Due specchi ellittici posizionati ad un angolo preciso rispetto ad uno specchio circolare scatenano una serie di riflessi incorporati, un "tunnel di specchi" in cui gli spettatori vedono frammenti dell'ambiente circostante e dei propri corpi da diverse angolazioni.
Il tunnel inquadra lo spettatore da un'angolazione sorprendente nell'atto di guardare, dandogli l'opportunità di vedere se stesso dall'esterno, come Altro.
Mentre il mio corpo è percepito da me come se fosse nel mondo - muovendosi, vedendo, interagendo con esso - è anche nel mondo come un oggetto per gli altri, costituito come un tutto attraverso i loro sguardi.
Come spesso accade nelle opere di Olafur Eliasson, egli utilizza specchi e superfici riflettenti, per frammentare e moltiplicare l'immagine degli osservatori.
La partecipazione dello spettatore è centrale nelle opere di Eliasson. I visitatori, riflessi o immersi nell'ambiente creato, non sono solo osservatori passivi, ma diventano parte integrante dell'opera, trasformando continuamente il modo in cui viene percepita.
Le luci colorate che separano il lato caldo (arancione) e il lato freddo (blu) sono un'altra firma distintiva del suo lavoro, poiché spesso utilizza il colore per creare atmosfere emotive e giocare con la percezione.
Natino Chirico, nato nel 1953 a Reggio Calabria, rappresenta un esempio significativo di come l’arte possa essere un linguaggio in continua evoluzione. Con una formazione che spazia dall’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria alle influenze di maestri come Domenico Cantatore e Franco Gentilini, Chirico ha costruito un repertorio espressivo caratterizzato da una forte personalità. Il suo approccio artistico è contraddistinto da un’insofferenza ai vincoli, che lo porta a esplorare una varietà di stili, dal cubismo all’espressionismo. Negli anni, ha affinato la sua abilità nel disegno, trasformando il quotidiano in soggetti d’arte e raggiungendo risultati di grande impatto visivo.
La recente sperimentazione con il metacrilato testimonia la sua capacità di integrare tecniche e materiali diversi, creando opere che sfuggono alle categorizzazioni tradizionali. Tematiche come il cinema italiano, che per Chirico rappresenta una fonte inesauribile di ispirazione, sono reinterpretate con uno sguardo contemporaneo. Le sue esposizioni, che spaziano da Reggio Calabria a metropoli come New York e Berlino, confermano il suo status di innovatore nel panorama artistico internazionale. Chirico continua a stimolare il dibattito sull’arte, invitando il pubblico a riflettere sul confine tra diverse forme espressive.
Autore:
Natino Chirico
Titolo:
Charlie Chaplin
Anno:
2011
Categoria:
Scena
Tecnica:
Olio acrilico e tecnica mista su tela
Misure:
70x85 cm
L’opera “Charlie Chaplin” di Natino Chirico rappresenta un omaggio potente e stratificato a uno dei più iconici artisti del cinema. Realizzata con una combinazione di tecniche miste, l’opera si distingue per la sua intensa matericità, dove i colori vivaci e le texture ricercate si intrecciano per dare vita a un ritratto che trascende la semplice rappresentazione. Chirico utilizza materiali come il metacrilato, in un dialogo creativo tra pittura e scultura, che permette all’opera di emergere dallo spazio e coinvolgere lo spettatore in un’esperienza multisensoriale.
Il significato di quest’opera va oltre la mera celebrazione della figura di Chaplin; essa cattura l’essenza di un’epoca e di un linguaggio universale che continua a influenzare l’arte contemporanea. Ritratto con linee fluide e dinamiche, evoca la nostalgia per un tempo in cui il cinema parlava il linguaggio del silenzio e dell’espressione fisica. Chirico invita a riflettere su come la comicità e la malinconia si intrecciano nella sua figura, rimarcando la dualità dell’essere umano.
Inoltre, l’opera esprime una continua ricerca identitaria, tipica del percorso artistico di Chirico, che spazia tra passato e presente, esplorando il confine tra arte visiva e narrazione cinematografica. “Charlie Chaplin” non è solo un ritratto, ma un invito a riscoprire il potere evocativo del cinema e la sua capacità di parlare a generazioni diverse. Con questa opera, Chirico si afferma come un maestro nel restituire la complessità emotiva dei suoi soggetti, rendendo omaggio a una leggenda che continua a vivere nel cuore del pubblico.
Un’opera d’arte ibrida tra rappresentazione urbana e metafora cinematografica, esplora il rapporto tra la crisi infrastrutturale e la nostalgia collettiva. Lo sfondo principale è una reinterpretazione della planimetria della Linea 2 di Roma, dove le linee del tram si sovrappongono in un reticolo complesso che richiama l’organismo urbano della capitale. Ma non è un semplice richiamo topografico: le linee sono spezzate, frammentate, come fossero segnate dal tempo e dall’incuria. Questo dettaglio diventa un potente simbolo del degrado del sistema di trasporti pubblici, oggi sempre più vittima di crisi e inefficienze.
Al centro di questa composizione distopica, come un’icona senza tempo, emerge la figura di Charlie Chaplin. Il celebre personaggio del cinema muto non è solo un protagonista visivo, ma un vero e proprio mediatore tra passato e presente. Chaplin, con il suo abito riconoscibile e la sua bombetta, si staglia in un tripudio di colori vivaci che contrasta fortemente con le tonalità grigie e opache del contesto circostante. La sua espressione malinconica e ironica, tipica della sua maschera, sembra guardare le linee del tram in frantumi, come se fosse un testimone della decadenza di un sistema urbano un tempo pulsante.
L’uso del colore è cruciale in quest’opera. Chaplin, simboleggia la vita, la resistenza e la memoria di un passato vibrante. Al contrario, la planimetria e lo sfondo urbano sono trattati con toni smorti e opachi, evidenziando l’usura e il decadimento. Questo contrasto cromatico sottolinea la lotta tra la vitalità dell’individuo e la morte dell’infrastruttura collettiva, un tema centrale nell’opera.
Gli elementi simbolici non si limitano solo al colore e alla composizione. Piccoli dettagli come graffiti sbiaditi, rifiuti e segni di deterioramento urbano si insinuano nei margini della planimetria, accentuando l’impressione di abbandono. Questi segni di degrado sembrano dissolversi man mano che ci si avvicina al centro dell’immagine, dove la figura di Chaplin attira l’attenzione. Il contrasto è chiaro: mentre la città sembra crollare sotto il peso delle sue stesse mancanze, l’uomo, incarnato da Chaplin, rimane il simbolo di resistenza e speranza.
L’opera, intitolata “La morte della Linea 2”, si ispira all’estetica dei manifesti del cinema muto, con un carattere tipografico che richiama i classici dell’epoca di Chaplin. Questo dettaglio aggiunge un ulteriore livello di lettura: il richiamo all’industria cinematografica di un tempo non è casuale, ma un richiamo nostalgico ai giorni in cui la città di Roma era un epicentro di vitalità, e non il teatro della decadenza che sembra essere diventata oggi.
In conclusione, “La morte della Linea 2” non è solo un’opera d’arte visiva, ma una riflessione profonda sullo stato attuale delle città moderne, e in particolare su Roma. L’integrazione di elementi simbolici, la scelta dei colori e la figura di Chaplin trasformano questa composizione in un’analisi struggente e ironica del degrado urbano, mettendo in luce la tensione tra ciò che è stato e ciò che rischia di scomparire.
La sala dedicata a Emilio Isgrò presenta i lavori più recenti legati all'evoluzione delle sue celebri Cancellature, tra cui opere come Planetarium, 2023, Isgro cancella Isgro, 2024, Storico, 1972, Le Tavale della Legge avvero la Bibbia di Vetro, 1994
Elemento centrale nella sua arte, il libro – esposto a parete come un quadro tradizionale – si affianca alle Cancellature come una delle innovazioni introdotte da Isgrò fin dagli inizi della sua carriera. Nel tempo, il libro ha mantenuto un ruolo costante, evolvendo in materiali diversi dalla carta e andando oltre le tipiche dimensioni tipografiche. Questo è ben testimoniato dalla grande Bibbia di Vetro presenta nella sala.
L'opera Isgrò cancella Isgrò (2024), creata appositamente per questa occasione, rappresenta l'ultima tappa di un ciclo di lavori in cui l'artista diventa protagonista delle sue opere, senza mai cadere nell'autoritratto. Isgrò sfugge alle convenzioni dei generi, come dimostra anche il suo romanzo Autocurriculum (Sellerio, 2017), alla base delle sue cancellature in nero e oro, colori tipici dei codici miniati. Nonostante l'apparente introspezione, il romanzo non è una vera autobiografia, ma piuttosto una riflessione originale sull'identità e la sua negazione. Attraverso il gesto del cancellare, Isgrò afferma la possibilità di aprirsi a nuove vie, sfuggendo ai processi di omologazione e codificazione tipici della società contemporanea. Con quest'opera, che celebra anche i sessant'anni della sua carriera artistica, Isgrò rivela la fragilità e l'indeterminatezza insite in ogni tentativo di autorappresentazione.