Data di pubblicazione: 21 gennaio 2022
La riflessione interna al mondo della scuola sull’utilizzo delle TIC è cambiata profondamente soprattutto in due momenti: con l’approvazione della “Strategia di Lisbona" e la raccomandazione UE sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente (2006/962/CE) e, in seguito, con l’avvento della pandemia e l’irruzione della Didattica a Distanza e della Didattica Digitale Integrata.
Si è trattato nel primo caso di una sorta di evoluzione naturale, non traumatica e contestualmente ignorabile per molti, nel secondo di un evento improvviso, imprevedibile e drammatico e dunque più impattante.
Precisiamo per chiarezza che l’educazione alla Cittadinanza Digitale (potremmo, per onestà, togliere l’aggettivo “digitale”: oggi una gran parte delle nostre azioni avviene in rete, ciò comporta che una cittadinanza “non digitale” non esiste più) non si sovrappone alla didattica delle/con le TIC e, parallelamente, la DaD non è stata solo utilizzo di strumenti digitali, anzi non lo è stata abbastanza, o non abbastanza efficacemente. Tuttavia è innegabile che questi due momenti storici abbiano incentivato la riflessione.
Con l’avvento della “scuola on line”, questo incremento è stato, da un lato, puramente quantitativo: tutti hanno cominciato a disquisire di scuola e tecnologia. Non è stato un bene.
Dall’altro si è avuto però un potenziamento qualitativo di elaborazione epistemologica e metodologica, un interrogarsi profondo e una mobilitazione di risorse notevole. La pratica didattica ha attinto più consapevolmente alla pedagogia e perfino all’indagine filosofica e sociologica.
Ma cosa è accaduto, infine? E’ accaduto che tanto i tecnici della scuola (docenti, formatori, editori, pedagogisti, funzionari) quanto il vasto pubblico coinvolto a vario titolo (genitori, educatori … nonni!) hanno finito per polarizzarsi su posizioni contrapposte: da un lato i fanatici del digitale, dall’altro quelli che chiameremo - per ora - “reazionari”. In entrambi i casi ostacolando chiunque si sforzasse di fare un lavoro serio, capace di andare oltre l’improvvisazione e l’emergenza. Il biennio 2019-2021 si è configurato, per chi aveva desiderio di interrogarsi davvero, come l’età del dubbio, dell’incertezza, della mancanza di sicurezze al di là degli slogan e dei manifesti firmati da n. “pedagostar”.
Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione: ci rendiamo conto di quale sia, oggi, la portata di questo ambito? Proviamo a tematizzare . Le TIC attengono a:
competenze tecniche,
competenze linguistiche (non solo nella lingua madre),
competenze comunicative,
competenze culturali e capacità critiche,
formazione etica,
educazione estetica,
gestione delle emozioni,
valorizzazione delle potenzialità espressive,
costruzione dell’immagine di sè e reputazione,
partecipazione civile
Non possiamo perciò appiattirci su una visione manichea che vede il digitale e, soprattutto, la Rete, come “bene” o “male”. Noi, che dovremmo educare alla complessità, non possiamo sottrarci allo sforzo del confronto, dell’analisi e della sintesi. Siamo tenuti, come insegnanti, come genitori, come educatori, come adulti di riferimento, a vivere dentro le pieghe di questa complessità.
E poi c’è il tema del Male in Rete, certo. Il male agito, il male visto, il male subìto.
Le virtù necessarie ad affrontare questa sfida pedagogica - equilibrio e giusta distanza - sono indagate da Rivoltella - ordinario di Didattica ed Educazione mediale presso l'Università Cattolica di Milano e direttore del CREMIT - nel suo saggio sulle Virtù del digitale. Un rischio è quello di una rappresentazione del male troppo insistita, che finisce per banalizzarlo. La continua allerta impedisce di reagire quando la minaccia diventa reale (Rivoltella da Silverstone). Un altro è quello della demonizzazione, che produce una «pedagogia civile distorta».
per enucleare solo le più evidenti connessioni con il processo educativo.
La formazione all’uso delle TIC non è dunque qualcosa di aridamente “tecnico”, relegabile alle aule di informatica, ma è un processo necessario, pervasivo, profondamente umano, stimolante, a tratti perfino poetico.
Una proposta di strumenti e contenuti digitali o digitalizzati non mediata, un atteggiamento ed un utilizzo “facile”, non fa che ampliare il grande gap, tipico nei nativi digitali, fra familiarità e consapevolezza. Un irrigidimento in posizioni di rifiuto, tuttavia, per un educatore, oggi non è solo “reazionario”, è proprio ossimorico.
Il problema della iperconnessione dei giovani (solo loro?) in sé è mal posto. Costituisce un falso problema. Tecnicamente siamo tutti iperconnessi, viviamo tutti entro un flusso digitale che investe quasi ogni azione quotidiana. Anche da questo punto di vista si deve partire dalla consapevolezza: che “virtuale” non significa “irreale”, che ciò che facciamo “on line” ha sempre, immediatamente, una ricaduta “on life” (Floridi).
E’ fondamentale assumere completamente la sfida formativa.
Lavorare, insegnare, educare con le TIC significa affrontare temi come espressione di sé, partecipazione, collaborazione, sicurezza, relazione, fruizione di servizi, salute. Che sono, propriamente, temi di cittadinanza.
Noi insegnanti, educatori, adulti di riferimento, non possiamo permetterci di cadere nella trappola della contrapposizione ideologica. Sul piatto c’è la possibilità degli adulti di domani di agire consapevolmente “on life”, sul piatto ci sono i diritti di cittadinanza dei nativi digitali.
L. FLORIDI, Il verde e il blu, Raffaello Cortina Editore, 2020
CREMIT = Centro di Ricerca sull'Educazione ai Media, all'Innovazione e alla Tecnologia
P.C. RIVOLTELLA, Le virtù del digitale: per un'etica dei media, Morcelliana, 2015
P.C. RIVOLTELLA, MOOC Virtùalmente, edizione 2020-2021, CREMIT