Con l’espressione figlio ’e ’ntrocchia nella lingua napoletana si suole indicare il giovanetto sveglio, furbo, pronto di mente e d’azione, capace di destare l’ammirazione per la prontezza della sua mente, e — per contro — la preoccupazione per l’immediatezza delle sue azioni capaci di procurar danno.
Ad ogni buon conto l’espressione, pur offensiva, ha una sua valenza positiva, anche se è usato eufemisticamente a significare figlio di zoccola, partendo dall’assunto che un figlio generato da donna di malaffare, e perciò cresciuto in un ambiente malfamato, che costringe ad esser furbi, desti e pronti di mano e di mente, debba necessariamente venir fuori a tali caratteri educato. Resta comunque offensivo dar del figlio ’e ’ntrocchia a qualcuno, stante il significato della medesima parola.
Senza dubbio, tutte le fonti esperte sulla fraseologia del napoletano popolare, concordano che il significato sia univoco e chiaro: la ‘ntrocchia è una prostituta.
Le prostitute sono dette, infatti, anche ‘lucciole’, in riferimento alle caratteristiche fiammelle (o fiaccole) che ne contraddistinguono la presenza nelle fredde serate di inverno, si fa risalire questa pratica ad un tempo lontanissimo, ovvero l’Antica Roma.
La fiaccola, in latino, era chiamata “antorca” o con il diminutivo di antorcula. Tra queste due parole sarebbe, pian piano, avvenuta una sorta di crasi o metatesi: così abbiamo antorcla. Nell’evoluzione linguistica di parole come “macula” la cl è divenuta -cchi. Macula diventa quindi macchia. Anche nel caso di antorcla la L si sarebbe trasformata in – cchia.
Da antorcla ad antrocchia ed infine alla nostra ‘ntrocchia sarebbe l’evoluzione del termine.
L' "antorca" o fiaccola