficiali.
Pur essendo concorde con molte opinioni di Chomsky, soprattutto quando parla dell'influenza dei poteri economici e governativi, Said si discosta sensibilmente dalla teoria generale del linguista, poiché non ritiene che i media vogliano semplicemente persuadere le persone. Le notizie non sono manovrate da un unico centro di comando e non vi è nessuna cospirazione in quanto nessun potere monolitico agisce come se ci fosse una dittatura; non ci sono leggi fisse, determinati procedimenti rigidi che permettono alle notizie di diventare tali. Anche se gran parte della nostra conoscenza deriva dai media, noi non dipendiamo da un grande apparato centrale che gestisce la propaganda, e Said è convinto che gli stati occidentali non siano esplicitamente repressivi. In teoria, si possono esprimere tutte le opinioni, anche le più eccentriche, ed effettivamente vi è una grande varietà di linguaggi con differenti notizie.
Eppure, nella gran parte dei quotidiani, riviste, televisioni e radio c'è la tendenza a favorire una stessa visione, una certa rappresentazione della realtà piuttosto che un'altra. Alla fine l'informazione converge su delle idee comuni, che più o meno tutti ritengono che siano chiarificatrici, trasparenti e accettate.
Utilizzando lo stesso impianto descrittivo già impiegato nel suo commento degli studi accademici, Said articola riflessioni simili anche nel campo dei media. Giornali, notizie e opinioni sono fatti dalla volontà umana, dalla storia, dalle circostanze sociali, dalle istituzioni e dalle convenzioni delle professioni. I racconti dei vari avvenimenti pertanto riflettono pienamente il contesto entro il quale sono prodotti e nulla è svincolato dalla particolare situazione storica entro la quale si producono. L'autore dunque afferma che le notizie sono il risultato di una cultura, o meglio, sono la cultura e, nel caso dei media statunitensi, sono una parte della storia contemporanea6.
I fatti e i racconti che noi quotidianamente apprendiamo non emergono in modo spontaneo; le notizie che noi riceviamo non vengono prodotte casualmente. Benché possa sembrare ovvio, è importante ricordare che tutti i mezzi di comunicazione seguono certe regole e convenzioni, processi necessari per inquadrare la realtà entro delle storie. Citando la ricerca del sociologo Herbert Gans, Deciding What's News7, Said spiega come i giornalisti, le agenzie di stampa e le redazioni dei canali televisivi agiscano nella narrazione dei fatti, dal momento che le notizie non sono un dato inerte, ma il risultato di un complesso processo di scelta. Si selezionano gli eventi e il linguaggio per offrire le informazioni come se fossero entità prive di errori8. Dato che nessuno può esprimere un racconto oggettivo degli eventi, quel che può trasparire sono le intenzioni sottostanti, le ragioni che hanno determinato la selezione di particolati fatti e l'utilizzo di un determinato linguaggio. Inoltre, gran parte dei media sono proprietà di compagnie private, quindi il loro scopo è perseguire il profitto, e per tale ragione hanno interesse a mostrare alcune immagini della realtà piuttosto che altre. Televisioni e stampa infatti agiscono all'interno di un contesto politico pervaso da un'ideologia che, sebbene non sia mostrata esplicitamente, viene disseminata nell'informazione.
I media per Said non offrono semplicemente i fatti, ma costituiscono anche una modalità di espressione. Raccontare in televisione gli avvenimenti in maniera rapida, con poche parole e uno stesso repertorio di immagini, rende il giornalismo simile agli spot pubblicitari. L'informazione preconfezionata, pronta per essere diffusa su larga scala, tende a privilegiare le forme brevi e telegrafiche perché in tal modo si vuol promuovere facilmente un'immagine oggettiva degli eventi. Said spiega infatti che
la Cnn e il New York Times danno informazioni sotto forma di sommario o brevi frammenti di discorso, spesso seguiti da brani informativi un po' più lunghi il cui scopo dichiarato è dirci cosa sta succedendo “in realtà”9.
Questo linguaggio, secondo Said, tende a indurre il pubblico ad accettare lo status quo perché non stimola il pensiero e ostacola il sorgere di una critica democratica. Le espressioni vengono semplificate in modo da non lasciare spazio ai dubbi, alle riflessioni, alle alternative. Questo tipo di comunicazione non è una semplice distorsione della realtà. Induce ad accettare una cultura, a difendere determinati valori e a favorire certi poteri politici. Gli stessi conduttori dei telegiornali incorporano fisicamente, con il loro tono di voce e la postura, la rigidità e la ragione del potere dominante. Le parole inoltre sono legate sempre a un determinato contesto, attorno al quale agiscono interpretazioni e modi di pensare già esistenti. Said scrive infatti che "ogni intervento discorsivo è, naturalmente, legato a una particolare occasione e presuppone un consenso, un paradigma, un'episteme e una prassi"10.
Nel giornalismo moderno agli intellettuali si attribuisce un ruolo sociale, il compito di aiutare le persone a rafforzare il senso di una comune appartenenza. Un giornale potente, con le sue opinioni autorevoli, tende a identificarsi con un ampio pubblico. Said afferma che
la differenza tra un giornale popolar-scandalistico e il «New York Times» è il fatto che il «Times» aspira a essere (ed è generalmente considerato) il quotidiano nazionale di asseverata credibilità, i cui editoriali non riflettono soltanto le opinioni di alcuni uomini e donne ma anche la presunta verità di tutta la nazione e per tutta la nazione. […] L'uso del “noi” negli articoli di fondo rimanda direttamente agli stessi editorialisti, com'è ovvio, ma nel contempo suggeriscono un'identità collettiva nazionale, quasi fossimo invitati a leggere “Noi, il popolo degli Stati Uniti d'America”11.
Volendo esprimere le opinioni dell'intera collettività, gli editorialisti si sforzano di rendere esplicito ciò che sembra essere il sentire comune della nazione. Negli articoli pertanto vengono usate metafore per definire un “noi”, inteso come un'identità coesa, e un “loro” descritto come estraneo. I media sono capaci di promuovere identità presunte omogenee, entità come “l'America” o perfino “l'Occidente”, rendendole accettate anche grazie al fatto che negli Stati Uniti è diffusa un'ideologia nazionalista sostenuta da una retorica sul ruolo del proprio paese nel mondo e sullo “stile di vita americano”. Addirittura Said non critica solo quei discorsi che intendono essere autorevoli, ma invita a ripensare tutto il nostro linguaggio comune. Afferma che “ci imbattiamo continuamente in locuzioni quali 'gli inglesi', 'gli arabi', 'gli americani', 'gli africani', usate per designare non soltanto un'intera cultura, ma una specifica struttura mentale”12. Le espressioni generalizzanti, che presumono l'esistenza di culture uniformi, vengono mantenute nell’uso comune di una lingua per rendere più semplici alcune forme di comunicazione elementare, ma non si riflette abbastanza sull'uso che istituzioni e gruppi di potere, stampa e mondo accademico, possano fare di queste nette divisioni. Parlare di ciò che 'altri' fanno serve per rafforzare una 'nostra' identità. Scrive Said che:
“avere la sensazione” che stiano per arrivare i russi, che il mercato giapponese stia lì lì per invaderci o che i militanti islamici marcino verso di noi, non significa soltanto partecipare a una paura collettiva, ma anche rafforzare la “nostra” identità, in quanto stretta d'assedio e minacciata13.
Sembra non esserci una via di fuga dalle frontiere e dalle recinzioni che si utilizzano quotidianamente nel linguaggio, tutti modi per definire comunità fittizie.
Said dunque riflette sul ruolo autoritario di coloro che raccontano le notizie. Scrive che c'è un corpo di esperti che giudica il mondo, un gruppo composto da chiunque abbia acquisito un titolo o una posizione che conferisce loro prestigio. Professori, giornalisti, direttori e presidenti emergono e divengono rilevanti soprattutto quando è in corso qualche crisi. Appaiono nei quotidiani, nei programmi televisivi e nei talk show per pontificare esprimendo idee generiche sulle situazioni più disparate. Pretendono di avere un ruolo di autorità sulla materia, ignorando o negando la struttura di potere vigente che ha reso possibile il loro lavoro di interpreti.
Gli esperti riescono a legittimare la loro funzione, cosicché le nozioni che forniscono assumono in crisma della canonicità. Scrivono libri che acquisiscono autorità e questi, di conseguenza, accrescono ulteriormente la fama agli autori. Il pubblico che riceve le informazioni inoltre presuppone che una persona sia esperta se questa ha la possibilità di parlare da una posizione rilevante.
Nel campo della conoscenza dunque i rapporti di potere inducono alla formazione di categorie di persone che, avendo acquisito un posizione di autorità, difendono gli interessi propri e di coloro da cui dipendono.
Dato che nella sua analisi intende verificare in particolare come si producano le notizie nel settore degli esteri, nell'analisi dei media Said si sofferma sulla prassi lavorativa dei corrispondenti, vale a dire i giornalisti stabilmente residenti all’estero, nelle zone reputate importanti dalle testate per cui lavorano. Mostrando come sia strutturato il loro comportamento, l'autore riflette su cosa possa spingere i giornalisti inviati in paesi lontani a raccontare gli avvenimenti in un determinato modo. I reporters, come qualunque essere umano, tendono a dare alcune cose per scontate, e hanno incorporato i valori e il modo di vivere che la società da cui provengono ha fornito loro. Hanno ricevuto un'educazione, insegnamenti religiosi e un'appartenenza nazionale. Svolgono il lavoro di giornalisti, pertanto sono consapevoli del codice deontologico professionale e sanno in quale maniera bisogna raccontare i fatti, cosa dire e chi è il loro pubblico. Said cita un saggio dello storico Robert Darnton, Writing News and Telling Stories14, che analizza il rapporto tra un giornalista d’inchiesta e le sue fonti, analisi che produce osservazioni utili in generale per comprendere come le notizie vengono costruite. Due aspetti sono degni di rilevanza: il primo evidenzia che un giornalista è sottoposto a una pressione che induce alla standardizzazione, a raccontare cioè attraverso l’uso di stereotipi; il secondo invece invita a riflettere maggiormente sulla retorica descrittiva dei reporter in quanto generalmente arricchiscono le narrazioni di molti dettagli che non appartengono ai fatti stessi. Sono aspetti importanti perché mettono in evidenza quanto siano influenti le pressioni della propria società e il ruolo dell'interpretazione15.
I mezzi di comunicazione inoltre esercitano una pressione sui giornalisti. L'autorità delle televisioni e testate giornalistiche americane più famose, come la Cbs o il New York Times, conferisce prestigio al reporter poiché il pubblico considera affidabili le loro notizie e fonti. Ne consegue che dal corrispondente l’utente si aspetta una determinata condotta, e il giornalista è indotto a raccontare gli avvenimenti esteri tenendo ben presente il ruolo politico degli Stati Uniti nel mondo. Nel linguaggio è presente quindi la consapevolezza di appartenere a un paese potente e influente.
Secondo Said, poi, i giornalisti americani, quando sono inviati in un paese straniero, si comportano in un determinato modo che favorisce la distorsione delle notizie. Innanzitutto hanno una capacità limitata nel reperire le fonti. In genere un corrispondente resta in compagnia di altri giornalisti, inviati come lui, e si tiene in contatto con la propria ambasciata. Cerca poi gli americani residenti nel paese e interloquisce con le persone che hanno buoni rapporti con gli americani. Dopodiché, nel raccontare i fatti, sente che deve tradurre ciò che accade in un linguaggio che può essere compreso senza difficoltà dai suoi concittadini. Detto altrimenti, pare evidente che il lavoro giornalistico all’estero, nella visione che ne offre Said, sembra condotto su una conoscenza assai parziale del paese dove si svolge, e produce un’inevitabile distorsione degli avvenimenti.
Un'altra forte barriera per i giornalisti all'estero è la diversità linguistica. Said denuncia che la maggior parte degli inviati statunitensi non conosce la lingua delle regioni che dovrebbero raccontare. Critica inoltre il modo con il quale le compagnie televisive e le testate giornalistiche affidano gli incarichi esteri ai giornalisti. È impossibile descrivere un paese essendo privi di un'adeguata conoscenza della storia della regione e senza averlo visitato per lungo tempo. Said sostiene con fermezza che non si possono raccontare paesi così complessi come l'Iran, la Turchia o l'Egitto senza una preparazione, senza avervi prima risieduto. L'autore critica dunque il fatto che i corrispondenti vengano spostati incessantemente da un paese all'altro, dopo aver cominciato a svolgere un lavoro da poco tempo. Per esemplificare tale situazione l'autore racconta i ritmi lavorativi dei giornalisti del «New York Times» inviati nei paesi islamici. Il reporter James Markham raccontò la guerra civile libanese tra il 1975 e il 1976 dopo essere stato in Vietnam. Dopodiché, trascorso solo un anno in Medio Oriente, fu mandato a lavorare in Spagna. Marvine Howe, l'ex corrispondente da Beirut, trascorse solo un anno in Libano, paese dal quale dovette riferire anche ciò che avveniva in Giordania, Siria, Iraq e in Golfo Persico. Dopodiché fu spostato in Portogallo e, dopo appena un anno, fu inviato ad Ankara. Per un periodo temporaneo poi, durante l'assenza dell'inviato John Kifner a Tehran, le notizie sull'Iran vennero riportate da Henry Tanner che risiedeva a Roma16. Il modo stesso di lavorare dei giornalisti quindi induce alla costruzione di immagini distorte e confuse.
1Edward Said, Cultura e imperialismo, cit., p. 35.
2Herbert I. Schiller, 1989, Culture Inc.: The Corporate Takeover of Public Expression, New York, Oxford University. Press.
3Edward Said, Cultura e imperialismo, cit., p. 339-340.
4Noam Chomsky - Edward Herman, 1988, Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media, New York, Pantheon Books; trad. it. 1998, La fabbrica del consenso, Milano, Marco Tropea.
5Edward Said, 2004, Humanism and Democratic Criticism, New York, Columbia University Press; trad. it. 2007, Umanesimo e critica democratica. Cinque lezioni, Milano, Il Saggiatore, p. 96.
6Edward Said, Covering Islam, cit., p. 52-53.
7Herbert Gans, 1979, Deciding What's News: A study of CBS evening news, NBC nightly news, Newsweek, and Time, Chicago, Northwestern University Press.
8Edward Said, Covering Islam, cit. p. 50.
9Edward Said, Umanesimo e critica democratica, cit., p. 98.
10Ivi, p. 156.
11Edward Said, 1994, Representations of the Intellectual: The 1993 Reith Lectures, Vintage; trad. it. 1995, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Milano, Feltrinelli, p. 42.
12Ivi, p. 44.
13Ivi, p. 45-46.
14Robert Darnton, 1975, Writing News and Telling Stories, Columbia, Daedalus.
15Edward Said, Covering Islam, cit., p. 50-51.
16Ivi, p. 108.