Verso una definizione
Descrivere il passato implica spesso una ridefinizione di quanto avvenuto in precedenza, poiché le nuove tappe implicano cambiamenti di prospettiva, soprattutto quando viviamo esperienze che ci trasformano.
Consapevoli che definire corrisponde innanzitutto ad un limitare, cercheremo di raccogliere qualche dato su Oreste M. G. Debernardi per stabilire il contesto della sua riflessione.
Ci auguriamo che non consideri il nostro gesto come un tentativo di inquadrare sommariamente chi si è sempre sottratto ad ogni inquadramento.
Il suo percorso cognitivo è stato decisamente poco ortodosso. Nonostante il Symposium on Information Theory, tenutosi al MIT di Boston, già nel settembre 1956 abbia raggruppato nella definizione di Scienze Cognitive discipline eterogenee come filosofia, linguistica, psicologia, antropologia, neuroscienze e intelligenza artificiale, solo ben più tardi egli si rende conto che quel raggruppamento poteva attagliarsi ai suoi approfondimenti disciplinari.
L’interdisciplinarità tra quelle discipline eterogenee gli ha imposto l’elaborazione di un personale percorso interpretativo che trascendesse la specificità dell’approccio teorico, delle competenze, degli strumenti e dell’oggetto di indagine di ciascuna disciplina, focalizzando l’interesse sulla relazione tra i vari campi di indagine.
La riflessione di Oreste procede attraverso approcci diversi, alternando prospettive e prassi, per poi intrecciarsi in una forma di pensiero originale, di cui cercheremo di esplicitare i presupposti.
Il suo interesse si rivolge verso l’uomo, la mente, il comportamento umano, fenomeni non riproducibili per definizione. Restando nel paradigma positivista ciò avrebbe posto un problema di limitazione del dominio di riflessione, separando troppo nettamente tra scienza e filosofia. La simulazione del fenomeno, proposta dall’intelligenza artificiale, supera questa barriera disciplinare col duplice vantaggio di dotare la riflessione empirica di un approccio metateorico e quella filosofica di uno strumento rigoroso e potente.
La definizione dell’oggetto di indagine influenza i risultati della conseguente ricerca. E le prassi influenzano le forme cognitive acquisite. Dalle scienze cognitive Oreste assume l'obiettivo di spiegare il comportamento umano. Analizzare quest’ultimo solo in base a ciò che è empiricamente valutabile, caratteristica dell’approccio comportamentista, nega decisamente intenzionalità, rappresentazione, coscienza, stati mentali. Questi elementi sono fondamentali in un approccio che interpreti i fenomeni riferendosi agli stati interiori soggettivi.
La dimensione mentale non è così svincolata dall’organico come si riteneva un tempo. I fattori biologico-evolutivi nei processi cognitivi si rivelano essenziali. La rappresentazione sensoriale influenza aree affettive e cognitive. Modelli di interazione secondo processi di retroazione cognitiva si manifestano a tutti i livelli dell'organizzazione sistemica. Oreste affronta tutto ciò secondo una prospettiva evolutiva, adottando una visione transeunte e soffermandosi occasionalmente sulle omeostasi del sistema.
La mente simbolica resta nell’area del linguaggio inconscio. La dimensione mitologica si avvale di un linguaggio non governato dalla ragione con strutture rigide senza fondamento. La ripetizione continua di nessi associativi, spesso senza consequenzialità logica, orienta il comportamento.
A volte Oreste è restato intrappolato in schemi emotivi e mentali e li ha approfonditi per uscirne. Ciò ha generato un certo numero di testi ispirati al paradigma autonarrativo usati come materiale attraverso il quale esplicare il personale approccio analitico.
Uno dei presupposti è che l’inconscio si manifesti per narrazioni, non attraverso speculazioni.
Perdere il controllo di sé e dell’esistente genera angoscia. Richiedere una garanzia di libertà presuppone l’incapacità di gestirla e di monitorarla. Trovare un nesso causale tra i fatti della propria vita fa passare l’angoscia, non importa che si tratti di nessi di causa-effetto o di colpa–pena. Cercare di rappresentare la propria vita pone il problema del senso e dietro la domanda di senso sta quasi sempre la domanda sul senso del dolore.
La formazione non può limitarsi al replicare una soggettività. La soggettività è un limite, e Oreste l'ha messa decisamente in discussione, ma è anche una risorsa, ed egli ha protetto la sua forma peculiare.
Ha posto attenzione sulla ricaduta sul soggetto, sulle prassi che impongono il connesso adattamento cerebrale, alle condizioni ambientali e a quelle soggettive.
Dedicare tempo alla certificazione del sapere ha conseguenze deleterie sul piano della creatività. Se dobbiamo passare attraverso il vaglio di chi già sa qualcosa e per superarlo dobbiamo dimostrare di essere come lui, cioè di sapere qualcosa, la nostra strada è segnata. Ciò di cui facciamo esperienza è studiare ciò che si sa già e che è visibile e ben conosciuto. Se saremo sinceramente coinvolti nel processo, resterà dentro di noi un abitus mentis che ci imprigionerà e renderà schiavi della metafora morta del già conosciuto.
Oreste ha evitato il più possibile anche la passivizzazione implicita in lezioni frontali alle quali sarebbe stato scontato partecipare senza l'effettiva possibilità di replica o di confronto.
L’essere a contatto con menti brillanti è stato essenziale quanto avere la possibilità di seguire un percorso cognitivo senza prestabilirne la meta.
Il tempo dedicato a percorrere i diversi ambiti disciplinari non è dipeso solo da capacità personali. Ampie parti del sapere nascono a supporto di omeostasi che non generano alterazioni della conoscenza, ma consolidano la precedente e irrigidiscono la mente.
Approfondire un argomento a volte ci cattura in uno spazio chiuso preorganizzato. Un orizzonte semiotico definito imprigiona nella struttura di senso.
Ogni ruolo vincola il soggetto ad un bagaglio categoriale di cui non può liberarsi.
Oreste ha cercato di essere libero dai ruoli per non subire vizi ideologici che lo avrebbero reso cieco; non si è votato ad una ragione efficientista, produttiva, strumentale, capace di ottenere scopi, ma non grandi fini.
Di norma tendiamo a riprodurre le condizioni in cui ci siamo formati. Essere spinti a cercare ciò che ancora non si conosce, prevede l'interagire in contesti ove il confronto non avvenga in una dimensione artificiale e convenzionale, ma ove il limite sia la personale capacità di confrontarsi con un limite naturale. La competizione logora inesorabilmente la capacità di confronto con la vera frontiera, quella dell’inintelligibile.
Oreste non ha dedicato energie a consolidare canali divulgativi della sua riflessione poiché essa generava continue interrogazioni più che risultati tangibili e perspicui. Si è concentrato sulla preliminare pars destruens necessaria a liberare il campo dal bagaglio cognitivo superato, ponendosi poi alla ricerca di interlocutori con cui costruire la fase successiva.
Per essere compreso un discorso non può prescindere dall'interlocutore e dal relativo contesto. Ogni argomentazione è inserita in una visione del mondo e da essa trae i suoi presupposti, i valori di riferimento, i criteri argomentativi, i principi inferenziali. La loro condivisione con l’interlocutore conferisce al discorso un apparenza di senso. Tale condivisione si genera attraverso l’esposizione ad un adeguato numero di argomentazioni ritenute valide nella tradizione culturale di appartenenza, o attraverso il quotidiano comunicare regolato dalle stesse norme.
Quando la conoscenza non si fonda sulla ricerca di un'oggettività diventa essenziale la testimonianza personale. Per questo Oreste M. G. ha avuto bisogno di un rapporto diretto con i propri interlocutori, preferendo la distribuzione personale dei propri testi, prima di divulgarli attraverso la rete.
Avendo spesso sostenuto qualcosa che confliggeva con il sistema di credenze dell'interlocutore, Oreste si è scontrato con la rassegnata assunzione che niente cambia sotto il sole. Pertanto, gli interlocutori non si sono lasciati convincere poiché la persuasione implica un’azione negata in partenza. Non è affatto infrequente che un'argomentazione venga giudicata in base al suo campo di provenienza, trascurando di verificarne la coerenza.
In nome dei propri obiettivi cognitivi e relazionali, Oreste ha rinunciato a curare la propria immagine, sperimentando modalità e situazioni. Egli annota:
"Esser tutti nell’esser nessuno, avrebbe potuto essere il mio slogan, teso com’ero a massimizzare le possibilità rispetto all’articolarne una.
Per non esser travolto dal fanatismo di ogni ruolo, dai relativi condizionamenti percettivi, ideologici, comunicativi, ho scelto di non essere per essere pienamente.
Abitando anche lo spazio che resta a margine dei ruoli ho potuto non restarvi intrappolato."
da Ultimo, di O. M. G. Debernardi.
[comitato direttivo del progetto CEC]
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Note
Sezione citata da Debernardi O., Comunicazione Empatia Conoscenza, s. l., 2006, (ed. originale 2003).