"Creare è, prima di tutto, percepire in modo non convenzionale, definire il meno possibile in modo scontato.
Creare è interagire localmente in tempo reale, influenzando il sistema in cui si è immersi secondo il proprio progetto e desiderio.
Creare dà soddisfazione proprio perché consente compiuta espressione a tali sfere della soggettività.
Percepire chi crea richiede la costruzione di un modello ad hoc. In definitiva, per comprendere un creativo occorre essere creativi."*
Andati in crisi gli stili tradizionali e i generi classici, nel mondo dell'arte ci troviamo di fronte a una molteplicità di sostanze espressive, differenti modalità di azione, una ragguardevole diversità di significati, di energie e di passioni. I linguaggi artistici contemporanei trasgrediscono le abituali cornici testuali -- linguistiche e semiotiche -- e pure quelle contestuali -- crono-topiche e produttive -- aprendo a un'ampia gamma di possibilità sul piano della percezione, della comprensione e dell'interpretazione delle opere.
Quando è arte
Il largo spettro di posizioni soggettive, intenzionali o inconsce, sia degli autori sia dei fruitori, aumenta la difficoltà ermeneutica che trova i suoi estremi nelle posizioni antitetiche dell'esaltazione celebrativa e della totale negazione di status, non importa se da parte della critica o del pubblico.
Per evitare di scadere nell'ermetismo, le opere più singolari, altrimenti condannate all'incomprensione, richiedono interviste all'autore, testimonianze da parte di critici, generalizzazioni culturali, di natura sociologica o estetica, testi autografi o allografi, in sintesi un apparato di supporto che fornisca chiavi interpretative che le rendano intelligibili, prima ancora che fruibili. Questa pare la soluzione usualmente adottata per ovviare alla difficoltà strutturale dell'arte contemporanea nel rendersi conoscibile, e quindi riconoscibile e interpretabile. Sul piano teorico la rinuncia preliminare alla domanda ontologica "Cos'è l'arte?" si riformula nella più pragmatica questione "Quando è arte?" per cercare di collocare le multiformi opere contemporanee.
Il senso dell'artista
Ogni provocazione eccede forme riconosciute sul piano espressivo e contenutistico, e tale trasgressione va letta secondo un codice di infrazione che la denoti, stabilendo un medium, una cornice, uno spazio e un tempo, e, naturalmente dei partecipanti. In assenza di ciò, l'escamotage discorsivo per favorire il processo interpretativo è rappresentato da un'intervista all'autore. La si preferisce all'analisi di un critico, poiché un'analisi a un metalivello presuppone essa si collochi ove il prefisso meta stabilisce, ovvero non si trovi sullo stesso piano dell'oggetto analizzato, ma su quello analitico. Pertanto, in assenza di metalinguaggio convenzionalmente inteso, non resta che chiedere all'artista il significato dell'opera al di là della portata del pubblico, e sperare che non risponda che non sa quello che fa, o che lo fa perché gli piace così, o usando il linguaggio magari ermetico dell'opera stessa. In ogni caso, le risposte, di qualunque genere, sono lungi dall'essere insignificanti, poiché integrano l'opera con la relativa analisi, diventando esse stesse testi da approfondire, e non solo semplice contesto esplicativo.
Naturalmente occorre evitare di ricadere in logori stereotipi, se si ha l'intento di approfondire un'attività artistica fatta di esperienze concettuali, performance affettive e percettive, persino Gedankenexperimenten (esperimento di pensiero).
Il ruolo dell'arte e la vita dell'artista
Secondo Oreste M. G. Debernardi l'arte è una delle manifestazioni più eloquenti dell'esprit du temps di una società. Nella sua visione, il ruolo dell'artista è anche quello del visionario, dell'anticipatore, dell'educatore o dell'attivatore sociale che dà origine a nuove forme di pensiero e visioni del mondo. Un artista, soprattutto se relazionale, ha l'obiettivo di portare operativamente l'intervento artistico in ogni ambito della società civile, al fine di dare un contributo ai mutamenti epocali. L'artista ha il compito di mantenere relazioni attive con la maggior parte del tessuto sociale per ispirare e generare innovazione.
Nel suo manifesto, egli scrive:
"L'arte trasmette i sentimenti del soggetto e aiuta a evolvere quanto la sola sfera razionale non attiverebbe, mantenendo l'uomo in equilibrio con le conquiste scientifiche. Infatti, debitamente canalizzata dalla fruizione artistica, la passione conduce ove il momento artistico indirizza e ciò attiva la possibilità di crescere sul piano più profondo, coinvolgendo anche la parte emotiva."
L'artista tenta di favorire il cambiamento sociale agendo su di sé e intorno a sé, dando un'impostazione sperimentale alla propria vita, condotta in costante evoluzione, adottando quando possibile modelli originali, per stili e contenuti, o quantomeno alternativi a quelli proposti dalla società. Evita l'omologazione imperante, cerca di non subire gli effetti normalizzatori del sistema sociale che lo circonda. Combatte il senso di alienazione linguistica cercando diversi linguaggi e nuovi modelli di apprendimento. Si sottrae a ogni tentativo di condizionamento ideologico e religioso. Non cerca semplicemente ideologie libertarie, ma la libertà dalle ideologie. Evita imposizioni conseguenti attività lavorative o asservimenti alla logica di mercato a diversi livelli. Si defila volutamente da tutto ciò che può catturarlo in spirali involutive. Evita di trascendere in polemiche che sconfinino in questioni senza fondamento, preferendo restare ai margini di ciò in cui non lo interessa esser coinvolto.
Cosa fa l'artista?
Oreste è ispirato da tutto ciò e quando passa attraverso il senso di alienazione esistenziale -- il mal de vivre di moraviana memoria -- è spinto a cercare una prospettiva esistenziale emotivamente coinvolgente, rendendosi conto presto dell'assoluto relativismo di ogni scelta su tal piano. Nella ricerca di sé si imbatte precocemente nell'esigenza di nuovi modelli di interpretazione e di analisi. Di qui scaturisce il forte interesse per la psicoanalisi e per l'analisi radicale tout court.
Tendenzialmente motivato dall'esigenza di sottoporre a verifica i risultati della sua riflessione sul piano sociale, Oreste crea numerose occasioni di confronto con interlocutori assolutamente eterogenei, trasformando il quotidiano in uno spazio dilatato di sperimentazione.
Le sue esperienze di vita e i suoi progetti, sia sociali che artistici, riguardano diversi aspetti della soggettività e della vita quotidiana; più di recente, approfondiscono le difficoltà di apprendere sul piano emotivo. Essi combinano cultura e scienza in un'interazione il cui risultato sono situazioni -- nell'accezione situazionista del termine -- che generano effetti di varia natura su diversi piani, con conseguenze catartiche sui soggetti partecipanti.
Essi stimolano il desiderio di fare chiarezza sull'esistenza, superando il pregiudizio che sarebbe reale solo il nostro modo di vivere o il mondo con il quale abbiamo imparato a essere in relazione.
Come lo fa?
Ogni situazione creata rientra in un orizzonte di indagine più vasto attraverso il quale l'artista si interroga sul modus vivendi dell'uomo nella sua totalità, esplorando la piena esperienza individuale e sociale.
Egli sperimenta alcune visioni del mondo assunte come personali filosofie di vita direttamente partecipate, affrontando diversi modi di sentire lo spazio, il tempo, la presenza, l'assenza, i ricordi, l'attesa, le relazioni con gli altri.
Più precisamente, egli parte dal sentire soggettivo, in prima persona, rinnovando ogni categoria e adottando schemi interpretativi non convenzionali nel viverle.
Grazie alla formazione semiotica, evita di restare catturato nella dicotomia tra scienze dello spirito e scienze della natura e adotta strategie per avere coscienza dei limiti e delle possibilità associate all'identità assunta. Nella presentazione del progetto CEC, egli scrive:
"Occorre diventare gli altri, occorre vivere la loro storia come la nostra al fine di comprenderla. Così facendo scopriamo quanto il nostro mondo sia instabile, modificabile. Non possiamo considerarlo un punto di riferimento da adottare quale schema valutativo di quello degli altri.
Per superare l'inverosimiglianza della comunicazione e la differenza ontologica, occorre trovare un denominatore comune, una cifra che ci comprenda. Se ci riusciamo, scopriamo la coerenza interna del mondo dell'altro: ciò che prima poteva apparire follia o privo di senso diventa intelligibile, reale in quanto davvero vissuto. Categorie come verità o falsità sfumano nelle infinite gradazioni delle manifestazioni soggettive.
Ogni modalità categoriale diventa viva: figure iscritte nella dimensione temporale. E di questo tempo siamo figli.
Se è vero che precostituiamo il futuro nel presente è perché nella prassi lo rinnoviamo costantemente dirigendoci verso un fine. I ricordi, i riferimenti al passato, le aspettative verso il futuro ci orientano determinando il nostro futuro. Il divenire ha così un senso e una direzione.
Se è vero che la trama della storia umana è data nelle persone e al di là di esse, il futuro viene dialetticamente creato da un soggetto nella costituzione degli altri soggetti. Il contatto affettivo con l'ambiente, la vita intersoggettiva precategoriale può intonarsi o non intonarsi con il mondo personale, con quello intersoggettivo sociale, o con la trama della storia. Noi e gli altri, accordo e disaccordo sono i termini antitetici del nostro movimento in divenire."
Le opere
Consapevole che non esista una rigida demarcazione tra soggettività, Oreste ha preferito non sottolineare la propria sensibilità artistica per far emergere quella dei suoi interlocutori.
Spesso l'ego di un artista sottrae spazio ai fruitori dell'opera. Se negati ab initio dal partecipare attivamente all'atto creativo di cui sono spettatori, non resta loro che contemplare, niente di più lontano dallo spirito di un artista che cerca attiva partecipazione.
Per questo egli ha preferito muoversi, magari sotto mentite spoglie, il più possibile libero da ruoli o adottandone uno che permettesse di stabilire un contatto non condizionato con gli interlocutori, col fine di porsi in diretta interazione con loro, cercando di generare un laboratorio, propulsivo di energia creativa, capace di attivare processi di trasformazione nel tessuto sociale.
Una costante delle opere di Oreste è l'assenza di una marcata distinzione fra autore e fruitori. L'artista cerca un incontro tra sé e gli altri sul piano dell'interazione effettiva, piuttosto che su di un metalivello analitico. Egli ritiene che l'interazione che ha luogo sia tanto più autentica, quanto più è partecipata senza sovrastrutture semiotiche o separazioni tra piano reale e piano rappresentativo.
La ricerca di autenticità del vissuto ha condotto l'artista a realizzare opere il più possibile senza medium. La ridefinizione dell'interazione, alla luce degli effetti generati sui soggetti partecipanti, autore compreso, è contemplata solo post festum, e non si tratta mai della semplice rielaborazione collettiva del senso scaturente dal processo relazionale.
Il focus delle opere è traslato dalla dimensione retrostante di essa -- l'ideazione, la preparazione e la realizzazione -- al loro fronte, ovvero al processo generativo collettivo. L'artista sollecita la soggettività dei partecipanti a manifestarsi come forma originale di espressione, libera non solo da restrizioni associate alle personali identificazioni -- ruoli, identità, posizioni soggettive -- che egli ritiene sottraggano linfa alla vita autentica, ma libera persino dalla soggettività dell'autore stesso nel processo produttivo dell'opera relazionale.
Anche l'artista è libero di impersonare ruoli, nei limiti della sua capacità di rivestirli e subordinatamente alla disponibilità degli interlocutori di riconoscerglieli. Per questo legame egli auspica che il coinvolgimento degli spettatori all'interno dell'opera sia globale. Ad esempio, la creazione di spazi di convivialità, ispirati a nuovi modelli partecipativi, si è realizzata attraverso un'interazione con l'artista che è stato disposto a mettere in gioco una parte di se stesso con chi è stato disposto a fare altrettanto, condizione che ha rinnovato automaticamente le categorie interpretative dei presupposti l'interazione. Lo spazio argomentativo generato è diventato luogo di negoziazione di nuove forme relazionali, e conseguenti identità, grazie alla messa in discussione di alcuni presupposti dell'immaginario collettivo.
Gli interlocutori diretti nelle sue sperimentazioni -- i soggetti a cui ha rivolto l'atto performativo e che ne hanno costituito il partecipante ideale -- sono stati meno numerosi dei soggetti coinvolti come elementi del gioco di interazione messo in atto. Chi è stato a contatto con lui, spesso, non è riuscito a comprenderlo. Chi ha colto il contorno di ciò che delineava il suo comportamento è stato stimolato verso trasformazioni soggettive che sono andate nella direzione evolutiva: ogni catarsi emotiva ha ricalibrato la soggettività alla luce delle nuove condizioni sistemiche.
Oreste ha proceduto senza aderire pienamente ai ruoli occasionalmente impersonati, trascurando di dare importanza all'immagine per concentrarsi su piani più profondi dell'essere. Come infiltrato nel tessuto sociale della propria esistenza, ha vissuto con obiettivi diversi rispetto a quelli previsti per convenzione all'identità temporaneamente assunta. Grazie alla formazione eterodossa multi-disciplinare, e la consuetudine a praticare diversi idioletti, frequente è stata la riproduzione in chiave parodistica di forme di soggettività.
Nelle sue opere, il piano rappresentativo è quasi del tutto annullato, per mantenersi il più fedele possibile alle dinamiche che intende indagare. Così'diventa' ciò che intende conoscere, si getta nell'agone conoscitivo per raccogliere quanto più può, adottando ogni forma di apprendimento la storia dei modi di conoscenza possa offrire (e anche la parodia è una forma di conoscenza). Mentre il mondo si svela alla sua consapevolezza, egli coglie quanto di se stesso restava celato.
Solo al termine dell'evento, a volte, è nato un dialogo trasparente tra l'artista e i partecipanti, adottando anche occasionali mise en abyme, mostrando il processo di produzione dell'opera relazionale, le precondizioni, gli obiettivi, le condizioni limite, i ruoli assegnati ai partecipanti e spiegazioni sul comportamento che egli stesso, a volte artefice occulto, ha adottato. Tali prassi fanno appello al senso di responsabilità dei partecipanti che sono sollecitati ad assumere consapevolezza delle loro possibilità nell'aver contribuito a generare l'evento, o modificarlo, determinandone persino la sua dissoluzione. Altre volte, sono i testi o i siti web scaturenti dalle esperienze a rivelare l'opera, lo schema interpretativo necessario a coglierne l'orizzonte, la prospettiva e il senso. Nel realizzare ciò, gli scritti scaturiscono direttamente dalla situazione reale -- il livello oggetto --, nonché forniscono interpretazioni secondo nuovi schemi interpretativi e descrizioni degli eventi secondo modelli convenzionali.
Questi diversi piani implicano differenti posizioni della soggettività. L'artista auspica che tali contrasti inducano lo spettatore a meditare sulla relazione tra soggetto e fatto, tra descrizione del mondo e prospettiva emotiva di chi la produce, al fine di cogliere la cifra personale, il peculiare modo di articolare il senso.
Le influenze
Le opere di Oreste risentono della crisi morale, politica e ideologica degli ultimi decenni del novecento in l'Italia. L'artista coraggiosamente dichiara le fonti del proprio discorso, indicando in una miscela di temi cari alle avanguardie artistiche storiche, partendo da alcuni concetti della tradizione situazionista, l'origine di una prassi artistica che fa riferimento alle idee dell'arte informale e concettuale. Da tali eredità egli si emancipa, utilizzando le loro categorie interpretative più che i modelli operativi. Nel rarefarsi dei riferimenti emerge il suo approccio personale, il discorso si fa stile e manifesta un sentimento che testimonia il suo impegno culturale.
Dalla prima concezione dell'arte, egli assume il carattere ironico e provocatorio, e la considerazione che l'evento artistico, svuotato di valore formale, coincida con l'atto della sua creazione. Il valore artistico sta nel gesto, non nel suo prodotto e tale gesto può essere qualunque atto l'artista decida di compiere. Come l'artista informale, egli non crea sempre nuovi eventi, ma spesso li lascia accadere, limitandosi a favorirne l'attuazione spontanea e casuale, magari influenzandone il corso con propri interventi.
Dall'arte concettuale assume l'idea che i contenuti di qualunque espressione artistica siano più significativi dei suoi risultati estetici e percettivi. Egli, infatti, si esprime attraverso manifestazioni del pensiero più che attraverso azioni volte alla ricerca di un piacere estetico.
Se i concettuali hanno ripudiato la tradizione relativa all'opera d'arte e usano oggetti desunti dal quotidiano per inserirli all'interno di essa, Oreste usa il quotidiano come opera d'arte, prescindendo dalla sua dimensione oggettuale per lasciare tutto lo spazio all'idea e alla riflessione, agli effetti sui soggetti. Come l'arte concettuale, sottraendosi ai vincoli formali e culturali tradizionali, a partire dall'impressionismo, rappresenta il punto d'arrivo dell'evoluzione dell'arte visiva, Oreste rinuncia all'opera stessa dopo essersi allontanato dalla tradizione, cercando di sperimentare ab ovo ogni categoria, operando una tabula rasa, libero di impersonare parodisticamente alcune forme di soggettività.
L'assenza dell'opera richiede una fruizione di tipo razionalistico, obbligando alla rinuncia a una comprensione empatica o al godimento estetico. Solo negando riconoscimento di valore ad attività che implichino il primato della ragione si lascia libera espressione alle passioni, manifestate spontaneamente e direttamente, superando schemi precostituiti, consuetudini e regole. Ad esempio, la transizione nello stile dei suoi testi nel corso degli anni evidenzia un'iniziale rarefazione dei contenuti emozionali -- caratteristici della produzione di testi di tipo saggistico da cui sono stati epurati gli elementi emotivamente essenziali -- e una successiva offerta di testi prettamente emotivi, senza rielaborazioni di tipo razionale.
La spontaneità e il carattere improvvisato del suo modo di gestire alcune situazioni lo avvicinano all'happening, che è appunto una forma espressiva cara all'arte concettuale. Esplorando il nesso tra azione e soggetto è condotto a inusitati ambiti espressivi, e pur mantenendo attiva la negazione dell'oggetto artistico, anche in termini di evento, in alcune occasioni conferisce all'opera caratteri vicini alla performance conseguentemente alla sua pianificazione registica.
Certamente influenzato anche dalle esperienze artistiche degli anni Settanta, che avevano come orizzonte teorico e pratico la sfera dei rapporti interpersonali, Oreste si manifesta attraverso un'arte relazionale senza i limiti conseguenti la ricerca di una definizione della forma arte adottata, anche perché egli stesso non si considerava artista. Tale considerazione non mirava a evitare lo scarso riconoscimento di significato che taluni riservano a tale status, soprattutto nel mondo accademico.
Come dichiara a margine di un convegno, il termine'artista' evoca in lui un profondo rispetto, un sentimento abbastanza intenso da fargli provare addirittura imbarazzo quando il termine è associato al suo nome. Nonostante la sua formazione musicale e la frequentazione di ambienti creativi, a lungo si è sentito distante dall'area semantica che il termine designa. Sensazione non solo influenzata dalla scelta di approfondire aree disciplinari umanistiche prima, e scientifiche poi, ma dall'abitudine di tenere lontana da sé ogni definizione. Una scelta che cerca di esplicitare in Avant qu'il arrive (Godot).
Cifra personale
Oreste dimostra poco interesse a rendere pubblici i termini del proprio operare, né si impegna molto a gestire l'immagine o il senso scaturente da un procedere in modo non comune o divergente. Consapevole di come l'ambiguità sia essenziale in ogni comunicazione, si ribella sia ai modelli adottati dai conformisti, che offrono domande prevedibili e risposte precostituite producendo consenso e omologazione, o riproducendo schematismi e convenzioni, che diffondono cultura superficiale e comportamenti massificati, sia a quelli degli antagonisti, che vengono canalizzati in percorsi spesso strumentalizzati.
Egli ritiene che l'assenza di ambiguità dal percorso di ricerca del senso, che è un percorso cognitivo, trasformi ogni pensiero in pura replicazione ideologica, ogni comunicazione in semplice istruzione comportamentale, ogni sentimento schematizzato in impoverimento sensoriale.
Per quanto la semplificazione delle prassi sociali -- che incanalano in percorsi che seguono iter precostituiti verso destinazioni scontate -- in nome della loro comprensibilità o della loro performatività si riveli una strategia di successo -- come l'esplosione della globalizzazione dimostra -- essa rende automatici i processi di interpretazione e di creazione del senso, riducendone i margini di libertà di pensiero e di azione.
Oreste resiste a questo movimento implosivo e si relaziona col mondo sociale come fosse uno spazio ove la creatività possa ancora esprimere istanze di natura estetica, semantica, semiotica, e pure passionale, ovvero domande di natura culturale e sociale, attraverso forme di comunicazione autentica e viva, non riducibili a mera riproduzione di schematismi o conformismi.
L'assunzione temporanea di ruoli o identità è stata necessaria a favorire la sperimentazione sociale, per varcare i limiti delle competenze acquisite, delle abilità conseguite, dell'orizzonte associato alla definizione dell'io. In tale contesto va collocato il suo rifiuto di stabilire una definizione di sé, trasferendo interesse sul piano delle possibilità piuttosto che su quello effettuale.
Le performance svolte nel corso degli anni dall'artista potevano svolgersi ovunque, a un'ora qualunque. I soggetti si incontrano e passeggiano o siedono su una panchina qualunque. L'artista inizia a parlare e l'interazione verbale tra lui e chi gli sta vicino costituisce l'evento.
A volta si è trattato di performance completamente incentrate sulle parole scambiate con l'artista.
A volte l'incontro è stato casuale e i momenti scelti da chi vi ha partecipato.
I partecipanti alle performance possono considerarsi collezionisti delle stesse opere.
Lo svolgersi di circostanze assolutamente banali a volte sono diventate contesto e centro dell'atto artistico che non veniva in alcun modo documentato. Non restavano fotografie, se non in casi rarissimi dovuti a ragioni diverse dal voler testimoniare l'evento. L'azione non lascia testimonianze visive o sonore e si esaurisce nel momento in cui essa ha fine.
Della mancanza di oggetto che incarni l'operazione artistica si è già detto, e la novità sta ora nel fatto che chi fruisce dell'evento, oltre a diventarne parte integrante, ne è unico fruitore. L'evento performativo non è assimilabile a una messa in scena con protagonisti e pubblico osservatore: si tratta di un evento reale, in cui il suo simulacro, l'icona e la referenza coincidono nell'opera, che è priva di una dimensione fisica. Solo chi l'ha partecipata ha avuto la possibilità di vederla almeno una volta e resterà solo nella sua memoria.
Tale concezione dell'opera d'arte come interazione, spesso verbale, tra l'artista e gli altri è un modello fondamentale per Oreste che usa la parola come luogo di azione e punto di partenza per andare incontro all'altro, per stabilire un contatto e comunicare contenuti, ovvero per esprimersi artisticamente.
La parola è essa stessa momento creativo ed artistico e unica fonte per esternare un mondo interiore e
condividerlo con l'esterno. Una parola condivisa, resa densa dalla reciprocità richiesta dall'atto partecipativo, ben diversa dalle parole che stabiliscono un rapporto univoco, senza interazione né retroazione.
La parola di Oreste prende senso in quanto pronunciata all'interno di un'interazione, di un contesto di senso che contribuisce a forgiarne il valore e ne costruisce gli effetti. Il corpo, i toni, i modi, il volume, i gesti sono tutti componenti essenziali di tale parola e ne moltiplicano i significati.
Le interazioni di Oreste stabiliscono un contatto emozionale e fisico con l'interlocutore, superando i limiti della comunicazione mediata contemporanea.
Nella società multimediale il linguaggio è assimilato a scritte colorate su schermi di computer, sequenze di digitazioni prive di emozioni. Oreste ritiene che la parola, in quanto autentica, sia sempre intimamente legata al corpo di chi la pronuncia. Una dimensione fisica che è iconizzata, in diverse forme, dalla presenza nelle azioni di Oreste di elementi fisici occasionali, che entrano nello spazio di interazione (una bicicletta, un oggetto qualunque, una borsa, una panchina, un letto, una sedia, una poltrona, un libro, un computer, una scala) e delimitano o supportano lo spazio emotivo costruito con la voce.
La definizione di artista, accettata tardivamente, colloca il senso del suo vissuto all'interno di tale cornice, e gli consente di accogliere una prospettiva più ampia delle precedenti per manifestare pienamente i contenuti più recenti, che richiedono una forma espressiva peculiare. I più ampi limiti dell'arte meglio si conciliano di una connotazione scientifica con la sua esigenza creativa all'interno del campo sociale. La scelta di allargare l'orizzonte della prassi artistica ad ambiti gestiti contemporaneamente dall'artista e dai fruitori conduce a esiti imprevedibili. Un fattore il cui esito è scontato permane. L'artista ritiene che tutto quanto, non solo nella sua vita, dipenda dalla sfera affettiva. La quantità e qualità di amore ricevuto determina le capacità delle persone. La sua ricerca di conoscenza si è situata sempre marginalmente rispetto alla ricerca affettiva.
Come trapela dagli ultimi libri, Oreste è riconoscente a chi lo ha amato perché sa come tutto ciò che è stato sia dipeso da tale amore. E pare dedicare ogni istante della sua vita a queste persone, come si evince da questa lettera di ringraziamento.
"Love asks me no questions,
And gives me endless support."
~ William Shakespeare
"Cari partecipanti alle opere relazionali,
solo poche righe di gratitudine, ammesso che la mia gratitudine possa concentrarsi in esse.
Vi riconosco il merito di un'autenticità e spontaneità che hanno costituito il senso profondo delle esperienze condivise.
Nessuno di voi, pur con diverse sfumature, mi ha deluso o si è rivelato opaco o marginale.
Tutti, nessuno escluso, siete stati, a fronte di circostanze niente affatto scontate, efficaci, avvincenti, commoventi.
Per questa partecipazione e dimostrazione di sensibilità meritereste ben più che queste poche righe. Sento il bisogno di scriverle perché forse non sono stato in grado di darvi piena testimonianza del mio apprezzamento al momento giusto per voi, e me ne scuso.
Tra le conquiste degli ultimi anni, i progressi realizzati, quello condiviso con voi rappresenta il risultato più entusiasmante.
Le immagini dei vostri visi, associate nei miei ricordi a emozioni di opposto segno, gioia e piacere, sconfitta e delusione, rimarranno indelebilmente nella mia memoria.
Con tenerezza e gratitudine."
* Debernardi O., Codici e Cognizione, s. l., ed. Debernardi, 2006, (ed. originale 2001), p. 99.