Il 18 agosto del 1945, Ferdinando Vizzotto, residente a San Donà di Piave, scrive una lettera al Comitato di Liberazione Nazionale-Savona per chiedere notizie del figlio Carlo:
“Dopo alcuni mesi di angosciosa attesa mi permetto di interessare cotesto Comitato Provinciale colla speranza di avere notizie di mio figlio Carlo. Egli ritengo abbia lasciato il suo reparto militare dislocato nei pressi di Savona per unirsi ai partigiani.” […]
I dubbi del padre sull’entrata del figlio tra i partigiani verranno confermati nel novembre del 1945, quando il C.L.N. (Comitato di liberazione nazionale) informerà la famiglia della morte di Carlo.
Il C.N.L. metterà a disposizione un autocarro Lancia per permettere a una sorella e ad un fratello di andare in Liguria e riportare il corpo del fratello, che verrà sepolto nel cimitero di San Donà. Ai primi di dicembre del 1945 a San Donà di Piave verrà celebrato il funerale del partigiano “Tarzan”, nome di battaglia di Carlo Vizzotto.
Carlo era nato nel 1924 a San Donà di Piave in una zona di baracche per sfollati della Grande Guerra ed era l’ultimo di dodici tra sorelle e fratelli. Il padre, Ferdinando, era bracciante ed era emigrato in Brasile, ritornando in patria nel 1900 dopo la morte della prima moglie. Si era risposato con Angea, la madre di Carlo, nel 1917. Dopo la disfatta di Caporetto (1917), la famiglia verrà fatta sfollare a Napoli nel comune di Vico Equense. Rientrata a San Donà e grazie ai denari inviati dal fratello andato a lavorare in Libia, la famiglia riuscirà ad acquistare un campo di terra, dove costruirà la sua baracca. Una parte di quel campo verrà venduta a Gordiano Pacquola, sandonatese, partigiano e membro del Partito comunista, amico del fratello di Carlo, Antonio.
Nel periodo immediatamente successivo all’8 settembre 1943, data che segnerà l’inizio della caduta del fascismo, le cose cambiarono. Una notte la polizia fascista andò ad arrestare Gordiano, ma sbagliò baracca e andò in quella della famiglia Vizzotto, intimando a Gordiano di uscire. I Vizzotto rimasero in silenzio tranne il padre che, a causa di una certa sordità, non capiva cose stesse succedendo e cominciò a chiedere chi erano quelli che urlavano e che cosa volessero. A causa di ciò la polizia iniziò a battere la porta con il calcio dei fucili. La confusione creatasi, permise a Gordiano di scappare, dandosi alla macchia, e iniziare la sua lotta da partigiano.
Sempre dopo l’8 settembre, la Repubblica sociale italiana, il nuovo Stato fascista guidato da Mussolini, portò alla creazione di un nuovo esercito e i giovani vennero chiamati alle armi. Per chi non si presenta, così come per i militari in forza l’8 settembre è previsto: pena di morte e rappresaglie contro le famiglie”: così dicevano i proclami. La paura di ritorsioni contro i familiari porterà Carlo a decidere di arruolarsi, sperando di tornare presto a casa.
Carlo venne destinato al battaglione San Marco e nel 1944 si trova ad Oropa in provincia di Vercelli, in mezzo a montagne piene di neve, dove i contatti con i familiari vengono tenuti attraverso la scrittura di lettere. Così scrive Carlo ai suoi genitori: “Cara mamma per il momento si resta dove siamo ma fra qualche mese si dovrà cambiare ma non si sa dove ci manderanno, vi farò sapere, non state in pensiero per me che sto bene”.
Nelle sue lettere e cartoline cerca sempre di tranquillizzare i suoi cari, anche quando verrà mandato in Germania, e di non scrivere cose che possano creare problemi ai familiari. Alla fine di luglio del 1944 viene rimandato in Italia e il 3 agosto scrive alla famiglia dicendo che è arrivato a Savona. Non dirà mai di essere scappato, assieme ad altri compagni, dal reparto militare per unirsi ai partigiani della 3^ Brigata d’assalto Garibaldi Divisione Bevilacqua. Saranno otto i mesi di guerra partigiana sulle montagne intorno a Savona, mentre saranno poche le lettere che invierà a casa. Saranno mesi difficili, vissuti mangiando castagne lesse e dormendo su letti fatti di aghi di pino, ma con una gran voglia di contribuire alla liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo. Carlo farà un po’ di tutto come partigiano, anche la staffetta, correndo su e giù per le montagne per portare gli ordini alle altre compagnie di partigiani. Gli verrà assegnata la prima mitragliatrice sottratta ai tedeschi (aveva imparato in Germania ad usare le armi tedesche), dalla quale non si separerà più, arma che gli darà quel coraggio che nemmeno lui sapeva di avere.
I mesi successivi, quelli dell’inverno freddo della montagna, saranno i mesi della lotta più dura, durante i quali non c’era tempo nemmeno per scrivere a casa. Saranno mesi segnati dal sangue dei compagni feriti o uccisi, dalla fame, ma anche dalla generosità della gente comune, sempre pronta ad offrire qualcosa da mangiare, nonostante la grande penuria di cibo.
In una di quelle fredde mattine, un compagno di Carlo, Giorgio, che gli aveva consegnato delle munizioni, bevendo assieme a lui il solito surrogato di caffè per scaldarsi, gli regalò una cartolina e gli disse di scrivere a casa per far sapere che era ancora vivo. Così Carlo scriverà al padre una cartolina il 2 febbraio 1945: “Saluti Vostro Figlio Carlo”. Sono le sue ultime parole alla famiglia.
Carlo verrà ucciso l’8 marzo 1945 nella zona di Calizzano in provincia di Savona in un rastrellamento dei comandi nazi-fascisti.
“Tarzan” verrà sepolto dai suoi compagni sotto un pino in montagna, in una bara fatta di cassette per la raccolta dell’uva e ricoperto da rami di pino.
La vicenda del partigiano Carlo Vizzotto è stata conosciuta attraverso una fonte orale, la signora Edi Gonella, a partire da documenti e testimonianze forniti ai nipoti.
Il video dedicato a Carlo Vizzotto è stato realizzato da Iris Selmani nell'anno scolastico 2022/2023.
Fonti
Carlo Vizzotto. Partigiano, fascicolo pubblicato dall'Anpi di S. Donà-Eraclea, 2019
M. Biason, Un soffio di libertà. La Resistenza nel Basso Piave, Nuova Dimensione - Iveser - Anpi S. Donà, Portogruaro, 2007