La Marina del Regno delle Due Sicilie, nell’ambito di un costante ammodernamento fece costruire, su progetto dell’ingegnere navale Sabatelli, nel cantiere navale di Castellammare di Stabia, un vascello denominato Monarca in onore del Re Francesco II, fu imposto inizialmente come vascello a vela a tre ponti poi, con l’affermarsi della propulsione a vapore, gli sistemarono caldaie e motrici alternative di fabbricazione inglese, nonchè un’elica, prima bipala e poi a quattro pale. Con il suo tonnellaggio, il Monarca fu la più grande nave da guerra di tutti gli Stati italiani dell’epoca, affiancandosi ai similari vascelli francesi ed inglesi.
Lo scafo lungo 58,40 per 15,50 metri di larghezza e con un’immersione di 7,1 metri, era il legno con carena ramata. Il suo dislocamento era di 3670 tonnellate, possedeva tre ponti e due batterie coperte. L’apparato motore, all’atto del varo, era composto, quindi, da tre alberi a vele quadre con randa alla mezzana e bompresso.
Progetto del Monarca
Il suo armamento originale era composto da 56 cannoni, 28 obici. Gli obici lanciavano delle bombe incendiarie che si conficcavano nello scafo in legno esplodendo successivamente.
Il vascello fu impostato nel 1845 e varato nel 1850 alla presenza di Ferdinando II e di sua moglie Maria Teresa, nonché dell’intero Corpo Diplomatico.
Nel 1858 ritornò a Castellammare per subire delle modifiche agli alberi e per l’installazione di 4 caldaie tubolari collegate ad una motrice alternativa da 450 cavalli. Tornato di nuovo in servizio il 10 luglio 1860 fu teatro di uno dei tanti avvenimenti che caratterizzarono il passaggio della flotta al nascente Regno d’Italia.
Nella notte del 13-14 agosto 1860, i garibaldini imbarcati sulla Turkery al comando del Capitano di Corvetta Burone Lercari, tentarono di impadronirsi del vascello. L’azione fu concordata con il comandante Capitano di Vascello Giovanni Vacca, segretamente legato alla Marina sarda. Nell’arrembaggio, il comandante non si fece trovare a bordo e l’operazione fallì per l’intervento del comandante in seconda, Capitano di Fregata Guglielmo Acton, pronipote del ministro della Marina Borbonica e futuro ministro del Regno d’Italia nel 1870. I marinai napoletani contrastarono l’arrembaggio con una nutrita scarica di fucileria.
Il suo armamento originale era composto da 56 cannoni, 28 obici. Gli obici lanciavano delle bombe incendiarie che si conficcavano nello scafo in legno esplodendo successivamente.
Il vascello fu impostato nel 1845 e varato nel 1850 alla presenza di Ferdinando II e di sua moglie Maria Teresa, nonché dell’intero Corpo Diplomatico.
Nel 1858 ritornò a Castellammare per subire delle modifiche agli alberi e per l’installazione di 4 caldaie tubolari collegate ad una motrice alternativa da 450 cavalli. Tornato di nuovo in servizio il 10 luglio 1860 fu teatro di uno dei tanti avvenimenti che caratterizzarono il passaggio della flotta al nascente Regno d’Italia.
Nella notte del 13-14 agosto 1860, i garibaldini imbarcati sulla Turkery al comando del Capitano di Corvetta Burone Lercari, tentarono di impadronirsi del vascello. L’azione fu concordata con il comandante Capitano di Vascello Giovanni Vacca, segretamente legato alla Marina sarda. Nell’arrembaggio, il comandante non si fece trovare a bordo e l’operazione fallì per l’intervento del comandante in seconda, Capitano di Fregata Guglielmo Acton, pronipote del ministro della Marina Borbonica e futuro ministro del Regno d’Italia nel 1870. I marinai napoletani contrastarono l’arrembaggio con una nutrita scarica di fucileria.
Acton aveva riconosciuto nel Turkery, la vecchia nave Veloce della Marina borbonica che aveva disertato per unirsi alle forze garibaldine. Nel combattimento Acton rimase ferito.
Il Turkery, dal nome dell’ufficiale ungherese, amico di Garibaldi, che era morto nella presa di Palermo, con a bordo due compagnie di bersaglieri della brigata Medici, giunse a fanali spenti nel porto stabiese e cercò di affiancarsi al Monarca che, avendo cambiato la sua posizione all’ormeggio qualche giorno prima, non si presentava più in modo favorevole all’abbordaggio. L’arrembaggio non riuscì ed la nave garibaldina, che aveva il motore funzionante solo con un cilindro, impiegò venti minuti per uscire dal porto e prendere il largo evitando, per un pelo, di essere affondata dal cannoneggiamento delle batterie del forte borbonico del cantiere.
Per questa azione l’Acton divenne Capitano di Vascello onorario ed il Re Francesco II gli conferì la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di San Ferdinando e del Merito.
Il 6 settembre 1860, quando Francesco II si ritirò da Napoli al comando del suo esercito per condurre la resistenza contro le forze garibaldine da sud e le truppe regolari sabaude penetrate nei confini del Regno da nord, e infine chiudersi nella fortezza di Gaeta, il Monarca, al comando del capitano di vascello Giuseppe Flores, si rifiutò, al pari della quasi totalità della flotta borbonica, di seguire il sovrano, e rimase invece a Napoli, dove il 9 settembre passò alla Marina del Regno di Sardegna, per la quale, ribattezzato Re Galantuomo, entrò in servizio il 17 novembre 1860.
Al cambio del nome corrispose anche quello della polena, la statua di Ferdinando II (il Monarca) che ornava la prua della nave, infatti, venne sostituita con un busto di Vittorio Emanuele II (il Re Galantuomo).
Dopo la resa di Gaeta, si portò a Messina ove ancora resisteva una cittadella fortificata in mano ai Borboni e contribuì alla sua resa.
Iscritto nel naviglio da guerra del Regno d’Italia e classificato vascello ad elica di 3° ordine, rientrò a Napoli per poi portarsi, nel febbraio del 1862, di nuovo nel cantiere navale di Castellammare di Stabia per la sostituzione dell’elica che portò un aumento della velocità a 8 nodi.
Dopo varie crociere nel Mediterraneo, il 1° febbraio del 1863 imbarcò di nuovo il suo antico comandante Giovanni Vacca, questa volta con il grado di Contrammiraglio e comandante della Divisione del Levante.
Il 5 settembre del 1863, al comando del Capitano di Vascello Ulisse Isola, portò in America l’equipaggio della corazzata Re d’Italia costruita a New York nei cantieri Webb.
Durante la traversata di ritorno incappò in diverse tempeste e, solo l’abilità del suo equipaggio, gli permise di ritornare in patria.
Nel mese di maggio del 1864 tornò a Castellammare per essere rialberato e trasformata in nave scuola allievi cannonieri. Dopo altre crociere nel mediterraneo, nel maggio del 1866 si recò a Taranto ove fu oggetto di un nuovo armamento.
Il suo destino da nave scuola cannonieri a nave caserma, si compì nel 1875 quando fu radiato e posto in disarmo.
Nella sua breve vita, la nave fu protagonista di molti episodi importanti e, cosa ancora, più interessante, rappresentò l’antesignano dell’Amerigo Vespucci.
La nave, infatti, presentava una straordinaria somiglianza con il Vespucci, costruito circa 80 anni dopo. Le analogie sono impressionanti: le navi presentano lo stesso numero di ponti e lo stesso profilo laterale eccetto una impercettibile diversa inclinazione dell’albero di bompresso.
Raffronto tra il Monarca e l'Amerigo Vespucci