Il rione di Materdei occupa una posizione singolare e strategica all’interno del complesso tessuto urbanistico di Napoli, adagiato su una zona collinare che agisce da cerniera naturale e storica tra la piana del centro antico, la profonda depressione del vallone della Sanità e le ripide pendici che risalgono verso la collina del Vomero. Questa articolata conformazione orografica ha condizionato in modo determinante l’evoluzione dell’area, originariamente isolata dalle dinamiche propriamente costiere e trasformatasi, nel corso dei secoli, in un punto di snodo e di transizione tra parti della città profondamente differenti per cronologia, architettura e composizione sociale. L'identità stessa di Materdei trova il suo fondamento primario nella particolare natura geologica del suolo napoletano, plasmato dalle imponenti eruzioni vulcaniche dei Campi Flegrei che nei millenni vi hanno depositato spessi strati di materiali piroclastici, consolidatisi nel celebre tufo giallo napoletano. Questa pietra, tenera, isotropa e di straordinaria lavorabilità, ha reso la collina un polmone naturale caratterizzato da forre, valloni e pendenze scoscese che fungevano sia da barriera geografica sia da insostituibile riserva di materiale lapideo per l'intera città.
L'antropizzazione di questo territorio affonda le sue radici in un'epoca di gran lunga antecedente alla nascita della Neapolis classica. Le indagini archeologiche e le scoperte fortuite avvenute nel sottosuolo del quartiere hanno dimostrato come queste colline fossero costantemente frequentate già durante la preistoria, in particolare nel corso dell’Età Eneolitica, collocabile intorno al terzo millennio avanti Cristo. La testimonianza di maggiore rilievo scientifico di questa presenza primordiale è rappresentata dalle celebri tombe eneolitiche individuate nelle viscere del rione, che costituiscono le strutture sepolcrali ipogee più antiche finora rinvenute all'interno dell'area urbana napoletana. Si tratta di sepolture a grotticella artificiale, scavate direttamente nel tenero banco tufaceo, pensate per accogliere i defunti unitamente a corredi funerari costituiti da manufatti ceramici, strumenti in selce e rari oggetti in metallo. La scelta della quota collinare rispondeva a un'esigenza di protezione dalle alluvioni che periodicamente devastavano le valli sottostanti, sfruttando al contempo la consistenza della roccia per la realizzazione delle camere funerarie e inserendo il territorio di Materdei all'interno di una fitta rete di camminamenti e scambi culturali campani ben prima della conformazione della città storica.
Con la fondazione della Neapolis greca nel quinto secolo avanti Cristo e la successiva integrazione nell'orbita della Roma repubblicana e imperiale, il territorio di Materdei mantenne una spiccata fisionomia rurale e marginale, rimanendo rigorosamente al di fuori della cinta muraria fortificata, racchiusa nell'impianto dei decumani e dei cardini. In questo status di area extra-moenia, la collina svolse una duplice e fondamentale funzione economica e infrastrutturale per la polis sottostante. Da un lato, la straordinaria fertilità del terreno vulcanico, continuamente arricchito dai depositi ceneritici del Vesuvio e dei Campi Flegrei, favorì l'impianto di estesi poderi dedicati alle colture di ulivi, viti e frutteti necessari all'approvvigionamento dei mercati cittadini. Dall'altro lato, la domanda insaziabile di materiale da costruzione per l'erezione di templi, domus e fortificazioni portò all'apertura di imponenti cave di tufo a cielo aperto e ipogee. Le ferite aperte nel fianco della collina per l'estrazione della pietra generarono una vasta rete di caverne e gallerie sotterranee che in età romana vennero genialmente riutilizzate come cisterne per l'acquedotto, depositi o luoghi dedicati al culto ipogeo e alle sepolture gentilizie.
Durante il Medioevo, in seguito al crollo dell'Impero Romano e alla concentrazione della popolazione entro i confini protetti del centro cittadino, Materdei conservò immutata la propria vocazione agricola e il proprio isolamento relativo. La svolta urbanistica, demografica e sociale del rione si manifestò tra la fine del sedicesimo e l'inizio del diciassettesimo secolo, durante il periodo del viceregno spagnolo, quando l'esplosione demografica costrinse la città a superare stabilmente gli antichi confini delle mura aragonesi. Il vero catalizzatore di questo processo di antropizzazione fu l'insediamento di una fondamentale istituzione religiosa: la fondazione della chiesa e del complesso conventuale di Santa Maria di Mater Dei, eretti tra il 1585 e il 1587 per iniziativa del religioso Agostino de Juliis dell'Ordine dei Servi di Maria. La nascita di questa struttura sacra non rappresentò soltanto un polo devozionale e assistenziale per i ceti meno abbienti, ma agì da perno di attrazione spaziale attorno al quale iniziò a strutturarsi il primo nucleo del borgo moderno. Il toponimo stesso dell'intero rione derivò direttamente dalla titolazione latina di questo tempio, Mater Dei, testimoniando l'impronta indelebile lasciata dall'ordine monastico, il quale attrasse progressivamente artigiani, contadini e piccoli commercianti che cominciarono a edificare le proprie dimore a ridosso del convento.
Il diciassettesimo e il diciottesimo secolo segnarono la stagione del massimo splendore architettonico per Materdei, in coincidenza con l'affermazione del Barocco napoletano. L'aristocrazia cittadina e la nuova borghesia togata individuarono nella salubrità dell'aria collinare e nei panorami aperti della zona il luogo ideale per edificare le proprie residenze estive e palazzi di rappresentanza, al riparo dal sovraffollamento e dalle precarie condizioni igieniche della città bassa. Questo fenomeno di gentrificazione d'epoca portò alla nascita di splendide architetture gentilizie capaci di instaurare un dialogo virtuoso con la complessa orografia del luogo. Esempi eccelsi di questa stagione sono Palazzo Medici e Palazzo Schettino, nei quali gli architetti dell'epoca sfruttarono abilmente i forti dislivelli del terreno tufaceo progettando spettacolari cortili monumentali e scalinate aperte "ad ali di falco", capaci di offrire continui giochi di luce, ombre e prospettive teatrali. La contemporanea presenza di queste grandiose dimore patrizie e delle modeste abitazioni del popolo minuto andò a delineare quella trama sociale fortemente stratificata e contrastata che definisce ancora oggi la memoria storica del quartiere.
Il Diciassette si confermò come un secolo di ulteriore consolidamento per le istituzioni religiose e viarie del rione. Nel 1794 fu fondato l'imponente Monastero delle Teresiane lungo la Salita San Raffaele, edificato per accogliere una comunità di monache di clausura costrette ad abbandonare la loro sede vesuviana a causa dell'incombere di una devastante eruzione del Vesuvio. L'arrivo della comunità claustrale portò alla realizzazione di un complesso imponente circondato da un vasto podere agricolo cinto da alte muraglie, mentre la vicina chiesa di San Raffaele divenne rapidamente un punto di riferimento devozionale fortissimo per la comunità locale. Nello stesso periodo, come documentato con eccezionale precisione dalla celebre Pianta del Duca di Noja — uno dei capolavori della cartografia settecentesca —, il territorio andò organizzandosi attraverso la pavimentazione e la gradinatura degli antichi sentieri scoscesi, come la Salita Materdei e la Salita San Raffaele, trasformando il rione in un sistema integrato di terrazzamenti, percorsi verticali e scorci panoramici dove l'edilizia monumentale conviveva con gli orti e i vigneti.
Con l'avvento del diciannovesimo secolo, durante la dominazione francese e la successiva Restaurazione borbonica, Materdei venne coinvolto nelle grandi riforme viarie tese a spezzare l'isolamento dei vecchi rioni collinari. L'apertura di nuovi assi di collegamento, come la vicina via Foria e il Corso Napoleone (poi diventato Corso Amedeo di Savoia), ideato per unire il centro antico con la Reggia di Capodimonte, consentì un'integrazione più fluida del rione nei flussi di traffico metropolitani. Successivamente, i processi di secolarizzazione dei beni ecclesiastici portarono alla Soppressione di molti ordini religiosi e alla riconversione dei complessi conventuali in scuole, caserme e strutture di pubblica utilità, favorendo l'insediamento di una popolazione sempre più numerosa. Nonostante tali trasformazioni, Materdei riuscì miracolosamente a conservare il suo impianto urbano originario, resistendo ai radicali interventi di sventramento che avrebbero investito altre zone della città con la legge per il Risanamento di fine Ottocento.
L'ingresso nel Novecento segnò l'inizio di un'ulteriore espansione residenziale legata alla crescita della classe media impiegatizia. L'evento cardine di questa fase si verificò nel 1928 con la progettazione e la costruzione dei Parchi degli Impiegati, moderni complessi residenziali sorti sui terreni un tempo occupati dai giardini monastici e dalle ville nobiliari. Caratterizzati da palazzine in stile Liberty e Razionalista immerse nel verde, con ampi cortili e una rigorosa distribuzione degli spazi, questi parchi favorirono l'insediamento di funzionari statali, professionisti e dipendenti pubblici, creando un equilibrato ed esemplare mix sociale con la popolazione storica dei vicoli. Pochissimi anni dopo, durante la Seconda guerra mondiale, le antiche cave di tufo e le cisterne sotterranee del rione tornarono al centro della vita della comunità, trasformandosi in immensi rifugi antiaerei nei quali migliaia di cittadini trovarono scampo dai devastanti bombardamenti che colpirono Napoli tra il 1940 e il 1943.
Proprio al termine della guerra, Materdei scrisse una delle sue pagine storiche più gloriose diventando uno dei focolari più attivi dell'insurrezione popolare delle Quattro Giornate di Napoli, svoltasi tra il 27 e il 30 settembre del 1943. In quei giorni drammatici, la popolazione del quartiere si ribellò con coraggio contro le truppe di occupazione naziste. Il centro organizzativo dei ribelli si concentrò in vico Trone e nelle strade limitrofe, la cui conformazione stretta e scoscesa offriva un terreno ideale per la guerriglia urbana. Uomini, donne e giovanissimi eressero imponenti barricate con carri, mobili e materiali di fortuna per bloccare l'avanzata dei mezzi blindati nemici, mentre le donne del rione si distinsero non solo nel soccorso ai feriti ma anche nel trasporto tattico di munizioni e viveri sotto il fuoco incrociato, contribuendo in modo determinante alla liberazione della città prima dell'arrivo delle forze alleate.
Nel secondo dopoguerra, superate le gravissime difficoltà della ricostruzione e i danni strutturali causati dal terremoto dell'Irpinia del 1980 — che aveva portato all'abbandono del seicentesco Monastero delle Teresiane —, Materdei ha saputo intraprendere un originale e profondo percorso di riscatto sociale, culturale e urbano. Nel 2012, dopo decenni di incuria e degrado dell'ex monastero di Salita San Raffaele, una vasta mobilitazione di cittadini, studenti e associazioni del quartiere ha dato vita all'esperienza del Giardino Liberato di Materdei. Attraverso una gestione comunitaria e autogestita dei beni comuni, l'antico plesso claustrale e il suo ampio parco vegetale sono stati trasformati in uno spazio di aggregazione sociale, sede di laboratori artistici, doposcuola popolari, concerti ed eventi culturali, restituendo alla cittadinanza un prezioso polmone verde.
La forte vocazione del rione quale custode dell'identità storica e antropologica partenopea trova un'ulteriore conferma nella presenza dell'Archivio Bonelli, situato presso il complesso della Casa dello Scugnizzo. Frutto di una vita di ricerche da parte del giornalista Giorgio Bonelli, questa sterminata collezione privata raccoglie migliaia di manoscritti originali, spartiti musicali della tradizione canora napoletana, locandine teatrali, fotografie e documenti rari, rappresentando un centro d'interesse di rilevanza internazionale per studiosi e ricercatori della cultura napoletana.
La definitiva proiezione contemporanea di Materdei nel circuito turistico e artistico globale si è concretizzata nel 2003 con l'inaugurazione della stazione Materdei della Linea 1 della Metropolitana di Napoli. Inserita nel pluripremiato progetto delle Stazioni dell'Arte e progettata dall'architetto Alessandro Mendini, la fermata ha spezzato definitivamente il secolare isolamento della collina. L'ingresso, caratterizzato da una sfolgorante cupola policroma in vetro e acciaio posta al centro di una piazza completamente pedonalizzata, introduce a un percorso sotterraneo arricchito da mosaici, installazioni e sculture di celebri maestri dell'arte contemporanea quali Sandro Chia, Luigi Ontani, Sol LeWitt e Mathelda Balatresi. Le loro opere, ispirate ai colori, alla luce e alla fauna del Mediterraneo, creano un contrasto suggestivo con la profondità della roccia tufacea.
Oggi Materdei si presenta come un microcosmo urbano affascinante e complesso, capace di conservare intatta la propria identità popolare e residenziale pur aprendosi alle dinamiche dell'arte e della rigenerazione urbana. La sua storia millenaria — che spazia dalle grotticelle eneolitiche alle cave greco-romane, dai capolavori del Barocco ai Parchi degli Impiegati, fino al valore civile delle Quattro Giornate e alla creatività delle Stazioni dell'Arte — testimonia la straordinaria capacità di questo rione di far convivere la memoria del passato con le sfide della contemporaneità.
l quartiere Materdei prende nome dalla chiesa di Santa Maria di Materdei, costruita alla fine del Cinquecento con l’annesso convento dei Servi di Maria. Agli inizi dell’Ottocento l’edificio viene adibito a caserma militare, perdendo tutti gli arredi artistici, riacquistando funzione religiosa quando i Borbone lo affidano alle suore Vincenziane che tuttora vi gestiscono un istituto paritario. Tutta l’area più a valle, nel Seicento ancora isolata e fuori dalla cinta urbana, era una zona conventuale, mentre l’area più a monte è stata urbanizzata nelsecondo dopoguerra.