Data di pubblicazione: settembre 2020
Ridiamoci su. Sarà un inizio tragicomico.
Se a marzo la borsa delle mascherine subì un'impennata inaudita, a settembre accadrà con il nastro adesivo, che a scuola ormai ha scalato la classifica delle preoccupazioni dei docenti.
Se un tempo era irritante vederci affondati nelle scartoffie come l'ultimo dei burocrati, figuratevi ora che ci siamo trasformati in geometri: non sappiamo quanti colleghi saranno presenti al suono della prima campanella (che le Covid-nomine paiono in alto mare) ma conosciamo le misure di tutte, tutte, tutte le distanze dentro e fuori l'aula.
Se puzzo già di gel disinfettante, ho come l'impressione che dietro la mascherina sembrerò ancora più stralunata, la mattina presto.
Ma non temiamo nulla: abbiamo affrontato quasi una riforma scolastica (inutile) ad ogni nuovo governo, non sarà il distanziamento a farci soccombere.
DA PROF. A PRESIDIO MEDICO CHIRURGICO. MRS AMUCHINA IS COMING.
Ore 7.40. Arrivo a scuola e do il via al rito quotidiano: mi bardo con mascherina chirurgica nuova, disinfetto accuratamente le mani, mi sottopongo alla solerte misurazione della temperatura (con esiti, secondo me, fantastici: un paio di volte avrei dovuto essere cadavere con incipiente rigor mortis) e incasso il relativo nulla-osta all'ingresso. Poi registro il mio accesso ai locali e mi munisco dello sfizioso (profumazione gradevole e delicata) spray sanificante in dotazione ad ogni insegnante. Rinuncio alla visiera, che forse farà la muffa nel cassetto, perché i miei giovani pupilli, poveri, non hanno dimestichezza con Afrodite-a e potrebbero impressionarsi.
Ore 7.55. Accolgo gli alunni sulla porta della classe, raccomandando senza sosta "unoallavoltaragazzi, nonammassatevi, tirasulamascherina, disinfettabenelemani, apianoapianounopervolta..."
Se tutto va bene, verso le 8.05 posso prendere posto anch'io. Ho la bocca già asciutta - chè sotto la maschera non riesco a respirare con il naso e non ho preso fiato per dieci minuti di fila - ma vabbè, mo sono dentro.
Inizia il secondo rito: distribuzione delle mascherine chirurgiche a chi è venuto con quella "non regolamentare". Sanifica di nuovo le mani, estrai una mascherina per volta (facendo ben attenzione a cosa tocchi), consegnale ai "non dotati" di turno. E mi viene già un po' da ridere, perché ormai so che, con il loro tira-e-molla, quelle mascherine dureranno mezz'ora, un'ora... Forse due.
Poi risanifica le mani, apri le tende, spegni le luci... Forse adesso faccio lezione. ...'Azz! Sono già le 8.10, muoviamoci.
Ma che? Poi è la volta dei diversi "misièrottalamascherina", "fammivederemanostailìchemiavvicinoiopocopoco", "profpossiamorespirareunattimo?", "sìoccheilefinestresonoapertemastiamozitti", finché, con congruo anticipo sul suono della campanella, dovrò chiudere i libri e sanificare cattedra e PC (che lo spray mica me lo hanno dato come deodorante) prima che arrivi il collega della seconda ora.
Mi disinfetterò per l'ennesima volta per bene, prima di toccare la maniglia, ed uscirò soddisfatta di aver fatto tutto il possibile. A parte la lezione. Quella, va be', in effetti è stata un po' breve.
Ore 13.00. Gli alunni escono gioiosi, accompagnati dalla litania che noi insegnanti ormai attacchiamo di default ("unoallavoltaragazzi, nonammassatevi..." etc).
Ecco. Escono gioiosi e giosamente si accavallano sulle scale, ritrovano tutto quel contatto un po' brutale che è connaturato alla loro età e, infine, gioiosamente si ammucchiano sui vari mezzi di trasporto generosamente forniti dalle famiglie.
Io penso alla mia lezione sanificata e striminzita. E mi viene ancora da ridere. O da piangere.