L'obiettivo principale della scuola è quello di creare uomini che sono capaci di fare cose nuove, e non semplicemente ripetere quello che altre generazioni hanno fatto.
∼ Jean Piaget ∼
Siamo agli sgoccioli: si vanno a chiudere tre mesi abbondanti di didattica a distanza. Tre mesi di notti al PC ad elaborare materiali digitali; di giornate in multi-tasking con n schede aperte, mentre sei in Meet e cerchi di risolvere problemi via Whatsapp; mesi di tendiniti da mouse ed emicranie, in cui tu, docente "distante", sei passato ripetutamente dalla creatività vulcanica allo sfinimento. Ciascuno ha dato ciò che poteva, o meglio: ciò che voleva.
Di emergenza si trattava e in emergenza si è lavorato, ma ora urge una riflessione articolata e non passa giorno in cui non legga aspre critiche, levate di scudi, esternazioni scandalizzate contro l'insipienza di questa didattica. Perciò, da attrice co-protagonista, vorrei esprimere qualche considerazione.
Innanzitutto, un po’ banalmente: sarebbe forse stato meglio lasciare i ragazzi allo stato brado per tre mesi? Non mi riferisco ai contenuti disciplinari che avremmo perso, ma alla rinuncia ad un minimo di auto-disciplina: il dovere di presenziare quotidianamente ad alcune attività extra-famigliari, il gesto semplice di puntare la sveglia, l’assolvere a qualche compito formale entro un contesto formale sono stati obblighi con una certa valenza educativa.
Con tutti i suoi limiti, poi, questa scuola in emergenza - partita nel giro di pochi giorni e senza alcun preavviso - non sarebbe stata possibile senza anni di formazione e auto-formazione degli insegnanti sulle TIC e senza una strumentazione di base già presente nelle scuole (una su tutte il registro elettronico). Dunque potremmo ammettere, almeno questa volta, che la tanto vituperata scuola italiana non è sempre obsolescente e in ritardo. Se ci sono stati casi di inadeguatezza, questi non hanno rappresentato la norma e, dunque, se l'istituto A non ha saputo fare ciò che ha fatto l'istituto B, non è "colpa della scuola italiana", ma è una carenza imputabile a specifiche realtà locali, o a specifiche responsabilità personali. Secondo me, anche quello di "scuola italiana" è un concetto discutibile.
Entriamo dunque nel merito. Abbiamo rincorso per anni, come fosse una chimera, la possibilità di valutare le "competenze trasversali" e di proporre il "compito autentico" . La pandemia ci ha offerto su un piatto d'argento il compito autentico e, di conseguenza, l’ambiente entro cui valutare le competenze trasversali (precisando che le scuole hanno avuto, in brevissimo tempo, i fondi per dotare gli alunni dei dispositivi necessari). Capacità di problem solving, flessibilità, spirito di iniziativa, capacità di collaborare, uso autonomo degli strumenti digitali, capacità di comprendere le consegne... E potrei continuare. Perché a fine anno ci dovremmo sottrarre alla valutazione in contesto reale di tutto ciò che finora abbiamo sempre dovuto "simulare", io non lo capisco.
Possiamo fare di necessità virtù: poche volte, in oltre vent'anni di insegnamento, ho assistito ad un dibattito tanto onesto e proficuo, fra colleghi, sulle questioni epistemologiche e sulla valenza formativa delle discipline. Dovendo "selezionare", cosa proponiamo ai nostri studenti? Perché? Cosa è importante che sappiano, come lo possono dimostrare, cosa devono saper fare?
Un esempio di “fuga dalla realtà” della scuola è proprio il tabù digitale. Ci siamo dotati entusiasticamente di LIM e di aule-pc, lavoriamo abitualmente on-line, studiamo ambienti di apprendimento digitali e poi, una volta in cattedra, ci fermiamo al calamaio. Incontriamo ad ogni piè sospinto le attività dei nostri alunni in rete (e, credetemi, talvolta sono attività discutibili) e poi ci scandalizziamo se utilizzano il traduttore di Google per ascoltare la pronuncia di "through": magari lo facessero tutti! So bene che nessuna persona scolarizzata dovrebbe scrivere "qual'è" con l'apostrofo. Ma - e qui sarò proprio eretica - oggi esistono i correttori e tutti hanno costante accesso ad un dizionario on line. Nessuna persona scolarizzata dovrebbe, invece, essere incapace di usare gli strumenti digitali quando servono. Le nuove tecnologie e la rete rappresentano una ricchezza che solo dieci anni fa era un sogno: perché diamine non mettiamo al primo posto, nella didattica, la capacità e, soprattutto, la volontà di sfruttarla costruttivamente? Perché - di fronte alla richiesta di sperimentare un utilissimo e gratuito strumento on line per creare in pochi minuti mappe concettuali - devo sbattere contro un rifiuto, quando là fuori, nel mondo reale, usate internet per fare di tutto e di più? Quando qualunque pratica burocratica, ormai, prevede l'accesso alla rete? I ragazzi passano già troppo tempo connessi? Bene, sottraete il tempo libero al monitor, fategli riordinare la camera, fateli giocare a basket in garage, o insegnategli gli scacchi: la rete si usa per lavorare.
Mi fermo qui, seppure ci sarebbe da ragionare anche sull'idiosincrasia simulata di alcuni docenti per la dad. Scrivo simulata perché tante opposizioni fondate su nobilissimi princìpi di antropologia culturale, a mio parere, nascondono sostanziale pigrizia.
La "didattica del Covid", piombata nelle nostre vite in un contesto drammatico, portata avanti con oggettiva fatica da insegnanti, alunni, famiglie, può rappresentare l'occasione di rinnovamento di cui avevamo bisogno. Sempre che mamme-pancine e sindacati e tuttologi non ci seghino le gambe un'altra volta.