Giangiacomo D'Ardia è uno degli architetti più rappresentativi del panorama italiano contemporaneo, capace di unire tradizione e innovazione in un linguaggio architettonico unico.
Nato a Roma nel 1940, in un'epoca di grandi trasformazioni sociali e culturali, D'Ardia ha saputo cogliere l'essenza di queste transizioni, facendo della sua opera un ponte tra passato e futuro.
Cresciuto nell'eterna città che è stata culla della civiltà occidentale e dell'architettura, la sua formazione è stata plasmata dalle stratificazioni storiche e monumentali di Roma.
Formazione e Carriera Accademica
D'Ardia ha studiato Architettura presso La Sapienza, una delle università più prestigiose in Italia, laureandosi nel 1969 sotto la guida di Ludovico Quaroni, un maestro dell'urbanistica e dell'architettura del XX secolo. Questo periodo di formazione è stato cruciale per il suo sviluppo professionale, poiché Quaroni, noto per il suo approccio innovativo che combinava funzionalità e rispetto per il contesto storico, ha avuto un'influenza duratura su D'Ardia. Lo stesso D'Ardia, nel corso della sua carriera, ha sempre sottolineato l'importanza di un'architettura capace di dialogare con il contesto, un concetto che ha ereditato dal suo mentore.
Dopo la laurea, ha intrapreso una brillante carriera accademica. Inizialmente ricercatore con Luisa Anversa, altra eminente figura dell’architettura italiana, D'Ardia ha successivamente insegnato come professore associato presso l'Università di Pescara dal 1989 al 2009. In questo periodo, ha avuto un ruolo centrale nella formazione di molte generazioni di architetti, trasmettendo loro il suo approccio riflessivo e la sua visione contemporanea dell'architettura. Il suo percorso accademico ha raggiunto il culmine con la cattedra di professore ordinario al Politecnico di Milano, uno dei più importanti istituti tecnici e scientifici d'Italia, dove ha insegnato fino al 2017.
Opere Principali: Tradizione e Contemporaneità
Se la carriera accademica è stata fondamentale, non meno importante è stato il suo contributo come progettista. Tra le sue opere più celebri spicca la chiesa di San Ambrogio a Milano, un progetto che incarna perfettamente la sua capacità di coniugare modernità e tradizione. La chiesa è un esempio di architettura sacra che dialoga con il tessuto urbano circostante, combinando linee essenziali e pulite con un uso innovativo dello spazio liturgico. La sua progettazione si fonda su un attento studio delle esigenze funzionali e spirituali, creando un ambiente che invita alla contemplazione e al raccoglimento.
La sua competenza non si è limitata all'architettura religiosa: D'Ardia ha lavorato anche su numerosi piani regolatori, tra cui quelli per città italiane di rilievo. In questo ambito, ha dimostrato una profonda comprensione delle dinamiche urbanistiche contemporanee, cercando di integrare armoniosamente nuove costruzioni e infrastrutture con il contesto storico esistente. Il suo lavoro si è spesso concentrato su come le città possano evolvere senza perdere la loro identità storica, una sfida che D'Ardia ha affrontato con intelligenza e sensibilità.
Collaborazioni: Il Successo con Ariella Zattera
Un'altra tappa fondamentale nella carriera di Giangiacomo D'Ardia è stata la collaborazione con Ariella Zattera, un’architetta con cui ha sviluppato un rapporto professionale estremamente fruttuoso. La loro collaborazione ha portato alla realizzazione di progetti innovativi che hanno attirato l’attenzione della critica e del pubblico. Il culmine di questa sinergia creativa è stato il Leone di Pietra vinto nel 1985, un premio prestigioso che celebra l’eccellenza nell’architettura contemporanea. Questo riconoscimento ha sottolineato l’abilità del duo di interpretare l'architettura come un equilibrio dinamico tra forma, funzione e contesto culturale.
Un Artista e un Esploratore dello Spazio
Non è solo nella costruzione che Giangiacomo D'Ardia ha lasciato un’impronta duratura, ma anche nel disegno e nella rappresentazione grafica dello spazio. I suoi disegni sono stati esposti in numerose edizioni della Biennale di Venezia, uno degli eventi più prestigiosi per l'arte e l'architettura mondiale. I lavori di D'Ardia, non sono semplici progetti tecnici ma vere e proprie opere d'arte, sono stati anche acquisiti da importanti istituzioni museali, come il Deutsches Architekturmuseum (DAM) di Francoforte. Questo riconoscimento internazionale ha ulteriormente consolidato la sua reputazione come uno degli architetti italiani più influenti e rispettati della sua generazione.
Lascito e Visione Futuristica
Il lascito di Giangiacomo D'Ardia va oltre le sue costruzioni e i suoi piani regolatori. La sua vera eredità risiede nel suo pensiero architettonico, nella sua visione di un’architettura che sa guardare avanti senza dimenticare le sue radici. Le sue opere, espressioni di una continua ricerca di equilibrio tra innovazione e memoria storica, sono il frutto di una riflessione profonda su come l'architettura possa e debba rispondere ai bisogni della società contemporanea, senza trascurare l'anima dei luoghi.
D'Ardia ha sempre sostenuto che l'architettura non è solo una questione di estetica o tecnica, ma anche di responsabilità sociale. Le città e gli edifici che progettiamo oggi influenzeranno il modo in cui le persone vivranno e si rapporteranno con l’ambiente in futuro. È questo senso di responsabilità che ha guidato la sua carriera e che continua a ispirare nuove generazioni di architetti, desiderosi di proseguire il cammino tracciato da uno dei maestri dell'architettura italiana.
Durante il periodo di clausura forzata, 2020, Giangiacomo d’Ardia, chiuso nel suo studio, ha elaborato una serie di piccoli acquerelli in formato A4, una sorta di racconti di un “museo irraggiungibile”.
Questi disegni sono pensati come le shadow boxes di Joseph Cornell. L’artista statunitense, infatti, era un pioniere dell’assemblage, un esponente del cinema sperimentale e un sostenitore del found-footage. Raccoglieva oggetti d’ogni tipo per le vie di New York (scarti d’immondizia, biglietti dei tram, scontrini, cinturini d’orologi, pezzi di legno o vetro, rami, foglie, bottiglie) per poi assemblarli in scatole di legno poste in verticale. Così i totem contenitori di Giangi d’Ardia possono essere considerati delle Wunderkammern (camera delle meraviglie) nelle quali vengono immessi gli oggetti e le sculture che qualcuno può vedere da lontano e poi racconterà di aver visto qualcosa, posizionati in modo da inventare una storia sempre diversa da quella che altri viaggiatori possono aver visto.
“ll museo irraggiungibile” rappresentato in una serie di piccoli acquerelli, è un contenitore totemico che, a sua volta, si trova inserito a turno, in un altro contesto, o posizionato in modo diverso. Lo troviamo o in cima a una roccia a strapiombo, oppure mentre sprofonda in acqua, talvolta appoggiato di traverso, inclinato di circa 60 gradi o ancora in alto lo vediamo fuoriuscire dalle fronde degli alberi. Esiste infatti, per l’autore, una sorta di vita parallela che si svolge sugli alberi così come era per Il Barone Rampante: «Gli olivi, per il loro andar torcendosi, sono a Cosimo vie comode e piane, piante pazienti e amiche, nella ruvida scorza [...] Su un fico, invece, stando attento che regga il peso, non s'è mai finito di girare [...] a Cosimo pareva di stare diventando fico lui stesso e, messo a disagio, se ne andava. Sul duro sorbo, o sul gelso da more, si sta bene; peccato siano così rari. Così i noci [...] vedendo mio fratello perdersi come in un palazzo di molti piani e innumerevoli stanze [...] d’andare a star lassù; tant'è la forza e la certezza che quell’albero mette a essere albero, l'ostinazione a esser pesante e duro, che gli s’esprime persino nelle foglie».
Calvino costituisce una passione per D’Ardia, una poetica ossessione, ma è anche oggetto di una ricerca scientifica. Le sei lezioni americane del 1988 sono anche sei categorie con cui l’architettura dell’epoca, cercava di superare i dogmi del moderno. Quelli erano gli anni in cui si cominciava ad apprezzare l’architettura contemporanea giapponese con la sua leggerezza, elemento che d’Ardia ripropone nelle sue architetture, spesso contrapponendola alla matericità del muro (come ad esempio nel progetto per la Chiesa di San Romano nel Quartiere del Gallarate, elaborato con Ariella Zattera). All’epoca delle lezioni calviniane, le maggiori città statunitensi si stavano trasformando rapidamente in metropoli, nelle quali la molteplicità dei centri era un elemento fondamentale, mentre l’architettura stava diventando “parlante” e la visibilità veniva a costituire un elemento connotante. Coerenza ed esattezza erano, e sono, categorie reputate insite nel metodo progettuale e in particolare la seconda sembra un manifesto scritto dallo stesso architetto.
Torre-Museo-Tempesta, 2020
Torre-Museo-Foresta, 2020
Torre-Museo-Acqua, 2020
Tutta l’opera di Calvino è in sé densa di figurazioni di giardini e di visioni di paesaggi. In tutti i suoi scritti c'è uno stretto rapporto tra i personaggi e le loro storie, e con i luoghi come se gli uni senza gli altri perdessero di significato: gli attori dei racconti intrecciano relazioni fondamentali con le strutture e gli spazi che diventano in tal modo fondativi delle loro stesse identità. Nei recentissimi acquerelli di D’Ardia, gli oggetti si legano al contenitore e, mentre li addobbano, sembrano commentarne gli spazi. L’autore sembra inseguire un tentativo di conoscenza del mondo attraverso la scomposizione delle immagini e la classificazione degli elementi primari, che acquistano un valore monumentale proprio per l’elegante rarefazione degli elementi che disegnano il progetto.